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	<title>sinistra Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Gli ariani di sinistra e i meticci di destra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Oct 2025 08:21:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Contraddizioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La popolazione bianca si scinde in due mondi: un’élite progressista, coesa, riproduttiva, moralmente ipocrita ma socialmente solida; una working class conservatrice, divorzista, rancorosa, senza valori né coesione, arrivista al punto da tradire i propri stessi valori.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Vagando una sera tra i meandri del web reazionario &#8211; una specie di Grand Tour nelle tenebre del sottoscala di Internet, dove il sole nero illumina complottisti e rettiliani &#8211; mi sono imbattuto in due pezzi che girano su certi canali Telegram, che a loro modo meritano di essere scolpiti nel marmo dell’eterno. <strong>Il primo è di Mister Totalitarismo, l’altro del funambolico Duchino Plexiglass, o meglio conosciuto come Duca de Berti.</strong></p>



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<p>Ora, uno potrebbe pensare che entrare in questi blog sia come infilarsi in una discarica: ne esci solo puzzolente. Invece no. È praticamente uno degli unici motivi per cui vale la pena avere il wifi in casa. Fatto sta che a un certo punto sono inciampato in intuizioni che suonano così assurde da sembrare geniali.</p>



<p>C’è una linea sotterranea che lega l’ultimo delirio di uno dei miei blogger destrorsi preferiti, Mister Totalitarismo, e la fenomenologia sgangherata, ma lucidissima, del Duca di Plexiglass. <strong>Due pezzi che si pretendono post-ironici e schizzoidi, ma che in realtà, forse loro malgrado, toccano nervi che l’accademia (e tutti noi) fingiamo di non avere, nella brodaglia ipocrita in cui siamo costretti a vivere.</strong></p>



<p>Nell’articolo ormai leggendario, intitolato “Perché le famiglie piddine sono tutte bianche e cristiane, mentre i fasci divorziano e/o si ibridano ripetutamente”, Mister Totalitarismo coglie la contraddizione che la sinistra italiana non oserà mai ammettere a sé stessa:<strong> i piddini vivono vite private opposte ai loro proclami pubblici</strong>. Predicano multiculturalismo, ma si sposano tra simili: bianchi, benestanti, cattolici di mezza Italia. <strong>La destra invece, che pretende chiusura e disciplina, si mescola senza remore</strong>: matrimoni con donne straniere, famiglie disgregate, figli sparsi. Un rovesciamento brutale delle maschere ideologiche, che negli Stati Uniti è ben dibattuto.</p>



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<p>Il Duca, autore e blogger di sicuro talento nel suo articolo “Fenomenologia della destra fantomatica” raccoglie la staffetta. La Destra F. non è una categoria politica: è un’estetica memetica. Una vibrazione nata su X e Telegram. <strong>Contraddizione pura, elevata di riflesso a stile di vita</strong>.</p>



<p><strong>Il caso esemplare è JD Vance</strong>, oggi vicepresidente USA: bianco scotch-irish, marito di un’indiana. Un uomo che, mentre predica radici WASP, incarna la mescolanza che la sua base rifiuta. I groyper (subcultura dell’estrema destra americana, che ha come vessillo-meme il ranocchio verde disegnato male) lo dileggiano, contrapponendolo a Gavin Newsom, democratico californiano, cattolico, con foto di famiglia che sembrano uscite da un calendario nazionalsocialista.</p>



<p>Qui la satira si fa genealogia: la sinistra, paradossalmente, custodisce la purezza razziale; la destra, che urla contro il meticciato, lo pratica. Non è solo gioco di immagini. Duchino Plexiglass evoca Charles Murray e il suo “Coming Apart”, un’analisi dove la popolazione bianca americana si scinde in due mondi: <strong>un’élite progressista, coesa, riproduttiva, moralmente ipocrita ma socialmente solida; una working class conservatrice, divorzista, rancorosa, senza valori né coesione, arrivista al punto da tradire i propri stessi valori</strong>. Questa frattura, già mappata in <em>The Bell Curve</em>, spiega la deriva della Destra Fantomatica: plebe impoverita, priva di regole, che pratica il meticciato perché non ha alternative. Corruttibilissima dalle élite di sinistra e finanziaria che, infondo, inconsciamente, insegue.</p>



<p>La destra, per quanto urlante, è sempre in stato di tradimento. Lo è JD Vance rispetto alla sua base, lo è il MAGA ridotto a meme cuckold. In somma: è groyper ogni fascio che predica purezza e si accoppia fuori dal recinto.</p>



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<p>Mister Totalitarismo lo registra con la sua ironia scurrile; Duchino Plexiglass lo eleva a categoria: la Destra Fantomatica è la politica del tradimento. Un corpo che non riesce a coincidere con la sua stessa ideologia.</p>



<p>Se la sinistra si conserva endogamica pur parlando di inclusione, e la destra si mescola pur gridando al sangue e suolo, allora la verità è semplice. E oscena. <strong>L’ideologia è sempre un travestimento delle pulsioni di classe.</strong></p>



<p>I figli del PD difendono il capitale matrimoniale come i nonni difendevano i terreni; i figli del sottoproletariato trumpiano o missino si disperdono, si ibridano, si divorano.</p>



<p>&nbsp;Il resto è meme. O meglio: è il meme che diventa genealogia. La politica che diventa Tinder. O meglio ancora: Instagram, dove devi mostrare quello che hai da offrire, quanto sei bello, ricco, figo, intelligente. E accalappiare il partner giusto della tua bolla memetica.</p>



<p>In fondo, checché se ne dica, la vera politica da sempre si fa a letto: con lo sperma, i geni, gli averi.</p>



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		<title>Tutte le news sono fake news</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Feb 2025 11:26:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura Assoluta]]></category>
		<category><![CDATA[Dissesto editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Incomunicabilità]]></category>
		<category><![CDATA[Intellighenzia]]></category>
		<category><![CDATA[Propaganda]]></category>
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		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[destra]]></category>
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		<category><![CDATA[propaganda]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il mondo dell'informazione e della cultura sta collassando sotto il peso delle sue contraddizioni. Proponiamo qui una strategia per risollevarlo e mettersi al passo del conflitto in corso.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Uno dei fenomeni più strani della nostra epoca <strong>è l&#8217;inversione dei ruoli tra conservatori e progressisti nel campo della cultura e dell&#8217;informazione</strong>. La specificità di questi settori è che i cosiddetti “progressisti” sembrano incaricati di difendere la tradizione, vale a dire le moribonde istituzioni che per secoli si sono occupate della gestione e della distribuzione del sapere nelle nostre società: l&#8217;università, la scuola, i centri di ricerca, le redazioni giornalistiche, le case editrici e i “salotti”, quei luoghi metafisici in cui gli intellettuali si ritrovano a discutere dei massimi sistemi. Viceversa, tutto ciò che generalmente viene classificato come “conservatore” pare avere un solo obiettivo: <strong>delegittimare e distruggere questi centri, indebolirli fino a provocarne il collasso, sostituirli con qualcos&#8217;altro, qualcosa di nuovo e confuso.</strong></p>



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<p>Da un lato abbiamo quindi “quelli di sinistra”, i progressisti, ingaggiati in una missione conservatrice, nel senso che si impegnano a conservare la legittimità del pre-esistente, delle istanze democratiche, dell&#8217;eredità del Novecento. Ci si affanna a difendere l&#8217;autorevolezza di voci serie, competenti, quelle di esperti e studiosi, di fronte alla minaccia del populismo e del qualunquismo con cui i comici affollano le tribune parlamentari e gli influencer gli scaffali delle librerie. È una conservazione che vuole anche evitare gli estremi pericolosi, scongiurare i rischi celati in tutto ciò che è troppo arbitrario o troppo esplicito<strong>, </strong>tutto ciò che prende troppo posizione per o contro qualcosa. In fondo, <strong>un punto di vista netto minaccia sempre di escludere qualcun altro che non è d&#8217;accordo, e nella democrazia non c&#8217;è spazio per gli esclusi</strong>; per questo tale immaginario si nutre del compromesso, la via di mezzo che permette di garantire la governabilità e l&#8217;ordine.</p>



<p>Dall&#8217;altro lato abbiamo “quelli di destra”, i conservatori<strong>, che all&#8217;improvviso sono divenuti dei rivoluzionari: non gliene importa più niente né dell&#8217;ordine, né della democrazia, né della morale</strong>. <strong>Vogliono solo un cambiamento radicale e lo vogliono il prima possibile</strong>: l&#8217;ha capito bene il loro ambasciatore numero uno, che non appena si è insediato alla Casa Bianca ha iniziato ad apporre la sua firma svolazzante su dozzine di decreti, per poi promettere la risoluzione della guerra in Ucraina e della questione palestinese.</p>



<p>L&#8217;antropologo Georges Balandier lo definirebbe <strong>un potere che si mette in scena per mostrare che può agire</strong>, promessa alla base del patto stretto con le masse: “Noi ti eleggiamo, basta che tu faccia cambiare tutto e che lo faccia subito.” Questa inversione di ruoli tra progressisti e conservatori ha nei <strong>differenti approcci all&#8217;informazione la sua manifestazione più eclatante</strong>. Nonostante il putiferio provocato dall&#8217;arrivo di internet, chi ha ancora fiducia nel gioco della democrazia si ostina a voler regolamentare persino questo Far West della comunicazione per renderlo più inclusivo, meno discriminatorio, più civile e via dicendo.</p>



<p>La supposta “dittatura del politically correct” colpisce le tendenze collettive tanto quanto gli atteggiamenti individuali: sia che venga criticato come imposizione di valori culturali appartenenti all&#8217;immaginario della sinistra, sia che venga giudicato come uno strumento del capitalismo per spezzettare il conflitto di classe in una miriade di lotte identitarie indebolite<strong>, è innegabile che il concetto di “politicamente corretto” venga percepito nella contemporaneità come un tentativo di disciplinare il dibattito pubblico</strong>. Man mano che l&#8217;agorà occidentale si allarga a miliardi di persone e comprende minoranze ed etnie finora escluse, vale la pena di adoperarsi per normarla, affinché non diventi una giungla in cui ognuno urla ciò che gli pare e nessuno si ascolta: questa è la scommessa in cui si sono lanciate le forze progressiste.</p>



<p>Viceversa, di fronte a una relatività totale data dal marasma di opinioni, di voci discordanti e di visioni polarizzate del mondo – panorama apocalittico che qualcuno ha definito addirittura “era della post-verità”, come se nella Storia fosse mai esistita un&#8217;era della verità – <strong>coloro che fino a ieri erano trattati come conservatori, all&#8217;improvviso sono diventati i più grandi promotori del nuovo, inteso come capacità di immaginare orizzonti alternativi</strong>. In fondo, cosa sono le teorie complottiste che negano l&#8217;utilità dei vaccini e l&#8217;esistenza del cambiamento climatico, se non contro-narrazioni in grado di ribaltare la visione dominante, quella che l&#8217;ordine vigente vuole imporre come verità oggettiva? In cosa si differenziano le fake news sugli immigrati che rubano e sui manifestanti che vandalizzano le strade dalla propaganda che ha caratterizzato l&#8217;intera storia dell&#8217;umanità?</p>



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<p>Ma la risposta alla propaganda l&#8217;abbiamo già trovata, diranno quelli con la coscienza limpida, <strong>si tratta dell&#8217;informazione</strong>! Ebbene, il termine “informazione” ha un&#8217;etimologia ben precisa: se spolveriamo il dizionario di latino, il primo significato di<em> informatio </em>è quello di “raffigurazione” o “rappresentazione”, seguito da “idea, nozione, immaginazione” e solo infine “insegnamento, spiegazione”. Vediamo bene come la <strong>componente soggettiva</strong> sia alla base della parola, che d&#8217;altronde contiene dentro di sé “forma”, qualcosa che per definizione si configura, si adatta e si modella in relazione a un contenuto.</p>



<p>L&#8217;informazione non è altro che la <em>mise en forme</em> di un contenuto, una formattazione che da esso diviene inseparabile nel momento in cui viene enunciata. Che si tratti di un giornalista o di un utente anonimo su un forum di terrapiattisti, un emittente che comunica qualcosa, che informa il suo pubblico, <strong>non può fare a meno d&#8217;inserire la propria soggettività nell&#8217;enunciato</strong>, dato che è proprio attraverso il gesto del comunicare che ci costruiamo un&#8217;identità agli occhi di noi stessi e dell&#8217;altro. E in fondo non potremmo farne a meno: la pretesa oggettività di alcune testate giornalistiche equivale all&#8217;inverosimile desiderio di separazione tra i fatti puri e chi li riferisce, che così facendo finge di parlare da una posizione indefinita, si fregia del privilegio impossibile di ritrarsi dal proprio punto di vista, come un&#8217;entità onnisciente e astratta<strong>. Il punto di vista è invece insito nella fabbricazione di un articolo</strong>, dal momento della selezione – oggi riporto la notizia della liberazione di 200 ostaggi palestinesi, o quella dell&#8217;esercito israeliano che apre il fuoco sugli sfollati che rientrano nel nord di Gaza dopo il cessate il fuoco? – fino a quello della stesura – utilizzo il termine genocidio, guerra o operazione militare? – e della scelta delle fonti – intervisto un ambasciatore israeliano, un portavoce dell&#8217;ONU o un militante palestinese?</p>



<p>La metafora del giornalista come strumento imparziale al servizio della notizia, macchina fotografica che rispecchia gli eventi così come sono, è tanto logora quanto anacronistica. Difatti è bastato che arrivasse una vera macchina, l&#8217;intelligenza artificiale, a minacciare migliaia di posti di lavoro, perché all&#8217;improvviso tutti i quotidiani più rinomati dell&#8217;Occidente, dal «New York Times» all&#8217;«Economist», si prodigassero in apologie del giornalismo autentico, quello figlio di interpretazioni e riflessioni squisitamente umane, in grado non solo di comunicare fatti ma anche di darne una chiave di lettura.</p>



<p>D&#8217;altro canto, non c&#8217;è niente che dimostri più di una guerra o di un genocidio quanto <strong>la neutralità di tante testate affermate non sia altro che un&#8217;ideologia malcelata, che come tutte le ideologie rifiuta di ammettere la propria parzialità. </strong>Chi detiene il potere ha sempre saputo sfruttare questo mito per creare una realtà fittizia, una normalità che si tramutasse in norma: <em>in primis</em> per legittimare la propria dominazione e poi per dettarne i canoni. Si tratta di un&#8217;operazione che ha sempre avuto un successo strepitoso, dai sovrani dell&#8217;antichità, che naturalizzavano la propria superiorità attraverso una chiamata divina o una discendenza di sangue, fino allo Stato moderno, che attraverso i suoi dispositivi fa coincidere naturalmente legalità e giustizia, matrimonio e amore, voto scolastico e merito&#8230;</p>



<p>Alice Coffin, giornalista e militante francese, nel suo libro <em>Le génie lesbien</em> afferma che la <strong>neutralità giornalistica non è altro che un alibi per escludere etnie e minoranze dal dibattito pubblico</strong>. Si tratta di una strategia d&#8217;invisibilizzazione e marginalizzazione del diverso, che viene accusato di non essere fedele alla verità e quindi di fatto alla realtà costruita e imposta dalla narrazione patriarcale ed eterosessuale, bianca ed eurocentrica. Coffin considera la neutralità come un<strong> privilegio di chi vuole raccontare non solo una storia ma tutte le storie, affinché la propria visione occupi lo spazio mediatico in maniera totale, eliminando il dissenso</strong>.</p>



<p>È facile ricollegarsi al dibattito su alcuni studi accademici ritenuti troppo ideologici: fin dalla loro nascita, <strong>i gender studies</strong> sono stati mira di offensive mediatiche che puntavano a trasporre alcune controversie reazionarie, alimentate dalla visione creazionista della Chiesa cattolica, dalla sfera accademica a quella ideologica e politica. Lo strumento principale di questi attacchi è proprio la pretesa neutralità degli ambiti universitari, che non devono immischiarsi con oggetti di studio faziosi e politicizzati come il femminismo: <strong>nelle aule si studia solo il sapere fondato e dimostrato scientificamente, una tendenza all&#8217;oggettività che negli ultimi tempi è strabordata sempre di più dalle discipline matematiche alle (per l&#8217;appunto) scienze umanistiche</strong>. La risposta degli studi di genere è stata infatti <strong>una maggiore produzione di cifre, statistiche e dati che legittimassero il proprio approccio</strong> anche allo sguardo miope della comunità accademica. Ma se persino i poteri millenari come quello del Vaticano faticano a regolare i flussi di sapere, in una società interconnessa in cui la loro circolazione è accelerata e moltiplicata all&#8217;infinito, non c&#8217;è da stupirsi che il progetto di regolamentazione del dibattito pubblico da parte di quei progressisti-che-fanno-i-conservatori sia stato e continui a essere un fallimento totale. Dall&#8217;utilizzo della schwa o di altri stratagemmi per evitare il maschile sovraesteso, fino alle critiche contro altre forme di discriminazione legate al linguaggio<strong>, qualsiasi misura calata dall&#8217;alto ha trovato terreno fertile soltanto nelle nicchie politicamente schierate per quelle lotte specifiche</strong>, mentre il resto della comunità continua a opporre una resistenza accanita e spesso derisoria.</p>



<p>D&#8217;altra parte, in tempi di crisi chi cerca di far rispettare le regole non va di moda. L&#8217;estrema destra populista l&#8217;ha capito bene: i suoi portavoce di tutto l&#8217;Occidente sono riusciti a dare un&#8217;aria rivoluzionaria alla propria visione del mondo, aggrappandosi a una critica feroce del sistema vigente. I temi sono sempre gli stessi, vecchi e reazionari <strong>– il razzismo e l&#8217;odio dello straniero, la misoginia di stampo patriarcale, l&#8217;elogio della ricchezza e la colpevolizzazione della povertà</strong> – ma l&#8217;accezione che hanno assunto è stata capovolta. Per parlare agli strati di popolazione più marginali e insoddisfatti, queste forze recitano una prospettiva di ribaltamento del presente, <strong>scostandosi dalla tradizionale destra di privilegiati che vogliono mantenere le cose come stanno per assicurare la continuità del proprio privilegio</strong>.</p>



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<p>“Nuovo è sempre meglio” afferma Barney Stinson <em>in How I Met Your Mother,</em> e i programmi dell&#8217;estrema destra ne condividono la massima, anche a costo di sembrare incoerenti o contraddittori. <strong>Tutto ciò che rappresenta lo<em> status quo</em> può essere accusato come responsabile della situazione attuale</strong>: dalle élite politiche di Bruxelles fino a quelle sanitarie delle case farmaceutiche, dai diritti umani fino al concetto ultimo e intoccabile della democrazia, ogni occasione è buona per scagliarsi contro i guardiani dell&#8217;ordine. Persino riguardo a tematiche notoriamente conservatrici come quella della sicurezza, spesso legata alla legittimazione della violenza da parte delle forze di polizia o alla necessità di provvedimenti più rigidi sulla questione migratoria, il discorso viene impostato in maniera da sottolineare che “le cose per come sono andate fino ad ora non funzionano” e che “serve un colpo di mano”.</p>



<p>L&#8217;idea sottesa è che nel passato ci sia sempre stata una continuità e una complicità nella gestione del potere, a cui è giunto il momento di mettere una fine. Una volta affermata tale narrazione, è facile che il colpo di mano diventi colpo di Stato (fallito nel ridicolo), come nel caso dell&#8217;assalto al Campidoglio avvenuto il 6 gennaio 2021. D&#8217;altra parte, sarebbe impossibile far passare proposte politiche medievali per soluzioni innovative e ribelli agli occhi di milioni di elettori senza assumere un estremismo anche nei metodi e nelle forme: <strong>tutto diviene lecito per ottenere il cambiamento desiderato</strong>.</p>



<p>Recentemente è uscito un articolo di Internazionale intitolato “Perché a Giorgia Meloni piace Antonio Gramsci”, in cui viene raccontata l&#8217;appropriazione, da parte dell&#8217;estrema destra occidentale, di concetti storicamente socialisti<strong>: l&#8217;egemonia culturale e la battaglia delle idee.</strong> La pertinenza di tale analogia diventa evidente se riguardiamo alla strategia comunicativa con cui tali forze ripuliscono la loro immagine di conservatori per divenire fautori del nuovo; all&#8217;approccio cinico con cui ricorrono a ogni arma retorica per manipolare l&#8217;opinione pubblica; e all&#8217;astuzia con cui attaccano la sinistra proprio nell&#8217;unico campo in cui essa è portatrice di una tradizione e di un assetto regolatore, quello della cultura e della conoscenza.</p>



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<p>Tutto ciò va unito al fatto che, malgrado i loro tentativi di passare per gli ultimi arrivati, sorti dal basso e portatori delle istanze popolari, <strong>i partiti dell&#8217;estrema destra occidentale sanciscono un&#8217;alleanza sempre più stretta con quegli stessi attori che possiedono i mezzi di produzione del sapere e dell&#8217;informazione</strong>: dai social media ai canali televisivi, dai grandi gruppi editoriali alle fondazioni che finanziano le università più influenti dell&#8217;Occidente, pochi miliardari hanno il controllo economico dell&#8217;infrastruttura che ci permette di creare conoscenza e di diffonderla. <strong>Come si difende il campo “progressista” da questi attacchi? Di solito, prestandovi il fianco e rendendo la propria immagine ancora più conservatrice</strong>.</p>



<p>Lo abbiamo visto nel caso del giornalismo, dove un&#8217;ulteriore istituzionalizzazione del mestiere di giornalista è stata finora l&#8217;unica risposta a una battaglia mediatica in cui tutti diventano legittimati a parlare e a inventare le proprie verità. Come se valorizzare ancora di più il ruolo dei gatekeepers tradizionali, dei buttafuori che operavano una selezione all&#8217;ingresso dello spazio di dibattito fino all&#8217;arrivo del digitale, possa davvero servire ad aumentarne la credibilità, <strong>invece che farli detestare ancora di più</strong>. Lo abbiamo visto nel caso del sapere universitario, in cui la risposta di fenomeni come i gender studies o gli ethnic studies alle accuse di faziosità politica è stata la ricerca di una scientificità neutralizzante e normalizzante: in <strong>sostanza il traghettamento silenzioso e graduale da espressione di un movimento rivoluzionario con una potente carica di novità a sapere costituito, integrato e in fin dei conti innocuo</strong>. Lo vediamo nei tentativi paternalisti da parte degli ultimi baluardi del Sapere, gli intellettuali, di educare le masse, quelle stesse masse di cui hanno sfruttato l&#8217;ignoranza per ritagliarsi un ruolo di guida e avanguardia ideologica nella società, senza peraltro ottenerne l&#8217;emancipazione.</p>



<p>In tutti questi casi, <strong>quello che manca è il coraggio di assumere fino in fondo il proprio ruolo partigiano</strong>, a partire dal postulato secondo il quale informazione è forzatamente sinonimo di rappresentazione, soggettiva e parziale, e nessun sapere, né accademico né intellettuale, può sottrarsi da una presa di posizione, prima di tutto ontologica e in secondo luogo politica<strong>. Il primo passo consiste dunque nello scendere dal piedistallo dell&#8217;oggettività e dell&#8217;imparzialità e nello sporcarsi le mani nel fango della battaglia ideologica</strong>. Consiste nell&#8217;abbattere tali preconcetti, nemici di qualsiasi reale progressismo, che si proteggono ancora dietro una pretesa di verità scientifica.</p>



<p>La scienza e la tecnologia hanno saputo costruire tale paradigma, raccontandoci che la realtà è una e una sola e che basta avere strumenti di calcolo abbastanza potenti da produrre quantità di cifre e statistiche in grado di spiegare qualsiasi segreto della natura, così da manipolarla e sconfiggerne le leggi più inviolabili. Viceversa, <strong>le teorie complottiste sono il sintomo di una resistenza della popolazione a questo paradigma, proprio perché qualsiasi affermazione, per quanto scientifica e apparentemente vera, è invece figlia dei rapporti di dominazione di una società data</strong>. Non a caso, nel Seicento la teoria complottista più in voga era quella copernicana secondo cui la Terra gira intorno al Sole e non il contrario, condannata e ridicolizzata dai poteri ecclesiastici dell&#8217;epoca.</p>



<p>Ciò non significa dare adito a qualsiasi bufala, ma <strong>accettare la relatività e la caducità di qualsiasi paradigma di pensiero</strong>, che si afferma in un determinato periodo storico sulla base degli strumenti che può mettere a disposizione e dei sacrifici che deve inevitabilmente compiere rispetto a ciò che non prende in considerazione. Il concetto stesso di definizione è delimitante: contiene il termine ‘<em>finis</em>’, confine, perché ritaglia una porzione manipolabile della realtà e lascia fuori qualcos&#8217;altro. Allo stesso modo un articolo di giornale, un approccio epistemologico del gender o la profetizzazione della fine del capitalismo non hanno nulla di scientifico, né di vero nel senso assoluto, né tantomeno svelano un aspetto dato e naturale della realtà: semplicemente, <strong>promuovono determinati valori, visioni del mondo e convinzioni che possono offrire soluzioni soggettive ad alcuni problemi</strong>. Proprio come, in una scienza come la fisica, accettare il fatto che il tempo sia separabile in istanti ci permette di ottenere alcune cose – prima tra tutte misurarlo – ma ci obbliga a rinunciare ad altre – la continuità e la coesistenza di una dimensione passata, presente e futura. Ripudiare il mito della neutralità significa abbandonare l&#8217;ipocrisia di chi è convinto di avere la verità in tasca, abbracciando una prospettiva molto più pragmatica e machiavelliana<strong>: convincere le persone di avere ragione è più importante che avere effettivamente ragione in assoluto</strong>.</p>



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<p><strong>C&#8217;è chi dice che le ideologie sono morte, ma sembra invece che oggi siano più vive che mai</strong>: sono talmente presenti che la gente è scettica verso qualsiasi forma di oggettività, e non senza buoni motivi. Una delle eredità dei totalitarismi novecenteschi è la diffidenza verso ogni forma di propaganda, intesa come condizionamento della mentalità delle persone con o senza il loro consenso. Ma tale esercizio del potere è insito nel comunicare di qualsiasi tipo e non si può sfuggirvi. Una soluzione è quella che la sociologa Sandra Harding definisce <strong>un&#8217;oggettività forte: prendere coscienza del proprio punto di vista inevitabilmente parziale e dichiararlo esplicitamente</strong>. In particolare, la sociologa femminista sostiene che i soggetti marginali e oppressi siano più consapevoli dell&#8217;inevitabile assenza di neutralità: dalla periferia è più facile accorgersi di alcune dinamiche in cui si è invece immersi quando si occupa una posizione centrale. Adottare un&#8217;oggettività forte significa sì fare ricorso a tutti gli strumenti metodologici che ci offre la ricerca, ma <strong>consapevoli dell&#8217;arbitrarietà</strong> con cui poi si darà un senso ai dati e alle statistiche raccolti.</p>



<p>Lasciare questo compito alle visioni del mondo subalterne, che non hanno ancora avuto modo di emergere, è imperativo per qualsiasi soggetto che si pensi rivoluzionario: <strong>l&#8217;aspirazione al cambiamento non può passare per il mantenimento degli stessi attori che hanno occupato la scena fino ad ora.</strong> Allo stesso tempo, è arrivato il momento che le figure di spicco di cui si fregia l&#8217;immaginario progressista, dai giornalisti agli intellettuali, passando per i ricercatori e i protagonisti della scena culturale – non a caso in maggioranza uomini, in maggioranza bianchi e in maggioranza di classe privilegiata – <strong>giustifichino la propria voce e la propria partecipazione non sulla base della quantità di lauree o pubblicazioni, non dell&#8217;autorevolezza della testata o della casa editrice per cui scrivono, ma della validità delle proprie idee, della capacità di convincere il prossimo e di aggregare le masse sotto una narrazione alternativa della società</strong>. Ciò significa rientrare in contatto con la realtà: riconoscere il proprio ruolo come situato e non <em>ex nihilo</em>, collocato in una guerra ideologica che, volenti o nolenti, è già in corso, è già condotta dalla parte opposta, e che come tutte le guerre ha molto più bisogno di soldati che di osservatori.</p>



<p>Il monopolio della cultura detenuto dal progressismo è attaccato da tutte le parti: dalla destra populista in quanto privilegio di un&#8217;élite intellettuale distaccata dalle masse, dalla nuova sinistra che cerca di sorgere dai margini, quella etnica e femminista, in quanto barriera d&#8217;accesso esclusiva per le identità marginalizzate. Invece di ritirarsi nei bastioni della tradizione, proteggendo l&#8217;autorevolezza di un manipolo di testate giornalistiche e case editrici, rinchiudendosi nella miopia di un sapere universitario ormai parte integrante del sistema in declino, cercando di salvare qualche principio democratico, etico o professionale nel caos delle spinte entropiche che le attaccano, <strong>queste forze devono schierarsi, non perché sia giusto di per sé ma perché il periodo storico in cui vivono glielo impone</strong>.</p>



<p>In riferimento al metodo, può darsi che teorie del complotto, fake news e manipolazioni mediatiche di vario genere siano da criticare in quanto moralmente sbagliate, in quanto violazioni impunite da un sistema imperfetto. Ma inserite invece in uno scenario di scontro aperto, di battaglia delle idee per l&#8217;egemonia dell&#8217;opinione pubblica, <strong>tutte queste pratiche sono ammirevolmente efficaci.</strong> <em>In primis</em> per la loro capacità di convogliare milioni di persone a credere nella stessa cosa: in un mondo polarizzato e diffidente, volto alla frammentazione e all&#8217;individualizzazione, sono le uniche narrazioni ancora in grado di creare attorno a sé una collettività attiva, pronta alla lotta e all&#8217;azione diretta in loro nome.</p>



<p>Ad esempio, non c&#8217;è nulla che faccia infuriare i difensori del dibattito democratico quanto il boicottaggio, operato da parte di gruppi coordinati di estrema destra, di pagine social considerate di sinistra, attraverso la segnalazione massiva e il conseguente ban dalla piattaforma: una scomparsa provvisoria ma estremamente dannosa in termini di visibilità. Si tratta di un&#8217;attività parcellizzata e imprevedibile: viene da chiedersi perché tali attacchi non siano riprodotti contro le pagine neonaziste o i gruppi Telegram di suprematisti bianchi. È un&#8217;evoluzione più offensiva ed efficace del blando attivismo sui social, denunciato da alcuni come <em>slacktivism</em>, basato sulla pigra ricondivisione di post e sulla partecipazione <em>push-button</em>: qui non si tratta di dare più visibilità alle proprie narrazioni, ma <strong>di attaccare quelle che si ritiene illegittime o dannose</strong>.</p>



<p>Inoltre, tali pratiche di lotta hanno una potenzialità data dalla loro indole anti-sistemica, dalla loro inclinazione essenzialmente ribelle, dato che nel campo della comunicazione sono l&#8217;unica stortura, l&#8217;unica falla capace di mettere in difficoltà apparati mediatici e algoritmi, ricordiamolo, appartenenti all&#8217;1% dell&#8217;1% più ricco del mondo. Sarebbe ingenuo pensare che una parte delle fake news e delle teorie complottiste non venga messa in circolazione e pilotata da frange di quella stessa élite al potere: ormai è nota l&#8217;abilità dei responsabili della propaganda russa nello sfruttare il funzionamento dei social occidentali per i propri interessi, così come risulta emblematico lo scandalo di Cambridge Analytica, società di consulenza britannica, venuto alla luce nel 2018. Tuttavia, sarebbe altrettanto ingenuo credere che i proprietari delle piattaforme online, da Google a Facebook, da X a Microsoft, possiedano gli strumenti per controllare questi fenomeni.</p>



<p>Dall&#8217;altro lato dell&#8217;oceano, l&#8217;alleanza è stata sancita: i mega-conglomerati denominati GAFAM, i quali detengono realmente il monopolio del sapere, della sua produzione come della sua diffusione, hanno scelto da che parte stare. Senza citare il saluto nazista del CEO più megalomane e ridicolo della contemporaneità, tutti hanno visto le foto in cui Jeff Bezos, proprietario di Amazon, e Mark Zuckerberg, proprietario di Meta, partecipavano insieme ad altri influenti ultramiliardari alla cerimonia d&#8217;inaugurazione del presidente Donald Trump.</p>



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<p><strong>Le fake news appaiono come la carta vincente utilizzata da queste persone per salire al potere e al contempo l&#8217;unica arma mediatica in grado di creare seri problemi ai loro apparati</strong>. Sembra sensato affermare quindi che tali fenomeni, al pari delle teorie del complotto, vadano studiati e analizzati non tanto per capire come contrastarli in quanto “menzogne” – abbiamo visto che non esiste comunicazione che non lo sia: <strong>Umberto Eco definiva la semiotica come “lo studio di tutto ciò che può essere usato per mentire</strong>” – <strong>ma per appropriarsene.</strong> Zuckerberg ha annunciato la fine del <em>fact checking</em> sui social di Meta, il blando meccanismo di regolamentazione che limitava l&#8217;uso del linguaggio e censurava le tematiche politicamente più sensibili. Benissimo: cosa succederebbe se Facebook fosse invaso da un&#8217;ondata di fake news riguardanti licenziamenti ingiusti di operai, ecocidi provocati da multinazionali dannose, scandali riguardanti politici di estrema destra? Si dice che le migliori bugie contengano sempre una parte di verità&#8230; Spingiamoci ancora più in là con l&#8217;immaginazione: quali sarebbero le conseguenze della diffusione di teorie del complotto secondo le quali i rettiliani o gli alieni che ci hanno invaso si nascondono dietro quel manipolo di miliardari al potere, o secondo cui l&#8217;arrivo su Marte è una bufala propagandistica al pari dell&#8217;allunaggio, o ancora secondo cui l&#8217;attacco di Hamas del 7 ottobre, proprio come l&#8217;11 settembre, è stato organizzato a tavolino dalle sue stesse vittime, come pretesto valido per fare la guerra in Medio Oriente?</p>



<p>Le storie sono un&#8217;arma potente. Così facilmente interpretabili che spesso non si può prevederne le conseguenze. Al contempo, è utopistico illudersi di poter riportare la situazione attuale all&#8217;ordine<strong>: internet ha reso la conoscenza e il sapere orizzontali, accessibili, aperti, ma così facendo ha creato l&#8217;entropia, un&#8217;entropia di cui finora hanno approfittato solamente le persone sbagliate</strong>. Queste persone hanno imbastito un immaginario falsamente rivoluzionario: riappropriamocene. Loro hanno capito che è imperativo portare avanti la lotta per le proprie convinzioni con ogni mezzo, proprio come lo capirono i fascisti che marciarono su Roma cent&#8217;anni fa.</p>



<p>È il momento di fare lo stesso, al pari dei partigiani che un secolo fa salirono sulle montagne ed entrarono in clandestinità per combatterli, accettando di andare contro la legalità e la propria morale. I tempi odierni sono tempi di crisi, di guerre e di caos: tutti elementi che lasciano poco spazio per decidere ciò che è lecito e ciò che non lo è, ciò che è giusto e ciò che non lo è. Qualcuno diceva che in guerra non ci sono regole, ma nella battaglia ideologica di cui parlava Gramsci una regola c&#8217;è: <strong>vince chi ha in tasca la storia migliore, quella che offre più possibilità di sognare un orizzonte nuovo</strong>. Per il resto, ogni mezzo è lecito per diffonderla: le cosiddette “masse” non sono stupide, la interpreteranno in ogni caso come pare a loro. Come hanno sempre fatto.</p>



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<p></p>
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		<title>Che fine ha fatto Bella Chat?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Feb 2025 10:59:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Impolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Intellighenzia]]></category>
		<category><![CDATA[antifascismo]]></category>
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		<category><![CDATA[Massimo Giannini]]></category>
		<category><![CDATA[McLuhan]]></category>
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		<category><![CDATA[Meloni]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[TV]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Massimo Giannini raduna in una chat di gruppo ciò che ritiene il meglio delle teste pensanti del paese, con il proposito della lotta di resistenza alle indecenze dell’Italia sovranista. Il progetto si intitola Bella Chat, e si rivela dopo poco il solito sfogatoio digitale di paura. Leggiamone la parabola attraverso McLuhan. </p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/che-fine-ha-fatto-bella-chat/">Che fine ha fatto Bella Chat?</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>A Massimo Giannini</strong> bisogna volergli bene.</p>



<p>Va detto con la dislocazione a sinistra e il pleonasmo del clitico, in una figura sintattica tra le più sabaude dell’italiano: emozioni così preziose e rare da costringersi a ripetere la specificazione del proprio indirizzo.</p>



<p>A Massimo Giannini gli vogliamo bene, dunque, da quando, all’uscita delle Feltrinelli, promotori di fantomatiche case editrici provavano a piazzarti un volumetto con copertina plastificata arancione, probabilmente salvata all’ultimo da una grafica in Comic Sans: <em>Sette giorni a Dakar. Viaggio in Senegal</em>, firmato appunto da tale <strong>Massimo Giannini</strong>, in collaborazione con il fotografo Luca Macchiavelli.</p>



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<p>Per quanto privi della biografica certezza che quel Giannini a Dakar e <strong>lo Steve McQueen dell’anti-berlusconismo italiano siano la stessa persona</strong>, Massimo Giannini non può che cominciare a leggersi in versione avventuriero decoloniale, a cavallo dell’Harmattan, su una vecchia Norton coi freni a tamburo, comprata usata da un praticante avvocato di Prati. Con una certa tenerezza affettiva, rintracciamo, nella basetta euclidea del mezzobusto di Repubblica,<strong> l’allucinato <em>baby boomer</em> che scopre la percezione di sé nello stereotipo di un ideale.</strong></p>



<p>A Giannini bisogna volergli ancora più bene, dopo la fotografia dell’ispirato redattore che lo presenta col casco e i mocassini scuri, in sella a una Vespa bianca, accanto al titolo: <em><strong>Giannini esce dalla chat.</strong></em></p>



<p>Ecco i fatti: Massimo Giannini, insigne giornalista di area, raduna in una chat di gruppo ciò che ritiene il meglio delle teste pensanti del paese, con il proposito della <strong>lotta di resistenza alle indecenze dell’Italia sovranista.</strong></p>



<p>Il progetto si intitola <em><strong>Bella Chat</strong></em> e celebra lo splendore dei suoi natali nell’evocativa data del 25 aprile.</p>



<p>Ingolfata di illustrissimi – <strong>Romano Prodi, De Benedetti, Scurati, Bianca Berlinguer, Veltroni, Ranucci, Formigli e compagnia cantante </strong>–&nbsp;<em>Bella chat</em> in un attimo diventa una specie di <strong>bar della provinciale</strong> dove David Parenzo e Rula Jebrael, per edificare il futuro dell’Italia migliore, pensano sia opportuno ricoprirsi a vicenda di ingiurie del tenore di &#8220;non sono anti-semita io, sei sionista tu&#8221; e viceversa.</p>



<p>Quando Giannini realizza che dalla rubrica gli è uscito il solito sfogatoio digitale di paura, frustrazione e cattiveria, <strong>inforca la vespetta, saluta tutti e se ne va</strong>.</p>



<p>Giannini, nella <em>Bella chat</em>, c’entra con lo Sten e se n’esce con lo scooter.</p>



<p>Il suo dramma narcisistico diventa di tipo armocromatico.</p>



<p>Una Vespa troppo bianca su mocassini troppo scuri marca un malinteso abbastanza comune negli ambienti dello chic radicale. <strong>Giannini confonde il <em>medium</em> con il dispositivo</strong>. Se il dispositivo serve un determinato uso, il <em>medium</em> è sempre indipendente dalle sue possibili utilizzazioni: il “<em>medium</em> è il messaggio”.</p>



<p>Semplificando, <strong>Giannini porta la Vespa come un trapper porta il Rolex coi diamanti</strong>, a titolo di indicazione di un determinato grado sociale e culturale, piuttosto che per mera puntualità.&nbsp;</p>



<p>Una Vespa, e un paio di mocassini, in quanto dispositivi, non hanno niente da dire. Il loro compito si limita ad assolvere nella maniera più onesta possibile la funzione che gli è assegnata. Dispositivo e <em>medium</em> sono due cose diverse.</p>



<p>Il tipo di idiota tecnologico di cui l’industria dell’informazione si serve per vendere prodotto e consolidare potere è educato a un costante travisamento di questa distinzione. In fondo è questo il motivo per cui continuiamo a cambiare automobile e telefono cellulare.</p>



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<p><strong>Una ripassata di McLuhan non giova solo per imparare come si portano una Vespa e un paio di mocassini, ma soprattutto per afferrare le ragioni del naufragio strutturale della lotta di chat</strong>. Se dalle primavere arabe arriva al-Sisi, è persino necessario decostruire una certa mitologia dell’azione politica delle reti sociali di matrice digitale.</p>



<p>Al di là dello slogan da fuoricorso al Dams, il nucleo teoretico dell’eredità di McLuhan viene dall’impatto psicologico dell’alfabeto fonetico, quindi della scrittura, sull’ideologia della civiltà occidentale.</p>



<p>In questo senso, la <strong>distinzione tra <em>hot media</em> e <em>cool media</em> </strong>è stata in parte fraintesa, o comunque messa da parte, in favore di un’idea dei dispositivi di comunicazione sviluppata sul terreno dei beni materiali, piuttosto che su quello simbolico dei rapporti di percezione. <strong>Quando Zuck, Musk, Brin, o qualsiasi altro genio della Silicon Valley, ci mettono in mano uno dei loro gingilli, bisogna innanzitutto prendergli la temperatura</strong>.</p>



<p>Per McLuhan, c’è un principio base che specifica un <em>medium</em> caldo, come la radio o il cinema, contro un <em>medium</em> freddo, come il telefono o la TV: <strong>quello dell’alta definizione</strong>. È caldo il <em>medium</em> che porta a saturazione la sua offerta di dati. Il <em>medium</em> freddo, al contrario, produce sempre una disponibilità limitata di informazioni.</p>



<p>L’esempio classico è la differenza tra “al fuoco!”, messaggio caldo, e “aiuto!”, messaggio freddo.</p>



<p>D’altra parte, ogni patetico posatore monta la sua <em>coolness </em>nella vaghezza dell’indefinito.</p>



<p>La tecnocrazia informatica si basa, come ogni altra forma di potere, su uno scompenso di conoscenza. <strong>Solo una minoranza di specialisti detiene i codici di funzionamento di un sistema di intelligenza artificiale, di un motore di ricerca o di un sito di prenotazioni turistiche</strong>. McLuhan ci invita a non tener conto di questo divario. Nella relazione con il consumo dell’industria informatica, non sono interessanti le cause, ma gli effetti, cioè i meccanismi psichici toccati dalle invenzioni e dalla tecnologia. Questo almeno dimostra in ottica mcluhaniana&nbsp;la <em>Bella chat</em> di Giannini.</p>



<p>Il <em>medium</em> caldo dell’alfabeto fonetico, sviluppato nella tecnologia della stampa tipografica, determina l’avvento nella civiltà occidentale dei modelli politici del nazionalismo e del conflitto religioso. La parola scritta avvia il crollo della cultura feudale e la sua de-tribalizzazione: <strong>individualizza e frammenta</strong>.</p>



<p>Il <em>medium</em> caldo esclude, perché la singolarità di un determinato organo percettivo, una volta portata allo stadio dell’alta definizione, inibisce il coinvolgimento basato sull’equilibrio e sull’attivazione dei sensi nella potenza della loro molteplicità.</p>



<p>McLuhan è un professore di letteratura inglese che studia Shakespeare e corregge&nbsp; compiti in un ufficetto dell’università del Missouri. <strong>Per aumentare i compensi alle conferenze, deve allora concentrarsi sul vero fenomeno della sua epoca, che è la televisione</strong>.</p>



<p>La TV di McLuhan è la scatola analogica a valvole e transistor del tubo catodico, probabilmente in bianco e nero, con l’antenna a dipolo e una ricezione del segnale che la rendono l’epitome della bassa fedeltà: <em>medium</em> freddo dunque.</p>



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<p>«<strong>Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!</strong>», dice il conduttore Howard Beale in faccia alle telecamere della suo programma, nel film <em>Quinto Potere </em>di Sidney Lumet.</p>



<p>L’accesso di rabbia in favore di obiettivo può far sorridere, ma rileva il modo in cui Lumet mostra un <strong>fenomeno di ri-tribalizzazione</strong> legato al <em>medium </em>della TV.</p>



<p>Howard Beale invita il pubblico a urlare dalla finestra il suo atto di rivolta, in un rito collettivo di partecipazione globale. Quando il telespettatore recepisce l’invito di Beale, in un attimo, dalla Georgia alla Louisiana, è un coro di gente fuori dai balconi che grida all’unisono: «Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!».</p>



<p>Nonostante <em>Quinto Potere</em> resti particolarmente apprezzato per la preveggenza della sua sceneggiatura, <strong>la performance di massa che mette in scena sarebbe oggi inconcepibile</strong>. Un’eventuale commissione per la parità di genere potrebbe tra l’altro censurare la discriminazione verbale dell’aggettivo «nero».</p>



<p>McLuhan dice che la televisione, la sua televisione a tubo catodico e antenna a dipolo incorporata, lavora in una dimensione audio-tattile. Il che è già abbastanza clamoroso, in una società fino a quel momento immersa, da Gutenberg in poi, nell’alta definizione visiva della stampa a caratteri mobili. Ancora più clamorosa è l’oggettiva deduzione che andrebbe tratta da questa premessa: <strong>la televisione come <em>medium</em> freddo ristabilisce lo schema tribale di una partecipazione che il <em>medium</em> caldo invece dissolve.</strong></p>



<p>La scena dei telespettatori che urlano il medesimo grido fuori dalla finestra in <em>Quinto Potere </em>indica questo, che McLuhan probabilmente aveva ragione.</p>



<p>Il nodo sta nel comprendere la contemporaneità elettrica fra energia e informazione.</p>



<p><strong>Il <em>medium</em> elettrico è per antonomasia il mezzo della compresenza</strong>. Se il dono più grande che la tipografia ha fatto all’uomo è quello del distacco e del non coinvolgimento – il potere di agire senza reagire – al contrario<strong> i <em>media</em> elettrici portano a zero qualsiasi tipo di separazione nel tempo e nello spazio</strong>. La compresenza elettrica, sensorialmente eccitata alla partecipazione tribale dalla bassa definizione del <em>medium</em> freddo, produce masse mediatiche compatte, capaci di aggregarsi senza distinzioni intorno al consumo di un determinato prodotto, o di un determinato valore della lotta politica.</p>



<p>La componente tribale e partecipativa dei principali movimenti politici nati nella seconda metà del secolo scorso si può allora considerare in gran parte invocata dalla forma del <em>medium</em> televisivo.</p>



<p><strong>Dagli anni zero in poi, quindi dall’11 settembre e dal G8 di Genova, la televisione ha smesso di essere televisione, nel senso in cui la intende McLuhan, progressivamente aumentando la qualità e l’intensità dell’immagine, fino allo standard dell’alta definizione digitale</strong>.</p>



<p>Il medium elettrico freddo della televisione ha prima dimostrato di poter sconvolgere profondamente, nel suo tessuto e nei suoi schemi, l’ordine dei rapporti umani impostato dalla parola stampata, salvo poi avventurarsi in una <strong>mutazione termica vagamente autodistruttiva</strong>, con il passaggio al silicio e alla calda risoluzione 4k dello schermo piatto.</p>



<p>Implosa la TV, s<strong>i guarda alla chat di Giannini con la stessa passione dell’entomologo che fa l’acquario con una palata di fango per scoprirci dentro le leggi dell’universo</strong>.</p>



<p>Se il consesso telematico di una supposta élite intellettuale diventa un crocchio di rettili nervosi, <strong>vuol dire che qualcosa ci sfugge, nei meccanismi di formazione di questa élite</strong>, ma anche nell’epocale transizione dal <em>medium</em> elettrico della TV al <em>medium</em> elettrico di Internet.</p>



<p>La caratteristica delle reti sociali di stampo digitale che ancora non ci sconvolge abbastanza è la loro <strong>evidente trazione sociopatica</strong>.</p>



<p>È controintuitivo, ma si fatica a elaborare le contraddizioni di Internet come <em>medium </em>elettrico della compresenza. Perché, se da un lato il messaggio della rete viaggia a una velocità tale da annullare ogni tipo di distanza e separazione, dall’altro Internet e le sue applicazioni gli restituiscono la netta predominanza della parola scritta, cioè del <em>medium</em> caldo del distacco.</p>



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<p>La schizofrenia delle strutture percettive indotta dall’improvviso avvicendarsi di una tecnologia calda con una fredda si condensa nell’estensione del <em>touchscreen</em> che, pur muovendo da <em>input</em> di natura tattile, annulla il senso del tatto in favore della sua assolutezza visiva.</p>



<p>Internet è il <em>medium</em> che elettrifica la parola scritta, introducendo <strong>un conflitto tra inclusività elettronica ed esclusività tipografica</strong>, i cui effetti di narcosi e stress nevrotico sono solo in apparenza distinti. L’ambiente polarizzato delle camere dell’eco non è altro che una <strong>reazione a un stato di compresenza necessario, perché elettrico, e al tempo stesso sgradevole e sgradito, nella misura in cui si basa su interazioni in gran parte mediate dal testo scritto.</strong> L’esacerbazione dei conflitti che sfocia nell’aggressione dell’insulto non è dunque un’anomalia dell’uso distorto di un dispositivo neutro, ma la funzione ineludibile della tecnologia di Internet come messaggio imposto al sistema nervoso centrale.&nbsp;</p>



<p><strong>Tra isterici e narcotizzati, si capisce che non c’è nessuno spazio per nessuna rivoluzione</strong>. Giannini nel frattempo si è messo un impermeabile beige alla Howard Beale, ha fatto una passeggiata sotto la pioggia senza ombrello e ha cominciato a urlare da solo, nella fotocamera anteriore del suo telefono: «Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!». <strong>Ma nessuno lo sta ascoltando</strong>.</p>



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		<title>Trump l&#8217;oeil</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Nov 2024 00:05:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Cancer culture]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Surrealismo Capitalista]]></category>
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		<category><![CDATA[Trump]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Perché anche questa volta i sondaggi delle elezioni americane non sono serviti a niente? Potrebbe avere a che fare con il fallimento della strategia della sinistra, estremizzata negli USA, che con la sottrazione di dignità dei suoi avversari, li spinge all'autocensura pubblica e allo sfogo protetto dal segreto dell'urna. </p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Che i sondaggi siano lo strumento peggiore per capire le inclinazioni di voto di un Paese, quello che il politologo Alfonso Signorini chiama il <em>sentiment</em>, ormai si può dire. Ma perché gli analisti e i commentatori, i giornalisti e i giudici di XFactor li prendono ancora sul serio? Chi esultando prima del tempo, chi lanciandosi in sperticate sentenze, chi vendendo le sue cripto per poi mangiarsi le mani. <strong>Quando li ascoltiamo sembra che ci sia come una misconoscenza dell’antropologia di base, quell’infarinatura minima di consapevolezza delle meschinità umane</strong> su cui ci illuminano da bambini le favole, la Bibbia e Dragon Ball. </p>



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<p>Tra tutte, il fatto che <strong>le persone mentono</strong>. Un’ovvietà che gli analisti troppo spesso sottovalutano, loro che lavorano solo sui dati, quindi solo su ciò che la gente dice esplicitamente. <strong>Ma le parole non sono un dato, nascondono sottotesti, sottointesi, in base al contesto mutano di significato. </strong>Pensiamo a un ragazzo americano qualsiasi, chiamiamolo Benjamin, che esce dall’Università a braccetto con la sua ragazza, anzi la sua crush – sono ancora nella fase del corteggiamento e non c’è la confidenza sufficiente per confessare l’indicibile. Lei della Virginia, una progressista convinta, lui del Missouri e la notte di nascosto guarda i video di Logan Paul che intervista gente assurda. </p>



<p>Una sondaggista donna, ispanica, incazzata nera dopo aver litigato con il marito causa stress pre-elettorale, li intercetta, e chiede loro che candidato voteranno alle prossime presidenziali. Lui è intenzionato a votare Trump, e tuttavia non può ammetterlo di fronte alla sondaggista incazzata ma soprattutto a Sarah, farebbe una figuraccia, complicherebbe la relazione, salterebbe la scopata a cui aveva pensato durante tutta la lezione di Bioetica dove gli hanno spiegato che il binarismo è una mistificazione teocratica. <strong>Opterà quindi per il <em>virtue signalling</em></strong>, superficiale ma ostentata segnalazione di virtù: dirà di votare per Kamala Harris. È più facile, comporta meno rischi. Perché non accade il contrario? Perché non è Sarah a mentire, dichiarando che voterà Trump per compiacere il suo ragazzo? La risposta a questa domanda, probabilmente, <strong>contiene anche la risposta a un’altra incognita: perché la sinistra sta sulle palle a tutti?</strong> </p>



<p>È una variazione sulla teoria delle minoranze intolleranti di Nassim Taleb, formulata in seguito ad un barbecue tra amici, quando si accorge che tutte le bevande disponibili sono «kosher», dicitura con cui vengono qualificati i cibi adatti agli ebrei in ossequio alle loro tradizioni. «La popolazione kosher rappresenta meno del tre per cento dei residenti degli Stati Uniti, eppure pare che quasi tutte le bevande siano kosher. Perché così il produttore, il negoziante e il ristorante non devono distinguere tra kosher e non. Niente reparti o inventari speciali. La semplice regola che detta tutto è: “Chi mangia kosher non mangerà mai cibo non-kosher, mentre a chi mangia non-kosher non è proibito il kosher”». «Basta che un certo tipo di minoranza intransigente raggiunga un livello minimo, come il 3 o il 4 per cento, perché l’intera popolazione finisca per sottomettersi alle sue preferenze».</p>



<p>Ora qui non si tratta di demografia, di un rapporto tra maggioranza e minoranza in termini numerici, quello tra Sarah e il nostro giovane Benjamin, ma rimane comunque un fatto:<strong> Sarah non potrebbe tollerare la scelta di Ben, mentre Ben tollererà senza fare troppe storie la scelta di Sarah</strong> (il patriarcato tra i ventenni è finito da un pezzo). Sarah è in qualche modo una minoranza auto-percepita, in quanto donna, in quanto progressista, di sinistra, illuminata, buona, giusta, queerfriendly, a differenza del popolo reazionario, infame, pancia del paese, composto da quelle che Eco chiamava “legioni di imbecilli” che hanno trovato voce sui social, senza capire che imbecilli con un telefono in mano lo diventiamo un po’ tutti, <strong>anche Eco</strong>. Così Sarah si sente depositaria di una legittimità superiore a quella di Ben e può far valere la sua intolleranza, costringendolo a fare pippa. «Voto Kamala Harris! Claro que sì», dirà il nostro sorridendo in favore di foglio Excel e abbracciando ancora più forte a sé Sarah. </p>



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<p>Ecco che salta il banco, il sondaggio mente perché gli uomini mentono – per quieto vivere o per chissà quante altre ragioni. Quanto spazio di ripensamento corre tra ciò che diciamo, la nostra reale intenzione e l’azione concreta? <strong>Tutto questo spettro di incertezza non è contabilizzato nelle statistiche.</strong> Un vuoto in cui si muovono masse di elettori. È come pensare di vincere le elezioni sulla base dei «mi piace» ai propri post, strategia che in qualche modo la Harris ha utilizzato incentivando gli <em>endorsement</em> da parte di tutto lo Star System, da Taylor Swift a Bruce Springsteen. I social ci dicono che piacciono. Gli stadi pieni ci dicono che piacciono, certo. Ma a quanti altri stanno sulle palle e questa avversione non viene conteggiata? Su quanti, tra gli elettori afro e ispanici, ha prevalso una tendenza patriarcale che gli ha fatto preferire Trump a una donna, senza che ciò potesse essere previsto? </p>



<p><strong>Non c’è il tasto «non mi piace» sui social</strong>, non esistono gli indici di sgradimento, le minoranze non coincidono sempre con i pregiudizi statistici che abbiamo su di loro. La frustrazione o il rancore hanno questa differenza con le passioni positive, che spesso sono mute. Nessuno può ammettere di provare risentimento. Nessuno si alzerà e dirà di averne abbastanza di mangiare cibo Kosher, non davanti a tutti almeno. Nessuno dirà alla sua ragazza che è contrario all’aborto o che gli rode solo l&#8217;idea di avere uno stipendio inferiore a quello di una donna (è sbagliato questo rodimento? Però esiste e incide sul voto). Da qualche altra parte quel rancore, aggravato dalla sua inconfessabilità e divenuto umiliazione, sopraggiungerà ben oltre l’odio che vediamo sui social – la parte visibile di un’insofferenza molto più grande che è il vero ago della bilancia <strong>in un vecchio Occidente con un discreto tenore di vita dove la politica si gioca sempre più sulla manutenzione o la sostituzione dei simboli</strong> (che tanto sull’economia domina il realismo capitalista).</p>



<p>Ecco perché una strategia basata solo o principalmente sull’analisi dei dati è destinata a fallire. <strong>La politica è l’arte di interpretare il non detto, l’inconfessabile, tutto ciò che la gente omette – e dargli una voce, quindi una dignità.</strong> La destra ci sguazza in questa roba, originando mostri come Trump e affini. Mentre la sinistra si sforza di fare il contrario – il suo sembra un perenne esercizio di sottrazione di dignità alla maggioranza delle persone comuni, invitando all’autocensura, alla colpevolizzazione di sé. <strong>Possibile che non ci sia un’alternativa a queste due modalità di fare politica? Il disprezzo del basso da un lato e l’esaltazione della bassezza dall’altro?</strong> Deve esserci una via di uscita, e sicuramente non è quella di gridare che Trump ha ucciso la democrazia, sono arrivati quelli di Qanon al potere (anzi i veri complottisti sono proprio quanti credono che i complottisti abbiano portato Trump alla Casa Bianca). </p>



<p>È che l’America sembra proprio aver completato tutto l’arco delle possibilità democratiche, facendo il giro e portando all’estremo il paradosso che la democrazia contiene al suo interno, <strong>quello per cui si può pretendere la libertà di scegliere per l’illibertà</strong>. Anche perché dall’altra parte non si è proposta una vera libertà, ma un’illibertà uguale e contraria, con l&#8217;aggravante di dover sopportare una tipa come Sarah.</p>



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		<title>Il Surrealismo Capitalista</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Oct 2024 15:20:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Contraddizioni]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Iperdispositivi]]></category>
		<category><![CDATA[Surrealismo Capitalista]]></category>
		<category><![CDATA[destra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Del perché il mondo si sta trasformando in una drag queen di destra, un apparato repressivo di sorveglianza ma con le paillette e gli asterischi. Dalla newsletter di GOG, "Preferirei di no".</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>A Roma è un fine settembre che sembra l&#8217;inizio di giugno. Domenica il telegiornale a pranzo dai nonni e non c&#8217;è niente di nuovo sotto questo sole languido che disegna triangoli sul pavimento – tranne <strong>la linea di orologi-patacca inaugurata da Donald Trump</strong>, modello <em>Fighter</em> da 100mila dollari, da indossare con «coraggio e spirito patriottico». Sul retro è inciso il suo profilo dopo essere uscito indenne dall&#8217;attentato. <strong>In Austria vince l&#8217;estrema destra.</strong> Fpo primo partito con il 29,1%. <strong>Netanyahu fa un discorso complottista all&#8217;Assemblea Generale delle Nazioni Unite</strong> dove parla di una cospirazione antisemita. L&#8217;Occidente dei fact-checker plaude al complottismo.  <strong>Spopola su Instagram la pagina dei Carabinieri</strong>: nuova strategia di comunicazione per il brand più vecchio della Repubblica, in sottofondo nei reel la musica di GTA.</p>



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<p>Il mondo non sta diventando di destra come vogliono farci credere, solo perché in Europa, in America Latina, negli Stati Uniti o in Russia vincono i leader autoritari o perché riusciamo a difendere una teocrazia in nome della democrazia. <strong>Il mondo è di destra da un pezzo. </strong>L&#8217;Occidente è un dispositivo di gestione della vita formattato con parametri di destra. Sono questi che regolano in maniera onnipervasiva il funzionamento quotidiano di questa megamacchina che abbiamo creato e che adesso non sappiamo più come distruggere. Domani potremo votare in massa i Verdi o Potere al popolo ma <strong>non aboliremo l&#8217;ideologia securitaria, l&#8217;iper-controllo, le tecnologie di sorveglianza e profilazione degli individui e di ogni interazione umana, la pianificazione integrale della vita e dei corpi da parte delle istituzioni</strong> e di tutte quelle aziende paraistituzionali che i governi hanno assoldato, non aboliremo i diktat dell&#8217;ordine e della disciplina: <strong>a problemi transitori (11/09 e Covid da ultimi) abbiamo trovato soluzioni permanenti</strong> che riducono lo spazio di esistenza quotidiana in limiti sempre più angusti e che non possiamo più dismettere, né con l&#8217;aiuto dei partiti conservatori né con quello dei progressisti.</p>



<p><br>E allora perché l&#8217;Occidente, che è di destra, è allo stesso tempo una drag queen? Una drag queen di destra? Una specie di cyborg che veste Prada, una distopia con le paillettes? Il filosofo francese Michel Clouscard, in termini più raffinati, diceva che viviamo un mondo in cui <strong>«tutto è permesso ma niente è possibile»</strong>. Questa che sembra una contraddizione è in realtà l<strong>a sintesi più efficace della modalità di funzionamento del nostro sistema, in cui cooperano, conniventi, destra e sinistra, proibizionismo e tolleranza. </strong></p>



<p>Da un lato niente è possibile: la destra come l&#8217;aria che respiriamo, la macchina con i suoi input e output che chiudono tutto l&#8217;orizzonte di significato del vivere, privandoci delle possibilità di immaginare altri mondi e altri futuri. Dall&#8217;altro tutto è permesso: la sinistra come il sogno che abitiamo, apparato onirico-mediatico-culturale-pubblicitario-intrattenente che proietta h24 l&#8217;illusione della libertà.</p>



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<p><br>Da un lato quindi<strong> il realismo capitalista (la destra)</strong> di cui parlava Fisher, un sistema in cui &#8220;tutto, dalla salute all&#8217;educazione, viene gestito come un&#8217;azienda&#8221;. <strong>Ma dall&#8217;altro il surrealismo capitalista (la sinistra)</strong> un discorso che invece di trasformare i rapporti di forza adesso si limita a fare il make-up al cyborg, truccandolo da libertario. Il realismo capitalista è il non-detto, la realtà immutabile. Il surrealismo capitalista è ciò che deve essere pronunciato, la realtà trasformabile, il travestitismo del proprio io. L&#8217;unica cosa sui cui possiamo in qualche modo operare. Se non puoi cambiare l&#8217;ordine del mondo, diceva Cartesio, cambia i tuoi desideri. <strong>Se non puoi cambiare l&#8217;ordine capitalistico, cambia tu.</strong> </p>



<p>Ecco cosa dice il surrealismo capitalista: puoi essere chi vuoi, diventa te stesso, scopriti, scegliti, scegli il tuo marcatore di differenza, compra la tua identità (più è minoritaria più gode di prestigio) tra le millemila che offre il mercato di destra. Il mercato di destra gode delle identità, perché sono forme di discriminazione: sono segmenti di pubblico, sono i target su cui può basare le sue strategie di marketing, di customizzazione dell&#8217;offerta, di profilazione degli utenti. Le identità sono sinonimo di ordine, sono il modo in cui il realismo capitalista riterritorializza il soggetto. </p>



<p><strong>Ecco la complicità, la connivenza: la destra vieta le alternative perché la sinistra possa contrabbandare la sua merce tarocca.</strong> Dice sempre Clouscard: «Alla permissività dell&#8217;abbondanza, della crescita, dei nuovi modelli di consumo, succedono le proibizioni della crisi, della penuria, della pauperizzazione assoluta. Queste due componenti storiche si fondono nelle teste, negli spiriti, creando le condizioni soggettive del neofascismo».</p>



<p><br><strong>Basta guardare il tg per accorgersi di questa ambivalenza: il primo blocco (crisi, disoccupazione, catastrofi naturali, guerre) è il realismo di destra. Il secondo (spettacolo, cultura, costume, moda) è il surrealismo di sinistra.</strong> Mio nonno, che è di destra fin nel modo in cui si allaccia le scarpe, il primo blocco lo capisce, al secondo si rabbuia. Mia nonna che è di sinistra, si scandalizza a parti invertite. Entrambi rimangono storditi, mai perfettamente a loro agio quando spiano attraverso lo schermo la rassegna dei fatti di quest&#8217;epoca in cui sono condannati a invecchiare. <strong>Forse le cose cambiano anche per fare in modo che i vecchi possano morire senza troppi rammarichi, se non addirittura con una nota impercettibile di liberazione. Sarebbe insopportabile altrimenti accommiatarsi da un mondo ancora intellegibile, come da una festa bellissima da cui non vorremmo mai andare via.</strong></p>



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		<title>Sogno di una sinistra senza intellettuali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Jul 2024 09:15:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Impolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Intellighenzia]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Borghi]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema America]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[intellighenzia]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Uno spettro si aggira per l'Europa: è il pregiudizio che la cultura e la moralità siano equipollenti. Pregiudizio coltivato e difesa dalla classe che guarda caso detiene il monopolio della cultura: la classe degli intellettuali. Non serve sviluppare un'etica, essere attivi politicamente, difendere, anche con il proprio corpo, un'idea di mondo. Si estrae un medesimo plusvalore intellettuale andando al Salone del Libro, al cineforum in piazza, o ascoltando il podcast giusto. Estratto dal #54 della newsletter "Preferirei di no".</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Recentemente, in Francia, è scoppiata una polemica intorno ad alcune <strong>dichiarazioni politiche del calciatore Mbappé</strong>, che all&#8217;alba delle elezioni invitava a non votare il Rassemblement National al secondo turno, «per non mettere il Paese nelle mani di quella gente». Non si è fatta attendere la risposta di Marine Le Pen: «I francesi sono stufi di ricevere lezioni di morale e istruzioni di voto» da «attori, calciatori e cantanti». <strong>Ma perché Mbappé non potrebbe esprimere la sua opinione politica? Perché è uno sportivo? Perché è un privilegiato?</strong> Non ci sembra che la Le Pen e la destra in generale, che condannano quasi sempre gli endorsement pubblici dei membri dello star system, abbiano argomentazioni valide a sostegno della propria tesi. Insomma <strong>Mbappé vive in una società e ha tutto il diritto di esprimere la propria opinione politica</strong>. La democrazia funziona così, e se la destra si presenta alle elezioni non può che stare al gioco delle parti. </p>



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<p>Perciò il nostro problema è stato di tutt&#8217;altra natura, quando siamo incappati in <a href="https://gruppomagog.us3.list-manage.com/track/click?u=e4cb43edb6896c1c159e383a4&amp;id=dc29c6c174&amp;e=05d5da8651" target="_blank" rel="noreferrer noopener">un video di Alessandro Borghi, ospite sul palco al Cinema in Piazza</a>, la riuscitissima operazione del Piccolo America che sta animando l&#8217;estate romana con proiezioni cinematografiche in tre diverse località cittadine. Tutto bellissimo. <strong>Nel discorso dell&#8217;attore però c&#8217;è un passaggio che conferma un concetto forse fumoso ma che questa newsletter sta cercando di condensare fin dal suo primo numero.</strong> Borghi dice, rivolgendosi alla platea: «Mi piacete tantissimo voi&#8230; ma questo Paese un po&#8217; meno. Cioè diciamo che se fossero tutti come voi forse avremmo risolto. Invece da qualche parte ci sarà una piazza dove ci sta la gente così capito&#8230; [fa il gesto del braccio teso] e quindi è un macello». </p>



<p>A noi della scelta di campo di Borghi, legittima come quella di Mbappé, interessa pochissimo. Malgrado a nostro avviso sia una scelta più posizionale che politica: nel senso che <strong>quella solo <em>posizionale</em> è una scelta a rischio zero ma con una massimizzazione del profitto, quella politica è una scelta in cui la responsabilità precede qualsiasi guadagno simbolico. </strong>Borghi invece non può dire il contrario di ciò che dice di fronte a un mondo del cinema che è schierato a sinistra e a una platea come quella del Piccolo America, che non tollererebbe altra posizione:<strong> quindi è sollevato da qualsiasi responsabilità, perciò la sua dichiarazione è la meno politica che si possa fare.</strong> Se puoi schierarti da una parte sola, che bisogno c&#8217;è di ribadire il tuo schieramento? Chi devi convincere tra quelli già convinti? È molto angusta la nostra libertà, oggigiorno, se possiamo rivolgerci sempre e solo a chi già pensa ciò che pensiamo. </p>



<p>Ma non è questo il punto, ci stiamo dilungando. Più interessante è il sottotesto, quello che questo discorso sottintende, <strong>e che rivela l&#8217;enorme problema in cui versano la cultura e i suoi esponenti.</strong> Borghi dice che l&#8217;Italia sarebbe un Paese migliore se fossero tutti come gli astanti, quindi, lavorando per deduzione: <strong>gente che va al cinema, che si interessa di cultura, che prende parte a delle manifestazioni, che si mette in gioco e che per questo non è di destra</strong>, come il resto del Paese, che invece si ritrova in altre piazze a fare i saluti romani e a urlare &#8220;Presente!&#8221;. Ora, premesso che nel pubblico delle Cervelletta, di cui Borghi non conosce i singoli componenti, potevano esserci pedofili, spacciatori, evasori fiscali, lettori di Teresa Ciabatti, criminali di tutti i tipi, <strong>perché si fa questa associazione tra cultura e moralità?</strong> Perché chi legge, chi si informa, chi partecipa a una proiezione cinematografica dovrebbe essere migliore di chi invece non fa tutte queste cose? </p>



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<p>Ci sono uomini e donne che vivono, ridono, si innamorano, soffrono, lavorano <strong>senza aver mai letto mezzo libro, e chissà quanti saperi non riconosciuti da certificati culturali essi conservano e custodiscono e tramandano,</strong> e chissà che non siano proprio questi saperi quelli che mandano avanti il Paese e permettono a chi legge Calvino di spostarsi da una parte all&#8217;altra della città in metro per andare a bere il suo spritz nella libreria sui Navigli. Questo automatismo, questo tic tutto progressista che risolve l&#8217;equazione per cui all&#8217;aumentare dei libri letti, dei film visti, o dei viaggi fatti <strong>aumenta la libertà e la moralità degli individui non ha alcun fondamento. </strong>Qual è la libertà di Borghi, che per ricevere un applauso su quel palco non può esimersi dal dire la frasetta di rito? La libertà di giornalisti che sono presi in ostaggio dai pregiudizi del proprio pubblico, di case editrici che rispondono solo alle esigenze del mercato, di case di produzione che devono rispettare i canoni imposti dall&#8217;ultimo bando del Ministero della Cultura per riceve i contributi pubblici? Di che libertà stiamo parlando, di che coscienza politica dobbiamo discutere? Perché non si entra mai nel merito?<strong> </strong></p>



<p><strong>Il cinema poi è stato uno degli strumenti di propaganda più utilizzati dai totalitarismi novecenteschi</strong>, anzi uno dei mezzi che deve il suo enorme sviluppo e raffinamento nei metodi e nelle tecniche proprio ai regimi dittatoriali, che ne hanno fatto un uso massiccio e spropositato. Borghi domani potrebbe formulare lo stesso discorso di fronte a una platea nazista in attesa di guardare «La cittadella degli eroi», solo perché si tratta pur sempre di cinema? Ecco pensiamo che probabilmente Goebbels è diventato Ministro della Propaganda dicendo cose del genere: «di là ci sono quelli brutti, sporchi e cattivi che non vedono i film liberatori che vediamo noi e per questo il Paese fa schifo, epuriamoli».<strong> </strong></p>



<p><strong>I libri, i film, i podcast non sono mezzi dal valore morale intrinseco. Non hanno niente a che vedere con la moralità.</strong> Anzi i più grandi massacri e stermini della storia sono stati avviati da società sviluppatissime, culturalmente molto qualificate. Ma perché la sinistra non si toglie dalla testa la pessima idea che gli intellettuali salveranno il mondo? Gli intellettuali sono la forza più conservatrice, più controrivoluzionaria della storia, più attaccata ai suoi privilegi. Ecco l&#8217;epurazione che andrebbe fatta, togliere la patina di moralità di cui si ammantano a vicenda scrittori, giornalisti, registi, direttori artistici. <strong>Cosa aspetta la sinistra a deintellettualizzarsi? </strong>Perché la difesa degli ultimi, degli emarginati, delle minoranze, è appannaggio posizionale di una classe di persone che si appropria culturalmente di problemi altrui, vissuti quotidianamente da persone in carne ed ossa, senza teorie, <strong>trasformando questi stessi problemi in ideologia, quindi carriera, professione, business?</strong> </p>



<p>Non sarebbe meglio una sinistra senza il monopolio di questa categoria parassitaria, che vive a spese di sofferenze non sue, e che pur non essendo la proprietaria dei mezzi di produzione detiene i mezzi di produzione del discorso dominante (che è sempre di sinistra, perché la destra non produce alcun discorso, ha solo «idee senza parole» come diceva Furio Jesi)? <strong>Il filosofo anarchico Jan Wacław Machajski li chiamava i «capitalisti del sapere»</strong>, un «ceto che anche dopo l&#8217;abolizione dei capitalisti continua a essere una società dominante, esattamente come quella dei dirigenti e dei governanti colti; resterebbe in possesso del profitto nazionale, ripartito nella forma di onorari dei lavoratori intellettuali, e successivamente, grazie alla proprietà e al sistema di vita familiare, questa struttura trova la sua conservazione e il suo modello di riproduzione di generazione in generazione».  </p>



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		<title>Fuori dal Castello dei Vampiri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 May 2024 13:50:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cancer culture]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Intellighenzia]]></category>
		<category><![CDATA[classe]]></category>
		<category><![CDATA[K-Punk]]></category>
		<category><![CDATA[Mark Fisher]]></category>
		<category><![CDATA[moralismo]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Vampire Castle]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il CdV è l’organo specializzato nella propagazione della colpa. Si manifesta come il desiderio di un sacerdote di scomunicare e condannare, come il desiderio di un pignolo accademico di essere il primo a vedere un errore, e come il desiderio di un hipster di essere uno dei protagonisti della scena.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Quest’estate ho preso seriamente in considerazione la possibilità di ritirarmi da qualsiasi coinvolgimento politico. Esausto per il troppo lavoro, incapace di alcuna attività produttiva, mi sono ritrovato alla deriva nei social network, <strong>sentendo</strong> <strong>la mia depressione e la mia stanchezza crescere inesorabilmente</strong>.</p>



<p>L’ala “più a sinistra” di Twitter può spesso rivelarsi un luogo miserabile e scoraggiante. All’inizio di quest’anno, ci sono state alcune importanti <em>twitterstorms</em> in cui sono state “prese di mira” e condannate alcune particolari figure vicine alla sinistra. Ciò che queste figure affermavano era, a volte, certamente discutibile; tuttavia, il modo in cui sono stati personalmente diffamati e perseguitati nascondeva un residuo, un non-detto, orrendo:<strong> il fetore della cattiva coscienza e del moralismo da caccia alle streghe</strong>. Il motivo per cui non ho mai parlato di nessuno di questi eventi, mi vergogno a dirlo, è stata la paura. I “bulli” stavano dall’altra parte del parco giochi, e io non volevo attirare la loro attenzione.</p>



<p>La sconfinata ferocia di questi scambi di <em>tweet</em> era accompagnata da qualcosa di più pervasivo, e per questo forse più destabilizzante: <strong>un’atmosfera di risentimento sarcastico</strong>. L’oggetto più frequente di questo risentimento è stato Owen Jones<sup data-fn="b3ea9333-a552-444a-ad8b-d61398b74def" class="fn"><a id="b3ea9333-a552-444a-ad8b-d61398b74def-link" href="#b3ea9333-a552-444a-ad8b-d61398b74def">1</a></sup>, e gli attacchi a lui rivolti – la persona maggiormente responsabile del risveglio della coscienza di classe nel Regno Unito negli ultimi anni – sono stati uno dei motivi per cui questi episodi mi hanno così scosso. Se questo è ciò che succede ad un uomo di sinistra che riesce a portare la lotta al centro della vita britannica, perché poi qualcuno dovrebbe volerlo ascoltare e volerlo seguire ed emulare? <strong>L’unico modo per evitare questa violenza psicologica è davvero rimanere in una posizione di impotente marginalità?</strong></p>



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<p>[&#8230;] Una delle cose che mi è finalmente risultata chiara è stato il modo in cui, negli ultimi anni, tanta parte della sedicente “sinistra” ha <strong>soppresso la questione della classe.</strong></p>



<p>La coscienza di classe è fragile e tremante. <strong>La piccola borghesia, che domina l’accademia e l’industria della cultura, utilizza ogni sorta di sottile deviazione semantica e precauzione in grado di impedire che l’argomento venga fuori</strong>, e se ciò dovesse avvenire, essa fa sì che lo si pensi come un atto di terribile impertinenza, una violazione del galateo, al fine di rispedire tale discorso nell’oblio. Sono anni che parlo a eventi di sinistra, anticapitalisti, ma raramente ho parlato – o mi è stato chiesto di parlare – del concetto di “classe” in pubblico.</p>



<p>Che fare? Bisogna prima di tutto individuare le caratteristiche dei discorsi e dei desideri che ci hanno portato a questa situazione triste e demoralizzante, dove <strong>la classe è scomparsa, ma il moralismo è ovunque</strong>; <strong>dove la solidarietà è impossibile, ma la colpa e la paura sono onnipresenti</strong> – e non perché siamo terrorizzati dalla destra, ma perché abbiamo permesso ai modi borghesi della soggettività di contaminare il nostro movimento. Credo che ci siano due configurazioni libidico-discorsive che hanno portato a questa situazione. Si definiscono di sinistra, ma sono per molti versi il segno che la sinistra – definita come agente della lotta di classe – è quasi scomparsa.</p>


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<figure class="aligncenter size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="791" height="790" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/05/fisher.png" alt="" class="wp-image-542" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/05/fisher.png 791w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/05/fisher-300x300.png 300w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/05/fisher-150x150.png 150w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/05/fisher-768x767.png 768w" sizes="(max-width: 791px) 100vw, 791px" /><figcaption class="wp-element-caption">Mark Fisher ha tenuto per anni un blog su internet con lo pseudonimo di K-Punk</figcaption></figure>
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<p><strong>Dentro il Castello</strong></p>



<p>La prima configurazione è quella che ho voluto chiamare<strong> </strong><em>Castello dei Vampiri</em>. Esso è l’organo specializzato nella propagazione della colpa. <strong>Si manifesta come il <em>desiderio di un sacerdote</em> di scomunicare e condannare, come il <em>desiderio di un pignolo accademico</em> di essere il primo a vedere un errore, e come il <em>desiderio di un hipster</em> di essere uno dei protagonisti della scena</strong>. Il pericolo in cui si incorre nell’attaccare il Castello dei Vampiri è quello di cadere nel tranello per cui <strong>attaccandolo  – e il Castello farà tutto il possibile per rafforzare questo pensiero –  sembrerà che si stiano attaccando anche le lotte contro il razzismo, il sessismo e l’eterosessismo</strong>. Ma, lungi dall’essere l’unica espressione legittima di tali lotte, il Castello dei Vampiri può essere meglio inteso come una perversione borghese-liberale e un’appropriazione dell’energia di questi movimenti di lotta. Il Castello dei Vampiri è nato nel momento in cui la lotta <em>non</em> definibile per categorie identitarie è diventata la ricerca di una “identità” riconosciuta da un Grande Altro<sup data-fn="facaf9d3-aeff-499e-87a3-e39b35b28d5d" class="fn"><a id="facaf9d3-aeff-499e-87a3-e39b35b28d5d-link" href="#facaf9d3-aeff-499e-87a3-e39b35b28d5d">2</a></sup> borghese.</p>



<p>Il privilegio di cui certamente godo come maschio bianco consiste in parte nel non essere consapevole della mia etnia e del mio genere, e l’esser occasionalmente reso consapevole di questi punti ciechi della mia individualità è un’esperienza sobria e rivelatrice. <strong>Ma, piuttosto che cercare un mondo in cui tutti si liberino dalla classificazione identitaria, il Castello dei Vampiri cerca di riportare le persone in campi di identificazione,</strong> dove sono per sempre definite nei termini stabiliti dal potere dominante, paralizzate dall’autocoscienza e isolate da una logica solipsistica che insiste sul fatto che non possiamo capirci se non apparteniamo allo stesso gruppo identitario.</p>



<p>Ho notato un affascinante meccanismo magico di proiezione-disconoscimento dell’inversione, per cui la sola menzione della classe è ora automaticamente trattata come se ciò implicasse il declassamento dell’importanza di razza e/o genere. In realtà parliamo esattamente del contrario, in quanto il Castello dei Vampiri usa una comprensione, in ultima analisi, liberale della razza e del genere per offuscare la classe. In tutte le assurde e traumatiche <em>twitterstorms</em> sul privilegio, avvenute all’inizio di quest’anno, si è notato che la discussione sul privilegio di classe era del tutto assente. Il compito, come sempre, rimane l’articolazione di classe, genere e razza –<strong> ma la mossa fondante del Castello dei Vampiri è il disarticolare la classe attraverso altre categorie.</strong></p>



<p>Il problema da risolvere per cui il Castello dei Vampiri è stato creato è questo: <strong>come si fa a detenere potere e immense ricchezze e, allo stesso tempo, apparire come vittima, marginale e oppositiva?</strong> La soluzione c’era già – nella cristianità. Così il Castello ricorre a <strong>tutte le strategie infernali, le patologie oscure e gli strumenti di tortura psicologica che il cristianesimo ha inventato,</strong> e che Nietzsche ha descritto nella <em>Genealogia della morale</em>. Questo sacerdozio della cattiva coscienza, questo nido di pii colpevoli, è esattamente ciò che Nietzsche aveva predetto dicendo che qualcosa di peggio del cristianesimo era già in arrivo. Eccolo qui, ora.</p>



<p>Il Castello dei Vampiri si nutre dell’energia, delle ansie e delle vulnerabilità dei giovani studenti, ma soprattutto<strong> vive trasformando le sofferenze di particolari gruppi – più “marginali” sono, meglio è – in capitale accademico</strong>. Le figure più lodate del Castello dei Vampiri sono quelle che hanno individuato un nuovo mercato della sofferenza: <strong>chi riesce a trovare un gruppo più oppresso e soggiogato di qualsiasi altro sfruttato in precedenza si troverà promosso molto rapidamente tra i ranghi.</strong></p>



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<p><strong>La prima legge del Castello dei Vampiri è</strong>:<strong> individualizzare e privatizzare tutto.</strong> Mentre in teoria sostiene di essere a favore della critica strutturale, in pratica non si concentra mai su nulla se non sul comportamento individuale. Alcuni di questi tizi della classe operaia non sono molto ben educati, e a volte possono essere molto rudi. Ricordate: <strong>condannare gli individui è sempre più importante che prestare attenzione alle strutture impersonali.</strong> La classe dirigente vera e propria diffonde ideologie individualiste, pur tendendo ad agire come una classe. (Molti di quelli che chiamiamo “complotti” sono esempi di come la classe dirigente mostri la propria declinazione di solidarietà di classe). Il Castello, in quanto servitore-zimbello della classe dominante, fa il contrario: rende a parole un servizio alla “solidarietà” e alla “collettività”, mentre agisce sempre come se le categorie individualiste imposte dal potere reggessero davvero. I membri del Castello dei Vampiri, piccoli borghesi fino al midollo, sono intensamente competitivi, ma questo viene represso nella maniera passivo-aggressiva tipica della borghesia. <strong>Ciò che li tiene insieme non è la solidarietà, ma la paura reciproca </strong>– la paura che saranno i prossimi ad essere smascherati, esposti, condannati.</p>



<p><strong>La seconda legge del Castello dei Vampiri è</strong>: <strong>far apparire il pensiero e l’azione molto, molto difficili.</strong> Non ci deve essere leggerezza, e certamente non umorismo. L’umorismo non è serio per definizione, giusto? Il pensiero è un lavoro duro, per chi ha la voce altezzosa e le sopracciglia corrucciate. Dove c’è fiducia, dovete introdurre scetticismo; insinuare il “non siate precipitosi, dobbiamo pensarci più a fondo”; ricordare che “avere delle convinzioni è opprimente, e potrebbe portarvi ai gulag”.</p>



<p><strong>La terza legge del Castello dei Vampiri è</strong>: <strong>diffondere più sensi di colpa possibile.</strong> Più colpevoli ci si sente, meglio è. La gente deve sentirsi in colpa: è segno che capisce la gravità delle cose. <strong>Va bene essere privilegiati, se ci si sente in colpa per il privilegio e si fanno sentire in colpa anche gli altri</strong>, in una posizione di classe subordinata. Fai delle buone azioni anche per i poveri, vero?</p>



<p><strong>La quarta legge del Castello dei Vampiri è</strong>: <strong>essenzializzare</strong>. Mentre la fluidità dell’identità, la pluralità e la molteplicità sono sempre rivendicate a nome dei membri del Castello – in parte per coprire il proprio <em>retroterra</em> invariabilmente benestante, privilegiato o borghese-assimilazionista – <strong>il nemico è sempre da essenzializzare</strong>. Poiché i desideri che animano il Castello sono in gran parte i desideri dei sacerdoti di scomunicare e condannare, ci deve essere una forte distinzione tra il Bene e il Male, con quest’ultimo essenzializzato. Notate la tattica: X ha fatto un’osservazione/si è comportato in un modo particolare – queste osservazioni/questo comportamento potrebbe essere interpretato come transfobico/sessista, ecc. Finora, tutto bene. Ma è la prossima mossa ad essere il calcio d’inizio: X viene poi definito come transfobico/sessista ecc.<strong> La sua intera identità viene definita da un’osservazione mal posta o da un errore comportamentale</strong>. Una volta che il Castello ha adunato la folla per la sua caccia alle streghe, la vittima (spesso proveniente da una classe operaia, e non istruita dal galateo passivo-aggressivo della borghesia) può essere spinta in modo efficace verso la perdita della calma, assicurandosi ulteriormente la sua posizione di pariah/ultimo, al fine d’essere consumato nella frenesia famelica.</p>



<p><strong>La quinta legge del Castello dei Vampiri</strong>:<strong> pensa come un liberale (perché lo sei)</strong>. L’opera da parte del Castello di alimentare costantemente l’indignazione consiste nell’indicare all’infinito l’irriducibilmente ovvio: il capitale si comporta come un capitale (il che non è proprio il massimo!), gli apparati statali repressivi sono repressivi. E perciò dobbiamo protestare!</p>



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<p><strong>Neo-Anarchia in UK</strong></p>



<p>La seconda formazione libidica è la neo-anarchia. Per neo-anarchici non intendo assolutamente anarchici o sindacalisti impegnati nell’organizzazione del lavoro, come la <em><a href="http://www.solfed.org.uk/introduction-to-solfed" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Solidarity Federation</a></em>. Intendo piuttosto <strong>coloro che si identificano come anarchici ma il cui coinvolgimento nella politica si estende poco al di là delle proteste studentesche e delle occupazioni, e che commentano freneticamente su Twitter.</strong> Come gli abitanti del Castello dei Vampiri, i neo-anarchici di solito provengono da un ambiente piccolo-borghese, se non da un luogo ancora più privilegiato.</p>



<p>Sono anche molto giovani: ventenni o al massimo trentenni, informati e formati da un orizzonte storico ristretto. I neo-anarchici non hanno sperimentato altro che il realismo capitalista. Quando sono giunti alla coscienza politica – e molti di loro sono arrivati alla coscienza politica particolarmente di recente, dato il livello di spavalderia rialzista che a volte mostrano – il Partito laburista era diventato un guscio di Blairismo, implementando il neoliberismo con una piccola dose di giustizia sociale a lato. Ma <strong>il problema della neo-anarchia è che essa riflette in modo sconsiderato questo momento storico, piuttosto che offrire una via di fuga da esso</strong>. Dimentica, o forse è veramente inconsapevole, del ruolo del Partito laburista nella nazionalizzazione delle grandi industrie e dei servizi pubblici o nella fondazione del servizio sanitario nazionale. I neo-anarchici affermeranno che “la politica parlamentare non ha mai cambiato nulla”, o che “il Partito laburista è sempre stato inutile” mentre assisteva alle proteste sul NHS (<em>National Healthcare System</em>), o ritrasmetteva le lamentele sullo smantellamento di ciò che resta del <em>welfare state</em>. C’è una strana regola implicita: va bene protestare contro ciò che il Parlamento ha fatto, ma non va bene entrare in Parlamento o nei mass media per tentare di progettare un cambiamento da lì. I media mainstream sono da disprezzare, ma il <em>BBC Question Time</em> va guardato e commentato lamentandosi su Twitter. Il purismo sfuma nel fatalismo; meglio non essere in alcun modo contaminati dalla corruzione del <em>mainstream</em>, meglio “resistere” inutilmente che rischiare di sporcarsi le mani.</p>



<p><strong>Non c’è da stupirsi, quindi, che tanti neo-anarchici si ritrovino affossati nel buco nero della depressione. </strong>Essa è senza dubbio rafforzata dalle ansie della vita post-laurea, poiché, come il Castello dei Vampiri, la neo-anarchia ha la sua sede naturale nelle università, ed è di solito diffusa da coloro che studiano per i titoli post-laurea, o da coloro che si sono recentemente laureati.</p>



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<p><strong>Cosa si può fare?</strong></p>



<p>Perché queste due configurazioni sono venute alla ribalta? La prima ragione è che <strong>sono state lasciate prosperare dal capitale perché servono i suoi interessi.</strong> Il capitale ha sottomesso la classe operaia organizzata decomponendo la coscienza di classe, soggiogando ferocemente i sindacati e seducendo le “famiglie lavoratrici” per portarle ad identificarsi con gli interessi del capitale anziché con quelli della classe più ampia a cui appartengono; ma perché il capitale dovrebbe preoccuparsi di <strong>una “sinistra” che sostituisce la politica di classe con un individualismo moralizzatore, e che, lungi dal costruire la solidarietà, diffonde paura e insicurezza?</strong></p>



<p>Il secondo motivo è quello che Jodi Dean ha chiamato <strong>capitalismo comunicativo</strong>. Sarebbe stato possibile ignorare il Castello dei Vampiri e i neo-anarchici se non fosse stato per il <strong>cyberspazio capitalista</strong>. La pia moralizzazione del Castello è stata una caratteristica di una certa “sinistra” per molti anni – ma, se uno non fosse stato membro di questa particolare <em>cattedrale</em>, i sermoni avrebbe potuto rifuggirli, in qualche modo. I social media non lo permettono più, e c’è poca protezione dalle patologie psichiche di cui questi discorsi sono latori.</p>



<p>Cosa possiamo fare adesso? Prima di tutto, <strong>è imperativo rifiutare l’identitarismo, e riconoscere che non ci sono identità, ma solo desideri, interessi e identificazioni.</strong> Parte dell’importanza del progetto <em>British Cultural Studies </em>– come rivelato in maniera così potente e commovente nell’installazione <a href="https://www.moma.org/collection/works/202991" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>The Unfinished Conversation</em> di John Akomfrah</a> e nel suo film <em><a href="https://vimeo.com/205226601" target="_blank" rel="noreferrer noopener">The Stuart Hall Project</a></em> – è stata quella di aver resistito all’essenzialismo identitario. Invece di congelare le persone in catene di equivalenze già esistenti, il punto era di<strong> trattare qualsiasi articolazione come provvisoria e plastica</strong>. Si possono sempre creare nuove articolazioni. <strong>Nessuno è essenzialmente qualcosa di specifico. </strong>Purtroppo, la destra agisce su questa intuizione in modo più efficace della sinistra. La sinistra borghese-identitaria sa come propagare il senso di colpa e condurre una caccia alle streghe, ma non sa come fare proseliti. Ma questo, dopo tutto, non è il punto.<strong> L’obiettivo non è quello di divulgare una posizione di sinistra, o di convincere la gente a farlo, ma di rimanere in una posizione di superiorità d’élite</strong>, ora con uno spirito di classe moltiplicato anche dalla sedicente superiorità <em>morale</em>. “Come osi tu parlare? – siamo noi che parliamo a nome di chi soffre!”</p>



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<p>Il rifiuto dell’identitarismo può essere raggiunto solo con la riaffermazione della classe. <strong>Una sinistra che non ha il concetto di classe come fulcro può essere solo un gruppo liberale di interesse speciale</strong>. La coscienza di classe è sempre duplice: implica una conoscenza simultanea del modo in cui la classe inquadra e modella ogni esperienza, e una conoscenza della particolare posizione che occupiamo nella struttura di classe. <strong>Bisogna ricordare che lo scopo della nostra lotta non è il riconoscimento da parte della borghesia, e nemmeno la distruzione della borghesia stessa. È la struttura di classe – una struttura che ferisce tutti, anche coloro che materialmente ne traggono profitto – che deve essere distrutta</strong>. Gli interessi della classe operaia sono gli interessi di tutti; gli interessi della borghesia sono gli interessi del capitale, che non sono gli interessi di nessuno. <strong>La nostra lotta deve essere verso la costruzione di un mondo nuovo e sorprendente, non verso la conservazione di identità modellate e distorte dal capitale.</strong></p>



<p>Se questo può sembrare un compito proibito e scoraggiante, è perché lo è. Ma possiamo iniziare a impegnarci in molte attività preliminari fin da ora. In realtà, tali attività andrebbero oltre la prefigurazione – potrebbero avviare un circolo virtuoso, una profezia auto-avverantesi per cui le modalità borghesi della soggettività verrebbero smantellate e si comincerebbe a costituirsi una nuova universalità. <strong>Dobbiamo apprendere, o riapprendere, come costruire il cameratismo e la solidarietà, invece di fare il lavoro del capitale, condannandoci e abusandoci gli uni con gli altri</strong>. Questo non significa, ovviamente, che dobbiamo sempre essere d’accordo – al contrario, dobbiamo <strong>creare condizioni in cui il disaccordo possa avvenire senza timore di esclusione e scomunica.</strong></p>



<p>Dobbiamo <strong>pensare molto strategicamente a come usare i social media</strong> – ricordando sempre che, nonostante l’egalitarismo rivendicato per i social media dagli ingegneri libidinosi del capitale, questo è e <strong>rimane attualmente un territorio nemico, dedicato alla riproduzione del capitale stesso</strong>. Ma ciò non significa che non possiamo occupare quel terreno e iniziare ad usarlo per produrre coscienza di classe. Dobbiamo uscire dal “dibattito” istituito dal capitalismo comunicativo, al quale il capitale ci esorta sempre a partecipare, e ricordare che siamo coinvolti in una lotta di classe. L’obiettivo non è quello di “essere” un attivista, ma di aiutare la classe operaia ad attivare – e trasformare – se stessa. <strong>Fuori dal Castello dei Vampiri, tutto è possibile.</strong></p>


<ol class="wp-block-footnotes"><li id="b3ea9333-a552-444a-ad8b-d61398b74def">Jones è un commentatore politico, giornalista e attivista del Partito Laburista britannico <a href="#b3ea9333-a552-444a-ad8b-d61398b74def-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 1">↩︎</a></li><li id="facaf9d3-aeff-499e-87a3-e39b35b28d5d">Fisher si riferisce al modo in cui Lacan chiamava l’Ordine costituito, il Potere, il Sistema, ossia la struttura simbolica che definisce l’uomo in quanto animale culturale. <a href="#facaf9d3-aeff-499e-87a3-e39b35b28d5d-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 2">↩︎</a></li></ol><p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/fuori-dal-castello-dei-vampiri/">Fuori dal Castello dei Vampiri</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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