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	<title>Ubaldo Berti Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Il potere salvifico della cultura pop</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Jan 2026 10:51:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Intellighenzia]]></category>
		<category><![CDATA[Nemesi]]></category>
		<category><![CDATA[Claudio Giunta]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Considerazioni sincere e senza pregiudizi sul pop, grazie al nuovo libro di Claudio Giunta, che ci riporta all’unico obiettivo che la cultura dovrebbe avere: individuare dispositivi per essere più contenti quando siamo contenti e meno scontenti quando siamo scontenti. Fine. Sono rozzo? Bellini voi che andate a sentire Barbero.</p>
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<p>L’Occidente è malato e tanti sostengono che l’agente patogeno abbia un nome e un cognome, una moglie asiatica, un patrimonio da 250 miliardi di dollari e dei capelli che gli invidio tantissimo: Mark Zuckerberg. Io, invece, lo ritengo un benefattore. Per almeno cinque motivi. Dal meno al più importante: 1. ha sdoganato la prassi che vestirsi sempre uguale sia misura di civiltà e non sciatteria; 2. ha popolato la mia giornata di video di armadilli che fanno la pallina quando s’impauriscono che oltre a intenerirmi mi hanno suggerito una proficua strategia per le situazioni di tensione; 3. ha contribuito a istituire come modello di bellezza il&nbsp;<em>thigh gap</em>&nbsp;che io e Kylie Jenner, fortunelli, deteniamo per natura; 4. ha comprato il costume da scheletro che avevo commissionato a mia nonna per l’Halloween del 2016 e rimesso in vendita su eBay senza troppe speranze; 5. ci ha permesso di trasformare in certezza un’ipotesi altrimenti indimostrabile: che gli intellettuali, per quanto dissimulino, sono i più vanitosi di tutti.</p>



<figure class="wp-block-image"><a class="image-link image2 is-viewable-img can-restack" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!D7Mf!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fdbf88eac-94bf-4921-8763-4e3e9949c346_548x624.jpeg" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><img decoding="async" src="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!D7Mf!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fdbf88eac-94bf-4921-8763-4e3e9949c346_548x624.jpeg" alt="Immagine che contiene vestiti, calzature, persona, donna

Il contenuto generato dall'IA potrebbe non essere corretto." title="Immagine che contiene vestiti, calzature, persona, donna

Il contenuto generato dall'IA potrebbe non essere corretto."/></a></figure>



<p>Che i mestieri intellettuali siano spesso una scelta di ripiego per vellicare egocentrismi che non hanno trovato sfogo migliore lo sospettavamo da tanto. Ma dimostrarlo era difficile. Stonati, incapaci a tirare le punizioni, magari bruttini. E allora “Sai, c’è una cosa che ho scritto…”. Va sentita da vicino, questa frase. Il timbro, il gusto marcio con cui la pronunciano. Altrimenti non si può capire. Ma tutti? No, certo. Tanti. Quali, allora? Pure quelli che hanno speso decenni su tavoli di biblioteche pieni di peli e pellicine strappate dalle cuticole di studenti di medicina che ancora non hanno studiato il patereccio e quindi mordicchiano incauti? Anche il curatore della nuova edizione delle&nbsp;<em>Epistolae</em>&nbsp;del Poliziano? No, Poliziano impossibile, cosa dici, pazzo. E allora ci si limitava al sospetto. Poi, però, Mark Zuckerberg ha inventato il più straordinario detettore di vanità che si potesse immaginare. E li ha stanati uno per uno.</p>



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<p>I primi anni hanno retto. “Madonna i selfie”, dicevano. Poi hanno iniziato con Twitter, per lo più incollando link che non funzionavano. Un giorno, qualcuno, forse per sbaglio, si è azzardato a schiantare lì la copertina dell’ultimo libro. Moderato riscontro. Vuoi vedere che. Si registrano su Instagram. Foto del computer aperto sul programma di videoscrittura con colonna di libri a fianco e sullo sfondo finestra aperta sul giardino di casa. Doppia cifra di mi piace. Ehilà. Avanti con coraggio: foto di sé in bianco e nero con ultimo libro in secondo piano. Puntuale l’invasata: “Professore: grazie”. Grazie? Attenzione. Immagine di una pagina chiosata a lapis poi ripassato a penna per paura che non si veda. Apoteosi.</p>



<p>Quel farabutto di Zuckerberg, insomma, ci ha dato una mano, Ma ci ha lasciato nel mezzo. Già che c’era, infatti, poteva inventare anche il sistema di detezione opposto. Perché se è divertente riconoscere che gli intellettuali hanno gli stessi spunti esibizionistici delle ragazzine che fanno i balletti, magari qualcuno che ancora bazzichi certe discipline perché le ritiene fondamentali per stare al mondo sarebbe ganzo trovarlo. E invece Mark li ha sgamati e poi si è ritirato a contare i dollari. E noi qui a sentirsi dire quanto fosse triste Virginia Woolf da gente che compare in video sbucando da una nuvola di fumo.</p>



<p>Meno male che un aiuto, stavolta, ce l’offre Claudio Giunta col suo ultimo libro –&nbsp;<em>Il pop e la felicità. Esercizi di ammirazione</em>&nbsp;(Mondadori). È un’antologia di pezzi più o meno recenti, dedicati appunto a roba pop. Categoria di comodo, come non manca di sottolineare (“etichetta che in sé non vuol dire quasi niente, com’è ovvio, […] ma che evoca alla mente di un europeo contemporaneo un repertorio abbastanza riconoscibile di oggetti:‌ canzoni, film, serie televisive, video musicali, performance artistiche o spettacolari, giochi, fumetti”), e che infatti è più una scusa per parlare di cose che gli piacciono: dal Tenente Colombo a Radio Deejay (di cui aveva già scritto nel precedente e affine&nbsp;<em>Una sterminata domenica</em>: andare e tornare soddisfatti). In un mondo che sta imbastardendo ogni forma di sapere per farne un contenuto, forse il trucco – ma bisogna saperlo fare – è rifugiarsi in luoghi che i collezionisti di taccuini Iperborea snobbano, e meno male. Tanto che a farci contenti non è la questione pop non pop, che ci interessa il giusto e che addosso agli intellettuali (ma non in questo caso, e quindi ne riparleremo, semmai) nasconde a sua volta il rischio di un disimpegno calcolato, di una strategica esibizione di leggerezza, ma il sottotitolo –&nbsp;<em>Esercizi di ammirazione &#8211;</em>&nbsp;che se dio vuole riporta all’unico obiettivo che la cultura dovrebbe avere: non organizzare fiere del libro per farsi tossire addosso dalle signore coi calzini spessi e le collane di lana cotta; non stipare auditorium di testine che oscillano in segno di assenso; non il sintagma “<em>in</em>&nbsp;Feltrinelli”; non “c’è ancora bisogno di Kant”; non – ribadiamo – servire da pretesto per dare scena a personalità mollicce. Ma individuare dispositivi per essere più contenti quando siamo contenti e meno scontenti quando siamo scontenti. Fine. Sono rozzo? Bellini voi che andate a sentire Barbero.</p>



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<p>Pezzi migliori: sicuro le pagine sul nobel a Dylan, un contributo alla lotta contro i puzzoni; quelle su Taylor Swift e l’osservazione partecipante delle sue ammiratrici, tra cui ci annoveriamo senza vergogna; le note sui&nbsp;<em>Soprano</em>, sempre bene ricordarne l’esistenza; i due reportage, sull’Eurovision e sul Festival del Fitness di Rimini<em>;</em>&nbsp;i già celebri saggi sulla mai abbastanza lodata bravura di Alessandro Gori. E il mio preferito (se devo trovarne uno), cioè il ritratto di Connor Roy, il più vecchio dei quattro figli di&nbsp;<em>Succession</em>: se avete visto la serie capirete come mai e se non l’avete vista cosa perdete tempo a leggere me. Ma ogni brano merita, e l’unico vizio – se si vuole trovare – è che per noi vomitevoli, spregiudicati, bastardi liberali abbonati al<em>&nbsp;Foglio</em>&nbsp;gran parte del libro è cosa già nota. Ma rileggiamo tutto con gusto.</p>



<p>Comunque, più che il cosa conta il come. E cioè la scrittura di Giunta. Non solo perché se ne trae grande piacere e divertimento – fa ridere, anche. Non solo perché riesce nell’impresa spiazzante di dire cose molto intelligenti quando meno ci si aspetterebbero, anche parlando dei personal trainer. Ma perché questo libro ci fornisce un modello per come si dovrebbe parlare non di&nbsp;<em>certe</em>&nbsp;cose, ma di tutte. Divertenti, ma senza pagliacciate. Entusiasti, ma non sensazionalistici. Puntuali, ma non saccenti. Acuti, ma non a tutti i costi. Non penso sia un caso, se nel leggerlo viene in mente l’ultimo Carlo Fruttero. Quello di&nbsp;<em>Mutandine di chiffon</em>, per capirsi. Che, sfruttando lo stupido pregiudizio che insieme al collega Lucentini lo ha sempre derubricato a scrittore di intrattenimento, e la&nbsp;<em>Donna della domenica</em>&nbsp;a gialletto, avrebbe forse meritato qualche pagina. Speriamo presto.</p>



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		<title>Critica martiriale #1. Dan Brown, &#8220;L’ultimo segreto&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Oct 2025 11:15:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Critica martiriale]]></category>
		<category><![CDATA[Dissesto editoriale]]></category>
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		<category><![CDATA[Ubaldo Berti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensire ogni mese il titolo che, incrociando i dati di varie classifiche, ha venduto di più. Nessuna preclusione: sceglie il mercato. Nessun preconcetto: solo spirito di servizio. Per cercare di capire le ragioni e l’andazzo di questo mostro che si alimenta a sportine chiamato editoria.</p>
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<p></p>



<p><em>La critica letteraria, oggi, ha perso la sua funzione. Troppo facile, infatti, attingere dalla solita nicchia e tornare a recensire l’ennesimo capolavoro di Beppe Severgnini. Tutta roba posticcia, autoreferenziale. Il lettore vero, invece, sbaglierà pure l’accento di Iperborea, ma è quello che trasforma libri impensabili in bestseller. E noi del </em>Nemico<em>, sfruttando la vocazione al sacrificio e un paio di buoni Feltrinelli di Ubaldo Berti, lo vogliamo inseguire. Questo l’obiettivo di </em>Critica martiriale<em>: recensire ogni mese il titolo che, incrociando i dati di varie classifiche, ha venduto di più. Nessuna preclusione: sceglie il mercato. Nessun preconcetto: solo spirito di servizio. Per cercare di capire le ragioni e l’andazzo di questo mostro che si alimenta a sportine chiamato editoria.</em></p>



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<p>Premessa:‌ conosco poco <strong>Dan Brown</strong>. L’ultimo libro – <em>Origin</em> – uscì nel 2017, e all’epoca ancora me la tiravo. Oggi non più, dopo che un commesso di Libraccio mi ha pestato. Le nozioni di base, però, non le ho mai recuperate. So, come tutti, che nel <em>Codice Da Vinci</em> c’entravano le società segrete e il Santo Graal, o che nella prima stesura di <em>Inferno</em> tutte le occorrenze di “Firenze” fossero “Firensi oh my lovely lambredotti”, poi corrette prima del visto si stampi. Per il resto, larga ingenuità e zero preconcetti. Invidia per i 250 milioni di libri venduti? Figurati: ci dividono soltanto 249 milioni 999mila 998 copie. Due colleghi.</p>



<p>Comunque,<strong> il professor Langdon – Tom Hanks –</strong> <strong>stavolta è a Praga</strong>. Non avessimo notato la doppia copia della cartina stampata nelle sguardie anteriori e posteriori, l’ambientazione è presto extraribadita, e giustificata in una tra le prime, moltissime, incessanti digressioni nozionistiche che puntelleranno il racconto:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-style-default is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Il nome della città derivava dalla parola ceca per «soglia», e ogni volta che Langdon la visitava aveva proprio l’impressione di varcarne una […]. Per secoli l’attuale capitale ceca era stata il centro europeo dell’occulto. L’imperatore Rodolfo II aveva praticato, nel segreto dello Speculum Alchemiae, la scienza della trasmutazione. Personaggi come l’occultista John Dee e il medium Edward Kelley l’avevano scelta per tenere sedute in cui evocavano gli spiriti e conversavano con gli angeli. E sempre a Praga, sua città natale, l’autore di origini ebraiche Franz Kafka aveva scritto l’oscuro racconto <em>La metamorfosi</em>.</p>
</blockquote>



<p>Con Langdon, la dottoressa Katherine Salomon, specialista in noetica, il tema su cui s’innesta una trama di per sé piuttosto elementare – <strong>una progressione lineare impepata con i cliché del genere: sparizioni, servizi segreti, un manoscritto rubato che cambierebbe il mondo, una minacciosa entità imprecisata che si muove in parallelo ai protagonisti</strong>. Ma la storia è superflua: scopo del libro è mettere in scena il conflitto intorno alla natura della coscienza, polarizzato tra riduzionismo neurobiologico (se non, nella sua variante estrema, eliminativismo) e, appunto, <em>noetica</em>, che la Salomon – a pagina 21 – non manca di spiegarci con una tirata riassumibile in: crediamo che la coscienza sia indipendente dall’<em>hardware</em> del cervello.</p>



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<p>Ora, tutti d’accordo che le neuroscienze siano una delle più abusate e scriteriate mode accademiche degli ultimi decenni, e che i limiti e i pericoli del riduzionismo siano gli stessi dai tempi di La Mettrie, cioè quelli insiti in ogni approccio che rivendichi l’esistenza della sola materia. Inoltre, gli <em>hooligan</em> fisicalisti spiccano in genere per boria, saccenza, spirito competitivo e atteggiamento di superiorità verso il nemico – ora la credenza religiosa, ora l’irrazionalismo, ora il semplice senso comune. Io, che con la metafisica non ci ho fatto mai a manate e coi saputelli invece spesso, simpatizzerei dunque per Dan Brown, che da subito sembra schierarsi all’opposto. Purtroppo, mi annoia tantissimo anche chi annaspa per legittimarsi nel territorio della scienza, cadendo nell’equivoco idiota di pensare che non esista verità fuori dai vetrini e dalle provette. Ieri la ghiandola pineale, oggi le esperienze di pre-morte, i <em>qualia</em>, il collasso della funzione d’onda:‌ ci ho provato, lo giuro, ma poi ho preferito dare retta alla classe di Deirdre McCloskey e penare poco: “tanto vale arrendersi e chiamarla Anima”. <strong>Per questo, quando leggo di fisica quantistica chiudo e torno a parlare dell’Inter.</strong></p>



<p>Ma Dan Brown invece ha intuito che la questione si sta ormai svincolando dalla nicchia dei <em>paper</em> forforosi per entrare nel dibattito corrente. Matura, dunque, per farne materia di romanzo. Non che precorra i tempi, attenzione: gioca sul filo dell’<em>appena prima</em>, forse della simultaneità (impossibile dire quanto ci abbia davvero messo, a scrivere il tomone), di modo che il lettore, affabulato da parole strane e mozziconi di concetti, digitando “fisica quantistica coscienza” non manchi di reperire facile gratificazione in bloggacci divulgativi o in articoli sotto paywall del <em>Corriere</em>, e s’illuda di procurarsi un armamentario efficace per zittire l’amico chiacchierone che ha scelto lo scientismo acritico come strumento sociale per darsi un tono. Inoltre, Dan Brown ha fatto i compiti, si è documentato e parrebbe pure averla capita bene, la questione, con tanto di<em> disclaimer</em> iniziale sulla fedeltà scientifica di dati ed esperimenti.<strong> Ma ignora un problema: che il libro dovrebbe essere un romanzo. Thriller, per giunta</strong>. Ci si aspetterebbe quindi un minimo di frizzo, lo stimolo a girare pagina, la tentazione di sbirciare nei capitoli successivi. Purtroppo, nulla.</p>



<p>I motivi sono molteplici. La trama, s’è detto, è prevedibile, e lo stesso vale per le implicazioni nella faccenda della questione coscienza-mente-cervello.<strong> Le scelte stilistiche, invece, sono terrificanti.</strong> L’effetto Powerpoint terza media delle digressioni è un esempio, ma pure il ricorso ossessivo e gratuito a nomi propri di brand commerciali. Di continuo: non c’è ragione di intreccio né un in più estetico che giustifichi, nell’arco di due pagine, le lampade Wood, il costume Speedo, gli occhialini Vanquisher, e nemmeno il dolcevita Dale of Norway (per altro inguardabile) o il piumino Patagonia poco più avanti, tanto che si finisce per forza a immaginare un dialogo tra Dan Brown e il suo editor del tipo “perché quel musino triste Danny?”, “mi hanno detto che scrivo come un redattore di un quotidiano locale”, “e che problema c’è: digressioni”, “già fatto”, “ambientare la storia in Kosovo?”, “Praga”, “e allora nomi propri”, “madonna sei un grande”, se non delle marchette. Il peggio, tuttavia, lo raggiungono i corsivi con cui ogni dieci righe mette su carta i pensieri dei personaggi. In mezzo a un diluvio di <em>mio dio!</em>, ecco l’hit parade dei miei preferiti:</p>



<p><em>Dove diavolo sono finito?</em></p>



<p><br><em>Missione compiuta. Anche se ci è mancato poco.</em></p>



<p><br><em>Oh, cazzo</em> [la virgola mi esalta]</p>



<p>Quasi pacchiane, invece, le scelte redazionali: incomprensibile perché ogni tanto le parole ceche o russe non vengano tradotte (<em>вибратор</em> – «vibratore» per soprannome di un’epilettica – avrebbe potuto ometterlo del tutto, anziché fornircelo in due lingue); troppo smaccata, invece, la brevità dei capitoli, usata come incentivo alla lettura, per un ridicolo totale di 139. <em>Guerra e pace</em> 112, per dire.</p>



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<p>Infine, i personaggi. <strong>Tolto il protagonista – che gode della rincorsa di 3000 pagine pregresse –, gli altri sono fiacchissimi, meri vettori della trama</strong>: gli agenti dei servizi fumano, imprecano, cazzottano, il direttore della casa editrice non esce dal perimetro dell’idealizzazione capitalistica, gli altri hanno ragione d’essere perché il loro unico predicato verbale – infatuarsi, sbagliarsi, avere una crisi epilettica – serve alla progressione della storia. Ma se, tra questo piattume, la ganza del prof. Langdon si limita a essere uno scanzonato ying nella dicotomia metafisica-scientismo, l’altra – la SCIENZIATA – risulta di certo il personaggio più riuscito. In modo, però, del tutto involontario. Perché, nell’ostinarsi in bassorilievi senza scivolare nel tutto tondo neanche per sbaglio, nel suo caso Dan Brown ha la fortuna d’incappare in un <em>habitus</em> mentale che ha come tratto distintivo proprio l’assenza di profondità: il riduzionista. Peccato che la tolga di mezzo abbastanza presto.</p>



<p>Di positivo (almeno in termini commerciali) resterebbe dunque l’intuizione sul tema, che infatti trasforma buona parte del romanzo in un saggio divulgativo. Dan Brown – senza farne troppo mistero:‌ “le ricerche volte a comprendere la coscienza umana stanno diventando il Santo Graal della scienza”, pensa Langdon – ritenta l’operazione che gli è riuscita in passato, cioè accattivarsi un lettore che non cerchi la narrativa, ma nozioni di massima su temi a effetto per fare il ganzo mentre aspetta il suo turno alla pectoral machine. Il problema è che quel lettore, che nel 2003 s’era sbrodolato di Priorato di Sion e Maria Maddalena, oggi considera Dan Brown una commercialata, e passa le sue ore ad ascoltare Barbero che parla di Caporetto. Gli altri, invece, almeno un po’ di narrativa magari la gradirebbero.</p>



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		<title>Eldalandia è il paradiso che ci meritiamo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Jul 2025 09:37:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Eldalandia è un parco giochi vicino a Pisa – o comunque in uno di quei posti toscani in cui non si hanno scrupoli a chiamare i figli Elvio o Zuleica –, gestito da un signore – Luigi – che sembra trascorrere almeno il 70% del suo tempo di veglia vestito da Fred Flintstone.</p>
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<p>Eldalandia è un parco giochi vicino a Pisa – o comunque in uno di quei posti toscani in cui non si hanno scrupoli a chiamare i figli Elvio o Zuleica –, gestito da un signore – Luigi – che sembra trascorrere almeno il 70% del suo tempo di veglia vestito da Fred Flintstone. Non lo conosco perché sono un appassionato di gonfiabili (non più, da un paio d’anni almeno), <strong>ma per via di uno di quei rimpalli algoritmici che ormai popolano il mio Instagram solo e soltanto di dichiarazioni d’amore in slideshow fatte da persone che tendenzialmente indossano slip Speedo anche in casa</strong> (presto ne farò una rassegna, per la posterità). Ma è evidente che non sono l’unico, a conoscere Eldalandia, se pochi giorni fa il signor Flintstone mi è apparso accanto a Fedez, che, nel processo di ristrutturazione di se stesso in bilico tra l’ironia marcia, l’ostentato menefreghismo e posizioni trasgressive (lo pensa, ne sono sicuro), è passato a fare un saluto. Certezze estetiche: se una cosa in apparenza inusuale arriva a Fedez, è una banalità. Ma la questione vale comunque.</p>



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<p>Eldalandia, di per sé, non è più avvilente di tutti gli altri parchi giochi che esistono, dalle fiere con gli ottovolanti sbullonati a Gardaland. Magari qualche ripresa all’intonaco delle colonne – madonna questi bambini, buoni neanche a correre diritti –, un paio di punzonature all’erba sintetica, cambiare le sedie. Gli animatori sono figure simpatiche e normalissime, e tra loro forse si nasconde Elda – chi sei? la moglie, la figlia, un’operatrice montessoriana? aiutaci –, rammentata di sfuggita in uno degli ultimi video. <strong>La faccenda, però, inizia a conturbare con l’ingresso delle mascotte</strong>. C’è Sonic – mencissimo –, Stitch senza Lilo, un dinosauro tracheotomizzato dal cui stomaco sbuca un volto incomprensibilmente sorridente, un orso impaurito, un Topolino con l’espressione di uno che ha subìto la terza rapina in una settimana. Ma, soprattutto, c’è Luigi. Fred, insomma.</p>



<p><a href="https://www.instagram.com/p/DLfuSBoNY0S" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.instagram.com/p/DLfuSBoNY0S</a></p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="577" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/07/gigione-e-fedez-1024x577.webp" alt="" class="wp-image-2344" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/07/gigione-e-fedez-1024x577.webp 1024w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/07/gigione-e-fedez-300x169.webp 300w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/07/gigione-e-fedez-768x433.webp 768w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/07/gigione-e-fedez.webp 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Gigione e Fedez</figcaption></figure>
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<p>Il signor Luigi ha delle indubbie peculiarità. Intanto, è un armadio, <strong>il che mi induce a pregare che queste righe gli tornino bene</strong>. Riformulo: è un armadio bellissimo. Occhi da marinaio, ciuffo rarefatto, parla toscano con frequenze più alte di quelle che ci aspetteremmo a guardarlo, ha impacci nell’apertura delle labbra, un indiscutibile limite nel battere certe consonanti occlusive, forse pure le adenoidi. <strong>Buca lo schermo? Dustin Hoffman, dio santo</strong>. E da Dustin sembra avere derivato anche l’attitudine al trasformismo: c’è il costume da Fred Flintstone, che dev’essere costato parecchio e va ammortizzato, ma anche una pletora di maschere minori che di tanto in tanto compaiono e abbagliano: la signora impellicciata con parrucca rossa – ipostatizzazione del mistero seducente, perfetto per gli under 12 –, il giovane agitato con ricciolini biondi – il divertimento sfrenato –, Mister camicia tropicale con cappello safari – per sponsorizzare l’offerta con omaggio vacanza di otto (otto) giorni al mare o in montagna. Sembra un individuo a cui affidare il prodotto di nove mesi di gravame, sei ore minimo di travaglio, anni di insonnie? Chi dice di no, forse è malizioso<strong>. Io, intanto, mi limito a suggerire una prestazione alla “Il professore matto”: più ruoli per un solo attore, in un unico contenuto. Si sbanca sicuro.</strong></p>



<p>Non a caso, tempo pochi video, la vicenda Eldalandia si è polarizzata: visibilità in aumento, e la gente si divide tra chi commenta con sagacia variabile – oscillando tra patetiche allusioni drogherecce, laconici “preferisco spararmi in bocca”, e guizzi di indubbio spirito –, chi più scolasticamente si preoccupa e si scandalizza, chi difende Luigi e i suoi colleghi. E Luigi, a sua volta, con sapienza affaristica riprende le accuse più o meno sarcastiche e le ribalta in proprio favore. Parafraso: certo, abbiamo telecamere a circuito chiuso non per ragioni di sicurezza ma per fare filmini coi vostri pargoli; come no, la porta anti-bambino trasforma il nostro parco giochi in Guantanamo; tuo figlio fallo mangiare da noi, anzi, no, QUI da noi [<a href="https://www.instagram.com/p/DLfuSBoNY0S/">letterale</a>].<strong> Fino al </strong><strong><a href="https://www.instagram.com/p/DKh7KMMtm8F/">capolavoro</a></strong>: la replica emotiva, con caduta della maschera e sparruccamento, imperniata su scontatissime formule come “sapete chi non ha pregiudizi? i bambini” (eh), o “noi trasformiamo le critiche in amore”, che però, va ammesso, acquistano un sapore inedito e portentoso, perché pronunciate da un omone con maglia di Fred Flintstone (quella se la lascia addosso). (Tra l’altro, mi accorgo ora che Fred Flintstone non ha i capelli a caschetto, quella è Anna Wintour: rettificare, prego). Matematico: successo successo successo. Tantissimi bambini in gita da Eldalandia. Tra cui anche Fedez, appunto.</p>



<p>Tra i migliori esercizi consuma-tempo offerti da internet, c’è quello di ripercorrere lo storico delle pubblicazioni che risalgono a prima della celebrità. Qui si fa presto, perché è roba di due mesi. E, nei video pre-fama – stessi contenuti, meno professionalità –, capita di incappare in commenti a firma “da_gigione_non_solo_troiai” o “gigione666” (profili pubblici: mica siamo gente da inchieste). Stai a vedere che. Aspetta un minuto. Cliccare: un tuffo in un mare profondissimo. <strong>Luigi, che già ci era parso versatile, ora ci diventa polimorfo. </strong>Eccolo a reclamizzare un ristorante forse suo, in autoscatti birbanti, Babbo Natale per un giorno, nei panni dell’influencer per amici gelatai o negozianti, e, soprattutto, al mercato di Livorno, dove parrebbe possedere una bancarella che, tra troiai e non, offre un ricco catalogo di gadget sessuali in vari diametri e fogge, in perfetta pariglia – quanto al glitter – con immagini di <em>danseuses </em>più o meno vestite che intervallano l’allegra figura del nostro uomo. La domanda, antipatica, rispunta: <strong>è individuo a cui affidare l’esito di scuole bilingue, corsi di tennis, campi estivi a Cutigliano?</strong></p>



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<p>Ora: a me Fred sta molto simpatico. <a href="https://www.instagram.com/p/DLk33ynNOhp/">È versato nel ballo</a>, non teme di mettersi in mostra, sembra trattare bene i suoi dipendenti e da Eldalandia in effetti tutti paiono contenti. Però il dubbio rimane. Come, del resto, per ogni luogo destinato ad accogliere under 18. Chi ci dice che gli scout non imbavagliano i nostri giovani? Chi ci garantisce che la dottrina del giovedì non si risolva in una catechesi inopportuna? Chi assicura che l’allenatore di calcio non sia un sadico? Nessuno<strong>. Il rischio, purtroppo, è di questo mondo</strong>. Se Eldalandia fosse rimasta confinata nell’hinterland toscano, non ci sarebbero stati problemi: qualche avventore felice, altri in fuga dopo avere intravisto la prima mascotte. <strong>Ma, invece, è subentrato internet, con la sua prassi di desacralizzazione idiota: fai di una cosa un meme, e questa diventa subito innocua</strong>. <strong>Se ci vedi qualcosa di sospetto, sei tu un bifolco reazionario</strong>. Vergogna. Ironizzare sterilizza: superiamo le cautele non con un atto critico, ma tirandola in caciara. E produciamo epistemi fasulli: qui (esempio minore, ma comunque utile), se non capisci la magia di Eldalandia sei un bigotto. Le perplessità sono roba anni Cinquanta. Viviamo nella contemporaneità a-valoriale, produrre giudizi è da criminali.</p>



<p>Ieri sera mi è capitato a tiro il <a href="https://www.raiplay.it/video/2025/07/Premio-Strega-il-monologo-di-Anna-Foglietta-Ci-vorrebbe-Pasolini-f39c2b1b-daf5-48aa-9e7f-27d2839eafdb.html">video</a> della dott.ssa Anna Foglietta, che ha parlato all’ultimo Premio Strega dicendo – testuale – “ci vorrebbe Pasolini”. Ora, non ho visto l’estratto completo perché con il parental control solo le anteprime, ma posso immaginare che il desiderio fosse recuperare la voracità intellettuale e artistica del vecchio PPP, o forse una punta di sano conservatorismo dei costumi. <strong>Ho letto il titolo e, appena smesso di piangere, ho pensato: quanto è vero. Ma poi, subito dopo, cinque minuti di Instagram e sono finito a domandarmi: sarà mica che io e Anna siamo dei bacchettoni?</strong> Forse, mi sono detto. E forse Pasolini ormai è davvero inattuale. Magari, ho concluso prima di correre a riguardare Carlo Cracco che fa l’omelette, l’eclettismo di cui c’è bisogno oggi è quello di Gigione, che scarta con nonchalance dalle terga di una stripper ai gonfiabili e a Scooby Doo. Può darsi.</p>



<p>Quello che conta davvero, invece, è questo: mamma, se neanche tutta questa sparata ti basta a convincerti che il mio compleanno forse è meglio organizzarlo all’oratorio ti giuro non so più che fare, fai quello che vuoi ma da bere almeno fammelo portare a me che la Lemonsoda non garba a nessuno.</p>



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		<title>Falsissimissimo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Jun 2025 16:02:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Tilt]]></category>
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		<category><![CDATA[Corona]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrizio Corona]]></category>
		<category><![CDATA[Giletti]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Floris]]></category>
		<category><![CDATA[TV]]></category>
		<category><![CDATA[Ubaldo Berti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Falsissimo è il prodotto mediatico che ci meritiamo. E' qualcosa di rivoluzionario: la contro-informazione, il senso di uno contro tutti, la guerra alla menzogna.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/falsissimissimo/">Falsissimissimo</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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<p>Come tutte le carriere che si sbriciolano, il mio fallimento nel mondo della danza è stato un progressivo inabissarsi, fino all’ipogeo attuale. Il transito dalle selezioni di Amici – scartato dalla Celentano perché chiamai “brisé” il plié, o forse perché avevo i frisé,&nbsp; – al videoclip di <em>Tropicana </em>di Annalisa e i Boomdabash – le scene di ballo sugli yatch, sono quello sott’acqua senza maschera che prova a disincagliare le ancore: momenti di apparente successo alternati a crolli, crolli, crolli. <em>Anyway</em>, come amava ripetere Luca Tommassini durante il webinar “Danzare sulle rovine del mondo o almeno sulle briciole del tuo budino di riso”, la dea della danza Heather Parisi dovrà pure credere in me, se stamani mi è squillato il telefono e una voce metallica mi ha detto: “<strong>incarico da coreografo, 150€ al mese, no buoni pasto, presentarsi oggi ore 15 davanti al Conad Sapori e Dintorni di Piazza Stazione</strong>”. “Borgo San Lorenzo?”. “Milano”. “Certo, Milano”. Sempre Milano, è un’ossessione.</p>



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<p>Stiro i pantaloni di Dimensione Danza, ci salto dentro e monto sul primo Italo, forse non in quest’ordine, non me lo ricordo, troppa emozione. Arrivo a Milano, corro al Conad e trovo un furgoncino con vetri scuri parcheggiato davanti. Spettacolo, roba da <em>celebrities</em>, mi tremano i polpacci. <strong>Apro il portellone: Carlo Calenda, con in bocca un cotto e fontina direttamente dal sacchetto.</strong> Non è il mio mezzo, mi sa. Mi giro, e infatti vedo un signore accanto a un SH con in mano un casco integrale. “Maestro Berti?”, mi dice con voce metallica. “Va bene Ubaldo”. “Mettiti il casco, Ubaldo”. “No, intendevo va bene Maestro Ubaldo”. “Mettiti il casco”. “Subito”.</p>



<p>La visiera è annerita. Scarabocchiata a pennarello. Comunque funziona: non ci vedo niente. Ma sento che andiamo forte, sicché mi aggrappo al giubbotto di pelle dell’autista. Con le mani nelle sue tasche, riconosco un pacchetto di Tic Tac, un mazzo di chiavi, un Tamagotchi, due fazzoletti di stoffa, uno asciutto, l’altro meno. Tre, quattro rotonde, un paio di inchiodate, poi scendiamo una rampa e si alza un bandone. “Arrivati, scendi pure”. Faccio per togliere il casco. “Ancora no”, mi dice. E mi afferra per un braccio. Percorriamo un corridoio, porta che sbatte, torniamo indietro perché ha dimenticato lo yogurt nel sottosella, ancora il corridoio, la porta, ci siamo. “Vai, ora te lo puoi levare”.</p>



<p>Stanza con pareti soffitto pavimento neri. Nel mezzo uno sgabello, illuminato dall’alto. <strong>Sento dei passi. Mi giro. “Maestro Berti?”. Annuisco. “Piacere, Fabrizio”.</strong> Un bell’uomo, occhiali con montatura spessa, alto, abbronzato, posa e stretta di mano intimidatorie. Dietro di lui quattro assistenti, che lo guardano adoranti. Dev’essere famoso. Fabrizio Bentivoglio? Non mi pare. Fabrizio Del Noce? No, Del Noce è ancora più bello. Chi c’è di famoso che si chiama Fabrizio? Martufello, all’anagrafe. Me lo figuro vestito da Pippo Baudo. Dev’essere Martufello. Intanto si è seduto. “<strong>Dunque, tu sei il ballerino”.</strong> “In realtà”, gli dico, “da quando m’è venuta la borsite al calcagno faccio solo coreografie perché se ballo…”. “Esatto”. Mi punta l’indice nello sterno, poi alza lo sguardo con le mani in preghiera, il proiettore lo abbaglia, sbatte le palpebre, gli occhiali intanto gli si scuriscono. Lenti fotocromatiche: classe. “Esatto”, ripete.</p>



<p>Trascina lo sgabello e mi si avvicina. “David Letterman, Jay Leno, Simona Ventura, Jimmy Fallon. Indro Montanelli, Oriana Fallaci, Luisella Costamagna, Tiziano Terzani. Conduttori, giornalisti, star. Mettili insieme, frullali, e cosa ottieni?”. Lo guardo. “Ottieni Giovanni Floris. Oppure il sottoscritto”. Lo seguo. <strong>“Ora: sono tre mesi che guardo tutte le repliche di Ballarò. Nottate davanti alla televisione a domandarmi: cosa mi distingue, da Giovanni Floris? Che cosa so fare che a lui non riesce? In che modo tracciare un solco tra me e il principe dell’infotainment? Entrambi nella notizia, entrambi mesmerizziamo l’audience, entrambi traspiriamo machismo. Ieri, finalmente, l’ho capito. Floris non sa ballare”.</strong> Dà una pedata allo sgabello, si mette le cuffie, raggiunge il centro della stanza e comincia ad agitarsi. Io e i suoi assistenti lo guardiamo. Si direbbe che stia ballando, nel silenzio totale, e la canzone dev’essere <em>One Step Beyond</em> dei Madness, o l’<em>Estate sta finendo</em>, perché ogni tanto mugugna un riff a sassofono, intervallato dai fischi delle New Balance che slittano sul gres. Va avanti per tre minuti. Cade due volte, perde una cuffia, gli occhiali da scuri tornano chiari e poi di nuovo scuri.</p>



<p>Quando ha finito e gli applausi si sono spenti si riavvicina. “Allora, lo spacchiamo in due o no, Giovannino Floris?”. Ride. Rido. Ansima. Ansimo. “Ascolta: ho pronto questo nuovo format, a metà tra il <em>videopodcast</em> e il<em> one man show</em>, non saprei ancora come definirlo, già registrate le prime puntate, mancano solo il titolo e la sigla. E la sigla, dammi retta: se la facciamo ballata svoltiamo sicuro”. <strong>Altro applauso. Tutti entusiasti. Gente si versa la Coca Cola, aprono pacchetti di patatine</strong>. Io invece vedo un problema: Floris, in realtà, balla meglio. Lo so bene, perché anche lui aveva avuto un’idea per una sigla coreografata, poi abortita perché non gli davano i diritti di <em>We Will Rock You</em>. Balla meglio, molto. Qui però nessuno sembra accorgersene, anzi, grossi elogi e apprezzamenti mentre gli asciugano il sudore e gli piazzano un Compeed sull’alluce. Nel dubbio, cerco di divagare, e domando se possono farmi vedere qualcosa di registrato, per farmi un’idea, per prendere spunto.</p>



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<p>Fabrizio si allontana: è a telefono con Massimo Giletti. Intanto uno degli assistenti mi allunga un iPad, su cui trascorro i successivi 40 minuti a sbalordirmi. Vedo la perfezione: tono, montaggio, registro. Non ho idea di chi siano gli intervistati, non mi interessano le vicende trattate. Tuttavia, <strong>più guardo e più vengo inghiottito, avviluppato da un senso di estrema confidenzialità, mi sembra di assistere a un disvelamento messianico, sullo sfondo scuro dell’inquadratura si delineano i paradigmi di una nuova epistemologia</strong>. Il mondo, da questa prospettiva, è un mondo nuovo. Un mondo che non conosco, no: ma un mondo abitato dalla verità.</p>



<p>“Fabrizio”, gli dico. Non mi sente, ha di nuovo le cuffie. Urlo. “Fabrizio”. “Dimmi”. “Fabrizio, io non penso tu ne abbia bisogno, di una sigla ballata intendo dire. Qui mi sembra che tu abbia trovato un nuovo modo di fare notizia, è qualcosa di rivoluzionario: la contro-informazione, il senso di uno contro tutti, la guerra alla menzogna. <strong>E il personaggio, perfetto</strong>: timbro da prete confessore, finti inciampi fono-articolatori, accenti sensazionalistici sulle sillabe sbagliate, proporzionalità indiretta tra rilevanza dell’assunto e bisbiglio. Anche l’aspetto, sprezzatura al punto giusto, la tasca dei pantaloni un po’ ribaltata, gestualità misuratissima, fogli A4 in mano per omaggiare l’ultimo Berlusconi, negli occhi la preoccupazione che la verità sia una faccenda davvero precaria. Risultato: intimità assoluta, quando il microfono frigge si entra in subbuglio. Ma poi la paratassi: in quaranta minuti avrò contato quattro subordinate e settanta interrogative retoriche, è il linguaggio di tutti. Devo essere sincero: il Bagaglino faceva pena, ma qui si entra in una nuova era, ti sei inventato una roba incredibile. Senti, io il ballo lo lascerei perdere, non mi sembra tu sia troppo portato. Ma per il resto, un gigante. Tra l’altro sei anche dell’Inter, non lo sapevo, sarà un personalismo ma…”.</p>



<p>Scoppia a piangere. Cerca il riflettore per annerire le lenti, vuole nascondere gli occhi, non ci riesce: lacrime a secchiate. Singhiozzi. “Fabrizio, perché piangi, non mi pare il caso”. Provo ad avvicinarmi, ma non faccio in tempo ad avanzare che l’autista mi acchiappa per l’elastico dei pantaloni, mi immobilizza e mi rinfila il casco integrale. Mi sa che ho sbagliato. Provo a divincolarmi, ritratto, dico che magari si potrebbe pensare qualcosa con lo sgabello, tipo Britney nel video di <em>Stronger</em>. Niente, mi trascinano fuori. Mentre struscio per il corridoio, Martufello continua a piangere. Mugola, sussulta. Gli assistenti provano a consolarlo. “Non sono portato?”, chiede. “È vero che non sono portato?”.</p>



<p>“Ma no, Fabrizio, non dargli retta a questo idiota, sei una farfalla”.</p>



<p>“Ma che c’entra il Bagaglino?”.</p>



<p>“Ma che ne so, è un povero pazzo”.</p>



<p>“Mi ha detto di lasciare perdere, dice non sono portato”.</p>



<p>“Non stare a sentire, Fabrizio, è falso”.</p>



<p>“Falso?”.</p>



<p>“Falsissimo”.</p>



<p>“Falsissimissimo?”.</p>



<p>“Falsissimissimo, sì”.</p>



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		<title>Recensione dal nulla di &#8220;Viola&#8221;, di Vincenzo Profeta</title>
		<link>https://ilnemico.it/recensione-dal-nulla-di-viola-di-vincenzo-profeta/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 May 2025 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Tilt]]></category>
		<category><![CDATA[Gog Edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Ubaldo Berti]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Profeta]]></category>
		<category><![CDATA[Viola]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Critica amichettista dell'ultimo libro di Vincenzo Profeta, "Viola. Scritture dal nulla" (GOG 2025)</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/recensione-dal-nulla-di-viola-di-vincenzo-profeta/">Recensione dal nulla di &#8220;Viola&#8221;, di Vincenzo Profeta</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Da bambino avevo un albo a colori intitolato <em>L’industria culturale del 2025</em>. Mostrava un mondo meraviglioso, dove i confini erano sfrangiati e i matematici diventavano romanzieri, gli scrittori conferenzieri, i comici <em>opinion leader</em>, le soubrette gialliste e viceversa. Una sfera protetta e felice, popolata di gente con qualche migliaio di follower che si voleva tanto bene e non faceva che scambiarsi carinerie sotto forma di recensioni brevi e zeppe di lodi, pezzulli di quattro/cinque paragrafi che quasi mai parlavano dei libri per stare invece sulle persone, sul loro pensiero, sulla loro statura come intellettuali e attivisti. Un piccolo eden di complimenti, dove tutti erano amici. E di cui ho sempre desiderato fare parte. <strong>Così, dopo aver letto <em>Viola. Scritture dal nulla</em>, romanzo di Vincenzo Profeta, ho pensato di buttare giù una recensione, e di usarla come chiave di accesso</strong>.</p>



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<p><strong>Preparo due paginine scritte bene e le invio alla <em>Lettura </em>del «Corriere della Sera</strong>». Passano cinque minuti e ricevo una chiamata. È un tizio della redazione, che inizia con una specie di interrogatorio. Mi chiede in che rapporti mi trovi con Vincenzo Profeta, vuole sapere se siamo amici. Sono in imbarazzo. Militare nella stessa cover band dei Gazosa significa essere amici? Sono amici due che sono stati scartati all’ultimo provino per la corrente edizione di Pechino Express, alla quale avrebbero partecipato come “I scrittori”? È amicizia convenire sul fatto che non avere mai più riproposto il duo Leo Gullotta-Dj Francesco come conduttori di <em>Striscia La Notizia</em> sia il più grave errore della carriera di Antonio Ricci? <strong>Se sì, io e Vincenzo Profeta siamo amici. Ma non so più se è un bene o un male</strong>. Non capisco: non erano tutti amici, quelli dell’industria culturale? E allora? Il redattore resta zitto. Un silenzio severissimo. Cerco di riempirlo, e inizio a parlare del libro: “Sa”, dico, “è proprio un bel libro, <em>Viola</em>, quando l’ho letto…”. Casca la linea. Provo a richiamare. Iliad. Ancora. Iliad. Aspetto due ore e chiamo di nuovo. Sempre Iliad. Mando una mail. Iliad. Mi sa che la recensione non la vogliono più. Mi sa che l’industria culturale mi ha respinto. È colpa mia? O è colpa di <em>Viola</em> di Vincenzo Profeta?</p>



<p>Cos’è, <em>Viola</em>? È un libro uscito per Gog Edizioni, un romanzo breve in quattro capitoli, di cui il primo (che occupa più di metà volume) e gli ultimi due corrispondono a un ininterrotto flusso di pensieri del protagonista – <strong>Osvaldo, scrittore, proiezione neanche troppo dissimulata dell’autore –, ossessionato da un amore devozionale per Viola, tizia insopportabile che vive a Milano e con cui si interagisce solo via chat</strong> (è un’intelligenza artificiale? Speriamo, sarebbe l’unica scusa). In mezzo, un racconto scritto da Osvaldo: la passione tra due ragazze durante il Covid, ospedalizzazioni, deliri da terapia intensiva.</p>



<p>Detta così, potrebbe essere colpa di <em>Viola</em>. Storia d’amore anni 2000, intellettuale disastrato e ragazzina idiota che per darsi un tono si appropria di luoghi comuni sui luoghi comuni, ipotesi relazione uomo-macchina ma senza gli occhioni di Joaquin Phoenix (che potrebbe anche rispondere a una delle mie lettere: io sono VERO), incursioni nell’attualità, metaletteratura. Roba già sentita. <strong>Invece <em>Viola</em>, nel bene e nel male, è un libro come ne capitano pochi, oggi.</strong> Perché la storia d’amore non è un pretesto dozzinale per tirare avanti delle riflessioni noiosissime sull’artificialità dei sentimenti, <strong>ma un epifenomeno del processo di scarnificazione che Osvaldo pratica su se stesso e, indirettamente, sulla porzione di mondo che gli compete</strong>. L’interazione con l’imbecille di Milano lo costringe in zone insopportabili, da cui prova a fuggire affidandosi a una carambola di considerazioni che costituiscono l’elemento peculiare del romanzo.</p>



<p>Leggere <em>Viola</em> è abbandonarsi alle idee di Osvaldo, buone o meno che siano. Un debordare di pensieri che apre a continue (davvero: continue) divagazioni. Gli argomenti? <strong>Capitalismo, accelerazionismo, esoterismo, manie estetico-culturali e ostentazioni contemporanee, teorie del complotto (Stevie Wonder che in realtà ci vede clamoroso), satanismo e vertigini mistiche, anticristi russi, la sfiducia nelle possibilità del linguaggio, gli angeli e gli arcangeli, la geopolitica, il digiuno intermittente, i servizi segreti, la netta sensazione – infine – che la verità stia spesso se non sempre sulla superficie</strong>. E sono intorno a un 20%. La forma? Un flusso di coscienza, tecnica ormai antica ma che qui sembra l’unica via possibile per dare tangibilità alle aggressioni mentali subite da chi scrive. A volere cavare fuori un <em>blurb</em> da quarta di copertina, dunque, <em>Viola </em>è un libro modernissimo nel contesto, modernista nello stile, antimoderno nei contenuti e nelle risoluzioni.</p>



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<p>Io sono un tipo semplice, di quelli che gli strutturalisti definiscono “buoni per il concio”, e in un libro mi piace trovare roba antichissima, come la percezione che la scrittura sia innervata da una precisa visione del mondo (o da un complesso di idee che tendono a) – bene anche se moraleggiante, purché strutturata –, con cui magari andare d’accordo; la ricerca di una cifra stilistica netta, personale; scontatezze ridotte al minimo; momenti di grazia e universalità; sprazzi di <em>humour</em>, se possibile.</p>



<p>Ora, è innegabile che leggendo <em>Viola</em> si finisca immersi in una visione del mondo, senza mai ricevere però la sensazione di essere investiti da una serie di preconcetti ideologici disciolti in prosa – anzi, quasi tentennando per il fatto che non si ammicchi MAI al lettore –, e nel tentativo di uno stile che, anzitutto, prova a essere <em>stile</em>, non l’anti-stile ormai troppo diffuso, intercambiabile tra libro e libro, autore e autore, senza picchi né crolli, blando eppure con qualche colpo di misurato effetto per non annoiare, ma in definitiva piatto: <strong>no, lo stile di Vincenzo Profeta ha una sua caratura, con limiti </strong>(il discorso-fiume, a volte, non è condotto con il nascosto ma necessario rigore che consenta comunque di seguirlo, e nei luoghi più convulsi si trasforma in un affastellamento di sintagmi poco fruibile)<strong> e con momenti notevolissimi</strong>. <strong>Soprattutto, è riconoscibile, ha un volto, un carattere specifico</strong>. E poi, al di là dell’apparente brutalità, della confusione, della fatica che si fa per seguire il barcamenarsi tra pensieri ai limiti della paranoia e della psicosi, <strong>quello che resta, di tutto <em>Viola</em>, è una sensazione di lieve divertimento e la tenerezza che ispira la lotta di Osvaldo con sé e con il mondo, a tratti commovente. </strong>Questo, almeno, vale per me: uno che si è commosso solo con <em>Hachiko</em>, fate voi.</p>



<p>Se un vizio lo vogliamo trovare, oltre ai già citati momenti di sfilacciamento del flusso interiore, c’è da dire – ma è roba forse da beghine – che il linguaggio spesso inclina allo scurrile: un compilatore di concordanze della Crusca, voglio dire, si direbbe almeno sorpreso, nel contare in doppia cifra il lemma <strong>“sborra”,</strong> credo un <em>unicum</em> nella storia letteraria italiana non deliberatamente destinata alle auto-palpazioni.</p>



<p><em>Viola</em>, infine, è un libro da leggere, davvero. Perché è un libro in cui l’autore ha messo qualcosa di suo, non ciò che si preoccupa che gli altri pensino gli appartenga. Non badando al pubblico, insomma. E questo, quindi, non può costituire principio di ragione sufficiente per l’esclusione dal micromondo dell’industria culturale. Non c’è verso che ignorino libri degni di lettura. Impossibile. Provo ancora per telefono. Iliad. Mi sa che è colpa mia, allora.</p>



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		<title>Guida pratica per gestire i dazi e anzi uscirne interiormente arricchiti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Apr 2025 10:08:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Tilt]]></category>
		<category><![CDATA[borsa]]></category>
		<category><![CDATA[Dazi]]></category>
		<category><![CDATA[Musk]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
		<category><![CDATA[Ubaldo Berti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dazi al 50% su tutta la gamma di prodotti, solo per oggi ma a partire da domani.</p>
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<p>1.   “Dazi” ha la zeta sorda, per favore non storpiate in “da[dz]i” che poi ci avviliamo, rimanete nell’ortofonia oppure – se vi riesce – fate come Gianni Morandi, che ieri a cena ha snocciolato un dolcissimo “madonna con questi dassi mi viene voglia di riassaltare il Campidoglio” e ci ha fatto stare allegri tutta la serata.</p>



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<p>2.&nbsp;&nbsp; Dice che fra Musk e Trump ci sia maretta perché da quando è iniziata questa storia dei dazi il simpatico Elon tutte le volte che gli si passa davanti urla “un fiorino”. <strong>Nessuno ride</strong>.</p>



<p>3.&nbsp;&nbsp; Risatone invece tra gli economisti quando Trump ha proposto la sua formula per calcolare i dazi ma tutti zitti quando l’ha usata per fare i conti e capire quanto doveva rendere per l’AirBnb di Donoratico. <strong>Ipocritiiiii.</strong></p>



<p>4.&nbsp;&nbsp; Per esperienza personale, dire a qualcuno che ha perso più del 20% in borsa ed è costretto a cancellare i figli dalla scuola americana, non riscattare l’ultima rata del panfilo, restituire l’arricciacapelli Dyson, finire il corso di massaggio ayurvedico e reinventarsi a 45 anni “bene ti sta, avevi a prestarmeli quei cinquanta centesimi per il flipper pidocchio” non farà di voi persone felici. Il livore resta, resta comunque.</p>



<p>5.&nbsp;&nbsp; Tra tutti i paesi del mondo, l’unico che Trump voleva lasciare indenne era il Madagascar, perché Marty la Zebra è il suo personaggio preferito insieme a Cricchetto, ha anche il pupazzo di entrambi, ma poi è stato convinto per ragioni di <em>par condicio</em> diplomatica.</p>



<p>6.&nbsp;&nbsp; Ad essere sincero, io non ho capito quando scatteranno i dazi, né se varranno verso o dagli Stati Uniti, ma per sicurezza, come sempre quando il mondo sembra in pericolo, ho fatto una scorta di cerette per baffi perché assistere al declino economico dell’Occidente e sentirmi anche dire “bada sei sporco sopra il labbro ah no è peluria” francamente lo trovo insopportabile.</p>



<p>7.&nbsp;&nbsp; Chi di voi pensasse di manipolare un parente (metti una nonna) per impaurirlo (metti sintonizzando i suoi apparecchi acustici su Focus Economia del grande Seba Barisoni) al fine di incentivarlo al passaggio di proprietà di un bene mobile (metti un SH 125 nero opaco) verso un discendente cui ha giurato la cancellazione dall’asse ereditario (metti me) alludendo nel discorso a non precisati vantaggi fiscali alla luce dell’entrata in vigore dei dazi (metti “conviene nonna fidati conviene”), ecco non fatelo perché vi sembrerà impossibile ma questi anziani oggi hanno alle spalle dei pool legali, INCREDIBILE.</p>



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