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	<title>meme Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Zang Zang Tung Tung Sahur</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 May 2025 09:30:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Olocausto digitale]]></category>
		<category><![CDATA[Italian Brainrot Animals]]></category>
		<category><![CDATA[Me contro Te]]></category>
		<category><![CDATA[meme]]></category>
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		<category><![CDATA[Tum Tum Sahur]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cosa sono gli Italian Brainrot Animals? Infanzia dissociata e animali generativi nel capitalismo allucinatorio.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/zang-zang-tung-tung-sahur/">Zang Zang Tung Tung Sahur</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>L’altro giorno, nei video in tendenza su Youtube, scorgo uno degli <strong>Italian Brainrot Animals</strong> in un video per bambini. Era uno di quei video di Dani e Robbi (dei Me contro Te che… ce la stanno facendo?) di un’ora e mezza, pensato per abbandonare i bambini davanti al tablet mentre si fa altro. Un’ora e mezza di delirio con recitazione paternale imbruttita e il titolo era <a href="https://www.youtube.com/watch?v=AO7ytrTefz4&amp;t=3172s">TUM TUM SAHUR HA PRESO IN OSTAGGIO DANI ! CHE COSA VUOLE</a>. <em>Rabbit hole </em>che mi avrebbe rubato diverse ore di vita. In realtà il loro canale, negli ultimi tempi ha una <em>lore</em> espansa e personale a tema<em> tum tum tum sahur</em> (come lo chiamano loro) e i commenti sono pieni di bambini che, con le poche parole che riescono a scrivere, fanno il tifo per loro. Non sono gli unici video italiani, abbiamo anche capolavori come <a href="https://www.youtube.com/watch?v=s9NtwvHsSIc">EPISODIO 5: FIGLIACHIARA SI TRASFORMA IN TUM TUM TUM SAHUR , VIENE POSSEDUTA E CI INSEGUE!</a>. Su TikTok si perde il numero di video per bambini (e spesso realizzati da bambini) a tema Brainrot Animals. E io ancora non riesco bene a capire come possa succedere che un meme così volgare e violento, complesso e per certi versi inquietante possa spopolare tra i bambini<strong>.</strong> </p>



<p><strong>Ma cosa sono i Brainrot Animals?</strong></p>



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<p>Per chi si fosse perso questa wave che durerà probabilmente ancora qualche mese salvo risignificarsi e secolarizzarsi in una serie di giocattoli nel Sud-Est Asiatico come accaduto per Skibidi Toilet, <strong>gli Italian Brainrot Animals sono un trend virale emerso su TikTok all&#8217;inizio del 2025, caratterizzato da video che associano creature generate da intelligenza artificiale con nomi pseudo-italiani e narrazioni nonsense.</strong> L’effetto di voci sintetizzate in italiano che associano rime casuali e surreali è ipnotico. E si vede.​ Come scrive l’utente:</p>



<p><a href="https://www.youtube.com/@mbd1177">@mbd1177</a></p>



<p><em>&#8220;Biggest cultural impact Italy has had in decades</em>&#8220;</p>



<p>Parliamo di centinaia di milioni di views in poche ore, da tutto il mondo, per video come <em>Tung Tung Tung Sahur vs Bombardiro Crocodilo: Who is stronger?</em> o quiz quali <em>Guess The Italian Brainrot Animal, top 5 Italian Brainrot, movie compilation a 360 gradi horror a tema Tung Tung Tung Sahur, come trasformarsi in Tung Tung Tung Sahur su Roblox</em> e lore generate con IA tipo <em>impact stories</em>. Tra i personaggi più rappresentativi del trend troviamo:​ <strong>Tralalero Tralalá</strong>, uno squalo con scarpe da ginnastica (accompagnato da bestemmie rispettivamente a Dio e Allah), <strong>Chimpanzini Bananini</strong>, una creatura metà scimmia e metà banana e <strong>Lirilì Larilà</strong>, un ibrido tra un cactus e un elefante.​ Ma ce ne sono molti altri e ogni giorno ne diventa canonico uno nuovo.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="890" height="668" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/download-1.jpg" alt="" class="wp-image-2170" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/download-1.jpg 890w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/download-1-300x225.jpg 300w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/download-1-768x576.jpg 768w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/download-1-600x450.jpg 600w" sizes="(max-width: 890px) 100vw, 890px" /><figcaption class="wp-element-caption">La produzione culturale italiana più interessante degli ultimi decenni</figcaption></figure>
</div>


<p>Ma sono forse i due più famosi, quali <strong>Tung Tung Tung Sahur</strong> (un bastone indonesiano antropomorfo con gli occhi spalancati che tiene in mano un altro bastone) e <strong>Bombardiro Crocodilo</strong> (un ibrido tra un alligatore e un bombardiere militare che, dice la voce IA in sottofondo, bombarda i bambini di Gaza) a funzionare come <strong>significanti sciolti che non fluttuano più tra poli di senso. Fluttuano nel vuoto.</strong> E come già successo per Poppy Playtime o Skibidi Toilet, i bambini se ne appropriano, <strong>perché se la massa dirige la risignificazione nella memetica, l’ondata dei bambini su TikTok guida incontrastata il braccio di ferro semantico</strong>. E a vedere la produzione attuale, sono perfettamente consci delle dinamiche e dei lessici dei loop memetici: la ripetizione diventa godimento nel suo fallimento di significare. TikTok e YouTube Kids stanno creando un canale infantile per evacuare il senso. </p>



<p>Video pensati per il <em>digital parking</em> degli infanti che puntano alla loro dissociazione. Il bambino non oggettifica l’orsetto, ma la pace che gli dà. Tung Tung Tung Sahur è un oggetto che placa la domanda di senso con l’ipnosi da sovraccarico. <strong>Se la produzione culturale è stata per secoli uno specchio (di Narciso, della storia, dell’identità), oggi è uno sfintere. Non riflette: espelle</strong>. L’immaginario che si va tracciando nei contorni dell’estetica <em>brainrot </em>non è tanto un teatro quanto un tubo digestivo. I contenuti, lungi dal reiterare senso o analisi, puntano al rilascio immediato. La fruizione è evacuativa: si guarda per liberarsi, si consuma per svuotarsi. Il significante è tutto e il significato è superfluo, nemmeno più temporaneo. <strong>E ciò nonostante, questi video vengono capiti perfettamente</strong>. Un bambino di 4 anni riesce a riconoscere uno Skibidi, un cameraman, un G-Toilet. La grammatica c’è. <strong>Ma è oltre la parola e direttamente al sintomo.</strong></p>



<p>Questo perché nella palude semantica degli Italian Brainrot Animals si intuisce una nuova forma di alfabetizzazione. I bambini che decodificano questa estetica stanno imparando a riconoscere pattern nell&#8217;apparente nonsense, a estrarre significati frammentari da un flusso incessante di stimoli. Una forma di metalinguaggio basato sul riconoscimento di pattern che si adatta all&#8217;iperstimolazione informativa. È un&#8217;alfabetizzazione post-testuale,<strong> il senso è nelle relazioni tra frammenti audiovisivi, nei ritmi, nelle ripetizioni, nelle variazioni minime di pattern riconoscibili</strong>. Mentre gli adulti si disperano per la morte della cultura, i bambini stanno forse sviluppando gli anticorpi cognitivi per sopravvivere nell&#8217;era della singolarità algoritmica. </p>



<p>C’è una verità clinica dentro tutto questo: <strong>solo il trauma ripetuto è ormai confortante</strong>. Come i soldati che dormono solo nel rumore delle esplosioni, <strong>i bambini del capitalismo digitale trovano quiete solo nella frenesia iperstimolante</strong>.<strong> Tung Tung Tung Sahur non è un cartone: è una ninna nanna da trincea per l’iperstimolo.</strong> YouTube Kids pullula di video da un’ora di gesti compulsivi, micro-narrazioni cripto-traumatiche. Si potrebbe quasi vedere nell&#8217;estetica brainrot l’evoluzione o il pastiche dell’MLG di dieci anni fa. Eppure quel linguaggio era sovraccarico e situato, una rappresentazione nevrotica dell’estetica gamer, questo è collassato e vitale. Dominato da bambini e dall’autoreferenzialità. </p>



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<p>I bambini guardano questi video per dissociarsi e questa è la chiave del loro successo. <strong>Già nell’infanzia stanno evadendo dal reale, catturandosi in loop egodistonici per prepararsi al mondo dopo.</strong> La pedagogia della violenza, dopotutto, si tramanda attraverso l’alienazione, non con la presenza. In un’epoca di promotori del rinascimento psichedelico che punta al reincantamento, <strong>potremmo definirlo capitalismo allucinatorio, un sistema economico che produce esperienze dissociative strutturate algoritmicamente.</strong> Questo è il potere del brainrot, i media contemporanei non stimolano più il desiderio attraverso la promessa di soddisfazione, <strong>ma attraverso la promessa di sospensione temporanea della necessità stessa di desiderare</strong>. Un ecosistema di valore puramente circolatorio: conta solo la velocità e l&#8217;ampiezza della circolazione, indipendentemente da qualsiasi contenuto. </p>



<p>La fuga dal reale serviva a creare un reale a cui tornare, ora a far diventare la fuga l’unico spazio abitabile. Rimangono solo algoritmi che fanno girare spettri linguistici in necrosi semantica. È la forma aggiornata del <em>lapsus freudiano</em>, solo che nessuno vuole interpretarlo: visualizza, consumati, crepa.</p>



<p>Non voglio certo che passi una nostalgia implicita per un passato supposto in cui i contenuti per bambini avevano più senso o valore pedagogico. Non dev’essere necessariamente così. Non è il contenuto, ma l’ideologia mediale a strutturare il campo del senso. <strong>L&#8217;estetica brainrot è la pedagogia perfetta per il tardo capitalismo digitale: non comunica niente, nel bene o nel male, ma insegna cognitivamente la resilienza all&#8217;assurdo</strong>. Il bambino che sopravvive a novanta minuti di Tung Tung Sahur è lo stesso che domani navigherà senza bussola tra lavori precari, crisi climatica e relazioni liquefatte dall&#8217;algoritmo. Non è un caso che questi contenuti prosperino mentre collassa la narrazione del progresso: l’alfabetizzazione al nonsense è il simulacro del futuro mancante. Il sistema educativo tradizionale prometteva senso e linearità in un mondo che non ne ha più; YouTube Kids promette almeno l&#8217;anestesia. I genitori che parcheggiano i figli davanti a questi video sono maestri di pragmatismo. Stanno addestrando la prole all&#8217;entropia. Impareremo già così la dipendenza negativa, cercare lo stimolo oltre il piacere atrofizzato che procura, per l&#8217;assenza di stimolo che segue, per quel momento di esaurimento cognitivo che rappresenta l&#8217;unica forma di quiete accessibile. </p>



<p>Gli Italian Brainrot Animals sono uno dei primi casi di successo di industria culturale completamente algoritmizzata: contenuti generati da macchine, distribuiti da macchine, consumati attraverso algoritmi che ne perpetuano la viralità in un ciclo perfettamente autopoietico. E i bambini imparano a dissociarsi. Nel frattempo, abbiamo su TikTok quei lobotomizzati dei <em>lionfield </em>che mostrano al nonno i vari abomini generati con IA mentre lui, incosciente e passivo, ripete i nomi. Nei commenti, centinaia di persone li ringraziano per non aver inserito quelli “cattivi” o “blasfemi” e per questo dimostrano di essere veri italiani. Commenti come: <em>Tysm for not adding the ones that gives hate on muslims -love from Palestine</em>. Nel 2025, con il passare di strani eoni, <strong>chi è sotto le bombe ringrazia chi vende quelle bombe di non nominare in un video su TikTok un animale generato con l’IA che tra parole detto a caso, nomina anche il suo Dio.</strong></p>



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		<title>La decadenza dell&#8217;ironia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Mar 2025 13:36:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Barbarie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p> L’ironia non è tutta uguale: ne esiste una alta e una bassa, cioè una buona e una scaduta. Quella scadente è la sbobba umorista tagliata coi peti che troviamo in giro adesso: pacca sulla spalla, scarto fra gli scarti del postmoderno diluito, aggravato dall’intoppo digitale e dalle sue inerzie.</p>
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<p></p>



<p class="has-text-align-right">&#8220;L&#8217;ironia è al suo posto solo come mezzo pedagogico, da parte di un insegnante nei rapporti con allievi di qualsiasi specie: il suo scopo è di umiliare e di far provare vergogna, ma a quel modo salutare che fa risvegliare buoni propositi e che ci comanda di portare venerazione e gratitudine, come a un medico, a colui che ci ha così trattati. L&#8217;ironico si finge ignorante, e lo fa così bene, che gli allievi che con lui conferiscono si illudono, e credendo in buona fede di saperla più lunga, diventano sfacciati e si scoprono da tutte le parti; perdono ogni cautela e si mostrano come sono; finché a un certo momento il lume, che essi tenevano in faccia all&#8217;insegnante, non fa ricadere i suoi raggi in modo molto umiliante su loro stessi. Dove non ha luogo un rapporto come quello tra insegnante e allievo, essa è un malvezzo, una passione volgare. Tutti gli scrittori ironici contano sullo stolto genere di uomini, i quali amano sentirsi superiori a tutti gli altri insieme all&#8217;autore, che essi considerano come il portavoce della loro presunzione. L&#8217;abitudine all&#8217;ironia, come anche quella al sarcasmo, rovina del resto il carattere, essa conferisce a poco a poco una qualità di malevola superiorità.&#8221;</p>



<p class="has-text-align-right"><strong>(F. NIETZSCHE, Umano troppo umano, 1878)</strong></p>



<p>Ironia: diabolicamente nasconde l’arte che la anima, aspirando al vero. Incantesimo di sprezzatura, trucchetto difficile che dal tempo degli Auctores «educa» a vivere senza pedagogia, <em>Bildung</em> fulminea libera dal puntello didattico; dice tutto, senza trattati. Vigilanza stoica e gioia epicurea, divagazione veritiera e sapiente sulla realtà, frutto di individualismo (non irretito dall’autolatria) ed estetismo, tramite <strong>scelta di parole che si compongono divertite sullo sfondo di un pensiero notevole.</strong> Ovvero, quando la levità del dettato traveste con eleganza gravità di contenuto e desta il riso sulle idiote brutture mostrando di non esserne complice. L’ironista è un pedagogo involontario, ha la vocazione, come direbbe Nietzsche, a giudicare moralmente «in senso extramorale».</p>



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<p>Ma che cosa sarà invece il nemico, il contrario dell’ironia? Un sonnolento sberleffo meccanico permanente che seppellisce l’esistente. Muniti di un pensiero brodaglia, inseguire, fra Ego e Narciso, pretesti e retorica d’acido per assemblare battute secondo  i marchi della sottocultura televisiva: è il terzomondismo umoristico di massa (caro Marziale, altro che il tuo <em>fulmen in clausula</em>!). <strong>Siamo al ridere di tutto, che è ridere di niente, perché il bersaglio reale viene mancato.</strong><br><strong>L’ironista è un parresiasta, odia tutte le pose, è maniaco dell’autentico, ha sdegno del piombo vestito d’oro.</strong> Opera migliaia di distinzioni, è elitario, non è qualunquista e non fa solamente «ridere», ha un mirino drammatico inequivocabile, <strong>ci abbandona davanti alla realtà in mutande per provocare, stressandola, l’intelligenza</strong>: è un tecnico di laboratorio votato al test altrui mentre testa se medesimo. A quel punto, costringe a riconsiderare tutto secondo un proprio modo inimitabile: «for happy few», in pochi ce la fanno.<br>Purtroppo i confini fra burla di paese e umorismo «alto» (cui l’umano medio aspira partecipare) possono essere deboli in questa epoca dove sempre ridiamo e sia il tutto che il nulla vengono appiattiti. <strong>Ciascuno è ferocemente intenzionato a distinguersi da una poltiglia in cui, invece, sguazza</strong>. Chiunque può essere arguto, persino maestre d’asilo, agenti di borsa e scippatori sanno esserlo. Non è allora attributo del vero ironista. Quindi può esserci fraintendimento pensando di produrre ironia brillante o scaltra, quando invece si è solo furbi, volgarmente stupidi o mediamente <em>habilis</em>. Potrebbe essere pericoloso, per salvare il proprio senso dell’humor, frequentare ogni mattina umorismo di seconda mano, bassissimo (ma, flaubertianamente parlando, «che alternative ha un cretino»?).<br><strong>L’ironia non è tutta uguale: ne esiste una alta e una bassa, cioè una buona e una scaduta. </strong>Quella scadente è la sbobba umorista tagliata coi peti che troviamo in giro adesso: pacca sulla spalla, scarto fra gli scarti del postmoderno diluito, aggravato dall’intoppo digitale e dalle sue inerzie. Il tipo ‘scadente’ serve per conformarsi, invece che per innalzarsi rispetto a qualcosa di nauseante (effetto dell’ironia alta, v. Oscar Wilde, Chesterton, Rabelais).</p>



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<p>Sembra convincente Graf quando dice che per farla buona, si richiedono alcune cose «che in mezzo alla civiltà nostra più non si trovano, ossia ideali ben definiti, convincimenti sicuri, vivo risentimento, soprattutto morale (non moralistico), nitore d&#8217;animo, disprezzo della comune opinione, affrancamento dagli interessi volgari, coraggio (che, attenzione, non è frutto «dell’impegno», ma dell’ingegno).<br><strong>L’ironia contemporanea, biglietto da visita onnipresente, opera per la vulgata, è ormai un sostituto delle buone maniere; è al capolinea, in quanto pienamente atto dovuto, per cui una battuta «non si nega a nessuno».</strong> Nella sua forma rappresentata digitalmente, l’ironia muta in claim da <em>vù cumprà</em>, avversario del buonumore, del ragionamento. Nessun sollevamento dal suolo e nessuna leggerezza per evasioni dalla <em>gravitas</em> possono salvare in questa fattoria a cielo aperto di umorismo ufficiale così come l’algoritmo impone e richiede.<br><strong>Competitiva, martellante, ambiziosa, pulsante e ripetitiva, focalizzata sui soliti tralicci camp-trash-kitsch, l’ironia a macchia d’olio ha degradato la sua identità fino a renderla ambiguamente vicina a una paranoica malinconia.</strong> Eccoci a un triste rito, approvato e consolatorio. L’ironia sfregiata dagli «smanettoni», deragliata sui binari morti dei tic attuali, è l’ennesima trappola postmoderna.<br>Non si cerca e non si fa altro che ridere, e al tempo stesso rifugiandosi in piccolissimi, anestetici, mini-cosmi privati. Abbiamo osservato il mondo collassare e non lo abbiamo preso sul serio (a differenza dei Grandi Ironici), passando dall’immedesimazione, anche teatrale, al cinismo; dal riconoscimento per contatto, all’annientamento per distacco. Foster Wallace in <em>E unibus pluram. Gli scrittori americani e la televisione,</em> dice che usando l’ironia come paradigma di un presente strangolato dalla logica dei media (e quindi ironia-suggello dello spettacolo pervasivo), in cui si perdono le ‘differenze’, muore lo spirito critico.<br><strong>Quando l’ironia tiranneggia e opprime, non si traveste più, e abolisce la realtà, diviene tecnoscientista, distruttiva in modo elementare e non può più essere utilizzata per generare qualcosa che prenda il posto delle ipocrisie che ha demolito.</strong> Le pose «buone e giuste» sembravano essere diventate <em>mainstream</em> e l’intero mondo culturale è stato convinto di essere davanti a un efficace cambio di paradigma grazie all’<em>uncorrectness</em>. <strong>Da qui, il grave equivoco che ha reso ecumenica la scorrettezza e sovrastimato il cinismo farisaico</strong>, pensandolo unica risorsa di «rivelazione», al riparo dalle simulazioni che tradizionalmente affliggono progressismi e buone intenzioni.</p>



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<p>E nella grande spiaggia mondiale si parla di malesseri invernali, angurie da affettare, supposizioni proctologiche, digestione, medicina popolare e cosmesi pettegola, <strong>e si fanno battute su battute su battute</strong> con i panzoni sempre a vista e sotto mano e i culoni sotto sale.  Questo meccanico e ossessivo microcosmo assolato delle piccole vacanze molto poco arbasiniane, però, non ha dighe, si è trasferito tutto l’anno altrove, fra gli intervalli «online» di bacheche e baldacchini digitali.<br><strong>L’Italia in particolare, a quanto sembra, è interminabile penisola virtuale al culmine di una secolarizzata sindrome Litizzetto</strong>, modalità derisoria per disincanto d’ufficio, ubiqua e «insolente», praticata all’uscio e in società secondo una formula costretta e digestiva, accessibile e riproducibile dai qualsiasi, dove l’obiettivo è la «dissacrante ironia» appiccicosa che fa da sottofondo in cucina.<br>Tante risonanze retoriche da agrituristica tosco-emiliana, in questo menu pedante della risata amara, dove ci sono tutti i piatti rancidi dell’argomento del giorno, oltre a quelli da sempre «più gettonati» (incomprensioni littorie, boutique dell’insolito, insofferenze coniugali, bastonate al lavoro, solitudini, aneddotica&amp;surrealtà, stronzi, sgarri civici, conflitti, relitti familiari, rivendicazioni morali e sindacali, autoironia ipocrita, sesso fatto o mancato, fastidi politici) presenti nella <strong>billboard dell’individuo medio affaticato dalla sua realtà, ma chiamato a esibire senza sbavature la piena efficienza sociale e familiare, anche nel ribrezzo.</strong><br><strong>Litizzetto, che poi non è che Bisio o Bonolis, ha redatto questo esercito di starnazzanti dalla lingua lunga,</strong> senza pistola e col bavaglino sporco di latte, molto più di quanto ci si illuda abbiano invece fatto Woody Allen o Monty Python. Ma qualcuno osi dirglielo che non sono dritti e non sono «puntuti», sottili, né arguti né ‘taglienti’, perché la teledipendenza li ha mutilati <strong>e precocemente infartuati e omogeneizzati</strong>, anche nello sbuffo e nel risentimento.<br>La sveglia del battutista fa “drrriiiin” prestissimo: schizza puntuale dal letto come un frammento vivente di Striscia La Notizia, e i malcapitati devono oscurare la sua ultima «novità» per non esserne orribilmente travolti (come un venditore ambulante di fritture, si sgola per venderci le sue panelle di ‘vetriolo’: chi le comprerà?).<br>La pesantezza che si finge brio, nel calendario di un quotidiano miserabile, magari odioso, non intervallato da stimoli complessi e incontri salienti, produce difficilmente memorie per kafkiane o flaubertiane o balzachiane «commedie umane». Non basta credere di ‘capire’, avere disgrazie o saltuari episodi grotteschi nel proprio arco, men che mai avere un vissuto condito da parlantina, <strong>per ottenere il lasciapassare letterario a sfondo satirico.</strong><br>E perciò, ritrarre il mondo e i suoi talvolta paradossali frammenti secondo un ambito «modello ironico» può rivelarsi un’impresa fuori portata e non più che goffa presunzione <strong>quando l’emittente è a servizio della mediocrità e della morte delle idee.</strong><br><strong>Ridere non è mai stato tanto noioso, al punto che ora piangere è quasi un bisogno e una purificazione.</strong> I Grandi Ironici, i migliori tagliatori di gole, conoscevano la misura e il «controllo del mezzo» dosando il veleno, coltivato sempre di traverso in un nucleo di dolcezza per la vita priva di zuccheri semplici, su uno sfondo di grande serietà, <strong>incutendo timore reverenziale e giustamente odio nei mediocri</strong>. Si armavano di quel <em>limite </em>che sostanziava il riso, evitando di trasformare un motto di spirito in <em>vaudeville</em>, o in sarcasmo destinato ad alleggerire il turno di guardia dei votacessi (Prezzolini sarebbe d’accordo).  Si osservino, fra gli altri, per esempio Wilde, Shakespeare, Voltaire, Swift, Sterne, Marziale e Petronio, Arbasino, Flaubert, Flaiano, paragonandoli a questi <em>salami ridens</em>: <strong>vedremo che non c’è traccia di un  pavvo <em>politicamente scorretto</em> in loro, trovandosi in una prospettiva non contingente e non prevedibile.</strong><br>Cauti alchimisti nell’espressione, erano consapevoli che <strong>un’acidità di buon livello non distilla meglio che da un animo disinteressato e ricco, appassionato, da uno sguardo privo di sforzo, divinato e saggio, praticato dall’alto.</strong> Erano tutti rigorosi comunicatori, dal gusto estetico netto, erano tutti <em>severi.</em><br>Ha pretese su di sé e sugli altri molto precise, e gli spazi della conformità, per lui, sono angusti. È codice miniato di durezza colta, quella dei Grandi Ironici, che nasce da passionale disciplina intellettuale e granitico senso del bello. Erano <em>inattuali</em>, «nati domani», come piace dire a Nietzsche (venuti per farci male, e quindi bene, eccitando il cervello). Come tutta l’Arte del resto, che non è mai <em>nel</em> tempo o <em>del</em> tempo.<br>Al cospetto dell’Ironia, siamo nel pieno di un’ideale assoluto di <em>lepos</em>, di sapida arguzia, persino di fronte alla materia più refrattaria e nelle condizioni più estreme. «Cosa c&#8217;è di divertente in un sacco di persone che lavorano sodo. — Con un ulteriore sforzo, riescono a conquistare gli hobby e, giunti alla fine, non sanno altro che contare le ore che mancano al tempo». Lo dice Nietzsche, nelle sue <em>Opinioni e frasi contrastanti</em>; in <em>Umano, troppo umano</em>, parte II. Non sapeva che si potevano addirittura fabbricare imitazioni cinesi di ghigni dionisiaci e zoroastriani, grazie a un Internet dove ci si impiega a scrivere ogni giorno una battuta, resa cotechino DOP grazie al tastino “mi piace”.<br><strong>Sui social, la produzione seriale di ironia cosiddetta <em>uncorrect </em>a chilate, ha ormai il pannolone: sempre più strapaesizzata, impiegatizia, di stato, impotente </strong>(«nulla è più ignomignoso di un Priapo senza palle», rivela Marziale). <strong>Da tre post ironici in su a settimana, si è pronti per il più infimo ruolo lavorativo e psicologico del mondo: l’intrattenitore virtuale di colleghi alla macchinetta durante la pausa caffè.</strong> Ma non ci sono Kraus, solo casalinghe annoiate che timbrano il cartellino a Voghera.</p>



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<p>Il boom di tutti i «bisognini», con la cultura edonistica, nel consumo che la accompagna, ha reso possibile l’espansione umoristica secondo forme declassate? Il «fenomeno umoristico» di questo momento <strong>è una terapia per rinverdire l’alienazione dell’<em>homo videns</em>, ammalato di scrolling scrotale?</strong> Per una volta, «l’ardua sentenza» non è responsabilità dei soliti posteri, è già possibile una pronuncia. Si dovrebbe irridere divinamente, uccidere col riso, ma va in scena il monolinguismo incruento e vischioso di ridanciane bestiole così minime, inette al male di cui avremmo bisogno.</p>
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		<title>Le parole del disagio</title>
		<link>https://ilnemico.it/le-parole-del-disagio/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Jan 2025 11:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura Assoluta]]></category>
		<category><![CDATA[Dominio della Tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Olocausto digitale]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Brain rot, manifesting, enshittifcation, brat; non sono solo parole che descrivono il reale presente, ma coordinate che strutturano il modo stesso in cui siamo capaci di concepire il mondo e il desiderio.</p>
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<p>Da qualche tempo a questa parte, verso inizio Dicembre, i più importanti dizionari scelgono una parola che rappresenti l’anno appena concluso. Neologismi, parole risignificate o arcaismi perduti che riemergono grazie a qualche <em>trend </em>virale. E se le parole plasmano la società che le vive e creano modelli, immaginari latenti che abitano la nostra quotidianità (e ci aiutano a decifrarla),<strong> l’uso di uno specifico vocabolario è un atto politico</strong>. <strong>Si formano così, cartografie di fine anno di un disagio che trova sempre il modo di esprimersi.</strong></p>



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<p>Tra i tanti, Oxford Dictionary ha scelto <em>brain rot </em>come parola dell&#8217;anno, e non poteva essere altrimenti:<strong> è il significante perfetto della nostra condizione</strong>. Non tanto per ciò che vuol dire letteralmente &#8211; il deterioramento cognitivo causato dal consumo compulsivo di contenuti digitali &#8211; quanto per come questo significato è stato metabolizzato dalla cultura contemporanea. Il <em>brain rot</em> si è imposto subito come estetica, un format memetico (come non menzionare i <em>film versione</em><strong> </strong><em>brainrot </em>o le Ads di certe aziende <em>brainrottate</em>) o declinato come verbo per indicare l’azione di <strong>arrendersi ai <em>social</em></strong>. Non è un&#8217;estetica del decadentismo, non è l’eterno ritorno del dandismo, <strong>la memetica del <em>brainrot </em>trasforma il deterioramento cognitivo in performance culturale</strong>. È il sintomo che diventa spettacolo di sé stesso. Normale amministrazione, è dai tempi di Baudrillard che la rappresentazione precede il reale. </p>



<p>Non è un caso che il termine, a quanto dice l’Oxford Dictionary, nasca nel 1854 con Thoreau e riemerga proprio ora: allora era una critica alla modernità industriale, <strong>oggi è diventato il nostro modo di abitare il dolore digitale</strong>. Se c’è una cosa che insegna la memetica è che non esista uno stadio terminale, una <em>fine della storia, </em>che anche quella potrà essere risignificata in un ulteriore <em>détournement</em> in cui il Falso è solo un momento del Vero. Eppure il marcio cognitivo è l&#8217;ironia terminale della nostra epoca, la consapevolezza del nostro deterioramento trasformata in meme. <strong>Più consumiamo simboli, più diventiamo incapaci di produrne di nuovi.</strong></p>



<p>Ma se <em>brain rot </em>è il sintomo, <em>manifest </em>&#8211; scelto da Cambridge Dictionary &#8211; <strong>è il nostro patetico tentativo di cura.</strong> Non a caso è esploso durante la pandemia, proprio quando lo scientismo elitario e classista iniziava a frantumarsi e perdere <em>appeal</em> presso le masse. Ora l’atto di &#8220;manifestare&#8221; (esprimere un&#8217;intenzione con la coscienza che questa influenzerà gli accadimenti futuri) è stato abbracciato dalle Olimpiadi 2024 fino ai concerti di massa:<strong> è la preghiera laica dell&#8217;era digitale</strong>. Di fronte al capitalismo terminale, indecifrabile e frammentato, la magia è il rifugio individuale in cui ci nascondiamo. </p>



<p>A differenza di quanto proposto da filosofi come Campagna o Mattei, qui non assistiamo a un reincantamento della tecnica weberiana o a un recupero di qualche capitale spirituale rimosso. <strong>Il <em>manifesting </em>è piuttosto il ritorno del pensiero magico arcaico in forma degradata, sterilizzata, Instagram-friendly. </strong>È la dimensione della spiritualità occupata da tecniche infantili di self-help. Il <em>manifesting</em> è la quintessenza di un’algebra del bisogno infelice: una formula magica che promette di trasformare il desiderio in realtà, <strong>dimenticando che il desiderio stesso è già stato colonizzato dal mercato</strong>. Quando Simone Biles o Dua Lipa parlano di <em>manifesting</em>, non stanno recuperando una dimensione sacra dell&#8217;esistenza: stanno piuttosto mettendo in scena l&#8217;illusione di <em>agency</em> in un sistema che ci ha privato di ogni reale possibilità di cambiamento. <strong>Il mantra di chi abbandona la lotta di classe per la lotta alla sopravvivenza</strong>. Un ritorno alla risoluzione della crisi della presenza con il magico. Interpassivi, deleghiamo il nostro desiderio a un Altro immaginario (l&#8217;universo, l&#8217;energia cosmica) che dovrebbe desiderare per noi. È la perfetta sintesi tra spiritualità New Age e mentalità imprenditoriale neoliberista. </p>



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<p>Collins Dictionary ci offre <em>brat</em>, termine che nel 2024 ha dominato la memetica estiva: <em>la brat summer</em>. Ispirato dall&#8217;album di Charli XCX, <strong><em>brat </em>ha rappresentato più di un atteggiamento: un&#8217;ontologia del presente, una forma-di-vita edonista e atomizzata</strong>. Nel giro di un mese, il termine che descriveva bambini viziati e borghesi diventa l’appellativo dell’audace, ribelle che non deve chiedere scusa. </p>



<p>Ideologicamente ancora più curiosa l’accezione slang tradizionale del termine <em>brat</em>, all’interno del BDSM. Un <em>sub </em>che trova nella disobbedienza una forma innocua di gioco, che ricerca un <em>dom </em>che non solo gli impartisca una lezione, ma che accetti di farlo e rifarlo in eterno, cosciente che questo è il gioco dei ruoli. Probabilmente una psicoanalisi del movimentismo italiano.<em> </em><strong><em>Brat </em>è il vocabolo della trasgressione decadente, individuale, motivata dalla frustrazione più che dalla coscienza, mascherata dalla determinazione nichilista. </strong></p>



<p>Non è un caso che tra gli altri termini in lizza ci fossero parole come <em>yapping </em>(il parlare a vanvera, diventata un’azione rivendicabile), <em>delulu </em>(le aspettative irreali e irrazionali, inserita anche tra i neologismi di Treccani) e <em>looksmaxxing </em>(l&#8217;ossessione per l&#8217;ottimizzazione estetica). <strong>Sono tutti sintomi di frustrazioni e dissonanze cognitive.</strong> I punti di una costellazione che disegna non tanto lo spirito del tempo,<strong> quanto la nostra incapacità di immaginare alternative</strong>. Un vocabolario del disagio che funziona precisamente per la sua incapacità di guarire ciò che nomina. </p>



<p>Ed eccoci al termine più triste e meno fantasioso del 2024, scelto da Macquarie Dictionary: <em>enshittification</em>. <strong>È ovvio che qui il linguaggio stesso ammetta la propria sconfitta</strong>. Non bastano più parole come <em>deterioramento</em>, <em>degrado</em>, <em>decadenza</em>: abbiamo bisogno di neologismi sempre più grotteschi per descrivere come tutto continui a peggiorare. Come nota Yuk Hui parlando della tecnodiversità, il problema non è solo il deterioramento delle piattaforme digitali, ma l&#8217;omogeneizzazione del deterioramento stesso. L&#8217;<em>enshittification</em> è il processo attraverso il quale ogni piattaforma digitale inevitabilmente degenera sotto il peso della monetizzazione, arrivando ad assomigliarsi tutte nella loro decadenza. Ora viene utilizzata per esprimere come ogni spazio <em>altro </em>in un tempo dato, verrà colonizzato dalle logiche di mercato e di desiderio capitaliste <strong>e in poco tempo <em>sarà una merda</em></strong><em>.</em> La cooptazione dell’evasione è ora una stagione naturale di qualsiasi processo.</p>



<p>Queste parole formano un perfetto circolo vizioso: le maglie invisibili e quasi magiche del <em>brain rot</em> ci spingono verso il <em>manifesting </em>come fuga fantasmatica, mentre celebriamo la <em>brat summer </em>disobbedendo il tempo di una stagione ad un sistema in eterna <em>enshittification</em>. Non sono solo parole che descrivono il reale presente, <strong>ma coordinate che strutturano il modo stesso in cui siamo capaci di concepire il desiderio</strong>. O marcisci o rendi il marcio <em>cool. </em>Le nuove generazioni trovano nuove parole. Eppure le strutture del desiderio non cambiano forse proprio perché invisibili e per questo innominabili. Come suggeriva Giorgio Agamben, forse la vera profanazione oggi consisterebbe nel restituire al silenzio ciò che il rumore incessante della comunicazione ha reso indicibile. <em>Slay.</em></p>



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		<title>Istruzioni per entrare nel mondo della cultura &#8220;underground&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Dec 2024 10:46:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dissesto editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Intellighenzia]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Intellettuali]]></category>
		<category><![CDATA[meme]]></category>
		<category><![CDATA[Riviste]]></category>
		<category><![CDATA[Università]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è un percorso classico, un "cursus honorum", per entrare a far parte del mondo editoriale, letterario, o culturale identificato come "underground", se per underground non s'intende sottoculturale, battagliero o innovativo, ma ci si riferisce a tutte quelle attività culturali che costringono chi le persegue a tirare avanti principalmente per passione e arrotondare nella ristorazione 2/3 sere a settimana.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>C’è un percorso classico, un <em>cursus honorum</em> prestabilito, per entrare a far parte del mondo editoriale, letterario, o culturale identificato come <em>underground</em>, se per <em>underground</em> non s&#8217;intende sottoculturale, battagliero o innovativo, ma ci si riferisce a tutte quelle attività culturali che costringono chi le persegue a tirare avanti principalmente per passione e arrotondare nella ristorazione 2/3 sere a settimana.; ndA: ‘<em>underground</em>’ bisognerà pronunciarlo mentalmente come Antonio Albanese <a href="https://www.youtube.com/watch?v=ES_LxOp9joc">in quel film</a> per il resto dell’articolo.</p>



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<p><strong>Anzitutto è fondamentale l&#8217;università</strong>; non tanto però per l’istruzione che offre, ma perché l’accademia è la primavera della squadra culturale underground di domani. Dei battitori liberi &#8211; autodidatti o mal istruiti &#8211; ci sono e ci saranno sempre, ma passando dall’università è tutto più semplice; è lì che si imparano le parole d’ordine fondamentali &#8211; quelle a tal punto vaghe da poter includere tutto e il contrario di tutto (come &#8216;capitalismo&#8217;, che rimane ad oggi imbattuto per ampiezza di significato) &#8211; e si capisce come funziona il gioco, cosa dire, in che modo e dove dirlo, si stabiliscono le gerarchie ideologiche, s&#8217;impara il vocabolario e il timbro del <em>parlare culturale</em>. Poi per carità, spesso s’impara anche qualcosa di nozionistico, ma non è questo il punto. <strong>Non basta sapere per diffondere cultura <em>underground</em>.</strong><br><br>Una volta presa la laurea o il dottorato (meglio), o anche nel mentre, bisogna farsi il giro delle riviste, quelle radicali, cioè quelle che non prevedono un contributo economico per chi scrive (come questa su cui scriviamo, <em>radicalissima</em>). Non sono tantissime, bisogna girarne quanto basta perché la propria bio virtuale possa recitare “<strong>scrive e collabora con alcune riviste</strong>”. Bisognerà ricordarsi di citare gli autori o le case editrici di cui si vuole attirare l’attenzione, non importa se in modo congruente, tanto nessuno nota se una citazione conferma o meno la proposizione che segue, l’importante è lanciarla nell’etere, su internet, dove sarà preda facile dei filtri di ricerca. Gli attori culturali sono di norma insicuri e orgogliosi, digitano il loro nome sui motori di ricerca con cadenza settimanale; se quindi <strong>si cita accuratamente e con un po&#8217; di cinismo</strong> in poco tempo si verrà notati, è una garanzia. Si può anche tentare un approccio laterale, con un piede qua e uno là tra il mondo della cultura ufficiale e quello sottoculturale, legittimando letterariamente o filosoficamente un prodotto della cultura di massa, usando Heidegger per ascoltare l&#8217;hyperdub o Lautréamont per interpretare un meme. E&#8217; un approccio tra i più rischiosi di cadere nel ridicolo, ma anche più profittevoli nel caso di successo. Una via più diretta, invece, per mettersi sulla mappa sarà quella di <strong>organizzare la presentazione del libro o del progetto di qualcuno del giro di cui si vorrebbe fare parte</strong>. Richiede però avere l’accesso a uno di quei fantomatici “spazi” o “realtà” culturali; non è scontato, anzi per molti è già condizione sufficiente per dichiararsi attori culturali <em>underground</em>.</p>



<p><br>Essenziale in tutto questo, però, è frequentare nel frattempo <strong>gli eventi giusti nei posti giusti</strong> – possibilmente posti all’apparenza <em>working-class</em>, nello spettro che va dall&#8217;evento al centro sociale all’inaugurazione della libreria in periferia; (tornerà utile più avanti: qualunque strada si scelga di percorrere l’importante è farla sembrare in salita). Bisognerà farsi notare però a questi eventi, non troppo, ma neanche troppo poco, si può provare con l&#8217;abbigliamento o il taglio di capelli, ma il metodo ad oggi più efficace rimane la domandina durante o, meglio, dopo (&#8220;ti posso chiedere una cosa&#8221;) a uno dei relatori; quel tipo di domande <strong>che non mette in difficoltà chi la riceve, né scioglie alcun dubbio di chi la formula</strong>, ma permette a entrambi di connettersi lungo un asse comune di riferimenti culturali (si sarà senza dubbio imparato a fare questo tipo di domande negli anni universitari).</p>



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<p>Poi bisogna includere in qualsiasi cosa si scriva o si dice in pubblico un&#8217;altra cosa imparata negli anni dell’università,<strong> le parole d’ordine di cui sopra</strong>, facendo attenzione a quali hanno perso nel frattempo valore, diventando <em>mainstream</em>, &#8211; per capirlo basta dare un’occhiata alle locandine delle grandi fiere nazionali o seguire<a href="https://www.instagram.com/tlon.it/"> la pagina instagram di Tlon</a> – e quali magari sono state bannate perché condivise con convinzione dalla destra reazionaria. Bisogna inoltre sapersi orientare sulle nuove uscite della piccola editoria “radicale”, ovvero quella che paga poco, come le riviste, e pubblica libri che contengono nel titolo le suddette parole.</p>



<p><br>Queste pratiche sono fondamentali per chi si ostina a voler il proprio posto al sole in questo mondo, soprattutto se non ha granché da dire. La fase “riviste” della sua carriera potrebbe durare parecchio, e nel tempo le esigenze della fame o della specie potrebbero finire per congelarla così come è. Per chi è capace di produrre dei ragionamenti sensati, invece, o di scrivere discretamente (le due cose non vanno necessariamente insieme), in poco tempo qualche spazio potrebbe finire per aprirsi, il suo nome comincerà a girare in qualche piccola redazione a caccia di idee, <strong>che guarda caso avrà in progetto un libro, o un volume collettaneo, proprio su uno di quei temi propagandati come sottoculturali</strong>. Se sarà stato abbastanza furbo e recettivo, ormai avrà imparato a padroneggiarne uno in particolare, o un mappazzone concettuale che li contiene e connette tutti tra di loro tramite qualche prefisso latino, per dare vita a un’unica critica universale, inconcludente e molto allusiva.</p>



<p><br>Da questo punto in poi, dalla prima pubblicazione allineata, le porte del mondo culturale <em>underground</em> sono, in linea di principio, aperte. Dipenderà dalle capacità del singolo saper sfruttare l’occasione, il giro di conferenze, le presentazioni, le connessioni. Avrà dimostrato che il contenuto c’è, ed è tale da<strong> non infastidire nessuno all’interno del mondo culturale, da non scomodare troppo il pensiero e da confermare i preconcetti che già dominano il dibattito della bolla,</strong> rimescolandoli in nuovo prodotto editoriale; esso sarà perciò di casa pressoché ovunque, dai CSOA alle testate nazionali che pagano a collaborazione, passando per fiere, televisioni, piccole riviste e podcast seriali. Non c’è da temere: ogni redazione culturale è sempre costantemente a caccia di qualcuno con cui riempire un palinsesto, per giustificare l’accesso ai fondi pubblici o vendere le birre al bar-libreria che ospita l’evento, quindi in sostanza per tirare a campare. Basta avere pazienza. <strong>L’accesso è perciò di norma garantito, se si riesce a non farsi cogliere in flagrante con qualche illecito a spese pubbliche, a limitare la propria ironia entro cerchi ristretti e fidati, e non farsi prudere le mani con la propria compagna</strong>. A determinarne le caratteristiche e la dirompenza saranno l’aspetto fisico, la capacità retorica, la sfrontatezza, il capitale umano ed economico iniziale, e l’emotività che genera la propria biografia se la si può leggere attraverso la chiave di un eventuale riscatto economico o esistenziale ottenuto grazie alla cultura.<br> <br><br>C’è poi un percorso non tradizionale, più moderno ed eccentrico. <strong>Creare una pagina di meme, o una incentrata, sempre con taglio ironico, su una o più delle parole d’ordine del momento. </strong>Maggiore il numero dei follower, maggiore sarà di conseguenza la credibilità dell’istituto culturale che vorrà trasformare la pagina in un libro o in un prodotto audiovisivo ufficiale. Se il successo potrà essere immediato, gli effetti a lungo termine di questa strategia sono incerti, il rischio sarà di rimanere impelagati nelle maglie del proprio personaggio da social. Chi nasce produttore di meme o influencer spesso muore comunque cameriere, anche se per un po&#8217; gira un libro col suo nome in copertina.</p>



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<p><br><br></p>
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		<title>A morte gli eroi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Nov 2024 10:59:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Stroncature]]></category>
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		<category><![CDATA[Baudrillard]]></category>
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		<category><![CDATA[Wachowski]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Joker 2, l'ultimo Matrix e Fight Club 2 sono dei clamorosi insuccessi di critica e pubblico. Forse volutamente. Sempre più autori scelgono di uccidere i propri personaggi più iconici per sottrarli a interpretazioni ideologiche distorte e appropriazioni da parte del pubblico</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nel 2024, Todd Phillips ha fatto qualcosa di inaspettato per il pubblico in trepidante attesa di un sequel: ha trasformato il Joker in un personaggio da musical. Non è stato un errore, ma un atto deliberato di sovversione. <strong>Come lui, sempre più autori scelgono di uccidere i propri personaggi più iconici per sottrarli a interpretazioni ideologiche distorte e appropriazioni da parte del pubblico</strong>. È una tendenza che attraversa il cinema contemporaneo: da <em>Matrix Resurrections</em> a <em>Fight Club 2</em>, assistiamo a opere che sembrano tradire deliberatamente le aspettative del pubblico. <strong>Clamorosi insuccessi, costellati di attacchi della critica e flop al botteghino</strong>. Ma questi apparenti tradimenti nascondono una strategia più sottile: la decostruzione del simbolo come atto di negoziazione culturale nell&#8217;eterno braccio di ferro tra pubblico e autore.</p>



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<p><strong><em>Joker: Folie à Deux</em> una negazione culturale</strong></p>



<p>Il caso <em>Joker: Folie à Deux</em> rappresenta l&#8217;esempio più recente e clamoroso di questa strategia. <strong>Dopo che il primo film era diventato, suo malgrado, un simbolo per la destra alternativa americana e i gruppi incel, Phillips ha scelto la via più radicale: trasformare l&#8217;antieroe in un impresentabile</strong>. Una mossa che ha alienato il pubblico (gli incassi sono infatti crollati del 50% rispetto al primo capitolo), <strong>ma che ha efficacemente sabotato ogni possibile lettura machista o nichilista del personaggio</strong>. </p>



<p>Potrà sembrare una sovrainterpretazione, ma ci sono tanti elementi che portano a leggere questa tendenza come, se non intenzionale,<strong> almeno desiderata</strong>. Certo, l&#8217;insuccesso è reale. Al punto che gli scarsi incassi potrebbero ora avere una reale ripercussione sui risultati trimestrali di Warner Bros. Una delle conseguenze immediate, potrebbe essere la scelta dello studio di diminuire in futuro il numero di nuove uscite nelle sale. Una volta iniziato il disastro, è stato facile stare finire la bestia già agonizzante. Tra chi si dissociava, chi asseriva che il regista stesse agendo senza il consenso di nessuno, chi che il film non avesse nemmeno avuto uno screening test. <strong>Insomma, un disastro annunciato</strong>. Recentemente Tim Dillon, attore che interpretava una delle guardie del manicomio, è arrivato a dichiarare:</p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-d1127b9c227b89f9b192a8c21625f399">“Non ha una trama. Stavamo lì, io e gli altri ragazzi vestiti da guardie di sicurezza perché lavoravamo all’Arkham Asylum&#8230; mi giravo verso uno di loro mentre ascoltavamo queste assurdità e gli dicevo, ‘Ma che ca**o è questa roba?’ E loro rispondevano, ‘Questo film sarà un disastro.’ Io rispondevo, ‘È la cosa peggiore che abbia mai visto.’ Ne parlavamo a pranzo e ci chiedevamo, ‘Ma qual è la trama? C’è una trama? Non lo so, credo che lui si innamori di lei in prigione?’ Non è nemmeno uno di quei film così brutti da essere guardabili. È veramente orribile.”</p>



<p>Come se non bastasse, assieme alla <em>damnatio memoriae</em> chiesta dal pubblico, <strong>è seguita una netta stroncatura da parte della critica</strong>: il film ha il 33% delle valutazioni positive su Rotten Tomatoes e un raro voto &#8220;D&#8221; su CinemaScore. Parte delle recensioni attribuisce il risultato negativo all&#8217;eccessiva ambizione artistica del regista Todd Phillips. <strong>Eppure il regista ha scelto di scontentare deliberatamente il pubblico e demolire ogni possibile interpretazione eroica o epica del protagonista</strong>. </p>



<p>Dillon stesso ammette:</p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-ee4f26cae81f375f6229ed71fece12f6">“Penso che dopo il primo Joker si sia molto discusso del fatto che ‘Oh, è piaciuto agli incel. È piaciuto al pubblico sbagliato. Ha mandato il messaggio sbagliato. Rabbia maschile! Nichilismo!’ Tutti questi articoli&#8230; E così hanno pensato, ‘E se andassimo nella direzione opposta?’ e così in questo film ci ritroviamo con Joaquin Phoenix e Lady Gaga che fanno tip tap a livelli insensati.”</p>



<p>Ogni scena smentisce le interpretazioni populiste del primo film, <strong>rifiutando l&#8217;immagine di un Joker come eroe antisociale e incompreso</strong>. Phillips sembra voler ribadire che<strong> il suo protagonista è ben lontano da un modello da seguire: un uomo fragile, in lotta contro i propri demoni interiori, anziché un&#8217;icona maschile di rivalsa</strong>. Come dice la recensione di Hypercritic, “Il sequel mostra diversi personaggi che cercano di vestire Fleck da Joker per uno spettacolo che dia un senso alle loro vite, imponendogli un ruolo che non vuole interpretare&#8221;. </p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="Joker: Folie À Deux | Trailer Ufficiale" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/5FyE_oRni1Q?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p><strong>La liberazione avviene a più piani, meta-narrativament</strong>e. Ad esempio attraverso il format del <strong>musical, per antonomasia investito di un &#8220;aurea&#8221; femminile</strong> e che poco si addice ad un&#8217;icona antisociale machista. <strong>La femminilizzazione forzata del protagonista</strong>, mossa spietata quanto dissacrante, avviene anche nella scena della violenza subita. Arthur non è più il killer del primo film.<strong> È una vittima</strong> di tutti quelli che cercano di usarlo per i loro interessi. Pubblico compreso. Rappresentato inoltre da un effettivo pubblico all&#8217;interno dell’economia della narrazione, fuori dall&#8217;ospedale psichiatrico, che esteticizza ed esalta la figura del Joker. <strong>È stato proprio questo il punto di forza per Tarantino, che ha dichiarato:</strong></p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-acf9eaa68e4f2145fe1cc8d86cba18d7">&#8220;Ha speso i soldi dello studio come li avrebbe spesi lo stesso Joker! [&#8230;] Manda al diavolo tutti, manda al diavolo il pubblico in sala, la stessa Hollywood, gli azionisti della Warner. [&#8230;] Todd Phillips è il Joker&#8221;.</p>



<p>Anche il gamedesigner Kojima ha apprezzato la pellicola, proprio per questi aspetti:</p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-d94b459d92a12505b3b9c7fcb8d8af05">&#8220;È davvero il Joker che tutti amavano, o era Arthur? Questo film solleva domande che potremmo apprezzare in futuro, quando il genere dei supereroi avrà ulteriormente evoluto il suo linguaggio narrativo.&#8221;</p>



<p>Il vero atto sovversivo non è rifiutare di giocare il gioco, <strong>ma giocare in modo da esporre l&#8217;assurdità delle regole stesse</strong>. Il musical diventa così non solo una negazione dell&#8217;interpretazione machista e nichilista, ma una parodia della parodia, un eccesso che rivela l&#8217;eccesso intrinseco dell&#8217;originale.</p>



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<p><strong>Le cose che abbiamo alla fine </strong></p>



<p>Questa volontà di rompere con l’<em>intentio auctoris</em> distorta ed egemone è riscontrabile anche in altri franchise celebri, colonizzati alternativamente dall’alt-right americana o dalla far-right. Chuck Palahniuk, autore del romanzo <em>Fight Club</em>, <strong>ha collaborato alla realizzazione del sequel a fumetti, <em>Fight Club 2</em></strong>. L’albo è stato unanimemente percepito come un esperimento fallito e incoerente. <strong>Una precisa e dichiarata scelta con cui l’autore cerca di &#8220;uccidere&#8221; l&#8217;opera originale e sottrarla al pubblico misantropo che aveva trasformato <em>Fight Club</em> in un inno alla ribellione antisociale</strong>. </p>



<p>La storia di <em>Fight Club 2</em> è volutamente complessa, disorientante e talvolta contraddittoria, <strong>lasciando emergere il messaggio di quanto Tyler fosse inconsistente e delirante</strong>. <strong>Se prima le linee di dialogo erano sagaci e al vetriolo, nel sequel ogni uscita di Tyler è ridicola, insensata e fuori luogo</strong>. Il personaggio di Edward Norton ottiene addirittura un nome, Sebastian, spostando il focus su di lui e tornando ad essere <strong>la vittima del capitalismo yuppie il protagonista e non il suo patetico delirio autodistruttivo di redenzione</strong>. Nel finale di <em>Fight Club 2</em>, in un piano metanarrativo, dopo che Palahniuk stenta a trovare un finale, una legione di fan arrabbiati arriva alla sua porta: hanno visto il film ma non letto il libro, e si identificano con Tyler a un livello superficiale. I fan scrivono il loro finale, facendo vincere Tyler. Dopo qualche scena surreale, Palahniuk stesso e Tyler camminano su una spiaggia, e Palahniuk lamenta l&#8217;integrità delle storie e dell&#8217;arte. Tyler chiede cosa succederà dopo, e Palahniuk descrive che in <em>Fight Club 3</em>, Marla è di nuovo incinta di Tyler e avrà un aborto. Tyler spara a Palahniuk in testa, proclamando felicemente che sta per diventare padre.</p>



<p><strong>Palahniuk non si limita a negare le interpretazioni populiste della sua opera, ma cerca di creare un &#8220;corpo senza organi&#8221; &#8211; un testo che resiste attivamente alla sistematizzazione e all&#8217;appropriazione ideologica e che permettere libertà illimitata e gerarchica.</strong></p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="Fight Club 2 (2025) - First Trailer | Edward Norton, Brad Pitt" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/RGqefCs9ECQ?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div><figcaption class="wp-element-caption">Trailer meravigliosamente inconsistente, probabile prodotto dell&#8217;IA.</figcaption></figure>



<p><strong>Il deserto del reale </strong></p>



<p><em>Matrix: Resurrections</em> segue una traiettoria simile, anche se molto più commerciale. Le sorelle Wachowski, autrici dell&#8217;iconica trilogia, hanno ripreso in mano la saga con l&#8217;intenzione dichiarata di rivisitare il mito di Neo e, soprattutto, <strong>di riaffermare la propria visione personale in un sequel che è anche remake</strong>. Nel corso delle interviste, <strong>le Wachowski hanno descritto la serie come una metafora della transizione di genere, un messaggio lontano dalle letture cospirazioniste e radicali di alcuni fan, che vedevano in Matrix un simbolo di ribellione contro il sistema</strong>. Con il nuovo capitolo, le registe demoliscono l’immagine di Neo come figura eroica e invincibile, in una sorta di <em>reboot</em> alienante. <strong>Le Wachowski non stanno semplicemente reinterpretando la loro opera, stanno decostruendo l&#8217;intero apparato ideologico che si è costruito intorno ad essa</strong>. Il film diventa quello che Baudrillard chiamerebbe un &#8220;simulacro di terzo ordine&#8221; &#8211; una copia che precede l&#8217;originale, rivelando che non c&#8217;è mai stato un &#8220;vero&#8221; originale da preservare e che è tutto sbagliato. Rendere un testo inappropriabile vuol dire caricarlo di significati opposti a quelli che il pubblico rivendica. Ma un autore ha davvero tutto questo potere? L’intentio tra auctoris e lectoris è un costante braccio di ferro, specie quando dall&#8217;opera in sé emerge spontaneamente una struttura narrativa che dà ragione ad entrambi.</p>



<p><strong>La Lotta per Riappropriarsi dei Simboli</strong></p>



<p>Questi esempi riflettono un fenomeno culturale tipico della viralità. <strong>Creatori e autori di franchise iconici cercano di recuperare il controllo delle loro opere, distanziandosi dall&#8217;appropriazione da parte di un pubblico che ne ha distorto il significato</strong>. Il fenomeno della riappropriazione ideologica di personaggi e storie non è nuovo, ma l&#8217;era digitale lo ha intensificato. <strong>I meme, la viralità sui social media, le comunità online: tutto contribuisce a trasformare rapidamente personaggi fiction in simboli politici o sociali, spesso contro le intenzioni degli autori.</strong> Il caso di Pepe the Frog, diventato un simbolo dell&#8217;alt-right nonostante i tentativi dell&#8217;autore di &#8220;redimerlo&#8221;, è emblematico di questa dinamica. Gli autori si trovano così di fronte a un dilemma: <strong>accettare la perdita di controllo sulla propria opera o tentare una contro-appropriazione attraverso la decostruzione del simbolo stesso</strong>.</p>



<p>In questi casi, la &#8220;distruzione&#8221; del mito originario non è un mero gesto provocatorio, ma un tentativo consapevole di liberare i personaggi da interpretazioni che rischiano di pervertirne il significato. <strong>Il simbolo deve morire affinché il significante possa liberarsi dalla sua prigione ideologica</strong>. </p>



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<p>Una distruzione mutua assicurata in un processo simultaneo di differimento e differenziazione del significato originale. Visto e considerato che spesso questi <em>harakiri</em> avvengono attraverso dei sequel, l&#8217;opera originale diventa, paradossalmente, il proprio <em>pharmakon</em>: veleno e cura allo stesso tempo.</p>



<p>I creatori, nel loro tentativo di &#8220;uccidere&#8221; le proprie creazioni, stanno effettivamente <strong>performando un atto di auto-immunità culturale</strong>. Questa negazione non è mai completa, perché la traccia dell&#8217;originale persiste proprio attraverso il suo rifiuto.</p>



<p><strong>Il Futuro di un cinema che lotta contro la memetica </strong></p>



<p>Ma qui emerge il paradosso centrale:<strong> l&#8217;atto stesso di &#8220;uccidere&#8221; questi simboli culturali li mantiene vivi in una nuova forma</strong>. Come direbbe Derrida, la &#8220;morte&#8221; del simbolo è sempre già inscritta nella sua nascita, e ogni tentativo di negazione produce inevitabilmente nuove tracce e significati.</p>



<p>Quello che questi creatori stanno realizzando non è tanto una &#8220;morte&#8221; quanto una rivoluzione del significante. Come sostiene Kristeva, <strong>il testo diventa un luogo di produttività semiotica, dove il significato originale viene continuamente trasformato</strong>. <strong>L&#8217;apparente &#8220;fallimento&#8221; commerciale di queste opere è, paradossalmente, il segno del loro successo teoretico</strong>. Il vero fallimento sarebbe stato creare un&#8217;opera che soddisfacesse le aspettative ideologiche del pubblico. In ultima analisi, questi atti di &#8220;matricidio culturale&#8221; rappresentano non tanto una morte <strong>quanto una liberazione</strong>. Eppure la vera domanda non è se questi tentativi di &#8220;uccidere&#8221; i propri simboli culturali siano riusciti, ma <strong>se sia mai possibile una vera morte del simbolo in un&#8217;epoca di infinita riproducibilità digitale</strong>. I meme antisociali con Joker continueranno comunque ad esistere e circolare perché il pubblico si è già dimenticato del film nelle sale, può tranquillamente decidere di non riconoscerlo. <em>Fight club 2</em> (così come il 3) è passato completamente in sordina al punto che per molti non è mai esistito. E mentre l&#8217;autore si ritrova tra le mani un franchise ormai impresentabile e inutilizzabile, il pubblico ne diventa l&#8217;unico possessore. <strong>Il meme strappa “la proprietà” dall’autore originale così come ne strappa il senso univoco e lo rende realmente alla portata di tutti</strong>.</p>



<p>Nonostante questo gioco a somma negativa, il prodotto che ne esce è quanto di più sincero il mercato veda da tempo.<strong> È un cinema che accetta il rischio dell&#8217;incomprensione e del rifiuto per mantenere la propria integrità artistica</strong>.</p>



<p>La questione interessante e su cui dovrebbe concentrarsi la nostra attenzione non è se questi tentativi di decostruzione abbiano successo &#8211; i meme con il Joker continueranno a circolare, <em>Fight Club</em> resterà un simbolo di mascolinità tossica per certi gruppi &#8211; <strong>ma se stiano aprendo la strada a una nuova forma di autorialità</strong>. <strong>Un&#8217;autorialità che non teme di alienare il proprio pubblico, che usa il &#8216;tradimento&#8217; come strumento creativo, che trasforma la decostruzione in un atto di resistenza culturale.</strong></p>



<p>Anzi, in un&#8217;epoca in cui il cinema mainstream è sempre più guidato dal consenso algoritmico e dalla cautela commerciale, questi atti di &#8216;matricidio culturale&#8217; possono avere la forma di un ritorno paradossale all&#8217;autenticità attraverso la negazione. Forse la morte stessa è solo un altro significante in un gioco infinito di differenze e rinvii.</p>



<p>link e fonti:</p>



<p><a href="https://movieplayer.it/news/joker-2-ceo-warner-bros-risultati-deludenti_149001">https://movieplayer.it/news/joker-2-ceo-warner-bros-risultati-deludenti_149001</a></p>



<p><a href="https://hypercritic.org/collection/todd-phillips-joker-folie-a-deux-2024-review">https://hypercritic.org/collection/todd-phillips-joker-folie-a-deux-2024-review</a></p>



<p><a href="https://www.badtaste.it/articoli/joker-2-demolito-da-uno-degli-attori-il-peggior-film-mai-fatto">https://www.badtaste.it/articoli/joker-2-demolito-da-uno-degli-attori-il-peggior-film-mai-fatto</a></p>



<p><a href="https://movieplayer.it/news/hideo-kojima-difende-joker-folie-a-deux-capolavoro-incompreso_148805">https://movieplayer.it/news/hideo-kojima-difende-joker-folie-a-deux-capolavoro-incompreso_148805</a></p>



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		<title>Banane e blue-pillati.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Nov 2024 16:47:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Mercato dell'arte]]></category>
		<category><![CDATA[Tilt]]></category>
		<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[Banana]]></category>
		<category><![CDATA[cattelan]]></category>
		<category><![CDATA[meme]]></category>
		<category><![CDATA[red-pill]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Riflessioni sul mercato dell'arte dopo che la banana di Cattelan è stata venduta per 6,2 milioni all'asta da un crypto-bro</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><br>La &#8220;banana&#8221; di Maurizio Cattelan, quella celeberrima appiccicata al muro con il nastro adesivo, è l&#8217;apice di una società <strong>che si guarda allo specchio e ride, senza rendersi conto che ride di sé</strong>.<strong> Ride di noi</strong>. La banana, con i suoi 6,2 milioni di dollari di valore, non è solo un’opera: <strong>è un meme culturale, una sintesi del nostro tempo che, bla bla bla bla ha rotto il cazzo.</strong></p>



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<p><br>Ma cosa ci dice questa banana dei primati? Nel senso che siamo tutti scimmie, un un po&#8217; cretine, davanti a uno spettacolo patetico? E che spettacolo: u<strong>na società che ha scambiato il valore per il prezzo, la profondità per il marchio, il significato per la performance di mercato</strong>. Cattelan non ci offre un’opera d’arte; ci offre un test di intelligenza. E indovinate? Lo abbiamo fallito, avete fallito, abbiamo fallito tutti, il primato ottenuto è di essere il primo primate globale, quel primate collettivo che siamo diventati.</p>



<p><br>Nel descrivere l’opera e il dibattito che suscita, mi sovviene la “<em><strong>teoria delle pillole</strong></em>” che tanto spopola sui social: <strong>Blue, Red, Black, White, Purple, Clear</strong>. Questo prisma di percezioni, che pretende di spiegare le dinamiche delle relazioni interpersonali, si specchia perfettamente nel nostro rapporto con l&#8217;arte contemporanea. Ognuna di queste &#8220;pillole&#8221; ci racconta un modo di vedere la banana di Cattelan.</p>



<p><br>•<strong> I Blue-pillati la contemplano con romanticismo</strong>: la banana rappresenta il miracolo del quotidiano, la poesia della semplicità. È l&#8217;arte che ci ricorda che la bellezza è ovunque, basta saperla vedere. Poveri ingenui. La banana non è altro che un ready-made, un gesto logoro, la versione pop del già-visto.</p>



<p><br>• <strong>I Red-pillati vedono invece l’L.M.S. in azione</strong>: Look (la sua estetica banale e accessibile), Money (il prezzo stellare), Status (il nome di Cattelan). È il trionfo dell’iperbole mercantile, la conferma che chi sa giocare bene le sue carte può dominare il gioco. Cattelan è il red-pillato dell’arte: non cerca di conquistarti con l’anima, ma con l’impatto brutale delle sue cifre.</p>



<p><br>• <strong>I Black-pillati, inevitabilmente, si rifugiano nel nichilismo</strong>: la banana non vale nulla. Il mercato dell’arte è un teatro dell’assurdo, un gioco in cui il contenuto non esiste e l’apparenza è tutto. Se sei brutto, se non hai un marchio, se non hai un nastro argentato da esibire, sei invisibile.</p>



<p><br>• <strong>I Purple-pillati, invece, oscillano tra ammirazione e scetticismo</strong>. La banana li seduce per l’idea che ci sia qualcosa di profondo, ma poi li lascia frustrati: si rendono conto che è solo un nastro adesivo su un frutto.</p>



<p><br>•<strong> I White-pillati, con il loro pragmatismo, accettano la banana per quello che è</strong>. Cercano un significato, ma non lo trovano, e allora si impegnano a migliorare il contesto: forse non è l’opera a essere inutile, ma la nostra lettura a essere superficiale.</p>



<p><br>•<strong> I Clear-pillati, infine, ci ridono sopra</strong>: la banana è una stronzata e basta. E chi se ne frega? Forse il vero atto d’arte è smettere di cercare significati profondi in un gesto tanto semplice quanto insignificante.</p>



<p><br>Eppure, mentre ci affanniamo a cercare un senso, non posso che immaginare una provocazione più profonda che buttare minestra sulla Gioconda, sibilare malignità su Dante e Leopardi, è facile: sono bersagli classici, icone che non amiamo e non capiamo, e che hanno ormai ammiratori innocui (vecchi professori maniaci sessuali, turisti tedeschi o vecchi Milanesi con le polo da outlet).<strong> Se volessimo davvero esprimere un disagio autentico, un dolore reale, dovremmo ammazzare Banksy, come il signor Enzo, dare alle fiamme i libri di Roberto Saviano e Zerocalcare, dare poco conto a l&#8217;impresa artistica di Cattelan, ancor ameno al giovane Cattelan 45enne che presenta in tv</strong>. Dovremmo colpire ciò che il sistema che diciamo di combattere ama e sostiene. Ma non possiamo farlo, perché abbiamo gli stessi gusti del sistema. Nel suo sorriso beffardo c’è la stessa ironia della banana di Cattelan: un gesto semplice, carico di sarcasmo, che ci prende in giro proprio mentre cerchiamo di decifrarlo.</p>



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<p><br>Il paradosso è totale, e la scena si trasforma in un quadro esistenzialista dove arte e vita collidono, un altro bla bla bla mi scappa, una altra situazione cringe, un&#8217;altra boomerata.<strong> La banana al muro è una riflessione sul vuoto.</strong></p>



<p><br>Cattelan, nel suo cinismo assoluto, ha capito tutto questo. <strong>La banana è un test che, come società, falliamo due volte: una, perché la compriamo per il prezzo e non per il significato; due, perché la speculazione culturale ed economica, è un classico del sistema ormai che è tutto finto</strong>, non riusciamo nemmeno a odiarla davvero, anche perché viene molto più facile odiare anzitutto chi continua a ripostarla.</p>



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