Un’amica mi ha raccontato di essere finita a letto con un ragazzo che di professione fa il creatore di contenuti. Mentre lei era sopra, lui le ha spostato una ciocca di capelli dietro l’orecchio. Non con dolcezza. Con cura. La stessa cura con cui si raddrizza un quadro storto o si sistema una luce fuori posto. Un istante brevissimo, ma preciso. Lo sguardo che valuta, compone, edita. Lei l’ha capito subito: non la stava guardando. Stava controllando come lei apparisse. Era confusa perché le piaceva. La eccitava davvero. Essere nel bel mezzo di un atto sessuale e allo stesso tempo pensare a come apparire. Succede. A volte è così che si fa sesso oggi: presenti e lontani nello stesso istante.
La maggior parte dei creator che conosco vive in uno stato di contraddizione permanente. Si mostrano entusiasti per professione, ma il loro corpo dice il contrario: è piegato, stanco, prosciugato dallo schermo a cui hanno delegato la propria identità. Fuori li odiano perché “non fanno niente”. Dentro si odiano perché temono di non essere niente. Creano per non sparire.
Ma sarebbe un errore pensare che questa sia una storia che riguarda solo i creator. Sono solo la punta dell’iceberg. Il problema non è chi produce contenuti: è la trasformazione della creatività in un regime produttivo. E non riguarda pochi, riguarda tutti. È l’agonia silenziosa di una cosa che un tempo era libera, impulsiva, e che oggi viene misurata con continuità. I creator sono solo la versione estrema di ciò che stiamo diventando tutti.