Berlino è la capitale europea della solitudine. Basta andarci anche solo un weekend all’anno per convincersene, ogni volta di nuovo. Abbiamo tutti un amico/o/u che a Berlino ci è rimasto, in tutti i sensi, doveva starci solo un mesetto, massimo un anno, nuova esperienza, cambio di vita; solo che poi pagano bene, anche nei bar o nei ristoranti, e che ci torni a fare in Italia? Lì c’è il salario minimo, le agevolazioni, la droga te la regalano praticamente, costa più uno schawarma che un grammo di mefedrone, e puoi provare a essere un artista, questa volta per davvero, la gente ti prende sul serio, puoi provarci senza i sussidi della Genitori-Nonni, la fondazione che investe a fondo perduto nel mercato dell’arte italiana e mantiene indefinitamente le sue nuove leve. Qui puoi lavorare – lavoretti qualunque – e campare dignitosamente, e ti avanzano tempo e soldi per le feste e per i sogni.
Poi anche se non sei un artista, ma qualcosa giù di lì, un dj, un grafico, comunque a Berlino puoi starci indefinitamente, quanto tempo vuoi, tanto di lavoretti ce ne sono a bizzeffe, ci sono bar ovunque, ristoranti ovunque, Lidl a ogni angolo, e cercano sempre nuovi impiegati; nessuno ti farà sentire fuori luogo o vecchio, anche i 40enni a Berlino si vestono come ventenni, vivono da ventenni, si drogano da ventenni, a noi ce l’ha insegnato la RAI e Gabriele Muccino che dopo i 30anni se vuoi mettere su famiglia e diventare adulto devi vestirti come un impiegato, abbruttirti nella cellula nucleare della famiglia, aspettare quella copia più giovane di tua moglie per innescare una crisi di mezz’età, con tutti gli stilemi della crisi cinematografica, tra grida e pianti e tuo figlio adolescente che scopre le pippe e le canne. Su in Germania invece, a Berlino in particolare, le coppie con figli passeggiano stilose per i canali, coi vestiti strappati all’ultimo grido, con tatuaggi che sembrano scarabocchi fatti a caso ma sono tatuaggi, con le facce sfrante a weekend alterni, una domenica lei una lui, non per le responsabilità domestiche e i pannolini, ma per il sabato nei club previsto contrattualmente dall’evoluzione della loro scopata-Hinge in relazione aperta con figli.
E te lo ripeti in testa tutti i weekend, mentre impianti sonori imbattibili per qualità ti investono il corpo di ritmi sempre nuovi, roba che in Italia se la sognano, che non se la cagherebbe nessuno, perché in Italia non sanno ballare, non sanno fare festa, i club sono tutte in mano alla ’ndrangheta, con i coatti sottocassa, i Gin Tonic, le palpate; oppure sono costretti a chiudere dopo poco, multa dopo multa. A Berlino neanche si beve, o comunque si beve poco, non è quello il tema. Impari presto che l’alcool ti azzoppa il weekend, così come l’MD o le pasticche, roba da Erasmus, da napoletani in trasferta. Se vuoi durare tutto il weekend – e devi durare tutto il weekend, da venerdì a lunedì mattina, after inclusi, sennò a Berlino che ci stai a fare? – ti serve qualcosa che scenda e che salga senza lasciare troppe tracce, ketamina, mefedrone, lsd, funghetti, eccezionalmente della cocaina, ma solo se sei lì per fare network, oltre a ballare, se devi essere un po’ presentabile o se vuoi lusingare qualche dj mentre provi a legarci con una conversazione un po’ banalotta in bagno.
Ti ripeti che sei nel posto giusto, che va tutto bene, che sei dove devi essere, nel mezzo della scena più fica d’Europa, nel tempio del divertimento, della musica, della gioventù infinta, dell’underground. Mentre balli nei club più conosciuti del mondo ti guardi intorno di striscio – solo di striscio, però, che non si fissa; devi integrare il movimento al tuo ritmo di danza – e noti che sono tutti stilosissimi, eccentrici, ballano quasi tutti, ciascuno ha il suo quadrato, ti puoi muovere nello spazio agevolmente, non beve quasi nessuno. E tu sei come loro. Ci sei dentro. Ci sei dentro per sempre, puoi durare all’infinito, puoi ballare fino all’alba, fino al tramonto, fino all’alba ancora dopo, stai decostruendo il tuo cervello dal giudizio di te stesso, il giudizio degli altri, il giudizio dei tuoi genitori, delle tue ex, del tuo bocconiano interiore, dei coatti sottocassa, di tutto quell’insieme di volti, sentenze e prescrizioni che ti hanno reso come tutti gli altri e non ti hanno mai permesso di esprimerti, di vestirti come volevi, di desiderare donne, anche pelose e brutte, anche uomini, di ballare, pure male, e chissene frega, tanto non se ne accorge nessuno.

Poi però ti iniziano a pesare le gambe, all’inizio appena un poco, un attimo appena, una scarica di sudore freddo. Ma ci stai ancora dentro, sei ancora nel posto giusto, hai ancora le energie per fare tutto questo, i pensieri intrusivi che affiorano sono solo pensieri intrusivi per l’appunto, qui per romperti la vibe, immagini confuse dei tuoi genitori, dei tuoi amici di infanzia, di quello che dicevi prima di partire, del perché sei venuto qua, il commento acido della tipa all’ingresso, gli sguardi in bagno, persi e confusi, le risate finte, i discorsi che sembrano copioni. Ti guardi intorno, ci sono i tuoi amici di Berlino che ballano ancora, ma anche loro si guardano intorno più di prima. Si stanno divertendo? Come si fa a capire se qualcuno si sta divertendo davvero o sta facendo finta? Se balla davvero o sta facendo finta? Da quante ora siamo qua dentro?
Potresti andartene a casa, ma è ancora presto, guardi l’ora sul cellulare, anch’essa di striscio, perché se guardi l’ora vuol dire che non ti stai divertendo; sono le 5, c’è ancora un after intero da affrontare e vogliono andarci tutti, è lì che si creano le vere relazioni, la notte a malapena ti vedi, ti incroci in bagno, ti passi un po’ d’acqua. Potresti farti un giro, ma hai già girato tutto il locale, potresti farti una chiacchiera con uno dei tuoi amici, ma non ti viene in mente niente da dire, tutti i pensieri che ti vengono in mente sono solo pesantate, inappropriati per le feste, troppo seri, troppo stereotipicamente seri.

Forse puoi provare a smettere di pensare, a chiudere gli occhi, a ballare un altro po’, durare un altro po’, magari succede qualcosa, qualcosa finalmente cambia, col sole che sorge e un’altra notte nella banca delle esperienze, un altro dj ascoltato, un altro locale visto. Ma sì, continua a ballare, non ci pensare, domani è un altro giorno, sei nel posto giusto, con le persone giuste, è tutto molto meglio di casa, del paesazzo inutile da cui vieni, della città del nord dell’università dove non succede più niente di interessante, e qui ci puoi stare per sempre, finché ti durano le gambe, finché ti scaldano il letto degli sconosciuti, o sei così stanco e consumato da essere quasi contento di svegliarti da solo.