Ci viene da pensare a volte che sarebbe tutto più semplice se fossimo qualcuno, se avessimo superato quella soglia minima di persone che ci conoscono, non conosciute in ricambio, per cui le nostre opinioni su qualsiasi materia sembrano pesare più di quelle del primo che passa. Se fossimo famosi, importanti, ascoltati. Come gli attori, quelli […]

Ci viene da pensare a volte che sarebbe tutto più semplice se fossimo qualcuno, se avessimo superato quella soglia minima di persone che ci conoscono, non conosciute in ricambio, per cui le nostre opinioni su qualsiasi materia sembrano pesare più di quelle del primo che passa. Se fossimo famosi, importanti, ascoltati. Come gli attori, quelli particolarmente belli e vuoti abbastanza da poter promuovere un’opinione qualsivoglia per posizionarsi; o gli intellettuali riconoscibili, che ci hanno messo la faccia e non vedevano l’ora di farlo fin dai primi talk o dalle prime assemblee al liceo; come i cantanti, gli artisti, gli scrittori. Tutti quelli che sono qualcuno, e possono così esserlo un po’ per il resto della vita, anche se poi finiscono a fare tutt’altro, non troppo famosi da vivere l’inferno, ma abbastanza da causare un moto discontinuo di colpetti di gomito tra amici al loro passaggio, quell’”hai visto chi c’è?” che ci si sente obbligati a proferire per esempio quando passa un personaggio secondario dei The Pills in qualche evento a Roma, o si incrocia un influencer nella fascia 100-500k.

Ma limitiamo l’immaginazione al mondo intellettuale, dove rientrano anche i The Pills alla fine, ormai gli eredi deputati dell’operaismo in salsa negriana di Roma Est, punto di riferimento ideologico del precariato semi-colto. Sicuramente, da intellettuali mid-tier, del tipo di quelli che si vestono un po’ trasandati ma hanno il profilo instagram curato al dettaglio, sarebbe facili districarsi in alcune faccende che ci riguardano un po’ tutti, non da ultimo quella della scopata casuale. Ricordando ancora una volta che non vorremmo ritrovarci nella categoria massima di popolarità, ma in fascia media; non in zona Paolo Mieli, dove tutto il mondo finisce a discutere del tuo vigore occasionale, ma più dove si potrebbe collocare uno che pubblica con Mimesis (non un Zaniolo o un Totti, quindi, ma più un Cristante o Perrotta, che possono scopare più o meno in santa pace). Fare amicizia anche, immaginiamo, dovrebbe essere un po’ più facile, o meglio dovrebbe esserlo entrare in relazione, ché tutti sanno come non può esistere una vera amicizia tra due persone che si conoscono in condizioni sbilanciate di popolarità, motivo per il quale i famosi si frequentano fra di loro, o frequentano soltanto quei 5 amici del liceo che li conoscevano prima che facessero il botto. 

Trovare lavoro pure potrebbe essere leggermente più semplice, per quest’ultimo motivo, specialmente in un paese tribale come il nostro, dove contano ancora i Clan famigliari allargati e ci si spartisce i bottini degli appalti e delle imprese fra cari e conoscenti. E a parità di competenze fa sempre comodo assoldare uno mezzo-famoso in un ruolo qualunque, dà prestigio e credibilità. E poi infine ci deve essere quel senso di sicurezza un po’ posticcio, quello a cui può accedere uno che è appartenuto a qualcosa di successo, anche se non era la star principale o l’astro dei tabloid, ma comunque ne ha fatto parte, non la gloria di Tony Effe ma l’indiscutibile partecipazione di Wayne Santana, e accederci quando tutto va male, dopo una delusione amorosa, un conflitto amicale, una frustrazione lavorativa.

Quella vocina che potrebbe rincuorarci ricordandoci le nostre piccole conquiste, e portarci a rivedere il video della conferenza nel centro sociale dove siamo stati particolarmente brillanti, o rileggere ancora quell’articolo che era uscito in prima pagina su Domani; e sentirci una spanna più in alto della persona che in quel momento ci sta facendo sentire minuscoli, un partner, un ex-amico, un datore di lavoro.

I vantaggi o le cose belle di questa condizione a cui riusciamo a pensare però finiscono più o meno qua. Poi arriva tutto il resto. Arrivano le classiche condanne, seppur in piccolo, della popolarità: le risate esagerate, le lusinghe, i dubbi, quella condizione di esposizione innaturale. Più di tutto però deve pesare, immaginiamo, il macigno invisibile correlato al successo, quella forza impercettibile che àncora nello stesso identico punto di sempre chi ha detto o fatto qualcosa che lo ha reso popolare, lo costringe ad esprimersi sempre sulla falsa riga delle sue opinioni di successo, in misura solo del loro successo, o a presentarsi nelle vesti del ruolo che lo ha reso famoso. 

Quella del mezzo-famoso perciò è una perenne battaglia interiore tra il bruco di una popolarità acquisita e la farfalla che vorrebbe volare via verso altre conquiste, provare altre combinazioni caratteriali, elaborare i propri drammi, o anche spesso solo abbassare il tenore radicale della propria postura o delle proprie opinioni e virare verso un cinismo più appropriato alla mezz’età che incalza; ma tutto questo risulta ostacolato e difficile. È il fenomeno che genera i vari Raimo o le Chiare Valerio che esprimono opinioni sempre condivisibilissime, ma con quella stessa retorica infiammata che gli ha permesso di distinguersi nell’agone dei collettivi liceali, o quel risentimento intellettuale di chi è perennemente dalla parte giusta della Storia, ma deve inventarsi di stare dalla parte del torto per vendere sottobanco il proprio antagonismo, anche se lo fa dalle pagine più lette e seguite del paese.