John Baldessari diceva che, per un’artista, guardare un mercante che sta vendendo le sue opere è come entrare nella stanza dei genitori mentre fanno l’amore.

La seconda settimana di giugno, una sontuosa fila di jet privati staziona in un apron riservato dell’aeroporto di Basilea. C’è la crème de la crème, riunita tutta insieme per l’apertura di Art Basel, la più importante fiera d’arte contemporanea al mondo.

Art Basel è il massimo del settore. Replica a Parigi, Miami e Doha, in mezzo agli sceicchi del Qatar, e si espande lungo la Via della seta, fino a Hong Kong.

Tutti gli art-lover dell’alta società desiderano un pezzo di Art Basel. Non perché sia particolarmente piacevole, ma per il semplice gusto di poterlo mostrare.

L’economia degli status e dei beni posizionali lavora dissolvendo la massima disponibilità di capitale nel minor tempo possibile. In questo senso la migliore esperienza consigliata ad Art Basel coincide con la pura fantasia.

Prima di Basilea, il mercato dell’arte mondiale andava in scena nei Salons degli artisti. Al Louvre, dalla seconda metà del Settecento in poi, Diderot scriveva di Chardin e faceva la posta ai nudi osceni dei vecchi pittori roccocò. I romantici Baudelaire e Gautier s’inventarono il mito del genio e la pattuglia degli impressionisti venne ad annunciare l’estetica moderna contro l’orrore della riproduzione fotografica. I Salons parigini erano concepiti come una sorta di tribunale dell’arte, dove la gerarchia dei valori si traduceva in soluzioni espositive rigide, esplicite e incontrovertibili. Da qui arriva il battesimo dei Refusés, con i grandi artisti del secolo borghese – da Manet a Degas – riuniti a esporre al Palais de l’Industrie, perché non ammessi ai saloni ufficiali del Louvre.

Il Palais de l’Industrie fu sostituito nel 1900 dalla grande architettura fieristica del Grand Palais, sontuoso capannone espositivo d’acciaio e vetro, in perfetto stile Art Nouveau. Oggi il Grand Palais ospita l’edizione parigina di Art Basel.

Nei Salons raccontati da Baudelaire, le pareti delle gallerie mostravano quadri dal battiscopa al soffitto. Il centro si riservava agli eletti che dipingevano mitologia e storia. Vicino al pavimento, in mezzo alle gambe degli spettatori, c’erano la pittura di genere e le scene di vita quotidiana. In alto, sotto il tetto, sfiorivano le nature morte.

Una fiera d’arte contemporanea deve invece essere organizzata in una specie di caccia al tesoro.

Quando i collezionisti di Art Basel – alcuni valgono miliardi, altri solo milioni – scendono lungo la scaletta dei loro Gulfstream, portano sempre una certa aria da safari nella giungla.

Dalla prospettiva dell’antropologia sociale, i collezionisti devono potersi sentire dotati di “occhio”, cioè di quella particolare capacità istintiva di selezionare, puntare e ottenere l’oggetto del proprio interesse. Walter Benjamin rivelò la personalità del collezionista nel suo testo dedicato ai Passages di Parigi. I Passages sono gli storici boulevard coperti dell’urbanistica hausmanniana, che anticipano l’idea contemporanea di centro commerciale. Nei Passages, i vari settori di mercato si chiamavano “gallerie”.

Un Passage hausmanniano. Quanto è bello dire hausmanniano? Lo ripeterei all’infinito. Hausmanniano.

«Basta osservare un collezionista che maneggia gli oggetti nella sua vetrina: a stento li trattiene nella mano, e già sembra esserne ispirato, e il suo sguardo, come quello di un mago, sembra attraversarli per perdersi lontano», scrive Benjamin.

La settimana di Art Basel abbonda di Mandrake in monocolo. Il loro sguardo magico attraversa le opere d’arte perdendosi lontano, verso mondi dotati di concatenazioni sorprendenti e incomprensibili. L’ispirazione si taglia col coltello, e il numero dei maghi è pari soltanto a quello delle fate. Spesso si tratta di compratori compulsivi che hanno scoperto la differenza tra Théophile Gautier e Jean-Paul Gaultier, prima di consacrarsi al livello superiore dello shopping artistico.

Ad Art Basel esploriamo la foresta di simboli della classe agiata, in mezzo a un labirinto di pareti di cartongesso disposte come un percorso di Pac-Man. Nella persistenza silenziosa di un’evidente contraddizione, l’edificio di Basilea che ospita Art Basel si chiama Messe, che vuol dire “mercato”, ma anche “messa”. Per i fedeli che vanno a messa, è obbligatorio indossare un bel paio di sneakers. Tutta la riuscita di un outfit ad Art Basel diventa il giusto abito sopra un paio di grintose scarpe da running.

Uno degli editori di “Artforum International”, Knight Landesman, porta solo sneaker tecniche arancioni o giallo fluo, indossate sotto completi giacca e cravatta in pendant tono su tono, come un evidenziatore Stabilo. La leggenda li voleva realizzati su misura da un fantomatico sarto di Hong Kong. Ad Art Basel tutti conoscevano Knight Landesman. Poi uno scandalo sessuale l’ha travolto e cancellato.

La cultura woke domina un ambiente concentrato sulle minoranze, sulla marginalità, sulla poetica delle culture emergenti. È il perimetro ideologico fissato alla Biennale di Venezia dalla curatela postuma di Koyo Kouoh, scomparsa nel 2025.

Ma il successo di Art Basel si basa sulla capacità di costruire linee di esclusione ai più alti livelli di intolleranza.

In mezzo al percorso magico dei booth – i “banchi” del mercato – la luce del sole si dissolve nella temperatura fredda dell’illuminazione elettrica e il tempo inizia a scorrere al contrario. Il gioco di Art Basel ammette solo i primi. Chi arriva secondo trova il bollino rosso del già venduto sotto i pezzi A plus. E retrocede al Purgatorio dei B minus.

Per i veri intenditori, quelli che flexano Balenciaga e tote bag della Serpentine, l’artista del momento è l’egiziano Wael Shawky. A Basilea lo portano Lisson, Lia Rumma e Sfeir-Semler: nomi che brillano al vertice delle piramidi, nella grande necropoli dell’arte contemporanea.

Wael Shawky davanti a boh…

Le opere di Wael Shawky sono cariche di energia misterica. Toccano i limiti culturali del nostro immaginario, con una malia stregonesca che incanta lo spettatore in un leggero stato di ebetudine. Ma dentro gli stand della Messe, persino un Wael Shawky ha l’aria scorata del manichino in vetrina.

John Baldessari diceva che, per un’artista, guardare un mercante che sta vendendo le sue opere è come entrare nella stanza dei genitori mentre fanno l’amore.

Forse è questo il motivo per cui uscendo da Art Basel si cercano musei come l’aria fresca dopo un’apnea sott’acqua. Per fortuna, noi a Basilea non ci siamo mai stati.