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	<title>femminismo Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Le donne del Sud non hanno bisogno del &#8220;Femminismo Terrone&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Jan 2025 14:41:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Barbarie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Claudia Fauzia e Valentina Amenta, con il saggio Femminismo Terrone, edito da Tlon,<br />
ci regalano un'opera che assomiglia a un minestrone di stereotipi al rovescio condito con un pizzico di sociologia da bar, un retrogusto di sudore e una spolverata di baffetti incolti.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/le-donne-del-sud-non-hanno-bisogno-del-femminismo-terrone/">Le donne del Sud non hanno bisogno del &#8220;Femminismo Terrone&#8221;</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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<p>Claudia Fauzia e Valentina Amenta, con il saggio <em>Femminismo Terrone</em>, edito da Tlon, casa editrice del duo Gancitano e Colamedici – chissà perché il duo fa pensare sempre alla comicità: Don Chisciotte&amp;SanchoPanza, il Gatto&amp;la Volpe, Stanlio&amp;Ollio, Gianni&amp;Pinotto, Bouvard&amp;Pécuchet, Sandra&amp;Raimondo – <strong>ci regalano un&#8217;opera che assomiglia a un minestrone di stereotipi al rovescio condito con un pizzico di sociologia da bar,</strong> <strong>un retrogusto di sudore e una spolverata di baffetti incolti.</strong> Non mancano i muretti a secco e la strumentalizzazione di ogni proto-femminismo siciliano, di ogni istanza matriarcale che nell’isola, ma nel Mediterraneo in generale, ha coesistito con secoli di patriarcato.</p>


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<figure class="aligncenter size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="710" height="1000" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/01/81MlMZibIOL._UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-1841" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/01/81MlMZibIOL._UF10001000_QL80_.jpg 710w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/01/81MlMZibIOL._UF10001000_QL80_-213x300.jpg 213w" sizes="(max-width: 710px) 100vw, 710px" /></figure>
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<p>Tra un capitolo e l&#8217;altro, ci si chiede: è una critica sociale o la sceneggiatura di una fiction? La scrittura in effetti non è molto più “incisiva” di un lungo messaggio vocale su WhatsApp, e anche le analisi lasciano un po’ a desiderare.<strong> L’immaginario a cui le due autrici danno vita è il paradiso del leghista medio: vittimismo, banalità e ricerche sommarie da tesina di terza media.</strong> Questo il livello del piagnisteo: «Perché il carnevale di Venezia è un elegante festa tradizionale e il palio dei Normanni di Piazza Armerina è una rivendicazione storica di gente sempliciotta?».</p>



<p>Grazie a questo libro, il cui titolo è azzeccato &#8211; va detto &#8211; scopriamo che in Sicilia il femminismo in realtà non servirebbe a nulla, perché esiste da sempre, ma in forma ben <strong>diversa da quella raccontata da Freeda e dalla letteratura femminista sponsorizzata a basso costo dai nostri colossi editoriali</strong>. Da Costanza d’Altavilla, capace di fare un parto pubblico il 26 dicembre 1194, per dimostrare di essere all’altezza di generare un erede, fino alle Florio e persino alle vecchie matrone, le donne siciliane hanno sempre avuto tutto sotto controllo, forse non con gli strumenti che conosciamo oggi: non con le quote rosa, la lotta al maschile sovraesteso, i sex toy e la gestazione per altri, ma con mezzi diversi, esercitando un potere meno evidente e più raffinato, almeno finché l’abbrutimento piccolo borghese non ha convinto alcune di esse, con un pregiudizio tutto progressista e nordico, <strong>che le donne prima del ’68 fossero delle buone a nulla, succubi dei mariti violenti.</strong></p>



<p>Ma la Sicilia e il Mezzogiorno in generale, in quanto dimensione ancora magica, prelogica e quindi “scandalosa”, non vanno guardati con i filtri delle categorie illuministe, marxiste o sessantottine, <strong>quanto piuttosto con l’approccio dell’antropologo Ernesto De Martino, o con quello di Amalia Signorelli</strong>, i cui studi hanno fatto cadere molti stereotipi sui temi della “segregazione femminile” al Sud, e hanno indagato invece una più ampia complessità dei rapporti uomo-donna, in cui queste ultime hanno avuto un ruolo centrale nella costruzione, nel mantenimento e nell’esercizio di relazioni di mediazione e clientelari.</p>



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<p>Il &#8220;femminismo terrone&#8221;? È sempre esistito, ma non è certo quello descritto dalle due autrici. Che tra l’altro introducono il saggio con un’ammissione di colpa: «&#8221;deve essere dura essere una donna, e per dipiù queer, in Sicilia” ci sentivamo ripetere dalle compagne. In sostanza, ci sentivamo ripetere che noi, così com&#8217;eravamo, non andavamo bene; il nostro accento era volgare, le nostre tradizioni barbare, le nostre conterranee incivili. A lungo andare, abbiamo interiorizzato la discriminazione antimeridionalista perché ci hanno raccontato e continuano a farlo che la nostra è una terra irrimediabilmente marginale, sempre uguale a se stessa, recalcitrante alle innovazioni, intrinsecamente maschilista, arida e cattiva». <strong>Ecco però che il processo di decostruzione dei pregiudizi continentali non passa attraverso un vero recupero dell’immaginario mediterraneo-meridionale, ma attraverso strumenti ideologici che quelle stesse compagne hanno importato dagli Stati Uniti,</strong> con le loro mode New Age e il poststrutturalismo berkleyano, o dai Paesi scandinavi con le loro teorie svedesi dell’amore. Invece di riappropriarsi integralmente di quegli usi, costumi e pratiche, di quel sapere delle donne del Sud che ha consentito loro per secoli di <strong>amministrare un potere diverso da quello politico e immediatamente visibile</strong>, le autrici danno vita a una versione ibrida di femminismo che vuole compiacere il Nord e accontentare il Sud.</p>



<p>Proprio su questo punto, infatti, il saggio inciampa in diverse contraddizioni, prima criticando che «oggi, le donne meridionali, rese anch&#8217;esse un blocco unico monolitico indistinguibile al suo interno, vengono rappresentate alternativamente come &#8221; focose donne del sud&#8221; o &#8220;le casalinghe forti ed aggressive&#8221;, sono Malena o le madri, le zie, le nonne costrette in cucina nell&#8217;ossessiva preparazione di pietanze&#8230;» Per poi rivendicare, sul finale, esattamente l’opposto: «in questo senso è interessante ipotizzare che la domesticità e la sensualità possono essere aree in cui le donne meridionali esercitano forme di resistenza e autonomia contro le strutture di potere maschili». <strong>Ecco che le donne del Sud non hanno affatto bisogno di lezioni di femminismo dal mondo “civilizzato”</strong>, e che non per forza un femminismo che passa attraverso le istituzioni si rivelerà vincente, istituzioni con cui l’approccio individualista e matrifocale mediterraneo infatti non si è mai compromesso, intraprendendo piuttosto una politica esoterica, sotterranea, apparentemente sottomessa, magico-seduttiva, uterina.</p>



<p>E del resto, chi vorrebbe compromettersi con questa società se ha un briciolo di cervello? Chi vorrebbe un lavoro in un’azienda? Per fare carriera, per andare in guerra? Per vedere mezza busta paga andare via in tasse senza alcun servizio in cambio? Per stare otto ore al giorno davanti a un computer? <strong>Chi vuole essere “incluso” nella matrix occidentale, produci-consuma-crepa? </strong>Vivo in questo stagno siculo-mediterraneo da anni, e la frase più intelligente che sento dire in giro è sempre la stessa: <strong>“poveretto, è costretto a lavorare”. </strong>In Sicilia il lavoro non è mai stato associato alla dignità o alla ricchezza: chi lavora è un inferiore, un infelice. Sarà un retaggio gattopardesco, del Sacro Romano Impero, sarà il caldo, ma il Sud ha sempre avuto come ideale lo stesso del principe Fabrizio, dedito ad attività prevalentemente intellettuali.</p>



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<p>Ecco perché a quel femminismo anglosassone che vuole siglare i peggiori compromessi con il sistema capitalistico, le sue leggi e i suoi lacci per poi lasciarle morire da sole servendo l’economia globale, molte donne siciliane hanno detto istintivamente “no, grazie”. Perché la soluzione non è questa corsa al ribasso a chi è più vittima, una condizione mentale contemporanea, <strong>e che toglie dignità a tutte quelle</strong> <strong>donne che prima di questo fenomeno hanno saputo essere libere anche senza i bandi del PNRR per l’imprenditoria</strong> <strong>femminile e la schwa </strong>– che le due autrici utilizzano salvo poi incentivare il ritorno al dialetto (ma come?) – senza la retorica dell’inclusione in un mercato che va cambiato, prima ancora che ingrassato di carne da macello a basso costo.</p>



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		<title>Per farla finita con l&#8217;ideologia woke</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Dec 2024 16:15:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cancer culture]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Estratti del libro "L'ideologia vendicativa" di Nathalie Heinich, appena pubblicato da GOG Edizioni.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nella logica dell’identitarismo, è ovvio <strong>confinare gli individui una volta per tutte in categorie identitarie</strong>, per “essenzializzarli” come appartenenti a un <strong>particolare sesso, a una razza, a una religione o a un orientamento sessuale</strong>. Con il pretesto di garantire l’uguaglianza per tutti, il <em>woke </em>confina ciascuno in una comunità asse­gnata, vietando la modulazione dell’identità in base al contesto. Invece di concentrarsi sulle variazioni nei processi di autopercezione, di presentazione di sé e di designazione da parte degli altri che permettono alle persone di passare da una dimensione dell’identità a un’altra a seconda delle circostanze, i seguaci di questo nuovo militantismo esigono l’imposizione caricaturale di <strong>un’identità collettiva</strong> alla quale pretendono di ridur­re gli individui in ogni momento e in ogni luogo. In questo senso<strong>, il <em>woke </em>è un ostacolo alla libertà</strong>: una for­ma di totalitarismo esercitato non, ovviamente, da un potere statale, ma da forze militanti, diluite ma potenti.</p>



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<p>Questo è particolarmente vero per il neofemminismo differenzialista e per la sua volontà di imporre la femmi­nilizzazione sistematica dei nomi dei titolari di cariche, la scrittura inclusiva, così come l’ossessiva focalizzazio­ne sulla “violenza sessista e sessuale” (un sintagma che lascia perplessi, perché mette sotto la stessa etichetta stigmatizzante di «violenza» il rifiuto di una promozio­ne, una strizzatina d’occhio insistita e uno stupro). È il contrario di un femminismo universalista, che chiede di mettere da parte, nel contesto civile, ciò che ci differen­zia a vantaggio di ciò che ci accomuna, e offre così una vera libertà permettendo alle donne di non essere siste­maticamente assegnate al loro sesso, di potersi muovere nello spazio pubblico come persone, come esseri umani, e non necessariamente come appartenenti al sesso fem­minile. <strong>È proprio questa libertà che viene loro negata dalle neofemministe</strong>, che pretendono che una donna debba sempre, in qualsiasi contesto, essere ridotta alla sua condizione femminile, inevitabilmente <strong>“dominata”.</strong></p>



<p>Ora, l’identità è un gioco contestuale: una persona di sesso femminile può presentarsi, e aspettarsi di essere presa in considerazione non come donna, <strong>ma come detentrice di una competenza o di una funzione in ambito professionale, mentre in un contesto privato potrebbe voler enfatizzare la sua femminilità</strong>; nel primo caso vivrebbe la riduzione al suo sesso come un insulto, mentre nel secondo caso vi­vrebbe l’indifferenza alla sua femminilità come un’umilia­zione. Ma come possono interessarsi a questo sottile gioco delle parti quelli che intendono imporre contro tutto e tutti una lettura unilateralmente “di genere” del mondo?</p>



<p>Essere responsabile soltanto di fronte al collettivo astratto della nazione o del genere umano, offre una libertà molto maggiore rispetto a quella di dover costan­temente esibire la propria appartenenza a un collettivo ristretto – che sarebbe la propria cosiddetta “comu­nità”. Ma i sostenitori del comunitarismo stanno di­mostrando <strong>un’incapacità di astrazione, che impedisce loro di investire in una modalità di appartenenza meno immediata e meno concreta dell’evidenza di un genere o di un colore della pelle</strong>. Focalizzandosi sull’“ugua­glianza reale” a scapito dell’ “uguaglianza formale” (cioè l’uguaglianza dei diritti), gli attivisti imbevuti di <em>woke </em>vedono soltanto la realtà fattuale di una situazio­ne segnata, di fatto, da ogni sorta di disuguaglianze, <strong>senza vedere che nessuna disuguaglianza può essere combattuta senza fare riferimento a quell’entità emi­nentemente astratta che è il valore dell’uguaglianza</strong>, e senza fare riferimento a quell’altra entità altrettanto astratta che è la condizione di cittadino e, al di là di questa, la condizione umana. Ancora una volta, l’u­niversalismo richiede una capacità di astrazione a cui resiste il comunitarismo ristretto, imperniato sull’im­mediatezza delle relazioni visibili a occhio nudo. Il wokismo è miope.</p>



<p>Tuttavia, l’identitarismo implica non solo il con­finamento dell’identità, <strong>ma anche il confinamento nello <em>status </em>di vittima</strong>, poiché non conosce altre iden­tità se non quelle definite dalla coppia dominante/dominato, discriminatore/discriminato, sfruttatore/sfruttato. <strong>La colpevolizzazione sistematica degli uni si nutre della vittimizzazione altrettanto sistematica degli altri, non per quello che <em>fanno </em>ma per quello che <em>sono</em></strong>: essere «bianchi» è necessariamente un “privile­gio” (anche se si è poveri e disoccupati), e quindi una colpa. Da quel momento in poi, è facile scivolare in un’identità di “vittima”: il fatto di essere considerati e di considerarsi come una vittima viene rivendicato <strong>come un’identità in sé</strong>, basata sul sentimento di una ferita morale. Da qui l’idea, cara al wokismo, che le «sensibilità ferite» vadano protette, grazie soprattutto ai <em>sensitivity readers </em>nell’editoria e, nelle universi­tà, grazie ai <em>safe spaces, </em>quegli spazi riservati dove chiunque si senta attaccato nella propria identità o nei propri valori può trovare rifugio.</p>



<p>Questa enfasi sull’identità di vittima sofferente, per definizione, rimanda a quello che lo psicoanalista un­gherese Sándor Ferenczi ha chiamato «<strong>terrorismo della sofferenza</strong>»: un modo di assoggettare chi ci circonda ai nostri capricci per evitare il minimo rischio di aumen­tare il dolore di essere ciò che si è, cioè una vittima de­bole e passiva del tragico destino della propria comu­nità. Questo tipo di configurazione tossica è ben nota in alcune famiglie. Ma ciò che è meno noto è che con la militanza dei vittimisti, non è più solo nelle famiglie disfunzionali che regna questo «terrorismo della soffe­renza», ma anche in tutto il corpo sociale, non appena il vittimismo diventa una rivendicazione politica.</p>



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<p>C’è in questo una politicizzazione delle soggettivi­tà che pone un’ulteriore equivalenza tra identitarismo e totalitarismo: oltre al confinamento dell’identità e alla presa di potere attraverso una sof­ferenza posta come strumento di dominio sugli altri<strong>, il <em>woke </em>pratica una vera e propria <em>politica </em>identitaria</strong>, non assegnando limiti alla definizione comunitarista e vittimista del rapporto con gli altri. Questo ci riporta al passato non troppo lontano del «tutto è politica» e ai suoi corollari stalinisti e maoisti: tutto si svolge sotto lo sguardo della collettività, sotto la sua custodia e sotto il suo controllo. <strong>«Tutto è politica», compreso anche e soprattutto quel rifugio dell’intimità personale che è la sessualità, che ora deve essere esibita a tutti gli sguardi </strong>– compresi quelli dei bambini, grazie alla nuova cur­vatura assunta dai corsi di educazione sessuale lasciati (come i programmi del <em>Planning familial</em>) nelle mani degli attivisti della «teoria <em>gender</em>», cioè di coloro che disprezzano la differenza tra i sessi. Anche la lotta con­tro “la violenza sessista e sessuale” è diventata appan­naggio dei guardiani autoproclamati della correttezza imposta con tanto di sessioni obbligatorie di rieduca­zione come ai tempi della “rivoluzione culturale”.</p>



<p>Contrariamente a quanto dicono alcuni, dire questo <strong>non significa essere indifferenti agli stupri e agli abu­si sessuali, o alle disuguaglianze immotivate: significa semplicemente rifiutare che cause legittime vengano difese con mezzi totalitari</strong>. Quindi non c’è affatto nel nostro avvertimento un «accanimento degli ambienti ostili al <em>woke </em>a sviluppare un discorso negazionista riguardo alle discriminazioni subite dalle persone a causa del loro genere, del colore della loro pelle, della loro religione o del loro orientamento sessuale», come sostiene un attivista “pro-<em>woke”<a href="#_ftn1" id="_ftnref1"><strong>[1]</strong></a></em>: <strong>non si tratta di con­testare le finalità della lotta contro le discriminazioni, ma di rifiutare i mezzi che usa da quando il wokismo se ne è impossessato</strong>. Si può ad esempio essere contrari al maltrattamento degli animali senza per questo soste­nere l’«anti-specismo», cioè la cancellazione delle diffe­renze di <em>status </em>e di trattamento tra uomini e animali. La lotta legittima contro le disuguaglianze immotivate o contro le discriminazioni non deve implicare la sua radicalizzazione attraverso la soppressione della diffe­renza tra i sessi o della differenza tra le specie.</p>



<p>Ecco perché combattere il wokismo non significa ri­fiutare di combattere le discriminazioni: <strong>si tratta in­vece di rifiutare di accettare la riduzione del mondo a un inventario di ciò che ci separa, a scapito di ciò che ci unisce; e di rifiutare di accettare la trasformazione del legittimo sforzo per ridurre le ingiustizie in un tentativo di invertire i rapporti di dominio</strong>. Di fatto, quel che è peggio non è tanto il riduzionismo del quadro di riferimento dell’identità, mentre invece ogni identità si costruisce in riferimento a una molteplicità di predi­cati possibili; il peggio non è nemmeno il fatto di non riconoscere il ruolo fondamentale del contesto in ogni processo identitario; e non è neanche la manipolazio­ne della condizione di vittima usata come strumento di controllo degli altri, né la soggettività innalzata a modalità di legittimazione politica. <strong>Il peggio è che la lotta – legittima – contro la stigmatizzazione si trasfor­ma subdolamente in una lotta per una stigmatizzazio­ne inversa</strong>: non l’eradicazione rivendicata del dominio, ma piuttosto, ahimè, il suo rovesciamento vendicativo.</p>



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<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> Albert Ogien, intervista sul quotidiano <em>Le Monde</em>, 7 febbraio 2023.</p>
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		<title>L&#8217;ombra della madre: odio e amore intergenerazionale</title>
		<link>https://ilnemico.it/lombra-della-madre-odio-e-amore-intergenerazionale/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Nov 2024 10:58:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
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		<category><![CDATA[Salomone]]></category>
		<category><![CDATA[Wanda Tommasi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La visione idealizzata e semplificata della maternità ne ignora la complessità e le difficoltà reali, ne ignora l'ombra.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Esiste una branca del femminismo che si occupa in maniera specifica della differenza. Questo significa che se il femminismo adesso molto popolare &#8211; quello più accessibile a cui tutti siamo educati a prestare attenzione &#8211;<strong> si concentra soprattutto sulla parità e sull&#8217;appiattimento delle esistenti diversità sessuali, il femminismo della differenza si propone di evidenziarle ulteriormente per favorire un ambiente in cui le cose non devono essere necessariamente uguali</strong>, e dunque in un modo o nell&#8217;altro adeguarsi a criteri altri, per meritare di esistere serenamente.</p>



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<p>Nel pensiero della differenza sessuale, tra le tante cose, si presta particolare attenzione alla figura materna, identificata non solo come colei che dona la vita alla propria creatura, ma anche come punto d&#8217;inizio di un ordine simbolico molto più ampio, fondato sulla discendenza e sull&#8217;eredità della madre. In <em>Le parole per scriverlo</em> (Mimesis, 2020), la storica della filosofia Wanda Tommasi spiega che <strong>l&#8217;ordine simbolico della madre si oppone, per forza di cose, a quello patriarcale</strong>: in questo senso, la madre viene individuata come prima figura di autorità, dando modo al femminile di circolare più liberamente <strong>e ponendo fine alla svalutazione della donna e alla sua &#8221;deportazione&#8221; in un ordine simbolico tutto maschile</strong>, in cui l&#8217;idealizzazione della figura materna la erge a icona immacolata monumentale.</p>



<p>A favore dello smantellamento di questo stereotipo c&#8217;è il testo della professoressa britannica Jacqueline Rose intitolato <em>Mothers: An Essay on Love and Cruelty</em> (Faber&amp;Faber, 2018), <strong>che mette in discussione l&#8217;identificazione della figura materna nel capro espiatorio della società occidentale</strong>. Secondo Rose infatti la maternità è il posto in cui tendiamo a riporre e seppellire i nostri conflitti interiori e ciò che realmente significa essere umani. <strong>L&#8217;atteggiamento che assumiamo nei confronti delle madri è tanto nocivo quanto ingiusto: a loro si attribuisce un potere importante, troppo grande, da cui dipende la responsabilità di preservare l&#8217;innocenza, la positività e la percezione di sicurezza delle cose del mondo. </strong>Ma perché questo compito dovrebbe spettare proprio a loro? Quando la realtà delude le nostre aspettative &#8211; perché davanti a madri, che sono poi donne, nonché esseri umani fallibili come tutti gli altri non può accadere diversamente &#8211; rimaniamo di stucco, amareggiati e disgustati, in caduta libera dai castelli in aria di un falso senso di rassicurazione che può trasmettere solo una figura costruita.</p>



<p>Jacqueline Rose è stoica e realistica nell&#8217;affermare che, se riuscissimo a renderci conto di cosa concretamente facciamo quando ci aspettiamo che siano le madri a sostenere il peso di ogni cosa, <strong>potremmo ricalibrare la mole sproporzionata di responsabilità che viene loro attribuita</strong>, curando e conseguentemente prevenendo la loro lacerazione, e soprattutto quella del mondo. Anche Diana Sartori in <em>La magica forza del negativo </em>(Liguori, 2005), si esprime a riguardo, denunciando la responsabilità &#8221;salvifica&#8221; attribuita alla politica delle donne, dunque la perpetrazione di una &#8221;liturgia materna&#8221; che dovrebbe temperare e addolcire il mondo e le relazioni, <strong>cancellando così il negativo, i desideri, le passioni, le miserie, i fallimenti e tutto ciò che è lontano dalla maternità come simbolo</strong>, cioè una gioia infantile, tutta pura e innocente.</p>



<p>Se da una parte, in quello che lo psicanalista Massimo Recalcati definisce il tempo dell&#8217;evaporizzazione del padre e dello smembramento della famiglia tradizionale, l&#8217;evoluzione della figura paterna e la conseguente progressiva scomparsa del padre-padrone hanno creato per il padre un ambiente favorevole al suo mutamento, <strong>per la madre non è stato proprio così</strong>, almeno in termini di percezione collettiva. L&#8217;ideologia patriarcale &#8211; forse al tramonto &#8211; ha provato a ridurre l&#8217;essere donna all&#8217;essere madre. In questo senso, <strong>solo la donna che diventava madre poteva garantire una femminilità benefica, positiva e innocente</strong>.</p>



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<p>Al contrario, <strong>una donna non madre incarnava tutti gli aspetti presumibilmente maligni della femminilità, quali cattiveria, lussuria e peccaminosità</strong>, portando con sé lo &#8221;stigma di un&#8217;anarchia pericolosa e antisociale&#8221;. Nonostante gli sviluppi dei tempi ipermoderni, in cui la donna che decide di avere figli non è più relegata allo status del ruolo materno tradizionale, addosso alla donna sono rimasti i fantasmi delle aspettative di un passato limitante, che la vorrebbero libera ma comunque condizionata nel ruolo assolutamente salvifico e benefico della maternità.</p>



<p>Sartori sostiene che la madre vada &#8221;esorcizzata&#8221; dal bene, e che &#8221;la bontà del riferimento alla madre non dipende per l&#8217;essenziale dalla bontà materna&#8221;. Questo significa che anche se il riferimento alla madre è fonte di positività, <strong>aspettarsi che dalla maternità possa venir fuori solo luce non è realistico, è anzi crudele nei confronti della donna che assume il ruolo</strong>. Così va messo in atto uno sradicamento, che separa il riferimento alla madre dalla bontà materna data per scontata, e che consente di tenere in considerazione &#8211; senza giudizi &#8211; anche il <em>negativo</em> che pullula in quel mezzo, e ciò che di una madre si tende ad ignorare o disprezzare, nonché la sua ombra.</p>



<p>Il tema dell&#8217;ombra materna è molto ricorrente. Recalcati in <em>Le mani della madre</em> (Feltrinelli, 2015) ricorda <strong>l&#8217;episodio biblico di Salomone</strong>. Egli fu chiamato in causa perché due donne avevano partorito nello stesso frangente di tempo, e uno dei due neonati era morto soffocato durante la notte. Così, entrambe accecate da questa terribile tragedia, dichiaravano che il figlio ancora in vita fosse il &#8221;proprio&#8221;. Nell&#8217;episodio emergono luce e ombra materna: da una parte la madre ossessionata dal proprio figlio come oggetto di proprietà, incapace di cedere nulla, <strong>e dall&#8217;altra la &#8221;madre del dono&#8221;</strong>, quella che comprende l&#8217;importanza della propria assenza ed è disposta a creare distanza tra sé e la propria creatura per il suo bene. Per stabilire l&#8217;identità della vera madre, Salomone propone di dividere in due con una spada il figlio ancora in vita, così da stabilire una sentenza equa per entrambe. Di fronte alla possibilità di morte del neonato vivo, la madre reale, la portatrice di luce, <strong>si dimostra disposta a rinunciare al figlio pur di salvare la sua vita.</strong> Al contrario, la seconda donna, colei che rappresenta l&#8217;ombra della madre, rimane ferma sul suo punto, condizionata dal suo bisogno di possedere, e sarebbe disposta a sacrificare la vita del neonato pur di averne tra le mani anche solo una parte. Secondo Recalcati, ogni donna può spostarsi sullo spettro della maternità e raggiungere un picco di luce e un picco di ombra, come nel caso della storia delle madri e di Salomone.</p>



<p>Un altro esempio di oscuro materno &#8221;inassimilabile e intrattabile&#8221;, anche se in maniera abbastanza imparziale, lo si trova nella scrittura di<strong> Irène Némirovsky</strong>, ripresa e analizzata da Wanda Tommasi. La madre di Irène, con cui l&#8217;autrice aveva un rapporto più che conflittuale, è rappresentata dalla figlia in chiave negativa: arida d&#8217;affetto, ossessionata dal denaro e dagli amanti, preoccupata solo del proprio aspetto, <strong>una vera madre mostruosa</strong>. Quando scrive <em>Il ballo </em>(Adelphi, 2005), con uno stile sempre virile e pungente, Némirovsky mette in scena il corpo a corpo tormentato tra lei e l&#8217;oscuro materno: Rosine Kampf, madre di una famiglia ebrea che mira a farsi accettare dalla società parigina, decide di dare un ballo a cui invita tutte le conoscenze più note della città. La figlia quattordicenne, Antoinette, vorrebbe partecipare ma non le è concesso perché troppo piccola. A lei, accecata da un odio viscerale per la madre, viene affidato il compito di spedire gli inviti, cosa che non farà, distruggendoli. Così nessuno arriva, e la figlia gode per aver messo in atto la vendetta nei confronti della madre. Se da una parte la madre ha &#8221;voglia di vivere, di esibire la sua bellezza, di entrare nella buona società&#8221; e non ha intenzione di &#8221;avere tra i piedi una figlia da marito&#8221;, dall&#8217;altra la figlia si lascia consumare dall&#8217;invidia e dall&#8217;odio per la madre, mettendo in atto un siparietto patetico, comprensibile ma non giustificabile, che riflette le cattive abitudini materne.</p>



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<p><br><br>Quando parliamo di madre mostruosa è impossibile non citare il delirio della <strong>Medea di Euripide</strong>, di cui sia Recalcati che Rose parlano dettagliatamente. La tragedia narra la vicenda di una donna che non riesce a sopportare il dolore del tradimento del proprio uomo, tanto da decidere di uccidere i figli, la propria discendenza. Il delirio di Medea è scatenato dalla ferita per l&#8217;abbandono, e ci ricorda che &#8221;quando [una donna] viene offesa nel suo letto, non c&#8217;è altra mente che sia più sanguinaria&#8221;. Medea incarna la donna sradicata dalla sua terra, straniera, una &#8221;caratteristica oscura che investe la maternità in quanto tale&#8221;, <strong>poiché l&#8217;atto lucente di dare la vita può digredire nel suo opposto di ombra, quindi nella distruzione e, nei casi più estremi, nell&#8217;omicidio</strong>. Patologizzare Medea sarebbe semplice, afferma Jacqueline Rose. Tuttavia, secondo la professoressa britannica, la follia della barbara straniera non è che la conseguenza di un modo di pensare perduto nel nostro tempo in cui dalla maternità non ci si aspetta purezza e cecità davanti alla violenza del mondo.</p>



<p>Da ricordare anche gli esempi cinematografici di oscuro materno: <em>The Piano Teacher</em> (2001), <em>Ma mère</em> (2004), <em>Black Swan </em>(2009), <em>Moonlight </em>(2016), <em>Ladybird</em> (2017), <em>Everything Everywhere All at Once</em> (2022), sono solo alcuni dei capolavori che contengono rappresentazioni dell&#8217;ombra della madre, <strong>di donne complesse e acutamente stratificate, che pur essendo pericolose mine vaganti, restano esseri umani, a volte apparentemente difficili da umanizzare</strong>. Ma umanizzare non significa giustificare. E riconoscere l&#8217;oscurità dei loro caratteri non significa sempre sentenziare, trovare per loro la condanna più adatta, anzi: il più delle volte decostruire il ruolo materno spiana la strada verso un arco di redenzione che può rivelarsi assolutamente necessario per raggiungere un qualche grado di liberazione anche personale.</p>



<p>Diana Sartori scrisse che inchiodare una madre al suo bene o al suo male è una dannazione. Li<strong>berando la madre dalle catene delle aspettative salvifiche del suo ruolo si altera il ritmo e l&#8217;autenticità della discendenza</strong>. Accogliere questa alterazione significa avere a che fare con il corpo a corpo, con l&#8217;eterno tormento dell&#8217;ombra materna. <strong>Significa riconoscere nella madre lo status di essere umano anziché di icona mariana infallibile</strong>. Sulla scia dell&#8217;elaborazione di Sartori, è bene chiudere con un interrogativo, al quale la professoressa si risponde riprendendo le parole dello psicanalista Donald Winnicott: &#8221;Ma senza una madre buona non saremmo perduti? Chissà, forse basta una madre solo sufficientemente buona&#8221;.</p>



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		<title>Il caso Leonardo Caffo e il doppiopesismo degli intellettuali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Jul 2024 16:03:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Intellighenzia]]></category>
		<category><![CDATA[amichettismo]]></category>
		<category><![CDATA[Caffo]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[molestie]]></category>
		<category><![CDATA[violenza di genere]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cosa accade quando ad essere accusato di molestie sessuali è un protégé degli ambienti progressisti? È il caso di Leonardo Caffo, filosofo accusato di maltrattamenti dalla ex-compagna e oggi difeso dagli intellettuali giusti che fino a ieri proclamavano «sorella io ti credo». Perché stavolta prevale il garantismo? Esistono intellettuali al di sopra di ogni sospetto? Non dovremmo in generale, sia che l'accusato scriva per il «Corriere della Sera» e frequenti i festival giusti, sia che adori Vannacci, escludere i pregiudizi in un senso o nell'altro dalle tribune popolari? </p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><br>Tra gli intellettuali e le intellettuali che oggi difendono Leonardo Caffo, <strong>il filosofo accusato di violenze e maltrattamenti dalla sua ex compagna</strong>, ve ne sono alcuni che hanno costruito una carriera sul femminismo, sulla solidarietà tra donne, sul «sorella io ti credo», sul «Non una di meno», hanno scritto articoli per le più importanti testate nazionali, hanno pubblicato libri sulla violenza di genere, partecipato a talk, podcast, hanno occupato incarichi universitari di prestigio. </p>



<p>Prima tra tutte Ilaria Gaspari, che il 28 giugno intervista sul Corriere l’imputato Caffo (a cui si dedica un intero paginone) facendolo passare per un perseguitato politico («Pensi che nella risonanza del tuo caso abbia avuto un ruolo anche una forma di anti-intellettualismo?», questo il livello delle domande poste dalla filosofa all’<strong>uomo maschio bianco cis accusato di violenza di genere</strong>, sottoposto a un ordine di allontanamento). Dopo l’uscita del pezzo, forse consapevole di averla fatta grossa, la Gaspari ha reso privato il suo profilo Instagram. Fa seguito Teresa Ciabatti, che senza pudore alcuno pubblica un post in cui difende l’amico, rilanciando una loro «bellissima conversazione». Dopo qualche ora il contenuto viene cancellato dai social, assieme ai like di altri esponenti del bel mondo engagé, tra cui quello in bella vista dell’onnipresente Chiara Valerio. </p>



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<p>Leonardo Caffo, infatti, è nome noto nei salotti intellettuali, di cui fa sfoggio, anzi scudo, fissando sul suo profilo Instagram i messaggi privati che scambiava con la Murgia (proteggimi), divenuta un santino, <strong>l’icona che salva chiunque ne sia venuto a contatto in vita</strong>. Caffo negli ultimi anni ha scritto soprattutto per il <em>Corriere della Sera</em>, mentre su <em>Internazionale</em> aveva una rubrica fissa, così come su <em>Lampoon</em> e <em>Interni</em>, ed è stato tra i conduttori e autori di Radio 3 RAI; ha lavorato come curatore alla Triennale di Milano, è stato membro del comitato direttivo del Museo MAXXI di Roma. Di recente ha pubblicato un libro con Tlon, la casa editrice di Maura Gancitano e Andrea Colamedici, la stessa che ha fatto del femminismo uno dei core business del suo progetto editoriale. </p>



<p><strong>Ecco allora che il caso Caffo manda in tilt un certo tipo di femminismo</strong>, non quello radicale, che scende in strada o che mette il proprio corpo nella lotta contro il patriarcato, ma quel femminismo che in Italia si rivela <strong>monopolio di una cerchia ben definita di persone</strong>, quelle che si recensiscono i libri tra loro, che frequentano gli stessi festival, una bolla di intellettuali e case editrici e direttori artistici e professori universitari che si muove di comune accordo e si copre le spalle a vicenda, <strong>anche a costo di pestare il merdone</strong>. Come si concilia, adesso, il garantismo che fanno valere con la «sorellanza» sbandierata fino a ieri, quella sorellanza che non ammette il beneficio del dubbio di fronte a una donna che ha il coraggio di denunciare una molestia? L’ex compagna di Caffo non è una donna come le altre?<strong> La sua voce conta meno perché l’accusato scrive sul «Corriere della Sera» e ha presentato l’ultimo libro di Lagioia?</strong> </p>



<p>L’amichettismo, variazione culturale del familismo, vince anche sull’ideologia, e non importa se emergono le contraddizioni, se si impongono i toni e le modalità che si condannavano fino a ieri, <strong>per salvare un amico si attiva il dispositivo della superiorità morale, dell’impunità intellettuale, del cameratismo culturale</strong>. Se a destra assistiamo alle nefandezze di una gioventù meloniana omofoba e razzista, che probabilmente non reciderà mai il cordone ombelicale con un passato che non passa, malgrado i tentativi di rebranding, negli ambienti culturali progressisti viene a galla tutta l&#8217;ipocrisia del doppiopesismo, si palesano metodi di protezione discriminatori, che dimostrano a loro volta quanto il femminismo dei salotti, se vuole davvero vincere la sua battaglia, debba fare i conti internamente con le logiche clientelari che prevalgono tra i suoi esponenti più noti, tutelati da una rete di relazioni culturali che li rende immuni alle loro stesse accuse.</p>



<p><br>In Italia non si può fare la rivoluzione perché ci conosciamo tutti, scriveva Longanesi un secolo fa. Non è cambiato molto da allora, anche se ai nostri era chiesto molto meno della rivoluzione, <strong>anche solo il rispetto, il buon gusto, il silenzio</strong>. Hanno preferito la prepotenza, il favoritismo, l’omertà.</p>
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		<title>Donne che amano gli uomini che odiano le donne</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Vitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Jun 2024 16:46:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Contraddizioni]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Tilt]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[Megan Boni]]></category>
		<category><![CDATA[patriarcato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Analisi del testo di Looking for a man in finance, rèclame sentimentale in apparente contraddizione, che fa vibrare le orecchie e i cuori della nuova generazione femminile; grido disperato che foraggia il sogno reazionario dell’uomo cacciatore (o squalo della finanza è la stessa cosa) proprio mentre se ne dovrebbe iniziare a celebrare la scomparsa.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong><em>Looking for a man in finance</em>.</strong> È iniziato come uno scherzo quello di Megan Boni, meglio conosciuta come @girl_on_couch, ventisettenne newyorkese. Il 30 aprile pubblica su Tiktok un testo a cappella, che recita così: «<strong>I’m looking for a man in finance. Trust fund. 6 ft 5″. Blue eyes. Finance</strong>» (Cerco un uomo che lavori nella finanza. Fondo fiduciario. 1,90 cm. Occhi azzurri. Finanza). Poteva finire lì, e invece no, l’appello della “creator” a realizzare una base per il suo testo viene accolto positivamente: nel giro di pochi giorni alcuni utenti remixano la strofa, che viene ricondivisa milioni di volte, complici influencer vari, fino a catturare l’attenzione di David Guetta, che ne arrangia la versione divenuta celebre, rendendola un tormentone, <strong>probabilmente la canzone che ci ammorberà quest’estate.</strong> Ma come è potuto accadere? Mezzo secolo di lotte femministe, rivendicazioni, manifestazioni, assemblee universitarie, seminari di bioetica, slogan, capelli blu, il corpo è mio lo gestisco io, criminalizzazioni del maschio eterobasico e alla fine il contenuto che fa il giro degli iphone delle ragazzine di mezzo mondo è quello <strong>che reclama un uomo alto 1 metro e 90 e che lavori in finanza?</strong> </p>



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<p>Le vie della viralità sono infinite, ma non sono mai casuali: tutto ciò che l’algoritmo premia deve intercettare uno <em>zeitgeist</em>, un’urgenza diffusa, qualcosa che abbia a che fare con l’inconscio della vita pubblica. Ce lo vorrebbe spiegare la stessa Megan Boni, ormai cantante suo malgrado (ha firmato con la Universal Music), che in un’intervista rilasciata alla BBC dichiara: «volevo solo prendere un po’ in giro le ragazze che come me si lamentano di essere single ma poi hanno una lista di bisogni impossibili». Questa è la versione ufficiale, quella che giustifica tutto e rende l’intera operazione in fin dei conti pacifica e consolatoria. È la versione cosciente dell’autrice, scritta sulla carta velina della paura di una gogna mediatica al femminile, talmente debole e sottile che risulta facilissimo vederne in controluce il contenuto latente, quello che non si può sostenere, perché rivelerebbe alle donne il principale nemico del femminismo, e cioè loro stesse, o almeno quella parte di loro che, tutto sommato,<strong> il patriarcato lo rimpiange.</strong> </p>



<p>Ormai è chiaro che la parte più visibile della società, dal secondo dopoguerra in poi, si sta spontaneamente scrollando di dosso un sistema patriarcale grottesco e obsoleto, almeno da quando le donne sono entrate a tutti gli effetti nel mondo professionale, con qualche gap che però va mitigandosi. Nessun uomo sente più l’obbligo di dirsi maschilista: <strong>gli svantaggi di una simile dichiarazione hanno superato di gran lunga i vantaggi</strong>. Dalla riprovazione sociale all’impossibilità economica di mantenere un’altra persona e insieme il proprio status, dai doveri insostenibili di una virilità che ha fatto il suo corso alla fine dell’epoca bellica, gli uomini sono l’ultimo problema di chi lotta contro il sistema patriarcale, un sistema che nel maschio trova il soggetto più a disagio, e se alcuni elementi residuali ad esso ancora si richiamano grottescamente, ne confermano l’eccezione. La parabola di questo brano, invece, fa pensare che tra le donne, sotterraneamente, inconsciamente, <strong>venga covata ancora la nostalgia per l’uomo in grado di tutelarle sul piano economico</strong>, di conferire loro sicurezza, anche fisica (cercasi 1,90cm di altezza), benessere per sé e per la propria prole nel mondo grande e terribile. Un istinto (questo sì, basico) di sopravvivenza che contraddice un secolo di lotte femministe e di progressismo proprio nel momento storico in cui queste lotte sembrano essere culturalmente, mediaticamente più battagliere e vincenti. Questa canzone è un grido disperato di una generazione di ragazze che foraggiano il sogno reazionario dell’uomo cacciatore (o squalo della finanza è la stessa cosa) proprio mentre hanno finito di ucciderlo, è anche la riprova che spesso le idee sono solo idee, giuste o sbagliate che siano, e prima di esse c’è invece la vita, con i suoi richiami ancestrali, <strong>con le sue paure ataviche</strong>, che intervengono come a voler ristabilire un ordine archetipico tra i sessi. </p>



<p>È un’ingiustizia, un’oscenità, una volgarità soprattutto, ma, questa volta, è una parte, sicuramente non la maggioranza, <strong>ma una parte delle donne a esserne l’artefice</strong>, compiendo tra l’altro indirettamente quella stessa discriminazione e quel <em>body shaming</em> di cui si dicono vittime a loro volta. Sul cadavere del maschio caduto, le donne danzano al ritmo di <em>Looking for a man in finance</em>: una specie di rito di riesumazione, di risurrezione dei corpi. Alti almeno 1 metro e 90, si spera, altrimenti niente.</p>
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		<title>Il femminismo opportunista e gli intellettuali di regime</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 May 2024 09:56:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Barbarie]]></category>
		<category><![CDATA[Cancer culture]]></category>
		<category><![CDATA[Intellighenzia]]></category>
		<category><![CDATA[Bruciate tutto]]></category>
		<category><![CDATA[Christian Raimo]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[Giulia Cecchettin]]></category>
		<category><![CDATA[Non Una Di Meno]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il parallelo tra femminismo contemporaneo e le rivendicazioni proletarie del secolo scorso ci permette di fare luce su come essere femministe, oggi, sia diventato un semplice requisito di base per darsi credibilità e il divenire-donna, con tutto il suo carico rivoluzionario e generativo, è stato semplicemente appiattito sulle sue caratteristiche pietistiche.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Christian Raimo è il peggior nemico del femminismo. Checché ne pensi il prof. con tutta la sua buona volontà, quella faccia seriosa ma paffutamente accogliente, le lezioni ispirate al liceo, la sua ubiquità ai cortei di NUDM, Raimo rimane uno dei tanti bolscevichi del femminismo, dei professionisti della rivoluzione. <strong><em>Il suo caso specifico, suo malgrado, sconta il limite ontologico di avere un pene</em></strong>. La sua retorica, di conseguenza, si arresta sulla soglia del ridicolo, e con malcelata invidia è costretto a farsi da parte. Nei soviet femministi la sua parola – per quanto posata, colta e sagace – varrà sempre meno di quella di una donna, anche la più irruente e sgrammaticata, ed è bene che sia così. Non vale lo stesso per le varie Cortellesi, Murgia, Schlein, Gruber e soprattutto per le tantissime influencer che, con malizia e calcolo, ma anche con una sacrosanta dose di ingenuità, gettano in pasto allo spettacolo il femminismo, introducendolo nel dibattito e consegnandolo alla storia.</p>



<p>Forse non se ne rendono conto, abbagliate dagli schermi e dai riflettori, ma la donna è oggi l’equivalente di quello che era il proletario fino a 50 anni fa. <strong><em>La donna per il femminismo è ciò che il proletario era per la classe intellettuale, politica e sindacale di un tempo</em></strong>. Certo il proletario poteva essere definito e individuato, aveva una classe di appartenenza, era l’oppresso lavoratore che aliena la sua forza lavoro perché escluso dalla proprietà dei mezzi di produzione. Ma non è questa la sua caratteristica saliente, il proletario aveva anche delle caratteristiche mistico-escatologiche. Poiché oppresso dal capitale e dai padroni era legittimato alla rivolta, anche violenta, al fine di prendere in mano il potere e la proprietà e distribuire entrambi universalmente, estirpando alla radice la possibilità stessa dell’oppressione e dell’alienazione.</p>



<p>L’élite culturale, politica e sindacale del tempo, per timore dell’ingovernabilità di questa rivolta, se ne è messa a capo, dirigendola, facendosene portavoce, conducendola al compromesso con il capitale.<strong><em> Il proletariato del passato è stato superato non dalla rivoluzione (con annessa messa a morte dei padroni), ma con la proletarizzazione universale</em></strong>. Da che il proletario era il referente vuoto e puro, l’uomo futuro del mondo libero e del paradiso in terra, la propaganda sindacale, la lotta politica e la critica intellettuale della sua condizione lo hanno schiacciato sulle sue caratteristiche pietistiche. Il proletario è diventato l’umano inerme, bisognoso di guida, consiglio e assistenza sociale, incapace di darsi una prospettiva rivoluzionaria e men che meno di badare alla propria autosufficienza. Così, con estremo cinismo, si è dato al proletario con una mano quel che con l’altra gli sottraeva. La condizione deplorevole di indigenza in cui era costretto a vivere è stata elevata a una dignità posticcia, tale per cui le umili origini sono oggi diventate motivo di vanto, mentre la ricchezza, lungi dal fornire qualche sorta di privilegio, abbrutisce nell’opulenza. Al tempo stesso veniva meno qualsiasi qualità pura che si poteva associare al proletariato, che ridotto ad ennesimo strumento retorico di legittimazione perdeva ogni sincera velleità rivoluzionaria.</p>



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<p>La donna per il femminismo è oggi a un bivio simile. Identificabile per genere, e non per classe, gode di una compattezza invidiabile. <strong><em>Sodalizzate nel rifiuto di una violenza e di un’oppressione che chiama in causa il mondo intero (il patriarcato che dominerebbe universalmente le relazioni del mondo occidentale), le donne oggi conservano nel segreto della loro carne un principio di violenza rivoluzionaria, per sua natura pericoloso e ingestibile.</em></strong> E qui entrano in gioco le femministe di professione, le sindacaliste delle donne. Il ruolo che le femministe-attiviste, le politiche le giornaliste hanno deciso di ritagliarsi all’interno di questa lotta le esclude dal loro stesso genere. <strong><em>Non sono più donne, infatti, le donne che professano in rete o nei libri o nei film cosa sia il femminismo, che lo riducono alla loro visione preconcetta e opportunistica del reale</em></strong>; o almeno lo sono tanto quanto un intellettuale di sinistra o un sindacalista, fino a qualche decennio fa, potevano essere definiti dei proletari. Sicuramente non diventano per questo degli uomini, che in questa metafora approssimativa rappresenterebbero il nemico, i padroni rispetto ai proletari. Ma pare evidente che hanno rinunciato, salendo sul palco e prendendo in mano i microfoni, a prendere parte alla lotta delle donne, mettendosene a capo.            <br>               </p>



<p>Una sorte simile a quella del proletario, perciò, attende oggi la donna. E come la donna, così ogni coacervo di esistenze insofferenti, qualora giunga chi pretende di dare forma e contenuto a questa insofferenza, di dirigerla verso uno scopo, sia anche il più lodevole. Lo si è visto in questi giorni. Lo slogan più puro espresso dai cortei, scioccati dalla morte di Giulia Cecchettin, è stato estrapolato dalle parole della sorella: <em><strong>Bruciate tutto</strong></em>. Rivendicazione inopinabile, formula che vomita sul mondo, su <em>tutto </em>il mondo, il peso dei secoli di un’oppressione che si è giustificata, fino ad ora, solo sulla base della prevaricazione fisica, e che ancora oggi, sottointesa in molte delle relazioni tra uomo e donna, si riversa con ferocia sul corpo delle donne. È una rivendicazione, quella a bruciare tutto, indeterminata ma concreta, come ogni gesto puro, come ogni atto, tanto più quello rivoluzionario, che trascina con sé conseguenze imprevedibili e mette da parte i se e i ma su cui si arresta ogni volontà. Ma basta spaccare la vetrina di un pro-vita a via Labicana per vedere dove crolla la retorica delle femministe di mestiere, costrette a prendere le distanze da ogni violenza concreta (che non saprebbero come governare o influenzare). Nei giorni a seguire, non volendo rinunciare alla forza compattante di quello slogan, di quel <em>Bruciate tutto</em>, sono proliferate interpretazioni di compromesso, meno radicali, in chiave privata, individuale, tutto sommato concilianti. <strong><em>È stato il primo giorno della fine del movimento femminista.</em></strong></p>



<p>Se le donne continueranno a prestare ascolto a chi donna non è, ma capopartito o intellettuale di regime, finirà come per il proletariato. <strong><em>Essere femminista diverrà un semplice requisito di base per darsi credibilità e il divenire-donna, con tutto il suo carico rivoluzionario e generativo, sarà semplicemente appiattito, ancora una volta, sulle sue caratteristiche pietistiche</em></strong>. Essere donna vorrà dire essere oppressa e riuscire a dimostrare di aver subito un abuso avrà lo stesso valore che ha oggi rivendicare le proprie umili origini. A godere dei benefici del femminismo sarà solo la nuova élite femminista &#8211; indifferentemente composta da uomini  e donne, ed è significativo &#8211; nata dai salotti e dalle pagine di cronaca, non coinvolta nella lotta, impegnata in una costante campagna di sensibilizzazione acritica &#8211; dagli effetti controproducenti -; poiché il giorno che verranno meno l’emergenza e la crisi verrà meno, con ciò, la legittimità del suo privilegio.</p>



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		<title>Nuovo cinema patriarcato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Apr 2024 16:21:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cancer culture]]></category>
		<category><![CDATA[Intellighenzia]]></category>
		<category><![CDATA[élite]]></category>
		<category><![CDATA[femminicidio]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[patriarcato]]></category>
		<category><![CDATA[violenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>4 tesi sulla violenza senza codice degli uomini e sull'intromissione dello Stato nella sfera sentimentale degli individui</p>
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<h4 class="wp-block-heading"></h4>



<p><strong><em>1)</em></strong></p>



<p><strong>Il patriarcato è un sistema di riconoscimenti.&nbsp;</strong>Su basi più o meno arbitrarie, all’uomo riconosce gli attributi della forza, della violenza, della virilità. Alla donna quelli della cura, della pazienza, della femminilità. L’uomo è principio di morte, la donna è principio di vita. Distruzione e creazione. Verticalità e orizzontalità.&nbsp;<strong>Si tratta beninteso di invenzioni letterarie, di falsificazioni biologiche, di mitologie religiose</strong>&nbsp;che però, tutte insieme, formano le coordinate simboliche entro cui si muovono le società patriarcali. A rendere queste astrazioni funzionanti (performative si dice adesso) e quindi legittimo il Patriarcato, è il dispositivo, inteso in senso foucaultiano,&nbsp;<strong>della guerra</strong>, come insieme di pratiche, metodi e discorsi. Il patriarcato ha senso di esistere esclusivamente dove c’è la guerra come principio di risoluzione delle controversie. La guerra, infatti,&nbsp;<strong>regola lo spazio, assegna ruoli, dispensa oneri e benefici.&nbsp;</strong>L’uomo paga il prezzo della sua autorità politica, morale, domestica con l’eventualità della morte violenta. La donna paga il prezzo della propria incolumità con la sottomissione al maschio-marito (con tutte le eccezioni del caso, con tutte le implicazione positive e negative del caso, per gli uomini come per le donne). Ingiustizia, sopruso? A entrambe le categorie vantaggi e svantaggi, ma finché c’è stata la guerra questo sistema è stato legittimo, altrimenti, come qualsiasi altro ordinamento (insegna lo storico Ferrero) se non avesse funzionato in un determinato contesto la storia lo avrebbe liquidato. Un sistema politico è come una lingua, viene costruito, utilizzato e modificato sempre in base alle necessità dei parlanti. Così è successo al patriarcato.</p>



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<p>Venuto meno il dispositivo della guerra, a partire dal 1945, quando abbiamo attivato il dispositivo della pace (a livello individuale e internazionale) e i conflitti hanno subito un dislocamento geografico e mentale, svolgendosi in luoghi sempre più remoti, portati avanti per procura, da altri popoli con indici di virilità e ferocia ancora alti (in cui non si sente affatto parlare di rivendicazioni femministe) il patriarcato ha iniziato il suo declino. Questo sistema, ad oggi, in una società che non ha più la guerra come fondamento,&nbsp;<strong>ha perso le ragioni stesse della sua esistenza: è diventato un modello inattivo</strong>. A che scopo le donne dovrebbero pagare il costo della propria obbedienza? Perché gli uomini dovrebbero tenere fede alle incombenze e alle fatiche, ai pericoli della virilità laddove questo principio non serve più alla conservazione e riproduzione della specie? Le rivendicazioni femministe proliferano nella società post-bellica, che gradualmente e quasi naturalmente si è liberata di una sovrastruttura patriarcale ormai obsoleta, di cui rimangono gli ultimi residui, come dei lapsus.</p>



<p><strong><em>2).</em></strong></p>



<p><strong>Quella a cui assistiamo oggi è una violenza generalizzata, priva di forma</strong>, che si compie fuori da qualsiasi codificazione. È violenza bruta, primitiva, informe, disorganica, che solo in estrema malafede può essere ricondotta a un leitmotiv preciso, specie a quello dei “figli sani del patriarcato” &#8211; al momento il plot narrativo più efficace a livello mediatico (ma Turetta, appartenente alla tanto incensata Gen Z, e che a 22 anni dorme con un peluche, in che modo risponde ai canoni del patriarcato?). I casi di femminicidio sono compiuti da soggetti diversi per età, educazione, background culturale, uomini che mandano segnali contraddittori, non sistematici, che manifestano fragilità emotive, disforie, insicurezze patologiche, che agiscono spesso sotto uso di sostanze stupefacenti.&nbsp;<strong>Ogni orrore è diverso e per questo imprevedibile.</strong>&nbsp;Da qui lo stupore di vicini, amici, parenti. Il patriarcato, come ogni sistema codificato, impone dei diritti e dei doveri, dei lasciapassare e dei divieti, e per secoli ha funzionato da regolatore sociale (con tutte le sue imperfezioni) tra i sessi. Informando l’uomo della sua predominanza fisica, su cui si è spesa una lunghissima letteratura, ha esorcizzato la violenza brutale e perenne sulla donna,&nbsp;<strong>ma l’ha codificata in determinati perimetri.</strong>&nbsp;La prevaricazione è lì, inserita in una più ampia economia della tragedia generale. Qui la prevaricazione è casuale, ovunque in potenza e da nessuna parte. Non è un effetto collaterale del sistema, ma il sistema stesso funziona ormai per effetti collaterali.</p>



<p><strong><em>3).</em></strong></p>



<p><strong>Questi effetti collaterali sono strumentalizzati da un’élite femminista che si sta costituendo come nuovo ceto egemone</strong>. Appropriandosi delle tragedie mediaticamente più rilevanti, trasforma la violenza senza codici in una narrazione funzionale alla sua corporazione di interessi. Nell’introduzione al volume&nbsp;<a href="https://www.gogedizioni.it/prodotto/elite-e-masse/">Élite e masse</a>&nbsp;vi è un&#8217;interpretazione del femminismo e delle sue metamorfosi alla luce della teoria élitista:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Se guardiamo per esempio all’odierna avanzata dei movimenti femministi, patrocinati da una minoranza organizzata di intellettuali ed esponenti politiche, attiviste, volontarie e influencer, con grandi doti comunicative e munite di formule ideologiche ad altissimo coinvolgimento, assistiamo alla graduale occupazione, da parte di una nuova élite, portatrice di nuove istanze, delle principali centrali di diffusione del consenso sociale: partendo dalle nicchie delle facoltà universitarie dove si è elaborato il nucleo teorico del femminismo della cosiddetta terza ondata o intersezionale, per arrivare fino all’editoria, alla stampa, alla televisione, ai social network, alle sedi governative nazionali e internazionali dove questa produzione discorsiva ha assunto, in parte, carattere performativo. Non si contano più i contenuti creati sul web, le mobilitazioni associative, le iniziative parlamentari, i fondi stanziati per le attività di promozione, gli eventi culturali, i libri, i film, le rubriche sui quotidiani, i palinsesti televisivi, le fiere, i festival, le rassegne letterarie e cinematografiche, dedicati alla trasformazione normativa e culturale della società in vista della parità dei sessi e dell’inclusività delle persone queer, della lotta alla violenza di genere, alla mascolinità tossica, al patriarcato e al suo sistema di valori. Ora, però, noi vediamo che buona parte dell’élite occidentale, per lo più composta da uomini, bianchi, eterosessuali, che presiede i vertici delle nostre istituzioni ma anche delle grandi aziende e dei media, con i suoi apparati di forza, di omissione ed esclusione, osteggia solo relativamente l’ascesa di questo movimento, e più spesso gli risulta vantaggioso promuoverne le cause per non scontentare quella parte crescente e rumorosa di opinione pubblica che le rivendica. Se c’è un’élite conservatrice, parrochiale, identitaria, a disagio con la political correctness, cialtronesca nelle sue manifestazioni di resistenza al femminismo, che suonano fuori tempo massimo di fronte a un panorama sociale mutato, essa è solo il residuo di un vecchio establishment in declino o più spesso di un populismo parvenu che a suo tempo ha saputo conquistare le sedi del potere politico, ma non quelle dove si produce il discorso, e seppure è rappresentativa delle idee che per forza d’inerzia la maggioranza silenziosa (o comunque passiva) della società condivide, si è rivelata incapace di egemonizzare i luoghi deputati alla produzione ideologica, specie i nuovi medium, utilizzati dalle generazioni più giovani e più sensibili ai temi avviati dalla nuova élite. L’oligarchia conservatrice è però funzionale alla narrazione dell’élite femminista, che per contrappeso si tara sul bilanciere politico come forza contraria e antagonista, ostacolata dal “potere”, per godere di un prestigio rivoluzionario che la rende più attrattiva. Come suggerisce Mosca, quando «una nuova corrente di idee si diffonde, contemporaneamente avvengono forti spostamenti nella sua classe dirigente». Le élite più lungimiranti, indipendentemente dalla loro connotazione politica, e che rivestono ruoli decisionali a tutti i livelli della vita sociale, di fronte all’engagement suscitato in ampi strati della popolazione delle rivendicazioni femministe, stanno riassestando il loro baricentro politico o aziendale (nel caso delle multinazionali), rinnovando l’offerta e quindi i mediatori, commissionari o rappresentanti capaci di farsi carico di queste nuove istanze, per lo più assumendo dalla nuova élite femminista i suoi futuri membri. È in atto un processo fisiologico di circolazione delle élite, stavolta non per il tramite di guerre o rivoluzioni violente, ma attraverso un processo di cooptazione, dovuto all’«affermazione di forze nuove, che produce un continuo lavorio di endosmosi ed esosmosi fra la classe alta e alcune frazioni di quelle basse». I rischi a cui questa nuova élite va incontro, quindi, sono gli stessi in cui si è imbattuto il Lumpenproletariat in passato, nel suo spostamento verso l’alto. Sono già diversi gli ambienti femministi che si lamentano dei pericoli di un movimento che civetta con un neoliberismo fallocentrico, e che se vuole mettere in discussione i soggetti del dominio, non punta il dito contro le modalità di quello stesso dominio. Andi Zeisler parla di “marketplace feminism”, quando le aziende si appropriano del linguaggio, i valori e dell’attivismo femminista per vendere i loro prodotti senza curarsi però della reale condizione sociale femminile, altre ancora di femminismo corporativo (o di&nbsp;<em>trickle-down feminism</em>), che si limita a raccontare in termini individualistici il successo di un’esigua frazione di donne bianche privilegiate, nella speranza, disattesa, che quello stesso privilegio si riversi a beneficio della maggioranza. Le frange femministe più radicali non si accontentano di vedere qualche&nbsp;<em>golden skirts</em>&nbsp;occupare cariche di alta responsabilità professionale, e sollevano il problema di una «costruzione patriarcale della femminilità ad opera del capitalismo», che elargirebbe qualche concessione simbolica a una minoranza di donne per dare un’immagine di equità e giustizia: un banale fenomeno di tokenism attraverso cui tutto cambia perché nulla cambi davvero.</p>
</blockquote>



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<h4 class="wp-block-heading"></h4>



<p><strong><em>4).</em></strong></p>



<p><strong>Le campagne di sensibilizzazione, l’educazione affettiva o relazionale e più in generale l’intromissione delle Stato nella sfera sentimentale degli individui genererà un aumento di quegli stessi fenomeni che sta tentando di arginare.&nbsp;</strong>L’eccessiva normativizzazione e formalizzazione dell’esistenza, è il prodromo alla perdita di intensità dei significati della vita. La cui mancanza è la causa principale della violenza cieca. In proposito, abbiamo risultano illuminanti dei passi di&nbsp;<a href="https://www.gogedizioni.it/prodotto/introduzione-alla-guerra-civile/">Tiqqun</a>:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>L’impero è abituato a quelle che chiama “campagne di sensibilizzazione”. Queste consistono nell’innalzamento deliberato della sensibilità dei sensori sociali a questo o quel fenomeno, cioè nella creazione di questo fenomeno, e nella costruzione della rete di causalità che permetterà di materializzarlo.</p>



<p>.</p>



<p>L’impero è tanto più all’opera perché la crisi è ovunque. La crisi è la maniera di esistenza regolare dell’Impero, così come l’incidente è l’unico momento in cui appare l’esistenza di una società assicurativa. La temporalità dell’Impero è una temporalità dell’urgenza e della catastrofe.</p>



<p>.</p>



<p>L’impero non ha, non avrà mai, un’esistenza giuridica o istituzionale,&nbsp;<em>perché non ne ha bisogno</em>. L’Impero, a differenza dello Stato moderno, che si pretendeva essere un ordine della Legge e dell’Istituzione, è il&nbsp;<em>garante</em>&nbsp;di una proliferazione reticolare di norme e dispositivi. In tempi normali, questi dispositivi&nbsp;<em>sono</em>&nbsp;l’Impero.</p>



<p>.</p>



<p>Si assiste sotto l’Impero a una proliferazione del diritto, un’accelerazione cronica della produzione giuridica. Questa proliferazione del diritto, lungi dal sancirne una sorta di trionfo della Legge, riflette al contrario la sua estrema svalutazione, la sua definitiva obsolescenza. La Legge, sotto il regno della norma, è ormai solo una maniera tra le tante, e non meno regolabile e reversibile delle altre, di retroagire sulla società. È una tecnica di governo, un modo di porre fine a una crisi, niente di più.</p>



<p>.</p>



<p>L’estensione delle competenze della polizia imperiale, del Biopotere, è illimitata, perché ciò che essa ha il compito di circoscrivere, di fermare, non è nell’ordine dell’attualità,&nbsp;<em>ma della potenza</em>. L’arbitrarietà si chiama qui prevenzione, e il rischio è&nbsp;<em>questa potenza ovunque in atto in quanto potenza</em>&nbsp;che fonda il diritto universale d’ingerenza dell’Impero.</p>



<p>.</p>



<p>Il nemico dell’Impero è interno. È l’evento. È tutto ciò che potrebbe accadere, e che minerebbe la consistenza di rete di norme e di dispositivi. Il nemico è quindi, logicamente, presente ovunque, sotto forma di rischio.</p>



<p>.</p>



<p>Non serve distinguere tra poliziotti e cittadini. Sotto l’Impero, la differenza tra la polizia e la popolazione è abolita. Ogni cittadino dell’Impero può, in qualsiasi momento, e alla mercé di una reversibilità veramente bloomesca, rivelarsi un poliziotto.</p>



<p>.</p>



<p>(Ogni persona è per se stessa e per gli altri, in virtù del suo stato di colpa bianca, un rischio, un&nbsp;<em>hostis potenziale</em>. Questa situazione schizoide spiega il rinnovamento imperiale della denuncia, della sorveglianza reciproca, dell’endo- e dell’inter-polizia).</p>
</blockquote>



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