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	<title>violenza Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Riflessioni a partire da Punishment Park</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 May 2026 09:41:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema America]]></category>
		<category><![CDATA[violenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Che noia i film che chiedono i permessi.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Roma clandestina, America spettacolare: Punishment Park, quando il falso diventa più vero del reale</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oltre a essere invivibile, Roma è anche indecifrabile: stratificata, antica e dunque misteriosa. È proprio grazie a questa sua natura opaca che, talvolta, ci si imbatte in eventi strani, mai pubblicizzati perché completamente privati, borderline, quasi clandestini. Può così capitare di ritrovarsi nel centro della capitale a partecipare a un cineforum segreto (il Cinegiordani) di cui non esiste traccia online, ospitato in uno di quegli spazi romani che da anni sopravvivono nell’ombra della produzione audiovisiva indipendente, lontano dai circuiti ufficiali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è lì che può accadere di vedere un film assurdo e dimenticato come Punishment Park (1971). Diretto da Peter Watkins in piena epoca nixoniana, è un mockumentary militante (un finto documentario) e un feroce atto d’accusa contro la violenza istituzionale americana. Il film immagina un’America alternativa (ma non troppo) in cui giovani dissidenti politici vengono processati da tribunali speciali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ai condannati è offerta una scelta: sei anni di carcere oppure l’accesso a Punishment Park, un deserto da attraversare per tre giorni senza acqua né cibo, con l’obiettivo di raggiungere e toccare una bandiera americana per riconquistare la libertà. A sorvegliarli ci sono polizia e Guardia Nazionale, autorizzate a sparare.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-4-3 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="PUNISHMENT PARK TRAILER (1971)" width="500" height="375" src="https://www.youtube.com/embed/X04-bpHCCCU?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p class="wp-block-paragraph">Un’idea potente, probabilmente devastante all’epoca, che oggi appare in parte datata. Non tanto per il contenuto politico, quanto perché la violenza che il film condanna è la stessa che la società e il cinema americani hanno imparato a metabolizzare, spettacolarizzare ed esportare. In questo senso, Punishment Park rende esplicito un meccanismo più profondo: l’America ha bisogno della violenza per raccontarsi, per trasformare il conflitto in intrattenimento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo tema riaffiorò in un altro evento romano di qualche anno fa, anch’esso semi-clandestino ma annunciato: un incontro in un pub di San Lorenzo (l’Underdogs) con Abel Ferrara. Il regista, tra una provocazione e l’altra (arrivando persino a sostenere di sapere con certezza chi abbia ucciso Pier Paolo Pasolini, salvo poi rimandare la rivelazione a una futura autobiografia per “ragioni di sicurezza”) sottolineava un punto significativo: quando negli Stati Uniti arrivò la notizia della morte di Pasolini, non passò quasi nulla del poeta. Passò invece il truce assassinio, l’immagine folcloristica e brutale, il dettaglio scandalistico, la sua Lancia blu e le marchette nei luoghi malfamati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È la violenza che eccita l’America, sia essa messa in scena in un mockumentary, sia essa appartenente alla cronaca. La violenza è alla base dello spettacolo americano. Questa contrapposizione poteva funzionare finché l’America produceva prevalentemente intrattenimento violento e l’Europa realizzava opere più introspettive. Fino agli anni Ottanta la distanza tra cinema europeo e statunitense appariva netta: pop e spettacolare il primo, filosofico e autoriale il secondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi questa separazione è meno evidente. Il cinema americano ha integrato l’autorialità anche all’interno di forme apparentemente commerciali. Ciò rende più complessa la lettura contemporanea di Punishment Park, che resta un’opera figlia del suo tempo ma conserva una forza inquietante. È un film militante che flirta con la stessa violenza che denuncia? Forse. E i titoli di coda, dove una voce fuori campo rivela che alcune persone coinvolte ebbero in seguito problemi legali e conseguenze reali, aumentano l’ambiguità tra rappresentazione e realtà.<a href="https://open.substack.com/pub/ilnemico/chat?utm_source=chat_embed" target="_blank" rel="noreferrer noopener"></a></p>



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<p class="wp-block-paragraph">Il punto più rilevante che emerge da un’opera simile è però un altro: il potenziale del mockumentary come arma di destabilizzazione, capace di incrinare la credibilità dei media. Una ferita che oggi si riapre con i fake video prodotti dall’intelligenza artificiale. Con una differenza sostanziale: nel mockumentary esiste un’intenzione autoriale esplicita, un progetto politico deciso a monte. L’inganno è dichiaratamente artistico e finalizzato a produrre consapevolezza, non semplice disorientamento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Italia, tuttavia, il documentario è ancora percepito come “moralmente vero” e, quando è falso (come nel caso di Fascisti su Marte) viene perlopiù assimilato alla satira. Negli Stati Uniti, invece, il successo di celebri mockumentary come This Is Spinal Tap ha reso possibile un’ulteriore evoluzione del genere attraverso i film di Sacha Baron Cohen, come Borat (2006) e Brüno (2009), che hanno trasformato il mockumentary in una performance totale: personaggi fittizi incarnati nel mondo reale, reazioni autentiche catturate e restituite come dispositivo critico. Realizzare un mockumentary alla Sacha Baron Cohen in Italia é un qualcosa che nessuno ha mai pensato, ma potrebbe seriamente portare alla luce interessanti ingranaggi nascosti del nostro belpaese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In un’epoca ossessionata dal “tratto da una storia vera”, in cui i reel di Instagram risultano spesso più seducenti di qualsiasi biopic e l’intelligenza artificiale produce narrazioni false ma realistiche, prive di reale urgenza politica, il mockumentary potrebbe tornare a essere una forma decisiva. Non come gioco postmoderno, ma come strumento di disturbo. Non come parodia, ma come atto sovversivo. Come un cinema che, ancora una volta, non chiede il permesso.</p>



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		<title>Il conformismo della protesta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Sep 2025 09:42:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura Assoluta]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Ostilità]]></category>
		<category><![CDATA[Surrealismo Capitalista]]></category>
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		<category><![CDATA[violenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Oggi scendere in piazza è un’esperienza reversibile, leggera, persino piacevole. Non lascia cicatrici, non incide realmente sul percorso personale. Si manifesta il sabato, e la domenica si torna a casa a consumare come sempre.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Negli ultimi anni, e in particolare oggi, nel 2025, le piazze dei giovani sembrano vive, piene, animate. Manifestazioni per il clima, contro la guerra, contro le diseguaglianze sociali: temi seri, globali, universali. Eppure, osservandole con un minimo di distacco, si ha la sensazione che queste stesse piazze siano meno rivoluzionarie di quanto appaiano, meno autentiche di quanto si proclami. In altre parole, <strong>il problema non è che i giovani manifestino, ma come e perché lo facciano</strong>.</p>



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<p class="wp-block-paragraph"><strong>Un tempo, la manifestazione politica aveva un carattere drammatico.</strong> Chi scendeva in piazza sapeva di rischiare conseguenze personali: violenza, arresti, perdita di lavoro. La manifestazione era, in sostanza, un atto politico perché comportava un rischio reale. Oggi, invece, manifestare non comporta più alcun rischio concreto. È un’attività tollerata, quasi prevista, persino incoraggiata dal sistema. Ne consegue che la protesta ha perso il suo carattere originario di rottura e si è trasformata in un rito collettivo, ripetitivo e, in fondo, rassicurante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il paradosso è evidente: i giovani credono di ribellarsi, ma in realtà obbediscono. Obbediscono al nuovo imperativo del conformismo di massa: trasgredire. Un conformismo rovesciato, ma pur sempre conformismo. Lo dimostrano i modi stessi della protesta: slogan facili da ricordare, cartelli pensati per essere fotografati, cortei che diventano eventi condivisibili sui social. <strong>L’atto politico si riduce a immagine estetica</strong>. E un’immagine, per definizione, non cambia la realtà: la rappresenta e la consuma.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo senso, la protesta contemporanea è figlia diretta della società dei consumi. Come ogni altra merce, anche la ribellione viene prodotta, distribuita e consumata. Il capitalismo non reprime più le voci dissenzienti, come accadeva in passato: le ingloba, le neutralizza, le rivende. <strong>Una manifestazione diventa un hashtag, un evento mediatico, un prodotto culturale</strong>. E come ogni prodotto, anche questo ha un ciclo di vita breve: viene lanciato, consumato, dimenticato, sostituito da un altro.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Un esempio storico chiarisce la differenza. Nel Sessantotto o nel ’77, scendere in piazza significava porsi in opposizione frontale a un potere che reagiva con forza. La protesta era un atto di scontro e, in quanto tale, trasformava chi vi partecipava: l’esperienza era irreversibile. <strong>Oggi, al contrario, scendere in piazza è un’esperienza reversibile, leggera, persino piacevole</strong>. Non lascia cicatrici, non incide realmente sul percorso personale. Si manifesta il sabato, e la domenica si torna a casa a consumare come sempre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È chiaro, dunque, che il problema non riguarda soltanto i giovani, ma il sistema in cui essi si muovono. <strong>Una società che trasforma tutto in spettacolo non può che trasformare in spettacolo anche la ribellione</strong>. I ragazzi partecipano, certo; ma spesso partecipano come si partecipa a un concerto o a un festival: per esserci, per sentirsi parte di un rito collettivo, per provare un’emozione condivisa. Il contenuto politico della manifestazione si riduce a contorno dell’esperienza emotiva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non bisogna però confondere questa critica con un disprezzo per i giovani. La loro energia, la loro indignazione, la loro voglia di dire no, sono autentiche. <strong>Ma ciò che manca è la traduzione di questa energia in azione politica concreta e rischiosa</strong>. Una manifestazione che non mette in gioco nulla di personale resta inevitabilmente inefficace. È un gesto che consola più che cambiare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il rischio, dunque, è duplice. Da un lato, i giovani si illudono di agire quando in realtà stanno soltanto partecipando a un rito innocuo. Dall’altro, il sistema trova in queste manifestazioni una valvola di sfogo: lascia che si gridi, purché quel grido non diventi azione. In questo modo, la protesta non solo non minaccia l’ordine esistente, ma finisce per rafforzarlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La domanda cruciale, allora, è semplice e insieme terribile: fino a che punto i giovani sono disposti ad andare? Finché la protesta resta una pratica comoda, un atto estetico, un’esperienza collettiva ma indolore, non produrrà alcun cambiamento reale. Solo quando si accetterà il rischio – rischio di perdere sicurezza, privilegi, tempo, lavoro – la protesta potrà tornare ad avere la forza che aveva in passato.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">In definitiva, <strong>la ribellione di oggi non manca di passione, ma manca di serietà. Non manca di entusiasmo, ma manca di sacrificio</strong>. Non manca di numeri, ma manca di rischio. Finché queste mancanze persisteranno, la manifestazione sarà un conformismo travestito da ribellione: un rito collettivo che rassicura chi vi partecipa e chi lo osserva, senza intaccare davvero le strutture del potere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La vera ribellione, in una società che trasforma tutto in merce e spettacolo, consisterebbe forse nel rifiutare di partecipare allo spettacolo stesso. Nel sottrarsi alla logica dell’immagine, nel rinunciare alla scena. Ma questo, evidentemente, è il passo più difficile. Perché richiede ciò che manca: il coraggio di perdere qualcosa.</p>



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		<title>La scheda o il fucile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Feb 2025 11:00:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA['900 in fiamme]]></category>
		<category><![CDATA[Barbarie]]></category>
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		<category><![CDATA[USA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Capitolo estratto dal libro "Nessuno può darti la libertà" (GOG 2018) di Malcolm X. Il capitolo riprende uno dei discorsi più incisivi pronunciati in pubblico da Malcolm X, del 1964.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/la-scheda-o-il-fucile/">La scheda o il fucile</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Signor moderatore, fratello Lomax, fratelli e sorelle, amici e nemici: perché non posso credere che tutti i presenti qui siano amici e al tempo stesso non voglio trascurare nessuno. L’argo­mento di stasera, da quel che ho capito, è<strong> <em>La rivolta negra: che cosa verrà dopo?</em></strong>A mio modesto parere essa pone un preciso di­lemma: <strong>la scheda o il fucile<a href="#_ftn1" id="_ftnref1"><strong>[1]</strong></a>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Prima di spiegare cosa intendo dire con <em>la scheda o il fucile</em>, vorrei chiarire qualcosa che mi riguarda.<strong> Sono ancora musulma­no, l’Islam è ancora la mia religione</strong>. Questa è la mia fede per­sonale. Così come Adam Clayton Powell è un ministro cristiano che dirige la Chiesa Battista Abissina di New York, ma al tempo stesso partecipa alle lotte politiche per cercare di ottenere dei diritti per i neri in questo Paese, e così come il dottor Martin Luther King è un ministro cristiano ad Atlanta, in Georgia, ed è alla testa di un’altra organizzazione che combatte per i diritti civili dei neri in questo Paese; così come il reverendo Galami­son – credo che ne abbiate sentito parlare – è un altro ministro cristiano di New York che si è profondamente impegnato nel boicottaggio scolastico per combattere la segregazione nell’istru­zione, <strong>ebbene, anch’io sono un ministro, non un ministro cristia­no ma un ministro musulmano e credo nell’azione su tutti i fronti con tutti i mezzi necessari.</strong></p>



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<p class="wp-block-paragraph">Sebbene io sia ancora musulmano, non sono venuto qui stase­ra a parlare della mia religione o a cercare di cambiare la vostra religione. Non sono venuto qui per discutere di ciò che ci divide perché è tempo di cancellare i nostri disaccordi e di renderci conto che abbiamo tutti lo stesso problema, un problema comune, <strong>un problema che vi costringerà a vivere in questo inferno sia che siate battisti, metodisti, musulmani o nazionalisti</strong>. Non importa se siete colti o analfabeti, se abitate in zone eleganti o nel ghetto, siete tutti nello stesso inferno, proprio come me<strong>. Sia­mo tutti sulla stessa barca e stiamo subendo questo inferno dallo stesso uomo: l’uomo bianco. </strong>Tutti noi abbiamo sofferto qui, in questo Paese, l’oppressione politica, lo sfruttamento economico, e la degradazione sociale per opera dell’uomo bianco.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Adesso, dire queste cose non significa dire che siamo contro i bianchi in quanto tali, <strong>significa che siamo contro lo sfruttamen­to, contro la degradazione e contro l’oppressione. E se l’uomo bianco non ci vuole contro di lui, allora la smetta di opprimerci, di sfruttarci e di degradarci.</strong> Indipendentemente dal fatto che siamo musulmani, cristiani, nazionalisti, agnostici o atei, dobbia­mo prima di tutto imparare a dimenticare le nostre differenze. Se tra di noi ci sono delle divergenze, discutiamone in privato e quando ci mostriamo in pubblico non accapigliamoci tra di noi prima di aver finito di discutere con l’uomo bianco. Se il defunto presidente Kennedy riuscì a incontrarsi con Krusciov e scambia­re del grano, noi abbiamo certamente molte più cose in comune tra di noi di quante Kennedy e Krusciov ne avessero tra di loro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se non facciamo presto, penso che dovrete convenire con me sul fatto che saremo costretti a usare o la scheda o il fucile. Il 1964 sarà la volta dell’una o delle altre. Non è che stia per arrivare il momento: il momento è già arrivato. <strong>Il 1964 minaccia di essere l’anno più esplosivo che l’America abbia mai visto</strong>. L’an­no più esplosivo. Perché? È anche un anno politico, è l’anno in cui tutti i politici bianchi torneranno nelle comunità nere a cor­teggiare voi e me per qualche voto<strong>. È l’anno in cui tutti i politici bianchi imbroglioni verranno qui nelle nostre comunità con le loro false promesse, ad alimentare le nostre speranze di pacifica­zione, con i loro trucchi e i loro inganni, con delle false promesse che non hanno nessuna intenzione di mantenere</strong>. Con questi me­todi, loro alimentano un’insoddisfazione che potrà portare a una cosa soltanto: l’esplosione. E, ora, qui in America – mi dispiace, fratello Lomax – <strong>ha fatto la sua comparsa il tipo di uomo negro che non intende più solamente porgere l’altra guancia.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Non state a sentire quelli che vi dicono che tutte le probabili­tà sono contro di voi. Se vi arruolano nell’esercito per mandarvi in Corea a fronteggiare ottocento milioni di cinesi, e riuscite ad avere coraggio laggiù, potete essere coraggiosi anche qui. La lot­ta è più impari là che qui e se combattete qui, almeno sapete per cosa state combattendo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non sono un politico e neppure uno studioso di politica. A dire il vero non sono uno studioso di niente in particolare, <strong>non sono democratico né repubblicano e non mi considero neanche americano. Perché se voi e io fossimo americani non esistereb­be alcun problema.</strong> Gli ungheresi diventano americani appena scendono dalla nave; i polacchi sono già americani, gli immigrati italiani sono già americani. Tutti quelli che sono venuti dall’Eu­ropa; tutti quelli che avevano gli occhi blu sono già americani ma noi, con tutto il tempo che siamo stati qui, non lo siamo ancora.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Beh, <strong>non sono uno a cui piace farsi delle illusioni e non sono disposto a sedermi al tavolo e guardare uno che mangia, mentre il mio piatto è vuoto, e considerarmi come un commensale</strong>. Non si diventa commensali solo per il fatto di sedersi a un tavolo, lo si è solo se c’è qualcosa nel piatto. Il fatto di essere qui in America non basta a renderci americani. Il fatto di essere nati in questo Paese non basta a renderci americani. Infatti, se bastasse la na­scita per rendervi americani, non ci sarebbe bisogno di nessuna legislazione, di nessun emendamento alla Costituzione e ora non si assisterebbe all’ostruzionismo parlamentare dei provvedimen­ti sui diritti civili. Per trasformare un polacco in americano non c’è bisogno di approvare nessuna legge sui diritti civili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">No, io non sono americano<strong>. Sono uno dei ventidue milioni di neri che sono vittime dell’americanismo, uno dei ventidue milioni di neri che sono vittime della democrazia che non è altro che un’ipocrisia sotto mentite spoglie. Non vengo qui a parlarvi da americano, da patriota, non sono uno che saluta la bandiera o che la sventola a ogni occasione, no! Io vi parlo da vittima di questo sistema americano e vedo l’America con gli occhi di una vittima</strong>. Non riesco a vedere nessun sogno americano. Quello che vedo è un incubo americano.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Questi ventidue milioni di vittime si stanno svegliando; stan­no aprendo gli occhi; stanno iniziando a vedere quello che pri­ma erano soliti solo guardare; stanno diventando maturi politi­camente. Stanno realizzando che ci sono delle nuove tendenze politiche, da costa a costa, e vedendo queste nuove tendenze politiche è possibile che vedano che ogni volta che c’è un’e­lezione i risultati sono così vicini da obbligare un riconteggio delle schede.</p>



<p class="wp-block-paragraph">[…]<br><br></p>



<p class="wp-block-paragraph">Quindi, che cosa dobbiamo fare? Prima di tutto abbiamo bisogno di amici, di nuovi alleati. Tutta la lotta per i diritti ci­vili richiede una nuova e più vasta interpretazione. Dobbiamo considerare questa cosa dei diritti civili da una diversa angolatu­ra, sia dall’interno che dall’esterno. Per quelli di noi che hanno come filosofia il nazionalismo nero c’è un solo modo per entrare nella lotta per i diritti civili: <strong>dare a essa una nuova interpretazio­ne, perché quella vecchia ci lasciava fuori, ci escludeva del tutto</strong>. Perciò noi stiamo dando alla lotta per i diritti civili una nuova interpretazione, un’interpretazione che ci metta in condizioni di entrarne a far parte. Quanto a quelle teste vuote che sono passa­te da un compromesso all’altro, sempre pronte a parlare con la lingua di velluto e a muoversi con circospezione, non intendia­mo più permettere che continuino a comportarsi in quel modo e non intendiamo scendere a compromessi con loro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come potete ringraziare un uomo perché vi sta dando qual­cosa che è già vostro? Come potete ringraziarlo per darvi solo una parte di ciò che vi spetta? <strong>Non abbiamo fatto nessun pro­gresso perché quello che ci viene dato doveva già essere nostro da tempo</strong>. Questo non è progresso, e mi piace molto il modo in cui il fratello Lomax ha sottolineato il fatto che ci troviamo allo stesso punto in cui eravamo nel 1954. Dirò di più: non siamo neanche al punto in cui eravamo nel 1954; siamo più indietro perché c’è più segregazione oggi di quanta ce ne fosse allora. Ci sono più odio razziale, più animosità e più segregazione oggi, nel 1964, che dieci anni fa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dov’è il progresso? <strong>Siamo oggi in una situazione in cui fanno la loro comparsa dei giovani negri che non vogliono più sentir parlare di storielle del tipo «porgi l’altra guancia».</strong> A Jackson­ville, quelli che tiravano le bottiglie molotov erano degli adole­scenti. I negri non avevano mai fatto una cosa simile prima e ciò mostra che c’è un nuovo modo di affrontare i problemi che si sta facendo strada, un nuovo modo di pensare e una nuova strategia. Questo mese saranno le bottiglie molotov, il prossimo le bombe a mano e il prossimo ancora qualche altra cosa. <strong>Ci saranno o le schede o i fucili, o la libertà o la morte</strong>. L’unica differenza, però, tra questa e l’altra morte è che sarà reciproca. Sapete cosa voglio dire con reciproca? L’ho presa dal fratello Lomax, che l’ha ado­perata prima. Io di solito non mi servo di questi paroloni perché normalmente non ho a che fare con gente importante, ma solo con persone comuni. Credo che si possano mettere insieme tante di queste persone comuni e spazzar via tanti di quei personaggi importanti. Quelli non hanno nulla da perdere e nulla da guada­gnare e te lo fanno capire subito che, per ballare il tango, bisogna essere in due e quando si muove l’uno anche l’altro è costretto a muoversi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I nazionalisti neri, coloro la cui filosofia è il nazionalismo nero, nel portare avanti questa nuova interpretazione del signifi­cato generale della lotta per i diritti civili, la considerano, come ha sottolineato il fratello Lomax, sinonimo dell’uguaglianza di opportunità. Beh, siamo giustificati nel ricercare diritti civili se essi significano uguaglianza di opportunità perché noi non cer­chiamo di fare altro che riscuotere gli interessi dei nostri investi­menti. I nostri padri e le nostre madri hanno investito in questo Paese il loro sudore e il loro sangue; per trecento anni abbiamo lavorato senza esser pagati, dico senza prendere neanche un sol­do di ricompensa. Senza neanche un soldo in cambio. Voi per­mettete che l’uomo bianco vada dicendo quanto è ricco questo Paese, ma non vi fermate mai a pensare come ha fatto a diventare ricco così presto. <strong>È diventato ricco perché voi lo avete reso tale.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Prendete quelli che sono presenti qui in questa sala. Come individui sono poveri, siamo tutti poveri. Il nostro salario setti­manale basta appena per vivere, ma se si mettono insieme i salari di tutti, ce n’è abbastanza per riempire parecchie ceste. È una grande ricchezza. Se si potessero mettere insieme i guadagni an­nuali di tutti quelli che sono qui oggi, si sarebbe ricchi, più ricchi degli stessi ricchi. <strong>Quando considerate ciò, pensate a come si è arricchito lo zio Sam con le ricchezze prodotte non da un pugno di neri come quelli che sono qui stasera, ma da milioni e milioni della nostra gente</strong>. Vostra madre e vostro padre, mia madre e mio padre, non lavoravano otto ore al giorno, ma da prima che faces­se giorno fino a tarda notte, e lavoravano per niente arricchendo l’uomo bianco, arricchendo lo zio Sam.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo è il nostro investimento, il nostro contributo, il no­stro sangue, perché non soltanto noi abbiamo dato loro gratuita­mente la nostra fatica, ma anche il nostro sangue. Tutte le volte che l’uomo bianco chiamava il Paese alla guerra, noi siamo stati i primi a indossare l’uniforme e a morire su tutti i campi di bat­taglia dell’uomo bianco. Il nostro sacrificio è stato più grande di quelli compiuti da chi oggi gode di una posizione di privilegio in America. Il nostro contributo è stato più grande ma in cambio abbiamo ricevuto meno di tutti. <strong>Coloro la cui filosofia è il na­zionalismo nero hanno questo atteggiamento di fronte ai diritti civili: «Dateceli subito. Non aspettate l’anno prossimo. Dateceli ieri e anche così non sarebbe abbastanza presto!».</strong></p>



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<p class="wp-block-paragraph">A questo punto vorrei fermarmi per sottolineare una cosa. <strong>Cercate di capire che ogni qualvolta che cercate di afferrare qual­cosa che vi appartiene, chiunque vi privi di tale diritto è un crimi­nale</strong>. Quando volete ottenere ciò che è vostro, siete nel pieno di­ritto di esigerlo e chiunque cerca di privarvene infrange la legge ed è un criminale. Questo è stato confermato dalla sentenza della Corte Suprema che ha dichiarato illegale la segregazione. Questo significa che la segregazione infrange la legge, che il segregazioni­sta viola la legge e quindi è un criminale. Non c’è altro modo per definirlo e quando voi protestate contro la segregazione, siete dalla parte della legge e la Corte Suprema è con voi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ora, chi è che si oppone a voi quando volete far applicare la legge? Il dipartimento di polizia stesso, con i suoi cani e i suoi manganelli. Quando voi protestate contro la segregazione, sia che si tratti delle scuole, delle zone residenziali o di qualsiasi altra cosa, avete la legge dalla vostra parte e coloro che vi si oppon­gono non la rappresentano più, ma anzi la violano e quindi non sono suoi rappresentanti. <strong>Ogni volta che manifestate contro la segregazione e qualcuno osa scagliarvi contro un cane poliziot­to, ammazzate quel cane, vi dico, ammazzatelo, ammazzate quel cane!</strong> Vi ripeto, anche se domani mi mettono in prigione, am­mazzate quel cane. Così porrete fine a questi metodi. <strong>Se i bianchi che sono qui presenti non vogliono assistere ad azioni del genere, è bene che vadano a dire al sindaco che ordini alla polizia di te­nere i cani in dipartimento. Ecco cosa dovete fare; se non lo fate voi, lo farà qualcun altro.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Se non sarete capaci di agire con fermezza, di assumere una posizione intransigente, i vostri figli cresceranno e guardandovi penseranno<strong>: «Che vergogna!».</strong> Con ciò non voglio dire che dove­te essere violenti, ma al tempo stesso che non dovete mai pratica­re la nonviolenza con chi nonviolento non è. <strong>Io sono nonviolento con quelli che lo sono con me, ma quando qualcuno usa la vio­lenza nei miei confronti, allora è come se impazzissi e non sono più responsabile delle mie azioni. Ed è così che dovrebbero di­ventare tutti i negri</strong>. Quando sapete di non infrangere la legge, di star esercitando i vostri diritti legali e morali, secondo giustizia, allora sappiate morire per quello in cui credete. <strong>Ma non morite soli, fate che la vostra morte sia reciproca. Questo è quello che si intende per uguaglianza. Occhio per occhio, dente per dente</strong>.</p>



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<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> Il gioco di parole originale è intraducibile in italiano: <em>Ballots or Bullets</em> (lett: <em>schede elettorali o proiettili</em>)</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>La rivoluzione della vita quotidiana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Jan 2025 11:01:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA['900 in fiamme]]></category>
		<category><![CDATA[Anni '70]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Situazionismo]]></category>
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		<category><![CDATA[creatività]]></category>
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		<category><![CDATA[Internazionale Situazionista]]></category>
		<category><![CDATA[La rivoluzione della vita quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[Maggio '68]]></category>
		<category><![CDATA[Raoul Vaneigem]]></category>
		<category><![CDATA[Rivoluzione]]></category>
		<category><![CDATA[Trattato del saper vivere ad uso delle giovani generazioni]]></category>
		<category><![CDATA[violenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>"Lo spirito ludico è l’unica garanzia contro la sclerosi autoritaria. La creatività, col mitra in spalla, è inarrestabile." Capitolo estratto dal libro di Raoul Vaneigem, "La rivoluzione della vita quotidiana" (GOG 2024).</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il progetto di partecipazione</strong><br></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Del gioco, l’organizzazione della sopravvivenza non tollera che le falsificazioni spettacolari. Ma la crisi dello spettacolo fa sì che, braccata da ogni parte, la passione del gioco risorga dappertutto. Essa assume ormai il volto del sovvertimento sociale, e fonda, al di là della sua negatività, una società di partecipazione reale. La<br>prassi ludica implica il rifiuto del capo, il rifiuto del sacrificio, il rifiuto del ruolo, la libertà di realizzazione individuale, la trasparenza dei rapporti sociali (1). La tattica è la fase polemica del gioco. La creatività individuale ha bisogno di un’organizzazione che la concentri e che le conferisca più forza. La tattica è inseparabile da un certo calcolo edonista. Ogni azione parziale deve avere per fine la distruzione totale del nemico. Bisogna estendere alle società industrializzate le forme adeguate di guerriglia (2). Il salvataggio per trasferimento (</em>détournement<em>) è il solo uso rivoluzionario dei valori spirituali e materiali distribuiti dalla società di consumo; l’arma assoluta del superamento (3).</em></p>



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<p class="wp-block-paragraph"><strong>Le necessità dell’economia si conciliano male con il gioco</strong>. Nelle transazioni finanziarie, tutto è serietà: non si scherza con il denaro. La parte di gioco ancora inclusa nell’economia feudale è stata a poco a poco espulsa dalla razionalità degli scambi monetari. Il gioco negli scambi permetteva in effetti di barattare dei prodotti, se non del tutto privi di una misura comune, almeno non rigorosamente tarati. Ma nessuna fantasia sarà più tollerata dal momento in cui il capitalismo impone i suoi rapporti mercantili, e l’attuale dittatura del consumabile prova a sufficienza che esso ha giurato di imporli dappertutto, a tutti i livelli della vita.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Nell’alto Medioevo, i rapporti bucolici inclinavano verso una certa libertà gli imperativi puramente economici della organizzazione feudale delle campagne; spesso era il gioco a presiedere alle corvées, ai giudizi, ai regolamenti dei conti. Precipitando la quasi totalità della vita quotidiana nella battaglia della produzione e del consumo, il capitalismo reprime la propensione al gioco, mentre si sforza nello stesso tempo di recuperarla nella sfera del rendimento.<strong> Così, in qualche decina d’anni si sono viste le gioie dell’evasione trasformarsi in turismo di massa, l’avventura diventare missione scientifica, il grande gioco della guerra trasformarsi in strategia operativ</strong>a. Il gusto del cambiamento è ormai pago e soddisfatto grazie a un cambiamento di gusto…</p>



<p class="wp-block-paragraph">In generale. L’organizzazione sociale attuale preclude il gioco autentico. Ne riserva l’uso all’infanzia, alla quale, sia detto per inciso, essa propone con insistenza crescente delle specie di giocattoli gadget, veri premi alla passività. <strong>Quanto all’adulto, egli non ha diritto che a delle forme falsificate e recuperate: competizioni, giochi televisivi, elezioni, casinò…</strong> Va da sé che la povertà di questi espedienti non soffoca veramente la ricchezza spontanea della passione del gioco, soprattutto in un’epoca in cui la sfera ludica ha tutte le opportunità di trovare storicamente riunite le condizioni più favorevoli di espansione.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Il sacro scende a patti con il gioco profano e dissacrante: testimoni i capitelli irriverenti, le sculture oscene delle cattedrali. La Chiesa assorbe senza nasconderli la risata cinica, la fantasia caustica, la critica nichilista. Protetto sotto il suo mantello, il gioco demoniaco è al sicuro. Invece,<strong> il potere borghese mette il gioco in quarantena</strong>, lo isola in un settore particolare come se volesse preservare da esso le altre attività umane. L’arte costituisce appunto questo dominio privilegiato, e un po’ disprezzato, del non-redditizio. Lo resterà fino a quando l’imperialismo economico non lo convertirà a sua volta in fabbrica di consumo. Ormai braccata da ogni parte,<strong> la passione del gioco risorge dappertutto</strong>.</p>



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<p class="wp-block-paragraph"><br>Nello strato di interdizioni che ricopre l’attività ludica, si apre una falla nel punto meno resistente, nella zona in cui il gioco si è mantenuto più a lungo, nel settore artistico. L’eruzione si chiama Dada. «Le rappresentazioni dadaiste fecero risuonare negli ascoltatori l’istinto primitivo-irrazionale del gioco, che era stato sommerso», dice Hugo Ball. Sulla china fatale dello scherzo e della burla, l’arte doveva trascinare nella sua caduta l’edificio che lo spirito di serietà aveva eretto a gloria della borghesia. <strong>Di modo che il gioco assume oggi il volto dell’insurrezione</strong>. Il gioco totale e la rivoluzione della vita quotidiana ormai si confondono.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Cacciata dall’organizzazione sociale gerarchizzata, la passione del gioco, abbattendola, fonda una società di tipo nuovo, <strong>una società della partecipazione reale.</strong> Senza presumere di ipotecare ciò che sarà un’organizzazione di rapporti umani aperta senza riserve alla passione del gioco, ci si può aspettare che presenti le caratteristiche seguenti:</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>rifiuto del capo e di ogni gerarchia;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>rifiuto del sacrificio;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>rifiuto del ruolo;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>libertà di realizzazione autentica;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>trasparenza dei rapporti sociali.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Il gioco non può essere concepito né senza regole <strong>né senza che si giochi con le regole</strong>. Guardate i bambini. Essi conoscono le regole del gioco, se le ricordano benissimo, <strong>ma barano continuamente, </strong>inventano o immaginano degli imbrogli. Tuttavia, per loro, barare non ha il senso che gli attribuiscono gli adulti. L’imbroglio fa parte del loro gioco, essi giocano a barare, complici anche nelle loro dispute. Così essi ricercano un gioco nuovo. E talvolta questo riesce: si crea e si sviluppa un nuovo gioco. Senza interromperne il flusso, essi ravvivano la loro coscienza ludica.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br><strong>Non appena un’autorità si fissa rigidamente, diviene irrevocabile, si fregia di un’aura magica, il gioco finisce</strong>. Peraltro, la leggerezza ludica non va mai disgiunta da uno spirito di organizzazione, con ciò che questo implica per disciplina. Ma anche se occorre un direttore di gioco investito di un potere di decisione, questo potere non è mai dissociato dai poteri di cui ogni individuo dispone in modo autonomo, è anzi il punto di concentrazione di tutte le volontà individuali, il duplicato collettivo di ogni esigenza particolare.<strong> Il progetto di partecipazione implica dunque una coerenza tale che le decisioni di ciascuno siano le decisioni di tutti</strong>. Sono evidentemente i gruppi numericamente deboli, le microsocietà, quelli che offrono migliori garanzie di sperimentazione. In essi, il gioco regolerà in modo sovrano i meccanismi di vita in comune, l’armonizzazione dei capricci, dei desideri, delle passioni. Tanto più che questo gioco corrisponderà al gioco insurrezionale condotto dal gruppo e reso necessario dalla volontà di vivere fuori dalle norme ufficiali.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>La passione del gioco esclude il ricorso al sacrificio. Si può perdere, pagare, subire la lesse, passare un brutto quarto d’ora; è la logica del gioco, non la logica di una Causa, <strong>non la logica del sacrificio</strong>. Quando appare la nozione di sacrificio, il gioco si sacralizza, le sue regole diventano dei riti. Nel gioco, le regole sono date insieme al modo di cambiarle e di giocare con esse.</p>



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<p class="wp-block-paragraph"><br>Nel sacro, al contrario, il rituale non si lascia giocare, bisogna spezzarlo, trasgredire la proibizione (ma profanare un’ostia è ancora un modo di rendere omaggio alla Chiesa). <strong>Solo il gioco desacralizza, solo esso si apre a una libertà senza limiti.</strong> Esso è il principio del rovesciamento (<em>détournement</em>), la libertà di cambiare il senso di tutto ciò che serve il potere; la libertà, per esempio, di trasformare la cattedrale di Chartres in lunapark, in labirinto, in poligono di tiro, in paesaggio onirico…</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>In un gruppo imperniato sulla passione del gioco, gli impegni e <strong>i lavori noiosi potranno per esempio essere ripartiti come penalità, in conseguenza di un errore o di una sconfitta</strong>. O, più semplicemente, riempiranno i tempi morti, una sorta di riposo attivo; il che, per contrasto, renderebbe la ripresa del gioco più eccitante. La costruzione di situazioni dovrà necessariamente fondarsi sulla dialettica della presenza e dell’assenza, della ricchezza e della povertà del piacere e del dispiacere, dove l’intensità di un tono stimola l’intensità dell’altro.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>D’altra parte, le tecniche usate nel contesto del sacrificio e della costrizione perdono molta della loro efficacia. Il loro valore strumentale è infatti annullato dalla loro funzione repressiva; e la creatività oppressa diminuisce il rendimento delle macchine oppressive. <strong>Solo l’attrazione ludica garantisce un lavoro non alienante, un lavoro produttivo</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Il ruolo nel gioco non può concepirsi senza un gioco sul ruolo.<strong> Il ruolo spettacolare esige un’adesione</strong>; il ruolo ludico, al contrario, postula una distanza, una prospettiva dalla quale ci si scopre liberi e in gioco, alla maniera degli attori navigati che, nell’intermezzo fra due scene drammatiche, si scambiano delle battute scherzose. L’organizzazione spettacolare non resiste a questo tipo di comportamento. I Fratelli Marx hanno mostrato che cosa può diventare un ruolo quando il gioco prende il sopravvento. Purtroppo il loro è ancora un esempio recuperato, in questo caso dal cinema. Che cosa ne sarebbe di un gioco sui ruoli che avesse il proprio epicentro nella vita reale?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Se c’è chi entra nel gioco con un ruolo fisso, un ruolo serio, o costui è perduto, o corrompe il gioco. È il caso del provocatore. <strong>Il provocatore è uno specialista del gioco collettivo</strong>. Ne possiede la tecnica ma non la dialettica.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Forse potrebbe anche essere in grado di tradurre le aspirazioni del gruppo in maniera offensiva – il provocatore spinge sempre all’attacco – se non fosse per il fatto che, non essendo altro il suo tormento che quello di difendere il proprio ruolo, la propria missione, egli è per ciò stesso incapace di difendere l’interesse del gruppo. Questa incoerenza fra l’offensivo e il difensivo prima o poi smaschera il provocatore, <strong>è causa della sua triste fine</strong>. Qual è il miglior provocatore? Il direttore di gioco che è diventato un capo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Solo la passione del gioco è tale da poter fondare una comunità i cui interessi sono identici a quelli dell’individuo. A differenza del provocatore, il traditore sorge spontaneamente in un gruppo rivoluzionario. Egli appare ogni volta che la passione del gioco è scomparsa e che, al tempo stesso, il progetto di partecipazione è stato falsificato. Il traditore è un uomo che, non riuscendo a realizzarsi autenticamente nella forma di partecipazione che gli viene proposta, decide di «giocare» contro una tale partecipazione, non per correggerla, <strong>ma per distruggerla</strong>. Il traditore è la malattia senile dei gruppi rivoluzionari. Tradire il gioco è il primo tradimento, quello che pone le basi per tutti gli altri.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Infine, generando la coscienza della soggettività radicale, il progetto di partecipazione accresce la trasparenza dei rapporti umani.<strong> Il gioco insurrezionale è inseparabile dalla comunicazione.</strong><br></p>



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<p class="wp-block-paragraph"><br>La tattica – La tattica è la fase polemica del gioco. La tattica assicura la continuità necessaria tra la poesia così come nasce (il gioco) e l’organizzazione della spontaneità (la poesia). Essenzialmente tecnica, essa impedisce che la spontaneità si disperda, che si perda nella confusione. È noto quanto sia stata dolorosamente assente dalla alla maggior parte delle insurrezioni popolari. È noto anche con quale disinvoltura lo storico tratta le rivoluzioni spontanee. Non uno studio serio, non un’analisi metodica, niente che ricordi da vicino o da lontano il libro di Clausewitz sulla guerra. Finisce così che i rivoluzionari ignorino le battaglie di Makhno con lo stesso impegno con cui un generale studia quelle di Napoleone.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Alcune osservazioni, in mancanza di analisi più approfondite. Un esercito ben disciplinato in una gerarchia può di certo vincere una guerra, ma non una rivoluzione; un’orda indisciplinata non otterrà la vittoria né in guerra né nella rivoluzione. Si tratta di organizzare senza gerarchizzare, in altre parole di vigilare affinché il <em>meneur de jeu</em> non si trasformi mai un capo. <strong>Lo spirito ludico è l’unica garanzia contro la sclerosi autoritaria. La creatività, col mitra in spalla, è inarrestabile.</strong> Si sono viste le truppe villiste e makhnoviste battere le truppe più agguerrite e meglio equipaggiate del loro tempo. Se al contrario il gioco si arresta, diventa ripetitivo, la battaglia è persa. La rivoluzione fallisce affinché il suo leader diventi infallibile. Perché Villa è sconfitto a Celaya? Perché non si è curato di rinnovare il proprio gioco strategico e tattico. Sul piano tecnico del combattimento, inebriato dal ricordo di Ciudad Juarez dove, buttando giù i muri e avanzando così di casa in casa, aveva attaccato il nemico alle spalle e lo aveva annientato, Villa disdegna le innovazioni militari della guerra 1914-18, nidi di mitragliatrici, mortai, trincee. Sul piano politico, una certa ristrettezza di vedute lo ha tenuto lontano dal proletariato industriale. È significativo che l’esercito di Obregon, che sgominò i Dorados di Villa, contasse tra le sue file anche delle milizie operaie e dei consiglieri militari tedeschi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>La creatività fa la forza degli eserciti rivoluzionari. Avviene spesso che i movimenti insurrezionali riportino fin dal primo momento delle brillanti vittorie perché rompono le regole del gioco a cui sono abituati gli avversari, che le osservano invece fedelmente. perché inventano un gioco nuovo: perché ogni combattente partecipa a tutti gli effetti all’elaborazione ludica. Ma se la creatività non si rinnova, se essa tende verso il ripetitivo, se l’esercito rivoluzionario assume la forma di un esercito regolare, si vedono a poco a poco la devozione cieca e l’isteria che tentano di vanamente di supplire alla debolezza sul campo di battaglia. L’ebbrezza del ricordo delle vittorie passate annuncia sempre terribili e prossime disfatte. La magia suggestiva della Causa e del capo prende il sopravvento sull’unità cosciente della volontà di vivere e della volontà di vincere. Dopo aver tenuto in scacco i principi per due anni, 40.000 contadini per i quali il fanatismo religioso finisce per prendere il posto della tattica, si lasciano fare a pezzi a Frankenhaussen nel 1525; l’esercito feudale perde tre uomini. Nel 1964, a Stanleyville, centinaia di mulelisti, convinti della propria invincibilità, si fanno massacrare lanciandosi su un ponte presidiato da due mitragliatrici. Son tuttavia gli stessi che si impadronirono dei camion e delle armi dell’ANC scavando nelle strade trappole da elefanti.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>L’organizzazione gerarchizzata, così come il suo contrario, ovvero l’indisciplina e l’incoerenza, sono ugualmente inefficaci. In una guerra classica, quando due fazioni ugualmente inefficaci si scontrano, prevale quella meglio equipaggiata; la tecnica diventa rilevante. Nella guerra rivoluzionaria, la poesia degli insorti toglie all’avversario le armi e il tempo di servirsene, privandolo così dell’unica superiorità possibile. Se l’azione dei guerriglieri si fa ripetitiva, il nemico impara a giocare secondo le regole del combattente rivoluzionario; da quel momento, bisogna temere che la controguerriglia riesca, se non a distruggere, almeno a contenere la creatività popolare già frenata.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Come mantenere, in un gruppo armato che rifiuta di obbedire servilmente a un capo, la disciplina necessaria al combattimento? Come evitare la mancanza di coesione? Il più delle volte, gli eserciti rivoluzionari non fanno che oscillare tra la Scilla della devozione a una Causa, alla Cariddi della ricerca incoerente e sfrenata del piacere.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Lanciare appelli, in nome della libertà, al sacrificio e alla rinuncia pone le basi per una schiavitù futura. D’altra parte, la festa prematura e la ricerca del piacere parcellare precedono sempre di poco la repressione e le settimane di sangue che “ristabiliscono l’ordine”. Il principio del piacere deve conferire coesione al gioco e disciplinarlo. La ricerca del massimo piacere deve sempre correre il rischio del dolore: è il segreto della sua forza. Dove attingeva il suo ardore la soldataglia dell’Ancien Régime quando andava all’assalto di una città e, dieci volte respinta, dieci volte riprendeva la lotta? Nell’attesa appassionata della festa – nella fattispecie, bisogna ammetterlo, principalmente del saccheggio e dello stupro –, di un piacere tanto più vivo in quanto ottenuto lentamente e con preparazione. La migliore tattica sa andare di pari passo con l’anticipazione del piacere. La volontà di vivere, brutale, sfrenata, è per il combattente l’arma segreta più micidiale. Una tale arma si ritorce contro quelli che la ostacolano: per difendere la sua pelle, il soldato ha tutto le ragioni del mondo per sparare alla schiena dei suoi comandanti; per le stesse ragioni, gli eserciti rivoluzionari guadagnano molto nel trasformare ogni uomo in un abile tattico, arbitro e comandante di se stesso; qualcuno che sappia costruire il suo piacere con conseguenza.</p>



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<p class="wp-block-paragraph"><br>Nelle lotte a venire, la volontà di vivere intensamente dovrà prendere il posto della vecchia brama del saccheggio e della razzia. La tattica si unirà allora con la scienza del piacere, tanto è vero che la ricerca del piacere è essa stessa il piacere. <strong>È questa una tattica che si impara tutti i giorni</strong>. Il gioco armato non differisce essenzialmente da quello libero, lo stesso che gli uomini perseguono più o meno coscientemente in ogni istante della loro vita quotidiana. Chi non disdegna di imparare cosa sia, anche nella semplice quotidianità, ciò che lo uccide e ciò che invece lo rende più forte come individuo libero, conquista passo per passo il suo brevetto di tattico.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Comunque, <strong>non esiste tattico isolato</strong>. La volontà di distruggere la vecchia società implica una federazione di tattici della vita quotidiana. Una federazione di questo tipo è quella che l’Internazionale situazionista si propone fin da questo momento di attrezzare tecnicamente. La strategia costruisce collettivamente il piano inclinato della rivoluzione, fondandola sulla tattica della vita quotidiana individuale.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>L’ambigua nozione di umanità provoca talvolta un certo ondeggiamento nelle rivoluzioni spontanee. Troppo spesso il desiderio di porre l’uomo al centro delle rivendicazioni è stato soffocato da un umanismo paralizzante. Quante volte il partito della rivoluzione ha risparmiato i suoi fucilatori, quante volte ha accettato una tregua da cui il partito dell’ordine attingeva nuove forze? L’ideologia dell’umano è un’arma in mano al partito reazionario, quella che serve a giustificare tutte le disumanità (i parà belgi a Stanleyville).</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Non c’é compromesso possibile con i nemici della libertà, nessuna umanità che tenga per gli oppressori degli uomini. <strong>L’annientamento dei controrivoluzionari è l’unico gesto autenticamente umanitario</strong>, poiché previene la crudeltà dell’umanismo burocratizzato.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Infine, uno dei problemi dell’insurrezione spontanea verte su questo paradosso: bisogna, attraverso azioni parziali e frammentarie, distruggere totalmente il potere. La lotta per la sola emancipazione economica ha reso la sopravvivenza possibile per tutti rendendo al tempo stesso inaccessibile per tutti qualsiasi cosa che andasse oltre la semplice sopravvivenza. Ora, è certo che le masse lottavano per un obiettivo più ampio, per il cambiamento globale delle condizioni di vita. <strong>D’altra parte, la volontà di cambiare in un sol colpo la totalità del mondo fa ancora parte del pensiero magico</strong>. Per questo si ribalta così facilmente in un piatto riformismo. La tattica apocalittica e quella delle rivendicazioni graduali si uniscono prima o poi, trovano un compromesso, gli antagonismi si riconciliano. I partiti falsamente rivoluzionari non hanno forse finito per identificare tattica e compromesso?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>La rivoluzione non può vincere né attraverso vittorie parziali né con un attacco frontale e aperto. La guerra di guerriglia deve essere totale. Appunto lungo questa via si impegna l’Internazionale situazionista, <strong>con un’azione di disturbo calcolato, un martellamento su tutti i fronti</strong> – culturale, politico, economico, sociale. Il terreno della vita quotidiana assicura l’unità della lotta.</p>



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<p class="wp-block-paragraph"><br>Il <em>détournement</em> – Nel senso largo del termine, il <em>détournement</em> è una rimessa in gioco globale. È il gesto con il quale l’unità ludica si impadronisce degli individui e delle cose congelate in un ordine parcellare e disposte gerarchicamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Ci è capitato una volta, sul far della sera, di penetrare, i miei amici ed io, nel Palazzo di Giustizia di Bruxelles. Conosciamo bene questo edificio mastodontico che schiaccia con la sua mole i quartieri poveri sottostanti, proteggendo la ricca avenue Louise che, un giorno o l’altro, <strong>trasformeremo nell’epicentro di un esplosione mozzafiato</strong>. Sul filo di una lunga deriva attraverso un dedalo di corridoi, di scalinate, di stanze a schiera, calcolavamo le situazioni possibili del luogo, occupavamo il territorio conquistato, trasformavamo in virtù dell’immaginazione <strong>questo luogo spento e mortifero in un fantastico terreno da circo, in un palazzo dei piaceri</strong>, dove le più eccitanti avventure sarebbero state, per la prima volta, realmente vissute. Insomma, il détournement è la manifestazione più elementare della creatività.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Le fantasticherie soggettive stravolgono (<em>détournent</em>) il mondo. Gli individui stornano (<em>détournent</em>), come Monsieur Jourdain e James Joyce hanno fatto l’uno con la prosa e l’altro con l’Ulisse; vale a dire spontaneamente e, al tempo stesso, con molta riflessione.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Nel 1955, Debord, colpito dall’impiego sistematico del <em>détournement</em> in Lautréamont, attirava l’attenzione sulla ricchezza di una tecnica di cui Jorn doveva scrivere nel 1960: «<strong>Il <em>détournement</em> è un gioco dovuto alla capacità di svalorizzazione. Tutti gli elementi del passato culturale devono essere reinvestiti oppure scomparire</strong>». Infine, nella rivista «Internationale Situationniste» (n. 3), Debord, ritornando sull’argomento, precisava: «Le due leggi fondamentali del détournement sono la diminuzione d’importanza, fino alla perdita del senso iniziale, di ogni elemento autonomo détourné; e nello stesso tempo, l’organizzazione di un altro insieme significante, che conferisce ad ogni elemento la sua nuova portata». Le condizioni storiche attuali ci permettono di essere ancora più precisi. È ormai infatti evidente che:</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8211; ovunque si estende la palude della decomposizione, il <em>détournement</em> prolifera spontaneamente. L’era dei valori consumabili rinforza singolarmente la possibilità di organizzare dei nuovi insiemi significanti;</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8211;<strong> il settore culturale non è più un settore privilegiato</strong>. L’arte del <em>détournement</em> si estende a tutti i gesti di rifiuto attestati dalla vita quotidiana;</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8211; la dittatura del parcellare fa del <em>détournement</em> la sola tecnica al servizio della totalità. Il <em>détournement</em> è il gesto rivoluzionario più coerente, più popolare e più adatto alla pratica insurrezionale. Per una sorta di movimento naturale – dovuto alla passione che sempre accompagna il gioco – <strong>esso spinge gli uomini ad essere sempre più estremi, sempre più radicali.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Per via della decomposizione e dello sgretolamento che affligge l’insieme delle condotte spirituali e materiali – decomposizione legata agli imperativi della società di consumo – la fase di svalorizzazione, presupposto fondamentale del <em>détournement</em>, è assicurata dalle condizioni storiche, che in certo modo se ne incaricano. <strong>La negatività incrostata nella realtà dei fatti rende così il <em>détournement</em> un passaggio obbligatorio nel processo di superamento, un atto essenzialmente positivo.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Se l’abbondanza di beni di consumo è salutata dappertutto come una felice evoluzione, è noto che l’impiego sociale di questi beni ne corrompe il buon uso. È appunto perché il gadget è prima di tutto un pretesto a profitto del capitalismo e dei regimi burocratici che esso deve essere inutilizzabile ad altri fini. L’ideologia del consumabile agisce come un difetto di fabbrica, sabota la merce di cui è il rivestimento; introduce nell’apparato materiale della felicità una nuova schiavitù. In questo contesto, il <em>détournement</em> <strong>diffonde un diverso modo d’impiego, inventa un uso superiore in cui la soggettività manipolerà a suo vantaggio ciò che è stato prodotto per esserle venduto e per manipolarla</strong>. La crisi dello spettacolo dovrà ora precipitare le forze della menzogna nel campo della verità vissuta. L’arte di rivolgere contro il nemico le armi che le necessità commerciali gli impongono di distribuire è la questione dominante dei problemi di tattica e di strategia. Bisogna diffondere i metodi di <em>détournement</em> come il vangelo del consumatore che vorrebbe semettere di essere tale.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Il <em>détournement</em>, che alle prime armi ha fatto il proprio tirocinio nel mondo dell’arte, è ora divenuto l’arte dell’<strong>impiego rovesciato di tutte le armi</strong>. Apparso inizialmente nei sommovimenti della crisi culturale degli anni 1910-1925, si è via via esteso all’insieme dei settori toccati dalla decomposizione. Ciò non esclude che il dominio dell’arte offra ancora alle tecniche di <em>détournement</em> un campo valido di sperimentazione; che occorra saper trarre lezione dal suo passato. Così, l’operazione di reinvestimento prematuro in cui si cimentarono i surrealisti, è fallita, perché essi provarono a reintrodurre in un contesto ancora valido, gli anti-valori dadaisti, ma senza ridurli a zero; il che, mostra bene che il tentativo di costruire a partire da valori che non siano stati purgati da una forte crisi nichilista condurrà sempre al recupero da parte dei meccanismi dominanti dell’organizzazione sociale. La tendenza «combinatoria» degli attuali cibernetici a proposito dell’arte va fino alla fiera accumulazione insignificante di elementi qualunque, che non sono stati in alcun modo de-valorizzati. Pop Art e Jean-Luc Godard, ovvero l’apologetica della spazzatura.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>L’espressione artistica permette in pari tempo di cercare, a tastoni e prudentemente, delle nuove forme di<br>agitazione e di propaganda. In questo ordine di idee, le composizioni di Michèle Bernstein nel 1963 (calchi in gesso in cui si incastrano delle miniature come soldatini di piombo, automobili, carri armati …) incitano, con dei titoli come «Vittoria della Banda Bonnot», «Vittoria della Comune di Parigi», «Vittoria dei Consigli operai di Budapest», a correggere per il meglio certi avvenimenti paralizzati artificialmente nel passato; a rifare la storia del movimento operaio e, nello stesso tempo, a realizzare l’arte. Per quanto limitata sia, per quanto speculativa rimanga, una tale agitazione apre la via alla spontaneità creativa di tutti, non fosse che provando, in un settore particolarmente falsificato, che il <em>détournement</em> è il solo linguaggio,<strong> il solo gesto che porti in sé la propria critica</strong>. La creatività non ha limiti, il <em>détournement</em> non conosce fine.</p>



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		<title>La banana a orologeria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Dec 2024 10:27:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura Assoluta]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Assicurazione sanitaria]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'omicidio da parte di Luigi Mangione del CEO della compagnia assicurativa, è solo l'ennesimo prodotto dell'epoca in cui viviamo. Già sacralizzato a meme, il suo gesto "rivoluzionario" si traduce in un prodotto seriale da consumare rapidamente.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Luigi Mangione, il killer del CEO del colosso assicurativo sanitario americano, <strong>è l’ultimo eroe postmoderno capace di farci fare un sussulto tardoromantico del cuore accompagnato da un pizzico di orrore.</strong> Verrà presto derubricato come semplice assassino e ce lo rivedremo in una bella serie di Netflix. Si aggiungerà alla categoria dei “mostri” che tanto piacciono e che tanto rendono alla società americana. Finirà nello scaffale dell’intrattenimento, depauperato della sua carica rivoluzionaria. <strong>Ogni rivoluzione finisce sempre nello spettacolo di sé</strong>.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Se non fosse per la società americana, di tali mostri non ne avremmo contezza. Ogni società ha i suoi, non v’è dubbio, ma l’America ha le sue peculiarità ben ascritte<strong>. Non c’è stato al mondo un proliferare di killer come negli Stati Uniti</strong>, una società che produce serializzazione come Guerre Stellari e infinite catene di fast food. Non a caso Luigi Mangione è stato trovato da McDonald’s. <strong>Tutto in America è seriale</strong> e il mostro non può che esprimersi secondo le stesse modalità con cui la società che l’ha generato si manifesta. Vittima del sistema, dei meccanismi disumani del potere, il killer appare come nuova creazione involontaria, scheggia impazzita di un mondo che tutto vorrebbe asservito a sé stesso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’assassino è anomalia del sistema prima che mentale. Infatti, benché non appartenga alla psichiatria, Mangione è mostro. È mostro nel senso esteso del termine, come extra-uomo-rivoluzionario. <strong>Uccidendo il CEO miliardario, Mangione, infatti, cessa di essere cittadino, membro sano della comunità e torna individuo. Si riappropria del proprio potere sovversivo che è spettacolare (l’omicidio), contro il subdolo potere economico</strong>. È l’elemento deflagrante. È colui che vuole, non tanto interrompere la serialità schiacciante e assassina di un sistema ambiguamente spietato &#8211; non potrebbe -, <strong>ma lasciare un segno, questo sì</strong>. Mangione uccidendo il miliardario si sgancia, non è più uomo-comunità ma uomo-individualità. <em>Ecce homo</em><strong>. Egli fa la rivoluzione per sé in primo luogo</strong>. Uccidendo un simbolo, sconvolge la tranquillità dell’esistenza soprattutto la propria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’atto di Mangione è controcultura. È come la banana di Cattelan che cessa di essere banana. <strong>Luigi Mangione era una banana a orologeria</strong>. Mentre la vittima cessa di esistere anch’egli muore ma rinasce in una nuova vita. In un assassinio muoiono sempre due persone, la vittima e colui che, fino al momento prima del gesto, omicida non era. Nonostante verrà, con molte probabilità, condannato, Mangione sarà finalmente libero interiormente. Vittima di un sistema sociale prima e di un sistema carcerario poi, tra le pareti della propria scelta troverà certezza di sé. Certezza di non aver scatenato la rivoluzione ma comunque di essere stato rivoluzionario. Per sé, per il suo mondo e la sua cultura. Non più banana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è come Unabomber, di cui teneva il manifesto nello zaino quando è stato arrestato e su cui ha lasciato una lusinghiera recensione su <em>Goodreads</em>. <strong>Non ne ha il costrutto mentale-filosofico, non elabora una teoria, non articola la lotta al potere secondo un’auto-dottrina colta e ben costruita.</strong> Mangione ha, però, un retroterra di tutto rispetto, è ricco e in carriera ed è figlio dei nostri tempi. Il suo atto rivoluzionario è un privilegio da ricco. Ma è anche soprattutto un ricco privilegio. Una grande conquista. “All’uomo sono necessarie le sue cose peggiori per le migliori” scriveva Nietzsche.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Dicevamo, è pienamente figlio di quest’era tecnologica. Uccide con una pistola creata con la stampante 3d. Non genera un manifesto ma usa il linguaggio di TikTok, incide dei tag sui proiettili <strong>“<em>Deny, defend, depose</em>”:</strong> nega, difendi, deponi. Tre parole che sono già infinita moltiplicazione su internet e che rappresentano il meccanismo del sistema assicurativo americano fatto solo per incassare e fottere i cittadini. “<em>Deny, defend, depose</em>” sono gli ingranaggi con cui la ruota spietata del capitalismo americano schiaccia il cittadino. Non più banana. Non più Luigi Mangione, giovane e bello studente modello, non più Luigi Mangione giovane omicida, <strong>ma Luigi Mangione eroe rivoluzionario del web</strong>. Ogni verità si specchia e si attua anche nel rovesciamento di sé. E le verità nel mondo in cui viviamo, nei meandri del cyberspazio, sono cosa assai debole, fugace e passeggera. Sono cripto-verità come quella di Mangione è sicuramente, a conti fatti, una cripto-rivoluzione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Però una cosa dobbiamo sottolinearla. <strong>Mai come oggi il potere è innanzitutto assicurazione, cioè non più produzione ma meccanismo economico. Il potere è credito</strong>. Un credito che non si assolve mai. L’individuo non produce più beni ma, da asservito, vincolato, <strong>diviene generatore involontario di ricchezza.</strong> Nel campo assicurativo sanitario americano, ma ci stiamo arrivando anche noi, l’individuo malato è fonte di reddito. La malattia è denaro. Il cittadino deve stare male non per produrre in fabbrica ma per generare fatture. La malattia è il credito di questi anni. Sintomo di potere e di controllo. Attraverso la malattia/credito il potere si arricchisce, controlla e reprime. <strong>Nell’illusione di prendersi cura di te. Di preoccuparsi del tuo benessere</strong>. Però il potere non vuole essere disturbato nel suo operato. Demanda cieca ubbidienza alle regole. Ecco, quindi, che l’assassino diventa un elemento di disturbo soprattutto se viene rivolto contro il potere e non contro un suo simile<strong>. Benché ricco, Mangione non è simile al CEO, anzi è proprio il malato</strong>. È ricco ma è sotto scacco. E quando lo scacco è matto non resta che scusarsi per ogni conflitto e trauma e ammettere che tutto quanto “andava fatto”. Con la consapevolezza che di tutto questo tra qualche anno non resterà memoria ma giusto qualche “meme” e lo scotch con cui questa banana rivoluzionaria era stata attaccata al muro si scollerà per fare spazio a un altro oltraggio.</p>



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		<title>Storia di un femminiello e del suo culo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Sep 2024 09:59:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Estratti di Scende giù per Toledo, di Giuseppe Patroni Griffi, romanzo in cui viene narrata la favola sconcia a sguaiata di Rosalinda Sprint, femminiello partenopeo innamorato dell'amore che cerca salvezza nella sua Napoli metafisica e puttana.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">“La luna si svilisce in un cielo di mmerda. Densi fumi caldi si levano dalla città e salgono verso il cielo – Napoli gronda di pisciate violente. Gli acri aromi intiepidiscono la notte.”<br><br>“Sprofondata sottoterra. Orrore e fine. M’hanno annegata in una fogna, m’hanno seppellita in un pozzo nero ancora viva. Mi costringono a mangiare la parte mostruosa di me, quella parte che a ogni creatura è concesso di espellere in segreto nascondendosi – <strong>io che li ho amati, maledetti uomini. Io che immaginavo la mia morte un avvenimento pieno di cose e di persone, muoio privata d’uno sguardo amico, nel nero più assoluto.</strong> Muoio soffocata da me stessa. Senza un gesto. Senza il conforto di nessuno. Ma, forse ce n’è uno. Non sono tutti così, gli uomini.” <br></p>



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<p class="wp-block-paragraph">&#8220;La rivolta, le allarga le cosce, munge saliva con la bocca ma non la sputa, ne lascia cadere un grosso fiotto diritto al centro del culo che si contrae. È calda. Rosalinda Sprint perde un grido acuto, torce la testa a guardarlo. Dalle labbra di Gennaro si parte un filo di bava che la tiene legata – prima catena d’amore. <strong>Gennaro non si muove, le mani ferme a tenere aperta la polpa delle carni – aspetta</strong>. La catena si assottiglia a poco a poco, si spezza. Due dita nel mucchio di saliva denso, e via, dentro. Un fremito si spande a onde per il corpo – una refola d’ebbrezza, il mare, l’estate, io sono l’estate, io sono il mare, la chiglia d’un veliero mi solca, mi apre, m’increspa. Non è massaggio, è una masturbazione che sfinisce, vorrebbe capire se le dita sono sempre due o tre, non riesce a distinguere, forse quattro, tutte, non sa. Il vento cala, svanisce, l’aria tesa minaccia un ciclone fatale. Un’onda misteriosa si gonfia, si erge carica di forza, e sbatte il veliero contro gli scogli a infrangerne l’orgogliosa polena d’oro. Grida Rosalinda Sprint, grida, quanto a lungo grida, Gennaro entra vivo in lei, ancora grida, non smette mai d’entrare Gennaro vivo, inesorabilmente lento <strong>Gennaro s’addentra, s’ingolfa, si affonda, esala un primo respiro profondo. Le incastra i superbi neri coglioni tra le cosce</strong>. Non la lacrima di prima, un pianto copioso le bagna le gote schiacciate sul letto. Gennaro la fotte e Rosalinda Sprint si sente fottuta – sensazione rara nel suo mestiere. Si sente giusta sotto di lui, si sente fica, si sente aperta, usata e utile, si sente vacca, troia, gorgogliante, insalivata, bavosa, si sente disossata, tuttacarne, medusa tremolante, si sente allargata, piatta, che si espande, si sente crescere come il pane lasciato a crescere, calda di lievito, impastata di sangue e mmerda bollente, si sente priva di parole, incapace di dire, foga di puri suoni che le partono dal fondo e sono rochi, selvaggi, disumani, spezzati o lunghissimi, mai prima intesi, <strong>e Gennaro continua a fotterla con andamento esasperante che toglie il fiato che già hai capito ti porta al manicomio avanti di raggiungere la distruzione finale.</strong> Sa che sarà la sua follia, sa che dal momento che si staccheranno incomincerà a ricercarlo, sa che la sua vita ne sarà avvelenata perché certo le cose non andranno lisce, troppo bello sarebbe… sbatte la testa a destra e a sinistra, non regge più il piacere, a destra a sinistra, punta i gomiti contro il materasso. «No!» grida Gennaro.&#8221;</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="744" height="418" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/04/toledo-foto-1.webp" alt="" class="wp-image-129" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/04/toledo-foto-1.webp 744w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/04/toledo-foto-1-300x169.webp 300w" sizes="(max-width: 744px) 100vw, 744px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;Si arresta. Un attimo.<strong> L’afferra di sorpresa, se la tira su contro il petto, e corre per la stanza stringendosela addosso, mordendole il collo, le spalle, annaspando, mentre le scarica dentro getti e getti di roba. Quando ha finito se la lascia scivolare dalle braccia, dal pesce, e Rosalinda Sprint sbatte con l’anca a terra – se ne accorgerà più tardi: una lividura e un gonfiore così. «Puliscimi».</strong> Gennaro a gambe aperte, inginocchiato su lei, le appoggia il pesce alle labbra. Rosalinda Sprint con la lingua glielo lava dalla punta alla radice: umiliazione, intimità anelate, privilegio orgoglioso. Glielo asciuga scorrendovi sopra le labbra asciutte: o pesce d’oro di Tutankamon, dolce schiavitù d’amore. Tre volte Gennaro la chiava, tre volte la riempie. Ora va di là – se lo rinfresca. Rosalinda Sprint è rimasta morta. Stanno seppellendo il suo culo; seduta su una nuvoletta nel cielo del camposanto osserva la funzione.&#8221;</p>



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<p class="wp-block-paragraph">&#8220;Come da sotto a un cappello si estrae un altro cappello, così dal suo culo aggrinzito di vecchia, tirano fuori quello vero, rimasto giovane e palpitante. Tutti si segnano, qualcuno ha un empito di commozione. Il prete coi paramenti neri lo benedice – il culo vecchio viene gettato tra rifiuti, fiori secchi, acque melmose, il nuovo lo depongono religiosamente nella fossa. Arriva Gennaro vestito a lutto, non è per niente invecchiato, è rimasto a vent’anni; si ferma accanto ai becchini, getta un fiore sul culo dell’amore. Stranissimo – al contatto quello si apre e risucchia il fiore seppellendolo dentro di sé. Palettate di terra lo sommergono. <strong>«Ne ho conosciute puttane ma scellerate così non credevo ce ne fossero»</strong>. È Gennaro che si sta abbottonando i pantaloni, capelli lisci di bagnato, sapore d’acqua fresca. «Mentre stanno interrando tuo padre, tua madre, che sviene tra le braccia di mia madre, tu, senza rispetto, adeschi tuo cugino, approfitti di me che sto distrutto da questa morte di zio, che non tengo esperienza delle chiaviche pari tue, e invece di piangere e pregare, nelle stesse stanze dove fino a poco fa c’è stato il morto ti abbandoni all’invertimento più osceno che si può immaginare. Coltellate in culo ti dovevo dare, altro che pesce. Mi fai ribrezzo. Come ho potuto, con te che sei la nostra vergogna, come ho potuto – mi butterei dal balcone…». «No!». «No? Sono vigliacco ma fino a un certo punto; ora mi paghi, mi paghi». L’acchiappa per la gola. «No, Gennaro, no, io t’amo, sei l’uomo mio!». Le caccia otto dita fra i denti, spalanca a forza le gambe che resistono, per sputarle in gola un vecchio catarro da tabacco. «Non sarò io, l’uomo tuo di mmerda, lévatelo dalla testa. Non t’azzardare a cercarmi, sai, t’ho avvisata, t’ho!». Si impadronisce della borsa che intanto ha adocchiato, la rovescia, prende il danaro che trova, scappa. «Ti amo, ti amo», piange Rosalinda Sprint. Corre sul balcone, lo vede uscire che si sta infilando ancora i soldi in tasca. Attraversa la strada e scompare come un ladro. Magnifico.&#8221;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Estratti di <em>Scende giù per Toledo</em>, di Giuseppe Patroni Griffi, (GOG Edizioni).</strong></p>



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		<title>L&#8217;AIDS è una malattia meravigliosa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 May 2024 10:20:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Estratti da All'amico che non mi ha salvato la vita, il diario intimo in cui Hervé Guibert testimonia la sua lenta e inesorabile discesa negli abissi della malattia. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ho avuto l’AIDS per tre mesi</strong>. Più esattamente, ho creduto per tre mesi di essere condannato dalla malattia mortale che chiamano AIDS. Allora non mi facevo idee precise, ero davvero contagiato, il risultato positivo del test era lì a testimoniarlo, così come alcune analisi che avevano dimostrato che il mio sangue iniziava un processo di degradazione. Ma, in capo a tre mesi, uno straordinario caso mi fece credere, e mi diede quasi la certezza, che sarei potuto sfuggire a questa malattia da tutti ancora considerata incurabile. Così come non avevo confessato a nessuno, tranne ad amici che si contano sulle dita di una mano, che ero condannato a morire, non confidai a nessuno, tranne a quegli stessi pochi amici che <strong>me la sarei cavata, che sarei stato, per quel caso straordinario, uno dei primi sopravvissuti a questo inesorabile male.</strong></p>



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<p class="wp-block-paragraph"><br>[&#8230;]<br>Jules mi aveva detto che <strong>l’AIDS è una malattia meravigliosa</strong>. Ed è vero che io scoprivo qualcosa di soave e affascinante nella sua atrocità: si trattava certamente di una malattia inesorabile, ma non era fulminante, <strong>era una malattia a livelli, una lunga scala che portava sicuramente alla morte, ma di cui ogni scalino rappresentava un apprendimento senza pari, era una malattia che dava il tempo di morire e che dava alla morte il tempo di vivere</strong>, il tempo di scoprire il tempo e di scoprire finalmente la vita, era in un certo senso una geniale invenzione moderna che ci avevano trasmesso le scimmie verdi dell’Africa. E la disgrazia, una volta che vi si era immersi, era molto più vivibile del suo presentimento, in definitiva molto meno crudele di quanto si potesse pensare. <strong>Se la vita non era che il presentimento della morte</strong>, con il torturarci senza sosta quanto all’incertezza della sua scadenza, l’AIDS, fissando un termine certo alla nostra vita, faceva di noi degli<strong><em> </em>uomini pienamente consapevoli della loro vita</strong>.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="682" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/05/herve-guibert-fisheye-3-1024x682.jpg" alt="" class="wp-image-355" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/05/herve-guibert-fisheye-3-1024x682.jpg 1024w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/05/herve-guibert-fisheye-3-300x200.jpg 300w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/05/herve-guibert-fisheye-3-768x512.jpg 768w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/05/herve-guibert-fisheye-3.jpg 1250w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Hervé in uno dei ritratti che testimoniano l&#8217;avanzare della malattia</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Consultando la mia agenda del 1987, potrei datare al 21 di dicembre la scoperta sotto la lingua di piccoli filamenti biancastri, specie di placche senza spessore. <strong>Il mio sguardo vacillò in quell’istante</strong>, e per un millesimo di secondo vacillò anche quello del dottor Chandi, trafitto dal mio come un colpevole braccato da un investigatore, quando gli mostrai la lingua, il giorno successivo nel suo ambulatorio. <strong>Davanti a un segno catastrofico il dottor Chandi è troppo giovane e inesperto per saper mentire, il suo sguardo non è allenato a diventare opaco al momento giusto, a non battere ciglio: egli conserva nei confronti della verità una trasparenza di un millesimo di secondo</strong>, come il diaframma fotografico che si apre per assorbire la luce prima di richiudersi per calibrarla. </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Dovevo pranzare con Eugénie quel giorno, le mentii per omissione, improvvisamente svuotato da ogni desiderio e da ogni sentimento amicale, interamente assorbito dalla mia preoccupazione. La sera prima l’avevo passata con Grégoire: prima di avere la conferma da parte del dottor Chandi, era a me stesso che avevo mentito, aspettando ancora un po’ prima di essere catturato da una formidabile repulsione riguardo al solo organo sensuale al quale Grégoire permetteva talvolta una comunicazione erotica. In un primo tempo mentii anche a Jules, assente da Parigi, per quello stesso riflesso istintivo dell’omissione. <strong>Il dottor Chandi non pronunciò alcun verdetto, tanto più che era stato avvertito della realtà della mia malattia per via di quell’herpes zoster che si era manifestato otto mesi prima</strong>, quando ancora non ero un suo paziente. Doveva semplicemente guidarmi, con la maggior dolcezza possibile, verso un nuovo stadio della mia malattia. Con dei piccoli tocchi, attraverso scandagli dello sguardo, mi interrogava sui miei stadi di coscienza e d’incoscienza, facendo variare di qualche millesimo di millimetro l’oscillometro della mia angoscia. Diceva: «No, non ho detto che era un segno decisivo, ma le mentirei se le nascondessi che è un dato statistico». Se un quarto d’ora dopo gli chiedevo, preso dal panico: «<strong>Allora, è un segno veramente inequivocabile?</strong>», lui mi rispondeva: «No, non direi, ma si tratta nondimeno di un segno abbastanza determinante». Mi prescrisse un liquido giallo e disgustoso, il Fongylone, nel quale dovevo mettere a bagno la lingua ogni sera e ogni mattina per venti giorni. Ne portai con me a Roma <strong>venti flaconi che avevo nascosto prima nei miei bagagli</strong>, poi dietro altri prodotti, sulle mensole degli armadietti della cucina e sugli scaffali del bagno, dove mi rintanavo mattino e sera in maniera umiliante e al limite della nausea per ingerire i prodotti a insaputa di Jules e Berthe, che mi avevano raggiunto a Roma. Vivevamo insieme, Jules, Berthe ed io: loro due andavano a dormire nel letto matrimoniale sul soppalco, io nel lettino in basso. <strong>Il giorno di Natale avevo avvisato Jules di quello che mi succedeva</strong>, e che, fatalmente, ci succedeva, e avevamo deciso di non parlarne a Berthe per non rovinarle le vacanze. Jules, facendo finta di niente, faceva progetti sul futuro e coinvolgeva Berthe: che nei prossimi anni dovevano andare a risposarsi in campagna, che Berthe doveva chiedere di essere esonerata dall’insegnamento, almeno per un anno sabbatico, sottintendendo che non dovevamo sprecare quei pochi anni ormai contati che ci restavano da vivere. <strong>Per quanto riguarda me, scrivevo il mio libro</strong>, condannato, vi raccontavo il tempo della nostra gioventù, quello in cui Jules, Berthe ed io ci eravamo incontrati e amati. Avevo iniziato a comporre l’elogio di Berthe, nei termini in cui Muzil prima della morte aveva pensato, sinceramente o per scherzo, di scrivere il mio elogio, e tremavo ogni giorno per paura che Berthe mettesse il naso nel manoscritto che pure lasciavo, in fiducia, sulla scrivania.<br><br></p>



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		<title>Lettere e grida</title>
		<link>https://ilnemico.it/lettere-e-grida/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Apr 2024 13:08:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia]]></category>
		<category><![CDATA[Teatro]]></category>
		<category><![CDATA[abusi]]></category>
		<category><![CDATA[artaud]]></category>
		<category><![CDATA[disperazione]]></category>
		<category><![CDATA[follia]]></category>
		<category><![CDATA[genio]]></category>
		<category><![CDATA[lettere]]></category>
		<category><![CDATA[manicomi]]></category>
		<category><![CDATA[oblio]]></category>
		<category><![CDATA[pazzia]]></category>
		<category><![CDATA[solitudine]]></category>
		<category><![CDATA[violenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Estratti da Lettere e grida, una raccolta di pensieri, lettere e saggi, di Antonin Artaud, uno dei maggiori protagonisti della scena artistica e letteraria del XX secolo. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Certificato ufficiale di ricovero  <br><br><strong><em>Il sottoscritto Dott. Romain</em></strong>, certifica che il denominato Artaud, quarantuno anni, è affetto da <strong><em>disturbi mentali caratterizzati da manie di persecuzione e allucinazioni</em></strong>: sostiene che il cibo è avvelenato. Sostiene che nella sua cella viene diffuso del gas. Sostiene che gli vengono buttati gatti in faccia. Dice di vedere ombre accanto a lui. Crede di essere inseguito dalla polizia. <strong><em>Minaccia chi gli sta intorno</em></strong>. Pericoloso per sé e per gli altri, il paziente va fatto ammettere immediatamente al già menzionato Asilo Psichiatrico del distretto di competenza. <strong><em>Da trasferire d’urgenza</em></strong>.<br><br>Dott. Romain 13 ottobre 1937   </p>



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<p class="wp-block-paragraph">Sono stato accolto molto bene a Parigi quando sono uscito dall’asilo di Rodez, ma rimane il fatto che <strong><em>sono stato internato per nove anni</em></strong>, per nove anni sono stato internato a causa di una brutta storia di polizia che non è ancora stata chiarita. Nei primi tre anni del mio ricovero mi hanno messo in isolamento, dichiarandomi <strong><em>morto a tutti gli amici che chiedevano notizie sulla mia salute</em></strong> – e che durante questi tre anni di sequestro e detenzione in isolamento io, Antonin Artaud, nato a Marsiglia il 4 settembre 1896, cinquant’anni, autore di cinque o sei libri di poesia, attore cinematografico e regista, <strong><em>sono stato sistematicamente e quotidianamente avvelenato</em></strong>. Non intendo avvelenato da false notizie o da visite di malintenzionati, non intendo, come si dice eufemisticamente, intossicato, intendo proprio avvelenato, <strong><em>drogato, costretto a ingerire polveri potenzialmente letali, come qualcuno di cui ci si vuole sbarazzare ad ogni costo</em></strong> – e rispetto a cui le amministrazioni degli asili in cui mi trovavo ricevevano tutti i giorni degli ordini venuti dall’alto da molto più in alto e molto più lontano di quel che avviene usualmente.</p>



<figure class="wp-block-image size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="728" height="609" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/04/artuad-3.jpg" alt="" class="wp-image-265" style="width:840px;height:auto" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/04/artuad-3.jpg 728w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/04/artuad-3-300x251.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 728px) 100vw, 728px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Mio caro Roger,               <br>Dopo quasi due anni che sono in manicomio, <strong><em>mi sembra incredibile che tu non sia mai stato messo al corrente del mio internamento</em></strong>. Non penso che avresti smosso mari e monti per farmi uscire, ma almeno saresti potuto passare a farmi un saluto, darmi un tuo cenno di vita. <strong><em>Abbandonato da tutti</em></strong>, e in balia delle sole sollecitazioni di un’ipotetica famiglia con cui ho da tempo interrotto ogni tipo di rapporto, ho atteso invano dalle persone a me vicine un gesto d’amicizia. Inutile dirti che sono ormai due anni che ho perduto qualsiasi fiducia nel sentimento dell’amicizia. Come sai, del resto, salvo miracoli, non esiste rimedio alla mia situazione, perché la Polizia approfitta della stranezza della mia storia per farla passare per una specie di delirio aggressivo e pericoloso. <strong><em>Un uomo, se è aggressivo, non lo è forse con tutti?</em></strong> E per quanto riguarda la mia storia, essa esiste, perché è la storia di Sant’Artaud. Ma torniamo all’aggressività: sono io ad aver subito aggressioni e avvelenamenti per anni a causa di questa maledetta Sacrosanta Profezia di San Patrick. Ed è comunque impressionante come la vittima e il perseguitato siano trasformati nell’aggressore e nel persecutore. <strong><em>Ancora traumatizzato dalle odiose brutalità di cui sono stato vittima qui all’asilo di Ville-Evrard, mi chiedo se la Profezia e le gesta di Sant’Artaud esistano davvero.</em></strong> Siamo forse vittime di una mostruosa allucinazione? Mi chiedo inoltre se le cosiddette allucinazioni collettive esistano, o se non siano invece una comoda spiegazione fornita da psicologi che non sono stati iniziati.<br>Voglio però insistere ancora sulla brutalità di cui sono stato vittima a Saint-Anne. Stavo protestando contro questo nuovo trasferimento (il 4° in diciassette mesi) e contro il fatto che l’amministrazione disponesse sempre di me come di un pacco al quale non viene concesso diritto di parola (è questo che ho detto in tono fermo ma senza aggressività), e proprio mentre stavo dicendo al sorvegliante Ilias «non accetto trasferimenti», ecco che<strong><em> due infermieri si sono brutalmente lanciati su di me immobilizzandomi le braccia</em></strong>, un terzo infermiere mi ha preso alla gola, e Ilias gli ha urlato «strozzalo!». Il fiato mozzato, incapace di qualsiasi movimento, sono stato buttato a terra. <strong><em>Mi hanno tempestato di calci le gambe</em></strong>, e un infermiere (erano in sei più il sorvegliante) mi ha preso a tallonate le ginocchia! A seguito di un cenno da parte di Ilias, l’infermiere che non mi aveva lasciato la gola per tutto quel tempo – una decina di minuti circa –, me l’ha stretta ancora più forte e poi ha mollato la presa, come chi non ce la fa più a stringere&#8230; Se non sono morto soffocato è solo grazie a una contrazione inconscia dei muscoli del mio collo. – Come sai, conosco bene le tecniche di respirazione, tra cui quelle dello Yoga indù (Kama-Yoga). La soppressione dei miei elementari riflessi di difesa è dovuta anche a un iniziato di nome Giraudoux, il quale ha <strong><em>utilizzato contro di me un sortilegio triplo e quadruplo di inibizione per il mio pensiero, di sviamento per la mia volontà, di paralisi per i miei riflessi muscolari</em></strong>. [&#8230;] Il trasferimento è stato organizzato da questo Giraudoux, che è il capo in seconda del 2° ufficio, ed è un Iniziato che ha pagato Ilias per essere complice. Non ho capito bene se si tratta dello stesso Giraudoux, lo scrittore, diplomatico del quai d’Orsay. Mi stupirebbe perché non si assomigliano, Jean Giraudoux ha il viso più sottile ed è più slanciato dell’altro. L’iniziato ha gli occhi color tabacco, mentre J. Giraudoux li ha azzurro chiaro. J. Giraudoux era sempre vestito di chiaro quando l’ho visto, in Messico e da Jouvet.        <br>Vieni a trovarmi, caro Roger, potrai vedere <strong><em>con i tuoi occhi che le aggressioni che ho subito non sono fantasie</em></strong>! Ho saputo da alcune infermiere che ne parlavano che Giraudoux era a Saint-Anne la mattina del mio trasferimento. Affettuosamente, tuo.<br><br><strong><em>Antonin Artaud</em></strong><br><br></p>



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		<title>Nuovo cinema patriarcato</title>
		<link>https://ilnemico.it/nuovo-cinema-patriarcato/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Apr 2024 16:21:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cancer culture]]></category>
		<category><![CDATA[Intellighenzia]]></category>
		<category><![CDATA[élite]]></category>
		<category><![CDATA[femminicidio]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[patriarcato]]></category>
		<category><![CDATA[violenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>4 tesi sulla violenza senza codice degli uomini e sull'intromissione dello Stato nella sfera sentimentale degli individui</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h4 class="wp-block-heading"></h4>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>1)</em></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il patriarcato è un sistema di riconoscimenti.&nbsp;</strong>Su basi più o meno arbitrarie, all’uomo riconosce gli attributi della forza, della violenza, della virilità. Alla donna quelli della cura, della pazienza, della femminilità. L’uomo è principio di morte, la donna è principio di vita. Distruzione e creazione. Verticalità e orizzontalità.&nbsp;<strong>Si tratta beninteso di invenzioni letterarie, di falsificazioni biologiche, di mitologie religiose</strong>&nbsp;che però, tutte insieme, formano le coordinate simboliche entro cui si muovono le società patriarcali. A rendere queste astrazioni funzionanti (performative si dice adesso) e quindi legittimo il Patriarcato, è il dispositivo, inteso in senso foucaultiano,&nbsp;<strong>della guerra</strong>, come insieme di pratiche, metodi e discorsi. Il patriarcato ha senso di esistere esclusivamente dove c’è la guerra come principio di risoluzione delle controversie. La guerra, infatti,&nbsp;<strong>regola lo spazio, assegna ruoli, dispensa oneri e benefici.&nbsp;</strong>L’uomo paga il prezzo della sua autorità politica, morale, domestica con l’eventualità della morte violenta. La donna paga il prezzo della propria incolumità con la sottomissione al maschio-marito (con tutte le eccezioni del caso, con tutte le implicazione positive e negative del caso, per gli uomini come per le donne). Ingiustizia, sopruso? A entrambe le categorie vantaggi e svantaggi, ma finché c’è stata la guerra questo sistema è stato legittimo, altrimenti, come qualsiasi altro ordinamento (insegna lo storico Ferrero) se non avesse funzionato in un determinato contesto la storia lo avrebbe liquidato. Un sistema politico è come una lingua, viene costruito, utilizzato e modificato sempre in base alle necessità dei parlanti. Così è successo al patriarcato.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Venuto meno il dispositivo della guerra, a partire dal 1945, quando abbiamo attivato il dispositivo della pace (a livello individuale e internazionale) e i conflitti hanno subito un dislocamento geografico e mentale, svolgendosi in luoghi sempre più remoti, portati avanti per procura, da altri popoli con indici di virilità e ferocia ancora alti (in cui non si sente affatto parlare di rivendicazioni femministe) il patriarcato ha iniziato il suo declino. Questo sistema, ad oggi, in una società che non ha più la guerra come fondamento,&nbsp;<strong>ha perso le ragioni stesse della sua esistenza: è diventato un modello inattivo</strong>. A che scopo le donne dovrebbero pagare il costo della propria obbedienza? Perché gli uomini dovrebbero tenere fede alle incombenze e alle fatiche, ai pericoli della virilità laddove questo principio non serve più alla conservazione e riproduzione della specie? Le rivendicazioni femministe proliferano nella società post-bellica, che gradualmente e quasi naturalmente si è liberata di una sovrastruttura patriarcale ormai obsoleta, di cui rimangono gli ultimi residui, come dei lapsus.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>2).</em></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quella a cui assistiamo oggi è una violenza generalizzata, priva di forma</strong>, che si compie fuori da qualsiasi codificazione. È violenza bruta, primitiva, informe, disorganica, che solo in estrema malafede può essere ricondotta a un leitmotiv preciso, specie a quello dei “figli sani del patriarcato” &#8211; al momento il plot narrativo più efficace a livello mediatico (ma Turetta, appartenente alla tanto incensata Gen Z, e che a 22 anni dorme con un peluche, in che modo risponde ai canoni del patriarcato?). I casi di femminicidio sono compiuti da soggetti diversi per età, educazione, background culturale, uomini che mandano segnali contraddittori, non sistematici, che manifestano fragilità emotive, disforie, insicurezze patologiche, che agiscono spesso sotto uso di sostanze stupefacenti.&nbsp;<strong>Ogni orrore è diverso e per questo imprevedibile.</strong>&nbsp;Da qui lo stupore di vicini, amici, parenti. Il patriarcato, come ogni sistema codificato, impone dei diritti e dei doveri, dei lasciapassare e dei divieti, e per secoli ha funzionato da regolatore sociale (con tutte le sue imperfezioni) tra i sessi. Informando l’uomo della sua predominanza fisica, su cui si è spesa una lunghissima letteratura, ha esorcizzato la violenza brutale e perenne sulla donna,&nbsp;<strong>ma l’ha codificata in determinati perimetri.</strong>&nbsp;La prevaricazione è lì, inserita in una più ampia economia della tragedia generale. Qui la prevaricazione è casuale, ovunque in potenza e da nessuna parte. Non è un effetto collaterale del sistema, ma il sistema stesso funziona ormai per effetti collaterali.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>3).</em></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Questi effetti collaterali sono strumentalizzati da un’élite femminista che si sta costituendo come nuovo ceto egemone</strong>. Appropriandosi delle tragedie mediaticamente più rilevanti, trasforma la violenza senza codici in una narrazione funzionale alla sua corporazione di interessi. Nell’introduzione al volume&nbsp;<a href="https://www.gogedizioni.it/prodotto/elite-e-masse/">Élite e masse</a>&nbsp;vi è un&#8217;interpretazione del femminismo e delle sue metamorfosi alla luce della teoria élitista:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph">Se guardiamo per esempio all’odierna avanzata dei movimenti femministi, patrocinati da una minoranza organizzata di intellettuali ed esponenti politiche, attiviste, volontarie e influencer, con grandi doti comunicative e munite di formule ideologiche ad altissimo coinvolgimento, assistiamo alla graduale occupazione, da parte di una nuova élite, portatrice di nuove istanze, delle principali centrali di diffusione del consenso sociale: partendo dalle nicchie delle facoltà universitarie dove si è elaborato il nucleo teorico del femminismo della cosiddetta terza ondata o intersezionale, per arrivare fino all’editoria, alla stampa, alla televisione, ai social network, alle sedi governative nazionali e internazionali dove questa produzione discorsiva ha assunto, in parte, carattere performativo. Non si contano più i contenuti creati sul web, le mobilitazioni associative, le iniziative parlamentari, i fondi stanziati per le attività di promozione, gli eventi culturali, i libri, i film, le rubriche sui quotidiani, i palinsesti televisivi, le fiere, i festival, le rassegne letterarie e cinematografiche, dedicati alla trasformazione normativa e culturale della società in vista della parità dei sessi e dell’inclusività delle persone queer, della lotta alla violenza di genere, alla mascolinità tossica, al patriarcato e al suo sistema di valori. Ora, però, noi vediamo che buona parte dell’élite occidentale, per lo più composta da uomini, bianchi, eterosessuali, che presiede i vertici delle nostre istituzioni ma anche delle grandi aziende e dei media, con i suoi apparati di forza, di omissione ed esclusione, osteggia solo relativamente l’ascesa di questo movimento, e più spesso gli risulta vantaggioso promuoverne le cause per non scontentare quella parte crescente e rumorosa di opinione pubblica che le rivendica. Se c’è un’élite conservatrice, parrochiale, identitaria, a disagio con la political correctness, cialtronesca nelle sue manifestazioni di resistenza al femminismo, che suonano fuori tempo massimo di fronte a un panorama sociale mutato, essa è solo il residuo di un vecchio establishment in declino o più spesso di un populismo parvenu che a suo tempo ha saputo conquistare le sedi del potere politico, ma non quelle dove si produce il discorso, e seppure è rappresentativa delle idee che per forza d’inerzia la maggioranza silenziosa (o comunque passiva) della società condivide, si è rivelata incapace di egemonizzare i luoghi deputati alla produzione ideologica, specie i nuovi medium, utilizzati dalle generazioni più giovani e più sensibili ai temi avviati dalla nuova élite. L’oligarchia conservatrice è però funzionale alla narrazione dell’élite femminista, che per contrappeso si tara sul bilanciere politico come forza contraria e antagonista, ostacolata dal “potere”, per godere di un prestigio rivoluzionario che la rende più attrattiva. Come suggerisce Mosca, quando «una nuova corrente di idee si diffonde, contemporaneamente avvengono forti spostamenti nella sua classe dirigente». Le élite più lungimiranti, indipendentemente dalla loro connotazione politica, e che rivestono ruoli decisionali a tutti i livelli della vita sociale, di fronte all’engagement suscitato in ampi strati della popolazione delle rivendicazioni femministe, stanno riassestando il loro baricentro politico o aziendale (nel caso delle multinazionali), rinnovando l’offerta e quindi i mediatori, commissionari o rappresentanti capaci di farsi carico di queste nuove istanze, per lo più assumendo dalla nuova élite femminista i suoi futuri membri. È in atto un processo fisiologico di circolazione delle élite, stavolta non per il tramite di guerre o rivoluzioni violente, ma attraverso un processo di cooptazione, dovuto all’«affermazione di forze nuove, che produce un continuo lavorio di endosmosi ed esosmosi fra la classe alta e alcune frazioni di quelle basse». I rischi a cui questa nuova élite va incontro, quindi, sono gli stessi in cui si è imbattuto il Lumpenproletariat in passato, nel suo spostamento verso l’alto. Sono già diversi gli ambienti femministi che si lamentano dei pericoli di un movimento che civetta con un neoliberismo fallocentrico, e che se vuole mettere in discussione i soggetti del dominio, non punta il dito contro le modalità di quello stesso dominio. Andi Zeisler parla di “marketplace feminism”, quando le aziende si appropriano del linguaggio, i valori e dell’attivismo femminista per vendere i loro prodotti senza curarsi però della reale condizione sociale femminile, altre ancora di femminismo corporativo (o di&nbsp;<em>trickle-down feminism</em>), che si limita a raccontare in termini individualistici il successo di un’esigua frazione di donne bianche privilegiate, nella speranza, disattesa, che quello stesso privilegio si riversi a beneficio della maggioranza. Le frange femministe più radicali non si accontentano di vedere qualche&nbsp;<em>golden skirts</em>&nbsp;occupare cariche di alta responsabilità professionale, e sollevano il problema di una «costruzione patriarcale della femminilità ad opera del capitalismo», che elargirebbe qualche concessione simbolica a una minoranza di donne per dare un’immagine di equità e giustizia: un banale fenomeno di tokenism attraverso cui tutto cambia perché nulla cambi davvero.</p>
</blockquote>



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<h4 class="wp-block-heading"></h4>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>4).</em></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Le campagne di sensibilizzazione, l’educazione affettiva o relazionale e più in generale l’intromissione delle Stato nella sfera sentimentale degli individui genererà un aumento di quegli stessi fenomeni che sta tentando di arginare.&nbsp;</strong>L’eccessiva normativizzazione e formalizzazione dell’esistenza, è il prodromo alla perdita di intensità dei significati della vita. La cui mancanza è la causa principale della violenza cieca. In proposito, abbiamo risultano illuminanti dei passi di&nbsp;<a href="https://www.gogedizioni.it/prodotto/introduzione-alla-guerra-civile/">Tiqqun</a>:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph">L’impero è abituato a quelle che chiama “campagne di sensibilizzazione”. Queste consistono nell’innalzamento deliberato della sensibilità dei sensori sociali a questo o quel fenomeno, cioè nella creazione di questo fenomeno, e nella costruzione della rete di causalità che permetterà di materializzarlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’impero è tanto più all’opera perché la crisi è ovunque. La crisi è la maniera di esistenza regolare dell’Impero, così come l’incidente è l’unico momento in cui appare l’esistenza di una società assicurativa. La temporalità dell’Impero è una temporalità dell’urgenza e della catastrofe.</p>



<p class="wp-block-paragraph">.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’impero non ha, non avrà mai, un’esistenza giuridica o istituzionale,&nbsp;<em>perché non ne ha bisogno</em>. L’Impero, a differenza dello Stato moderno, che si pretendeva essere un ordine della Legge e dell’Istituzione, è il&nbsp;<em>garante</em>&nbsp;di una proliferazione reticolare di norme e dispositivi. In tempi normali, questi dispositivi&nbsp;<em>sono</em>&nbsp;l’Impero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si assiste sotto l’Impero a una proliferazione del diritto, un’accelerazione cronica della produzione giuridica. Questa proliferazione del diritto, lungi dal sancirne una sorta di trionfo della Legge, riflette al contrario la sua estrema svalutazione, la sua definitiva obsolescenza. La Legge, sotto il regno della norma, è ormai solo una maniera tra le tante, e non meno regolabile e reversibile delle altre, di retroagire sulla società. È una tecnica di governo, un modo di porre fine a una crisi, niente di più.</p>



<p class="wp-block-paragraph">.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’estensione delle competenze della polizia imperiale, del Biopotere, è illimitata, perché ciò che essa ha il compito di circoscrivere, di fermare, non è nell’ordine dell’attualità,&nbsp;<em>ma della potenza</em>. L’arbitrarietà si chiama qui prevenzione, e il rischio è&nbsp;<em>questa potenza ovunque in atto in quanto potenza</em>&nbsp;che fonda il diritto universale d’ingerenza dell’Impero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il nemico dell’Impero è interno. È l’evento. È tutto ciò che potrebbe accadere, e che minerebbe la consistenza di rete di norme e di dispositivi. Il nemico è quindi, logicamente, presente ovunque, sotto forma di rischio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non serve distinguere tra poliziotti e cittadini. Sotto l’Impero, la differenza tra la polizia e la popolazione è abolita. Ogni cittadino dell’Impero può, in qualsiasi momento, e alla mercé di una reversibilità veramente bloomesca, rivelarsi un poliziotto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">.</p>



<p class="wp-block-paragraph">(Ogni persona è per se stessa e per gli altri, in virtù del suo stato di colpa bianca, un rischio, un&nbsp;<em>hostis potenziale</em>. Questa situazione schizoide spiega il rinnovamento imperiale della denuncia, della sorveglianza reciproca, dell’endo- e dell’inter-polizia).</p>
</blockquote>



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		<title>La nave dei folli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Apr 2024 11:26:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[riformismo]]></category>
		<category><![CDATA[Theodore W. Kaczynski]]></category>
		<category><![CDATA[Unabomber]]></category>
		<category><![CDATA[violenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Racconto di Theodore W. Kaczynski (Unabomber)</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;era una volta una nave comandata da un capitano e dai suoi secondi, così vanitosi della loro abilità di manovra, così pieni di&nbsp;<em>hybris</em>&nbsp;e talmente imbevuti di sé da diventare folli. Fecero rotta verso nord, navigarono così a lungo da incontrare iceberg e pezzi di banchisa, ma continuarono a navigare in quella direzione, in acque sempre più pericolose, al solo scopo di procurarsi occasioni per gesta marinare sempre più brillanti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mentre il battello raggiungeva latitudini via via più elevate, i passeggeri e l’equipaggio erano sempre meno a proprio agio. Cominciarono a litigare e a lamentarsi delle proprie condizioni di vita.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">— Che il diavolo mi porti – sbottò un marinaio di seconda classe – se questo non è il peggior viaggio che abbia mai fatto. Il ponte è lustro di ghiaccio. Quando sono di vedetta, il vento trafigge la mia giacca come un coltello; ogni volta che faccio prendere una mano di terzaroli alla vela di trinchetto, ci vuol davvero poco per congelarmi le dita; e per tutto questo, non guadagno che cinque miserabili scellini al mese!</p>



<p class="wp-block-paragraph">— Lei pensa di farsi fregare! – esclamò una passeggera – Io non riesco a chiudere occhio la notte per il freddo. Su questa barca, le donne non hanno tante coperte quante ne hanno gli uomini. E questo non è giusto!</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fece coro un marinaio messicano:</p>



<p class="wp-block-paragraph">— Chingado! Io non guadagno che la metà del salario di un marinaio anglosassone. Per resistere a questo clima occorre un abbondante nutrimento ed io non ho quel che mi spetterebbe; agli anglosassoni ne danno di più. E, quel che è peggio, gli ufficiali mi danno sempre gli ordini in inglese invece di farlo in spagnolo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">— Io ho più ragione di lamentarmi di chiunque altro – saltò su un marinaio indiano –. Se i visi pallidi non avessero rubato la terra dei miei avi, non mi sarei certo trovato su questa nave, qui, in mezzo agli iceberg e ai venti artici. Magari sarei su una canoa, intento a remare su un bel lago placido. Mi spetta un risarcimento. Come minimo, il capitano dovrebbe lasciarmi organizzare delle partite a dadi, per permettermi di fare un po’ di soldi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il primo nostromo disse quanto aveva da dire, senza peli sulla lingua:</p>



<p class="wp-block-paragraph">— Ieri, il capitano in seconda mi ha trattato da finocchio perché succhio cazzi. Ho il diritto di succhiare cazzi senza che per questo mi vengano dati dei soprannomi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">— Gli esseri umani non sono le sole creature maltrattate su questa imbarcazione – proruppe con voce tremante di indignazione una passeggera amica degli animali –. La scorsa settimana, ben due volte ho visto il secondo ufficiale prendere a calci il cane della nave!</p>



<p class="wp-block-paragraph">Uno dei passeggeri era professore universitario. Torcendosi le mani, esclamò:</p>



<p class="wp-block-paragraph">— Tutto questo è orribile! È immorale! È razzismo, è sessismo, è specismo, è omofobia e sfruttamento della classe operaia! È discriminazione! Dobbiamo ottenere giustizia sociale: uguale salario per il marinaio messicano, salari più elevati per tutti i marinai, un risarcimento per l’indiano, lo stesso numero di coperte per le donne, il riconoscimento del diritto a succhiare cazzi e niente più calci al cane!</p>



<p class="wp-block-paragraph">— Sì, sì! – strillarono i passeggeri.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">— Sì, sì! – strillò l’equipaggio.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">— C’è discriminazione! Dobbiamo esigere i nostri diritti!</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il mozzo si schiarì la gola:</p>



<p class="wp-block-paragraph">— Hem. Avete tutti delle buone ragioni per lamentarvi. Ma penso che sarebbe molto più urgente virare di bordo e fare rotta verso sud, perché se continuiamo ad andare a nord, prima o poi faremo certamente naufragio, e allora i vostri salari, le vostre coperte e il vostro diritto a succhiar cazzi non vi serviranno a niente, perché annegheremo tutti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma nessuno gli prestò la minima attenzione: non era che il mozzo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dal loro posto situato sul casseretto, il capitano e gli ufficiali avevano osservato e ascoltato la scena. Adesso sorridevano strizzandosi l’occhio, quindi, obbedendo a un cenno del capitano, il terzo ufficiale scese dal casseretto. Si diresse con fare indifferente verso l’angolo dove erano riuniti i passeggeri e l’equipaggio e si aprì un varco fra loro. Assunse un’aria molto seria e parlò così:</p>



<p class="wp-block-paragraph">— Noi, gli ufficiali, dobbiamo ammettere che su questa nave sono avvenute cose veramente inescusabili. Non avevamo capito fino a che punto la situazione fosse esecrabile finché non abbiamo ascoltato le vostre lamentele. Noi siamo uomini di buona volontà e intendiamo essere giusti con voi. Ma – bisogna pur dirlo – il capitano è piuttosto conservatore e abitudinario, e bisognerebbe forse sollecitarlo un pochino affinché si decida a operare importanti cambiamenti. La mia personale opinione è che se voi elevaste energiche proteste – ma sempre in modo pacifico e senza violare nessun articolo del regolamento di questa nave – scuotereste l’inerzia del capitano e lo costringereste a prendere in esame i problemi di cui vi lamentate con pieno diritto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo essersi così espresso, fece ritorno al casseretto. Appena andato via, i passeggeri e l’equipaggio cominciarono ad ingiuriarlo:&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">— Moderato! Riformista! Liberale ipocrita! Servo del capitano! Tuttavia fecero ciò che aveva loro consigliato. Si raggrupparono in massa davanti al casseretto, urlando insulti agli ufficiali e rivendicando i propri diritti:</p>



<p class="wp-block-paragraph">— Io pretendo un salario più alto e migliori condizioni di lavoro – esclamò quello della seconda classe. — Lo stesso numero di coperte degli uomini – continuò la passeggera.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">— Io voglio ricevere i miei ordini in spagnolo – disse il marinaio messicano. — Io esigo il diritto di organizzare partite a dadi – proclamò il marinaio indiano. — Io pretendo di non essere trattato da finocchio – ribadì il capomastro. — Che non si diano più calci al cane – ammonì l’amica degli animali. — Rivoluzione subito! – strillò il professore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il capitano e gli ufficiali si riunirono e confabularono per alcuni minuti facendosi l’occhiolino, cenni con la testa e sorrisi. Indi il capitano si fece avanti sul casseretto e, con notevole dimostrazione di benevolenza, annunciò che il salario ai marinai della seconda classe sarebbe stato portato a sei scellini al mese, che quello del messicano sarebbe stato pari ai due terzi del salario di un marinaio anglosassone e che l’ordine di far prendere una mano di terzaroli alla vela di trinchetto gli sarebbe stato dato in spagnolo, che le passeggere avrebbero ricevuto una coperta supplementare, che sarebbe stato permesso al marinaio indiano di organizzare partite a dadi il sabato sera, che il capomastro non sarebbe stato più trattato da finocchio fino a quando avesse fatto i suoi pompini nella più stretta intimità, e che il cane non sarebbe più stato preso a calci, a meno che non avesse fatto qualcosa di veramente inaccettabile, come ad esempio rubare cibo in cucina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I passeggeri e l’equipaggio celebrarono queste concessioni come una grande vittoria, ma il giorno dopo erano di nuovo scontenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">— Sei scellini al mese è un salario da miseria, e quando faccio prendere una mano di terzaroli alla vela di trinchetto mi gelo ancora le dita! – mugugnava quello della seconda classe. — Io non ho ancora lo stesso salario degli anglosassoni né abbastanza da mangiare per questo clima – esclamò il marinaio messicano.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">— Noi, le donne, siamo sempre senza coperte sufficienti per stare al caldo – sbottò la passeggera. Tutti gli altri membri dell’equipaggio e i passeggeri formularono lamentele dello stesso genere, incoraggiati dal professore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando ebbero terminato, il mozzo prese la parola, questa volta a voce più alta, in modo che gli altri non potessero più ignorarlo facilmente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">— È veramente terribile che si prenda a calci il cane solo perché ha rubato un pezzo di pane in cucina, che le donne non abbiano le coperte che hanno gli uomini, che il marinaio della seconda classe si congeli le dita, e non capisco perché il capomastro non possa succhiare cazzi se ne ha voglia. Ma guardate come sono grossi adesso gli iceberg e come il vento soffia sempre più forte. Dobbiamo virare di bordo e fare rotta verso sud, perché se continuiamo ad andare a nord faremo naufragio e annegheremo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">— Oh sì – esclamò il capomastro – è proprio terribile continuare verso nord. Ma perché per succhiare cazzi dovrei restare confinato nei bagni? Perché devo essere trattato da finocchio? Non valgo forse come chiunque altro?</p>



<p class="wp-block-paragraph">— Navigare verso nord è terribile – incalzò la passeggera –. Ma non vedete che è proprio questa la ragione per cui le donne hanno bisogno di più coperte per stare al caldo? Esigo lo stesso numero di coperte per le donne, immediatamente!</p>



<p class="wp-block-paragraph">— È assolutamente vero – convenne il professore – che navigare verso nord ci costringe tutti a una grande prova. Ma non sarebbe &nbsp;realista cambiare rotta per andare a sud. Non si può tornare indietro. Dobbiamo trovare un modo ragionevole per affrontare la situazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">— Sentite – suggerì il mozzo – se lasciamo quei quattro pazzi del casseretto agire a modo loro, annegheremo tutti. Se mai riusciremo a mettere fuori pericolo la nave, allora potremo preoccuparci per le condizioni di lavoro, per le coperte alle donne e per il diritto a succhiare cazzi. Ma dobbiamo cominciare a virare di bordo. Se alcuni di noi si riunissero, elaborassero un piano e dessero prova di un po’ di coraggio, potremmo salvarci. Non c’è bisogno di essere numerosi, sei o otto basteranno. Potremmo attaccare il casseretto, scaraventare fuori bordo quei pazzi e girare il timone della nave verso sud.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il professore storse il naso e disse con tono severo:</p>



<p class="wp-block-paragraph">— Non credo alla violenza, è immorale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">— Non è mai etico utilizzare la violenza – fece eco il capomastro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">— La violenza mi terrorizza – rabbrividì la passeggera.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Il capitano e gli ufficiali avevano osservato e ascoltato tutta la scena. A un cenno del capitano il terzo ufficiale scese sul ponte. Gironzolò fra i passeggeri e l’equipaggio informandoli che permanevano diversi problemi sulla nave.</p>



<p class="wp-block-paragraph">— Abbiamo fatto parecchi progressi – annunciò – ma resta ancora molto da fare. Le condizioni di lavoro del personale della seconda classe restano dure, il messicano non ha ancora lo stesso salario degli anglosassoni, le donne non hanno ancora altrettante coperte degli uomini, le partite a dadi del sabato sera dell’indiano rappresentano un risarcimento irrisorio se paragonato alla perdita delle sue terre, non è giusto che il capomastro debba restare nei bagni se vuole succhiare cazzi, e il cane continua di tanto in tanto a ricevere calci. Penso che il capitano abbia ancora bisogno d’essere sollecitato. Sarebbe utile che organizziate tutti un’altra manifestazione, purché rimanga non-violenta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Appena fu tornato a poppa, i passeggeri e l’equipaggio gli lanciarono insulti, ma nondimeno fecero quel che aveva detto e si riunirono davanti al casseretto per un’altra manifestazione. Tuonarono, s’arrabbiarono, mostrarono i pugni e scagliarono perfino un uovo marcio contro il capitano (che lo evitò con maestria).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo aver ascoltato le loro lamentele, il capitano e gli ufficiali si riunirono per conferire, mentre continuavano a strizzarsi l’occhio e a farsi larghi sorrisi. Poi il capitano avanzò sul casseretto e annunciò che avrebbe dato guanti ai marinai della seconda classe per avere le dita al caldo, che il marinaio messicano avrebbe ricevuto un salario pari a tre quarti di quello degli anglosassoni, che le donne avrebbero ricevuto ancora un’altra coperta, che il marinaio indiano avrebbe potuto organizzare partite a dadi tutti i sabati e le domeniche sera, che si permetteva al capomastro di succhiare cazzi in pubblico dopo il calare della notte, e che nessuno poteva prendere calci il cane senza uno speciale permesso del capitano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I passeggeri e l’equipaggio andarono in estasi di fronte a questa grande vittoria rivoluzionaria, ma l’indomani mattina erano di nuovo scontenti e cominciarono a brontolare sempre a proposito degli stessi problemi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa volta il mozzò andò in collera: — Branco d’imbecilli! – gridò – Non vedete cosa stanno per fare il capitano e gli ufficiali? Vi tengono occupata la mente con le vostre modeste rivendicazioni – le coperte, i salari, i calci al cane, eccetera – e così non riflettete su ciò che davvero non va su questa nave: corre sempre più verso il nord e noi stiamo per affondare tutti. Se solo qualcuno di voi tornasse a ragionare, si riunisse e attaccasse il casseretto, potremmo virare di bordo e salvare le nostre vite. Invece non fate altro che frignare a proposito dei vostri piccoli problemi meschini, come le condizioni di lavoro, le partite a dadi e il diritto a succhiare cazzi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Queste affermazioni fecero rivoltare i passeggeri e l’equipaggio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">— Meschino?! – esclamò il messicano – Trovate ragionevole che io non riceva che i tre quarti del salario di un marinaio anglosassone? È forse meschino questo?!</p>



<p class="wp-block-paragraph">— Come potete definire irrisorie le mie lamentele? – strillò il capomastro – Voi non sapete fino a che punto sia umiliante venir trattati da finocchi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">— Prendere a calci un cane non è un “piccolo problema meschino”! – gridò l’amica degli animali – è un atto insensibile, crudele e brutale!</p>



<p class="wp-block-paragraph">— Va bene, d’accordo – rispose il mozzo –. Questi problemi non sono né meschini, né irrisori. Prendere a calci un cane è un atto crudele e brutale, e farsi trattare da finocchio è umiliante. Ma paragonati al nostro vero problema – la nave che continua ad andare a nord – i vostri reclami sono minori e insignificanti, perché se non viriamo di bordo al più presto, affonderemo tutti con la nave.</p>



<p class="wp-block-paragraph">— Fascista! – inveì il professore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">— Controrivoluzionario! – gridò la passeggera.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E uno dopo l’altro, tutti i passeggeri e i membri dell’equipaggio fecero coro, trattando il mozzo da fascista e controrivoluzionario. Lo allontanarono e si rimisero a brontolare a proposito di salari, di coperte da dare alle donne, di diritto a succhiare cazzi e della maniera di trattare un cane.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La nave continuò la sua rotta verso nord, e nel volgere di un istante venne stritolata fra due iceberg. Annegarono tutti.</p>



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