Analizzando tutto il Padiglione Italia allestito alle Tese delle Vergini dell’Arsenale, ci sono un paio di opere accettabili, per lo meno esteticamente, ma l’impianto concettuale è retorico e fuori contesto.
L’artista scelta per rappresentare il nostro Paese è Chiara Camoni, protagonista della mostra personale intitolata Con te con tutto, un progetto espositivo curato da Cecilia Canziani e promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura. L’esposizione si articola come un’unica grande installazione che sembra la foresta degli Ent de Il Signore degli Anelli. Il che fa anche un po’ ridere.
Chiara Camoni, secondo me, realizza comunque una prima stanza di buon impatto visivo, dove figure di argilla dallo stile primitivo e ancestrale sembrano darci il benvenuto verso una femminilità rituale; insomma, sembrano un po’ feticci da strega. Nella seconda stanza il progetto crolla definitivamente sotto il peso di omaggi a maestri e inutili citazioni, fino al biografismo, tramutandosi in un’agorà domestica dominata da pezzi di marmo e frammenti biografici, sculture con materiali di riciclo, vecchi mobili e qualche traccia di recupero pittorico. Nonostante l’opera sia nata da una pratica artistica collettiva tra amiche attrici, professionisti e avventori, l’assemblaggio risulta abbastanza personalistico. Nel complesso, però, l’esito è notevole.
Il resto dei padiglioni è solo terzomondismo sfacciato: sembrano progettati tutti dallo stesso artista, tranne il padiglione del Giappone — il migliore come idea, tra neonati horror e recupero del senso di essere madri e padri contemporaneamente, visto che l’artista è queer — e qualcosa di salvabile in quello greco. Disarmante, invece, quello austriaco, pieno di azionismo viennese scadente, e quello cinese, un automa o un’IA più arretrata dell’ultimo modello di ChatGPT.
Il vero Padiglione Italia, in realtà, è la mostra ALBEDO – You see me in the twilight, l’installazione curata da Giorgio Galotti e Shen Qilan tra i canali di Venezia negli spazi della galleria Beatrice Burati Anderson, in collaborazione con Galleria Continua. Questo progetto del fotografo e videomaker Giovanni Ozzola è un omaggio al campione paralimpico di tiro con l’arco Matteo Panariello, con visioni tra l’astratto e l’iperrealismo al massimo della definizione, che regala un attimo di patriottismo, giocando con la perfezione senza la visita a largo raggio. Ovviamente è fuori Biennale, da lì è bandito. Eppure Pietrangelo Buttafuoco non è certo di sinistra; a lui, da neo-presidente, rimane il merito di aver fatto parlare d’arte una nazione per una settimana.
Buttafuoco è un vero artista, era lui il Padiglione Italia, l’artista italiano più importante in Biennale ci voleva uno scossone, persino sotto forma di Putin. È andata così. Per l’arte è tempo di cercare di tornare a essere un sistema d’élite e fare squadra, per cambiare un format della Biennale ormai stanco, diviso tra lobby ed istituzioni. Un cambiamento che Koyo Kouoh, la curatrice camerunense tragicamente scomparsa, ha interpretato a mio avviso calcando la mano su un terzomondismo abbastanza di maniera. La sua eredità concettuale è stata mantenuta in questa Biennale: In Minor Keys, questo è il titolo del sotto-testo concettuale di questa edizione, è stato mantenuto dal Cda come una traccia etica e un testamento politico, forse un po’ viziato da un Occidente ipocrita, coloniale persino nell’arte. Ma l’effetto tappeto tigrato o testa di leone appesa aleggia un po’ per tutta la rassegna.