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	<title>Lorenzo Vitelli, Autore presso Il Nemico</title>
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		<title>Avanguardia di frocismo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Vitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Apr 2025 16:27:02 +0000</pubDate>
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<p>Messa alla mattina, notte al Muccassassina. Nel documentario <em>Roma santa e dannata</em>, regìa di Daniele Ciprì con Roberto D’Agostino e Marco Giusti, a un certo punto si ricorda dove si svolgevano le prime serate del più famoso locale gay della Capitale: “al Castello a Borgo Pio”, racconta Vladimir Luxuria, “un ex cinema a luci rosse di proprietà del Vaticano”. Impasto di sacro e profano, come si dice in tali casi a indicare con bonomìa l’ipocrisia che da sempre proietta la sua ombra sulla sagoma del cupolone di San Pietro. Una doppia faccia, sarebbe più corretto dire, di omofobia e sodomia, per usare il lessico biblico (anche se poi l’esegesi ha chiarito che gli abitanti di Sodoma si erano macchiati di un peccato ben diverso: l’inospitalità). È da duemila anni che la Chiesa cattolica cerca di reprimere, invano, l’omosessualità che al suo interno la pervade. Più esattamente da 1720 anni, da quel concilio di Elvira del 305 dopo Cristo che, sotto quel pendaglio da forca dell’imperatore Costantino, condannò per la prima volta ufficialmente l’amore fra persone dello stesso sesso. La condanna fu poi ripetuta in concili successivi, ad Ancira (314 d.C.) e Toledo (693 d.C.).</p>



<p>Nasceva il concetto di pratica <em>contro natura</em>: “I delitti che vanno sotto questo nome, ad esempio quelli compiuti dai sodomiti”, scriveva nelle <em>Confessioni</em> sant’Agostino, “devono essere condannati e puniti sempre”. Spiegava meglio San Tommaso d’Aquino, il teologo della scolastica medievale: “Nei peccati contro natura in cui viene violato l&#8217;ordine naturale viene offeso Dio stesso in qualità di ordinatore della natura” (<em>Summa theologica</em>). È il pensiero professato ancora oggi da Santa Madre Apostolica, riassunto nel Catechismo là dove è affermato che gli atti omosessuali sono “intrinsecamente disordinati”. E per quanto colui che li commette debba essere trattato “con rispetto, compassione, delicatezza”, il comportamento cui è tenuto è la “castità”. Per la dottrina, insomma, l’omosessuale cattolico deve essere un represso. Deve soffrire, punto e basta. A maggior ragione, naturalmente, quando porta l’abito talare. Il punto veniva chiarito nel 1986 con teutonica spietatezza dall’ex papa Joseph Ratzinger, allora prefetto della Congregazione per la Fede (già Sant’Uffizio): l’omosessuale deve attenersi al “rinnegamento di sé” (<em>sic</em>) attuato “nell’abbandono alla volontà del Padre… accettando il sacrificio fruttuoso della croce”.</p>



<p>Inclinazione o tendenza “disordinata”, dunque. Disordine sta per violazione dell’ordine. Ovvero, come teorizzava il succitato Aquinate, negazione dell’ordinamento che il Creatore ha stabilito per la natura, e natura corrisponde a nascita, generatività. L’elemento “oggettivo” del disordine omosessuale consiste nell’incapacità di generare figli. Questo è il fondamento teologico del rifiuto, per dirla con il bisessuale Rimbaud, del “veleno gaio” da parte della cattedra di Pietro. Da una parte la naturalità, un po’ riduttivamente circoscritta al prolificare; dall’altra la presunta contro-naturalità, intesa come rottura del volere divino. Sullo sfondo, l’eterno interrogativo sulla strana onnipotenza di un Dio buono che sadicamente permette il male: come può il Signore, creatore dell’ordine, prevedere il blasfemo disordine? Restando nei dintorni della teologia, una definitiva risposta arrivò nel Cinquecento dal concilio di Trento: in opposizione al “servo arbitrio” di Lutero, i dotti cattolici introdussero il “libero arbitrio” il quale, lungi dal possedere una valenza liberatoria, rappresenta in realtà il diabolico <em>escamotage</em> per rendere passibili di punizione e pena tutte le azioni non conformi ai precetti di matrice ecclesiastica. Per esempio, se sei un maschio che prova attrazione per i maschi questo non è un impulso naturale, in quanto, contravvenendo al divieto imposto dalla morale, significa che sei tu a voler essere così, sei tu che hai liberamente scelto. In poche parole, si vieta di essere ciò che si è.</p>



<p>Eppure, di tonache sotto le quali erompeva l’eros, “naturale” e non, ce n’erano state a frotte, fra i pastori del gregge. Fino a ben oltre l’anno Mille, sacerdoti di ogni ordine e grado, inclusi dunque papi e vescovi, potevano sposarsi e avere concubine e concubini in piena legalità. La lascivia giunse a livelli tali che il periodo che va dal 904 al 963 d.C. è passato alla Storia sotto il nome di “pornocrazia pontificia”, definizione d’invenzione protestante e quindi tendenziosa, tuttavia fondata su trame e brame papali storicamente accertate, che vedevano in primo piano famiglie laziali come i Teofilatti in cui primeggiarono donne tutt’altro che caste e pie (Teodora e la figlia Marozia), o papi come Benedetto IX, sul soglio per ben tre volte, votato con entusiasmo ai piaceri della carne. Non certamente a buffo, a metà dell’XI secolo, san Pier Damiani firmò un <em>Liber Gomorrhianus</em> per additare la depravazione, soprattutto sodomita, dilagante tra gli uomini di Chiesa. Senza contare ciò che nel Quattrocento riporta Poggio Bracciolini (l’umanista scopritore del <em>De rerum natura</em> di Lucrezio), autore del gustoso <em>Facezie: </em>una raccolta di segreti da confessionale, oggi diremmo un’inchiesta sulla vita sessuale della Curia di quei tempi, fra papi sodomizzatori di bei guaglioni e suore molto allegre, cardinali superdotati e favorite ultravoraci, monaci arrapati e mariti cornuti, dita femminili e membri maschili, culi e vagine. A ogni modo, con l’ennesimo concilio, quello Laterano del 1139, per i funzionari di Dio era cominciata l’era del celibato: niente più matrimoni, per preti e prelati eterosessuali. Per gli omo, malvisti in quanto tali, era già in vigore la più drastica astinenza totale dal sesso.</p>



<p>Figuriamoci. Se stiamo solo alla categoria dei pontefici, non si contano i vicari di Cristo col “vizietto” che, nella società medievale, era largamente tollerato, a patto di non farsi beccare (a quell’epoca, veniva chiamato “vizio fiorentino” data la particolare estensione del fenomeno a Firenze, non a caso Dante nell’<em>Inferno</em> ne cita parecchi, di viziosi di questa genìa, incluso il suo maestro Brunetto Latini). Sisto IV (1471-1484) fece scrivere sulla tomba del <em>camerarius</em> Giovanni Sclafenato che, fra i motivi che lo avevano indotto a elevare il giovane a cardinale, c’erano state “doti”, oltre che “dell’animo”, anche “del corpo”; Leone X, figlio di Lorenzo il Magnifico, secondo l’anticlericale Guicciardini meritava in pieno la nomea attribuitagli dopo morto da una pasquinata che così recitava: “Morì el meschino, e non te dir bugia, per fotter troppo in cul un suo ragazzo”; il terribile Giulio II, in base alla testimonianza del diarista veneziano Girolamo Priuli, era partner passivo di “bellissimi giovani”; Giulio III nominò cardinale il diciassettenne Innocenzo Del Monte, e infatti i loro corpi sono sepolti insieme nella chiesa di San Pietro in Montorio a Roma. Leggenda sostanzialmente montata, detto fra parentesi, è invece quella che ha criminalizzato i Borgia, dissoluti né più né meno di altri clan che sfruttarono la tiara per darsi al più sfrenato e simoniaco nepotismo: a quel tempo, semplicemente la norma, che tanto scandalizzò quel rompicoglioni fanatico di frate Savonarola (giustamente scomunicato e mandato sul rogo proprio da papa Borgia, sia sempre benedetto il suo nome). Con il terrificante bacchettonismo della Controriforma, vero e proprio Grande Fratello <em>ante litteram</em> su ogni tipo di pubblicazione, le <em>vox populi</em> e le ricostruzioni piccanti cessarono, o per meglio dire non sopravvissero ai censori dell’Indice e di Propaganda Fide. Ed è per questo che, dalla seconda metà del ‘500 in poi, sappiamo poco del lato privato della Santa Sede.</p>



<p>Più o meno come oggi. Con la differenza che oggi, fra stampa (relativamente) libera e mentalità incomparabilmente cambiata, almeno rispetto a tempi in cui di omosessuali era proibito perfino parlare, di preti e perfino di papi gay si parla e si scrive. “Sex and the Vatican” (Carmelo Abbate, 2012), “Peccato originale” (Gianluigi Nuzzi, 2017), “Sodoma” (Frédéric Martel, 2019) sono solo i titoli fra i più conosciuti succedutisi negli ultimi anni per indagare la “frociaggine” dilagante nelle stanze vaticane, per citare il defunto Bergoglio quella volta che, a porte chiuse, parlò degli usi e costumi attualmente diffusi nei seminari. Ne esce un quadro abbastanza dettagliato la cui motivazione, a dir la verità, è intuitiva per chiunque non abbia le fette di clericalismo sugli occhi: mai al mondo c’è stata religione che abbia dibattuto, strologato, prescritto e moralizzato sull’intimità sessuale più del cattolicesimo. Un’insistenza ossessiva, quella che ha contraddistinto le attenzioni del magistero sul Santo Prepuzio (festa religiosa celebrata fino al 1970 ogni 1 gennaio). Seconda solo alla paranoica ostilità per la vulva e la femminilità. Mentre il fondatore ufficiale, il “santo anarchico” Gesù nemico del giudizio (“chi è senza peccato…”) non si occupò mai di quel che avviene dentro le mutande, indifferente a continenza e matrimonialità, gusti sessuali o obblighi sociali, il fondatore ufficioso, Paolo di Tarso, pensò bene di ingabbiare l’esistenza dei fedeli in un intrico di tabù a cui dobbiamo in buona misura il senso di colpa tipico di una cristianità da stregoni in sottana. Tormentato, come confessò lui stesso, da una “spina nella carne” (plausibilmente “impotenza sessuale o disfunzione erettile”, secondo il filosofo francese Michel Onfray), Paolo inietta nel corpo del cristianesimo un moralismo sessuofobico che riempie gli spazi lasciati in bianco dal Nazareno. Nel suo invito a contrarre matrimonio poiché sposarsi è “meglio che <em>bruciare</em>” – meglio cioè il sesso coniugale che una vita impossibile di compressione degli istinti &#8211; c’è tutto il patologico rimosso della carnalità che ancor oggi vediamo all’opera, rovesciata in disprezzo di sé e odio del simile, nei <em>vatican men,</em> brucianti di omoerotismo e contemporaneamente indotti all’omofobia interiorizzata. Omosessuali omofobi o, ben che vada, magari pure <em>gay friendly,</em> ma sempre con il dovere contrattuale di negare l’evidenza.</p>



<p>Evidenza secondo cui il Vaticano è il centro di un’organizzazione che, composta in maggioranza da uomini obbligatoriamente soli, è da secoli un ricettacolo di maschi che spesso trovano lì un rifugio, ideale sotto certi aspetti, per <em>nascondere </em>il proprio orientamento. Se l’omosessualità praticata è a tutt’oggi considerata peccaminosa, e perciò innominabile nelle file dell’apparato ecclesiastico, queste ultime diventano <em>ipso facto</em> il luogo per poter custodire, avvolto nel non detto, il proprio segreto. Certo, meno che in passato visto che lo stigma sugli “invertiti” sta venendo meno a passo di marcia. Ma se ci rifacciamo ai testimoni interni, seminaristi, preti, e anche ex comandanti delle guardie svizzere (come Elmar Theodor Mäder, che nel 2013 confermò la presenza di una “lobby gay” nella Curia), tra gli appartenenti maschili al clero cattolico almeno la metà, a stare bassi, è omosessuale. Del resto, un numeroso traffico di amplessi sotto coperta di questo tipo è notorio ovunque vi sia promiscuità tra maschi, dalle caserme ai boy scout. “C’è posto per <em>todos, todos</em>”, si sgolava il gesuita Francesco. Ma la protettività omertosa che finora ha garantito il silenzio sull’identità sessuale stessa dei chierici, facendo pagare un più crudele prezzo agli omo, sussiste. Le doppie vite con fidanzati semi-oscuri, la segretezza di relazioni indicibili (tipiche quelle, riferiscono gli<em> insider</em>, fra porporati e assistenti), lo stato di clandestinità dei rapporti, consumati bulimicamente in una compulsione caotica e, bisogna dire, rattristante, fra chat d’incontri, camere con escort, saune, <em>dark room</em> e l’intero repertorio, godereccio ma non troppo, caratterizzante tutto un certo mondo gay, alla fine, nel complesso, infondono una sensazione di estrema solitudine.</p>



<p>Un vuoto penoso che deriva dal grande interdetto d’origine paolina: non poter godere del corpo e manifestare l’affettività. Si esige un ascetismo inumano, il quale logicamente finisce per esondare nell’opposto, nella fregola di scopare lo scopabile. Specie quando si ha potere e ci si trova in alto nella gerarchia. Jessica, la Vipera, la Grassa – così i nomignoli di alcuni alti prelati vaticani di qualche anno fa, secondo Nuzzi – formano cerchie fatte di complicità e connivenza foriere di favori, ricatti, indulgenze, pressioni. È ovvio che facciano sesso e, a volte, si leghino a qualcuno. Sono umani. Meno ovvio &#8211; e alla faccia del dogma, molto meno <em>naturale &#8211; </em>che lo neghino d’ufficio. Magari lanciandosi pure in requisitorie pubbliche contro l’omoeresia mentre, nottetempo, si infilano pantaloni di lattice giocando al trenino. Con il pontificato bergogliano si è avviata un’inversione, è il caso di dirlo, di tendenza, sebbene più a parole (“Chi sono io per giudicare i gay?”) che nei fatti (la dichiarazione “Fiducia supplicans” del 2023 apriva alla benedizione delle coppie dello stesso sesso, senza però comportare una loro approvazione: gesuitismo puro).</p>



<p>In ogni caso la dottrina resta quella, figlia di una “tradizione” che altro non è che un cumulo di giudizi e pregiudizi sedimentati in centinaia d’anni il cui unico risultato, sul piano dei sentimenti e della corporeità, è stato identificare la dedizione esclusiva alla vita di chiesa con il coartare la vitalità amorosa &#8211; e inibire le proprie parti basse. Che basse non sono affatto. Lo sapevano bene i più sani benché arcaici <em>gentili</em>, volgarmente detti pagani. Ancora non travolti dall’<em>exitiabilis</em> <em>superstitio</em>, gli antichi il fallo lo deificavano in quanto simbolo di fecondità (addobbandoci pure la case, appendendolo alle pareti come ilare arredo porta-fortuna) e lo usavano senza tutti questi complessi. Fatta salva, beninteso, la sacralità della <em>familia </em>(il che, sia detto a mero titolo storiografico, implicava l’inconcepibilità dell’odierno “matrimonio gay”, ma non colpevolizzava in alcun modo il <em>pater familias</em> che inchiappettasse un altro uomo, prostituto o amante extraconiugale il quale, <em>cinedo</em> passivo, veniva spregiato eppure tranquillamente ammesso in qualità di variante, sia pur socialmente inferiore, dell’umana specie).</p>



<p>A fine giornata, a un tonsurato omosex che, mettiamo, non ha un compagno, perché non lo trova o ha paura non venga tollerato dai superiori chiudendo un occhio (come pure accade) e che, puro di cuore e di modi, non se la sente di sculettare nelle discoteche arcobaleno dove ci si dà vicendevolmente della “frocia”, non rimarrebbe che darci di mano, masturbandosi. Invece no: in ossequio al n° 2352 del solito, proibizionista Catechismo, la masturbazione costituisce,<em> aridaje</em>, “atto intrinsecamente e gravemente disordinato”. Idem per le corna (o fornicazione), la pornografia, nonché l’inserimento a piacere del pene in qualsiasi altra ubicazione che non siano precisi orifizi della consorte. Neanche una legittima sega può farsi, a causa di questo Dio guardone. Povero il nostro pretino gay ingenuo: fate che i ragazzi, senza tante fisime pretesche, vengano a lui. È solo uomo, mica uno stramaledetto santo.</p>
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		<title>Tutta colpa di Fight Club</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Vitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Oct 2024 11:18:14 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Declino dell'Occidente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La musica su Spotify. I film su Netflix. I documenti su Cloud. I libri su Kindle. L’enciclopedia su Wikipedia. Le foto su Instagram. Il lavoro su Drive. Il cibo su Glovo. Siamo nullatenenti. Affittuari di esperienze. E se vi dicessimo che la colpa è di Fight Club, un’apologia del post-capitalismo?</p>
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<p><em>Fight Club</em>, il film diretto da David Fincher e tratto dall’omonimo romanzo di Chuck Palahniuk, ha segnato profondamente l’immaginario dei Millennials, la generazione che comprende i nati tra i primi anni Ottanta e la metà degli anni Novanta. Interpretato dal riuscito binomio Norton-Pitt, il primo un impiegato mediocre, frustrato e insonne, e il secondo (in verità il suo doppelgänger) un carismatico e imprevedibile giovane kerouachiano a capo di un’organizzazione eco-terrorista. Questo lungometraggio è uscito nelle sale statunitensi nel 1999, sul finire del secolo, quando qualcuno credeva che la storia fosse giunta al termine. <em><strong>Negli anni si è affermato come un vero e proprio cult movie, un contenitore simbolico da cui i Millennials hanno attinto citazioni e riferimenti anti-capitalisti, pose e stili di vita, poster e magliette, tanto che taluni hanno eletto il film a manifesto generazionale. </strong></em>Affresco schizofrenico della società tardocapitalistica il film offre una critica ridondante e fuori tempo massimo alla società dei consumi.</p>



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<p>Si tratta di una critica all’americana della società americana, <strong>un’esplicita condanna all’accumulazione di oggetti, alla mercificazione del mondo, alla corsa ai consumi emulativi che caratterizza la classe media, in particolare i colletti bianchi, le masse impiegatizie e salariate incastrate nella gabbia trigonometrica casa-starbucks-ufficio e ritorno</strong>. A questa vita si contrappone il <em>fight club</em>, zona franca dell’escapismo selvaggio all’interno della metropoli. Un luogo dove si combatte a mani nude, senza regole, e che permette ai suoi adepti, quelli che si sono risvegliati dall’<em>american dream</em> – un risveglio che assomiglia all’effetto della red-pill di Matrix (film uscito nello stesso anno) – di riscoprire la cattività del loro essere interiore attraverso una violenza che diventa ricreativa e terapeutica, violenza redentrice che desta l’individuo dalla sua disforia esistenziale, rendendogli evidente l’asimmetria tra ciò che crede di essere e ciò che realmente è. </p>



<p>In modo superficialmente nietzschiano, il film trasmette messaggi di questo tipo: “Tu non sei il tuo lavoro, non sei la quantità di soldi che hai in banca, non sei la macchina che guidi, né il contenuto del tuo portafogli, non sei i tuoi vestiti di marca, sei la canticchiante e danzante merda del mondo!”. Stampata sulle magliette, tatuata sugli avambracci, utilizzata per citazioni fuori luogo sui propri profili Facebook è una frase che per assurdo oggi suona come un <em>claim</em> pubblicitario: <strong>“<em>le cose che possiedi alla fine ti possiedono</em>”</strong>. Una lezione, questa, che noi Millennial a quanto pare abbiamo introiettato alla perfezione, finendo poi per vederci costretti a metterla in pratica. Infatti <em>non siamo più posseduti dalle cose che possediamo, perché non le possediamo più</em>! Macchine, case, vestiti di marca, conti in banca in positivo sono prerogative che la nostra generazione non contempla. <strong>Nullatenenti, al massimo possiamo affittare esperienze: ascoltiamo musica e vediamo film in streaming, leggiamo libri su supporti virtuali, non acquistiamo più riviste né giornali, abitiamo case dormitorio per tempi sempre più ridotti, guidiamo macchine non nostre, lo smartworking ci ha privato persino di un ufficio in cui lavorare stabilmente</strong>. Le città testimoniano di questo mutamento: niente più negozi di dischi, biblioteche, cinema, teatri, niente più uffici e forse, a breve, neanche più scuole. Pur rimanendo professionalmente frustrati come il protagonista, stavolta non per colpa della vita impiegatizia ma della precarietà, ci atteggiamo a Tyler Durden quando accediamo al nostro fight club customizzato inserendo un nome utente e una password su una qualsiasi piattaforma digitale, dove non ci sono più oggetti a possederci (ma i contenuti cattura-attenzione prodotti da un algoritmo).</p>



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<p><strong><em>Fight Club</em> perciò ci ha venduto come una forma ribellistica di liberazione dalla merce, l’esproprio che in realtà il capitalismo digitale stava già mettendo in atto con il nostro tacito assenso.</strong> Interiorizzata tra i Millennials l’idea secondo cui “i beni che possiedi alla fine ti possiedono”, la nostra generazione si è rivelata un <em>parterre</em> perfetto, ideologicamente e antropologicamente restio all’accumulazione di oggetti, alla stabilità e alla vita borghese, a cui si potevano disinvoltamente vendere i nuovi prodotti fatti di byte, la cui immaterialità assicurava di non partecipare alla società dei consumi (come la si conosceva prima dell’avvento di internet), lasciando accedere i suoi membri al nascente mercato digitale privi di sensi di colpa ma con spirito da pionieri anti-sistema. </p>



<p><em>Fight Club</em> ha raccontato implicitamente un passaggio di consegne da un’architettura capitalistica a un’altra: il vecchio mondo fordista e industrializzato muore – come nell’epilogo del film in cui esplode la città – <strong>ma perché nulla cambi davvero</strong>. Fincher e Palahniuk hanno fornito ai Millennials un libretto di istruzioni per farla finita con il vecchio capitalismo dell’accumulazione, e una cartina per orientarsi nella geografia del nuovo mondo, hanno dato vita a una delle più riuscite apologie della società del capitalismo digitale, <strong>insospettabilmente complice dello stile di vita anti-materico che nel frattempo la Apple aveva cominciato a pubblicizzare con il suo design buddhista e il suo comunismo light dello sharing</strong>. La Apple era già promotrice dell’abolizione degli oggetti, delle case vuote e minimaliste, di un certo nomadismo esistenziale, delle vite precarie ma customizzate. Come dice Ian Svenonius in <em>Censura subito!!!</em>: “Apple sprona alacremente la popolazione a liberarsi dei propri beni. La musica? Salvatela sul Cloud. I libri? Sul Cloud. I film, le riviste, i giornali, e la televisione devono essere tutti stoccati nell’etere, non per terra o in un armadio. È come vivere in un monastero modernista il cui culto è la Apple stessa”. E aggiunge: “Apple ha operato un rovesciamento del mondo che ha trasformato il possesso materiale in un simbolo di povertà, e l’assenza di beni in un indice di ricchezza e potere”.</p>



<p>Siamo dei nullatenenti, in definitiva, e ce ne vantiamo. <strong>Le cose intorno a noi stanno scomparendo. L’accumulazione di oggetti è diventata una pratica volgare e retrograda nonostante gli oggetti raccontino una storia, costellino i nostri ricordi</strong>. Gli oggetti erano, come dice sempre Svenonius, “dei ricettacoli di conoscenza, avevano un senso, erano totem di significato”, custodivano un sapere tramandato rispetto a quello sempre rinnovato, in costante aggiornamento virtuale, che troviamo online. Il fenomeno vintage testimonia la nostalgia per gli scaffali pieni di libri polverosi, i dischi accatastati, le videoteche e le dispense piene. <strong>Ma si tratta proprio di una posa in voga tra pochi privilegiati che conferma la tendenza della società a liberarsi degli oggetti, o comunque a dargli un’importanza sempre minore, a favore invece dell’esperienza connessa all’acquisto.</strong> Alla proprietà di qualcosa infatti, si preferisce fare l’esperienza di qualcosa: questo è diventato un mantra ormai banale tra gli startupper e gli esperti di marketing di tutto il mondo. La gente vuole fare cose, vuole condividere momenti, avventure, sensazioni, peripezie. <strong>È una rincorsa al consumo emulativo di attività esperienziali da rilanciare sui propri profili social</strong>. Siamo ancora la canticchiante e danzante merda del mondo, ma adesso non abbiamo neanche più degli oggetti dietro cui nasconderci. Vogliamo farlo sapere a tutti.</p>



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		<title>Dino Risi insegnaci a campare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Vitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Aug 2024 10:41:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[dino risi]]></category>
		<category><![CDATA[il sorpasso]]></category>
		<category><![CDATA[versetti sardonici]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una raccolta di “non poesie” concepite dallo sguardo attento, ironico e sferzante di uno dei maestri della commedia all’italiana. Versi istantanei, poesie dal ritmo aneddotico, visioni taglienti e ironiche.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>La penna di Dino Risi funge, in queste brevi composizioni, da macchina da presa, capace di cogliere da una prospettiva insolita la vita quotidiana del carosello umano che popola l’italietta piccolo-borghese dalle edonistiche velleità: parenti serpenti, comunisti col villone, cassiere e pornostar, assassini seriali e comici da strapazzo, inciviltà capitoline e domeniche al mare. Non mancano versi più introspettivi, che toccano vette poetiche dolceamare, una certa nostalgia per la giovinezza perduta, uno sguardo all’album degli immancabili rimpianti e delle promesse non mantenute di chi non ha potuto fare a meno di vivere a pieno la vita.</p>



<p class="has-text-align-center">*</p>



<p class="has-text-align-center">L’immaginazione al potere</p>



<p class="has-text-align-center">gridavano gli studenti&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-center">e prendevano i supplenti</p>



<p class="has-text-align-center">a calci nel sedere</p>



<p class="has-text-align-center">*</p>



<p class="has-text-align-center">Andavo pensavo</p>



<p class="has-text-align-center">la faccio finita</p>



<p class="has-text-align-center">due occhi un sorriso</p>



<p class="has-text-align-center">è bella la vita</p>



<p class="has-text-align-center"></p>



<p class="has-text-align-center">*</p>



<p class="has-text-align-center">Che bella invenzione</p>



<p class="has-text-align-center">la televisione</p>



<p class="has-text-align-center">ha abolito la conversazione</p>



<p class="has-text-align-center">tra moglie e marito</p>



<p class="has-text-align-center">che bella invenzione</p>



<p class="has-text-align-center">il telecomando</p>



<p class="has-text-align-center">puoi far tacere</p>



<p class="has-text-align-center">chi ti sta annoiando</p>



<p class="has-text-align-center">che bella invenzione</p>



<p class="has-text-align-center">il televisore</p>



<p class="has-text-align-center">che ti risparmia</p>



<p class="has-text-align-center">di fare l’amore</p>



<p class="has-text-align-center">*</p>



<p class="has-text-align-center">Domenica su una sdraia</p>



<p class="has-text-align-center">ho fatto</p>



<p class="has-text-align-center">le prove generali</p>



<p class="has-text-align-center">della vecchiaia</p>



<p class="has-text-align-center">*</p>



<p class="has-text-align-center">Aveva la villa</p>



<p class="has-text-align-center">lo yacht</p>



<p class="has-text-align-center">l’aeroplano</p>



<p class="has-text-align-center">era iscritto al Partito</p>



<p class="has-text-align-center">Comunista Italiano</p>



<p class="has-text-align-center">*</p>



<p class="has-text-align-center">Il guaio di essere</p>



<p class="has-text-align-center">abbastanza intelligente</p>



<p class="has-text-align-center">da capire</p>



<p class="has-text-align-center">che non vali niente</p>



<p class="has-text-align-center">*</p>



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<p class="has-text-align-center">Si voltava per strada</p>



<p class="has-text-align-center">guardando le donne</p>



<p class="has-text-align-center">morì tamponando</p>



<p class="has-text-align-center">per due minigonne</p>



<p class="has-text-align-center">*</p>



<p class="has-text-align-center">A furia</p>



<p class="has-text-align-center">di proclamarsi</p>



<p class="has-text-align-center">sincero</p>



<p class="has-text-align-center">lo divenne</p>



<p class="has-text-align-center">per davvero</p>



<p class="has-text-align-center">*</p>



<p class="has-text-align-center">La donna più bella del mondo</p>



<p class="has-text-align-center">conobbe un cieco</p>



<p class="has-text-align-center">e lo volle sposare</p>



<p class="has-text-align-center">per non vedersi invecchiare</p>



<p class="has-text-align-center">*</p>



<p class="has-text-align-center">Ciao come stai?</p>



<p class="has-text-align-center">Che piacere vederti</p>



<p class="has-text-align-center">ti trovo bene.</p>



<p class="has-text-align-center">E tu ma che fai</p>



<p class="has-text-align-center">non invecchi mai?</p>



<p class="has-text-align-center">Quanti anni son passati?</p>



<p class="has-text-align-center">Cinque? Dieci?</p>



<p class="has-text-align-center">Suppergiù.</p>



<p class="has-text-align-center">Sei sposato?</p>



<p class="has-text-align-center">Separato. E tu?</p>



<p class="has-text-align-center">Convivevo. Adesso più.</p>



<p class="has-text-align-center">Ti sei lasciato?</p>



<p class="has-text-align-center">No ho sposato.</p>



<p class="has-text-align-center">Hai saputo di Renato?</p>



<p class="has-text-align-center">No che ha fatto?</p>



<p class="has-text-align-center">S’è sparato?</p>



<p class="has-text-align-center">Non mi dire. Poveretto.</p>



<p class="has-text-align-center">E di Gianni? L’avrai letto.</p>



<p class="has-text-align-center">Indagato. S’è impiccato.</p>



<p class="has-text-align-center">Non sapevo stavo fuori.</p>



<p class="has-text-align-center">Quando torni son dolori.</p>



<p class="has-text-align-center">Anche Franco ci ha lasciato.</p>



<p class="has-text-align-center">E sua moglie poverella</p>



<p class="has-text-align-center">ti ricordi di Fiorella?</p>



<p class="has-text-align-center">Sì lo so ma come andò?</p>



<p class="has-text-align-center">Un tumore alla mammella.</p>



<p class="has-text-align-center">Vivi solo?</p>



<p class="has-text-align-center">Ho una compagna</p>



<p class="has-text-align-center">abitiamo in campagna.</p>



<p class="has-text-align-center">Senti una sera</p>



<p class="has-text-align-center">vieni da noi.</p>



<p class="has-text-align-center">Alla buona</p>



<p class="has-text-align-center">porta chi vuoi.</p>



<p class="has-text-align-center">Va bene ti chiamo.</p>



<p class="has-text-align-center">son sulla guida.</p>



<p class="has-text-align-center">A presto Roberto.</p>



<p class="has-text-align-center">Mi chiamo Alberto.</p>



<p class="has-text-align-center">Scusa ma certo.</p>



<p class="has-text-align-center">Io Gaetano.</p>



<p class="has-text-align-center">Sì ma il cognome.</p>



<p class="has-text-align-center">Perché non lo sai?</p>



<p class="has-text-align-center">Sì che lo so</p>



<p class="has-text-align-center">stai sulla guida</p>



<p class="has-text-align-center">ti troverò.</p>



<p class="has-text-align-center">*</p>



<p class="has-text-align-center">Che bello</p>



<p class="has-text-align-center">amarsi</p>



<p class="has-text-align-center">quando</p>



<p class="has-text-align-center">non ci si ama più</p>
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		<title>L&#8217;economia dei redpillati</title>
		<link>https://ilnemico.it/leconomia-dei-redpillati/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Vitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Jul 2024 09:29:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tilt]]></category>
		<category><![CDATA[Crypto]]></category>
		<category><![CDATA[Profeta]]></category>
		<category><![CDATA[Redpill]]></category>
		<category><![CDATA[Tardo Capitalismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione profetica del libro "Whoring Economy: la truffa della fuffa", scritto dai ragazzi dell'ascensore di UniBank Group.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>In realtà <em>Whoring economy</em> lo desideravo da tempo, lo avevo sbirciato sul sito dell’editore e dopo una serie di mi piace, l’ho richiesto su Instagram e me l’hanno mandato dopo pochi giorni, e sono sempre più convinto che i libri che adocchio mi piacciano tutti – a loro mi lega un destino viscerale, ne sento l’odore del sangue buono, non è una marchetta, <strong>è un allineamento planetario</strong>. Cosa è <em>Whoring economy</em>? È l’economia delle buttane mi viene da dire, letteralmente. Poi mi interrogo su cosa sia per davvero e su come si possa fare un articolo figo su questo libricino. Potrei pure aggiungere&nbsp; “cazzo” o “fottuto bastardo” ad ogni piè sospinto come fa Carlotta Vagnoli con l’ausilio dei suoi trasgressivi tatuaggi sul culo, nel suo fortunatissimo libro che non leggerò mai ma sbircio alla Feltrinelli del centro, <strong>e che coincide col tramonto di Einaudi. </strong></p>



<p>O Si può fare un elenco di quello che non è o non ha, perché <em>Whoring economy. La truffa della fuffa </em>(Visiogest edizioni) non ha un autore definito (si fanno chiamare “I ragazzi dell’ascensore di Uni Bank Group”), non ha titolo ben definito, non ha trama ben definita. <strong>È scritto nella lingua parlata tra i giovani criptotrader milanesi, infarcito di inglesismi e luoghi comuni</strong>. Concepito come un <em>istant book</em> scandalistico, non  è fatto per durare, ma per evaporare nell’etere ed entraci nei polmoni, nel sangue, come la cocaina. Proiettarci in una sorta di <em>new economy</em> ironica ed accelerazionista. Pare stampato in una copisteria del tribunale dall’appuntato tal dei tali di origine terrona, e rifilato all’editore, o a qualche giornale o sito scandalistico.</p>



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<p>È un libro che butta tutto al cesso, ora che è venuta l’ora di liberarsi di tutto, pure delle recensioni, proprio adesso che milioni di persone scrivono recensioni e danno pareri e commenti e feedback su tutto. L’unica alternativa è infarcire sia le recensioni che le stroncature del proprio ego, spudoratamente, come faccio io in questo momento. <em>Whoring economy. La truffa della fuffa</em> non è uno di quei libri “scomodi” di cui forse si parla poco nei salotti letterari, ma<strong> è un’apoteosi di questi giorni perduti nel lato oscuro del capitalismo</strong>, tra un frammento di intercettazione destinata magari a Fabrizio Corona (che in una sua story lo ha definito verità pura) e Heidegger. <strong>Libricini così sono difficili da consigliare, perché ogni volta che ne scrivi sembra un po&#8217; di fare il bugiardino dei medicinali,</strong> e promuovere l’editore o chi lo ha scritto, perché sono pericolosi al punto giusto, hanno un timer, come una bomba ad orologeria, per fare fuori tutto, pure gli articoli che ne parlano, se ne scrivi viene fuori quasi sempre il solito articolo pedagogico con la parola “postmoderno”, ho dovuto riscrivere tre volte questo pezzo per cercare di farvi capire qualcosa poi ci ho rinunciato.</p>



<p>In <em>Whoring economy</em> non c’è nulla da capire, è una sorta di presa in giro dell’ironia da parte della verità, <strong>sono assolutamente convinto che il tentativo sia quello di generare nel lettore una crisi depressiva</strong>, inutile descrivere, chiarire, proclamare, si rischia l’inghippo di fare la morale a questo libro. L’indizio che si può dare è che il protagonista è impegnato a dare vita alla sua azienda-scatola-vuota, una masterclass che spiega come diventare ricchi con i soliti corsi online, spingendo i suoi stessi corsisti a diventare azionisti e poi ad allargare il giro. L’obbiettivo è di sparire con i soldi dopo aver attuato questo schema Ponzi redpillato. Tra le prede del protagonista i figli annoiati, ormai trenta-quarantenni, dell’élite finanziaria, mantenuti con i soldi dei genitori, privilegiati che osservano cinici e disincantati, come entomologi, la società intorno a loro.  <strong>In sottofondo sembrano scorrere i sani valori borghesi di una volta, riverbero di nonni e genitori, ormai ridotti a finanziarie i loro sogni capricciosi e pretestuosi, come quello di produrre un film nerd sul fantacalcio. </strong></p>



<p>Il libro è scritto come una lunga intercettazione, ai fini di un’indagine per truffa riportata dalla guardia di finanza. <strong>Ne viene fuori un universo nero, amorale, tragicomico e materialista, in cui tutto sembra in vendita e nessuno se lo compra, col protagonista pronto allo schianto dopo il collaudo</strong>. Ironia, sesso,&nbsp; fatalismo snob, e una lingua libera dai peli del culo del politicamente corretto, e quindi dal giro radical della narrativa italiana. Dagospia ma con un master alla bocconi. <em>Whoring economy. La truffa della fuffa </em>è <strong>un docufighetto che allagherà la tua stanza di sangue e sperma, vangelo mascherato da menzogna</strong>. Un verismo filosofico da Carmelo Bene all’ultima spiaggia, da <em>Amici miei</em> senza scherzi, da <em>American psycho</em> senza Patrick Bateman, terrazza sentimento senza sentimento, e bla bla bla ho finito le formulette, ma il libro ne ha tante da offrire al posto mio.</p>



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<p>Se hai avuto un minimo di ambizione, ti colpisce duro, perché sei pure tu uno dei ragazzi di Uni Bank Group, siamo in fondo tutti un po&#8217; nella <em>Whoring economy</em>.<strong> L’ascensore sociale si è forse incastrato pure per te, ed il libro può aiutarti a capire il tuo livello di frustrazione, crack finanziario, crollo sentimentale, sconfitta sociale.</strong> Il testo è scritto come un lunga chat, altri frammenti sembrano appunti diaristici in un&nbsp; block notes sul Mac. Questo libricino lo ritroveranno i neoumani un giorno, sotto la calotta artica. Barbaro e futurista, il convitato di pietra del Profeta lo approva in toto, lettura d’obbligo. Ora che è passata di moda pure questa guerra vi tocca compralo per intrattenervi questa estate, e rubare qualche frase per i post su IG.&nbsp;</p>
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		<title>Donne che amano gli uomini che odiano le donne</title>
		<link>https://ilnemico.it/840-2/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Vitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Jun 2024 16:46:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Contraddizioni]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Tilt]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[Megan Boni]]></category>
		<category><![CDATA[patriarcato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Analisi del testo di Looking for a man in finance, rèclame sentimentale in apparente contraddizione, che fa vibrare le orecchie e i cuori della nuova generazione femminile; grido disperato che foraggia il sogno reazionario dell’uomo cacciatore (o squalo della finanza è la stessa cosa) proprio mentre se ne dovrebbe iniziare a celebrare la scomparsa.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong><em>Looking for a man in finance</em>.</strong> È iniziato come uno scherzo quello di Megan Boni, meglio conosciuta come @girl_on_couch, ventisettenne newyorkese. Il 30 aprile pubblica su Tiktok un testo a cappella, che recita così: «<strong>I’m looking for a man in finance. Trust fund. 6 ft 5″. Blue eyes. Finance</strong>» (Cerco un uomo che lavori nella finanza. Fondo fiduciario. 1,90 cm. Occhi azzurri. Finanza). Poteva finire lì, e invece no, l’appello della “creator” a realizzare una base per il suo testo viene accolto positivamente: nel giro di pochi giorni alcuni utenti remixano la strofa, che viene ricondivisa milioni di volte, complici influencer vari, fino a catturare l’attenzione di David Guetta, che ne arrangia la versione divenuta celebre, rendendola un tormentone, <strong>probabilmente la canzone che ci ammorberà quest’estate.</strong> Ma come è potuto accadere? Mezzo secolo di lotte femministe, rivendicazioni, manifestazioni, assemblee universitarie, seminari di bioetica, slogan, capelli blu, il corpo è mio lo gestisco io, criminalizzazioni del maschio eterobasico e alla fine il contenuto che fa il giro degli iphone delle ragazzine di mezzo mondo è quello <strong>che reclama un uomo alto 1 metro e 90 e che lavori in finanza?</strong> </p>



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<p>Le vie della viralità sono infinite, ma non sono mai casuali: tutto ciò che l’algoritmo premia deve intercettare uno <em>zeitgeist</em>, un’urgenza diffusa, qualcosa che abbia a che fare con l’inconscio della vita pubblica. Ce lo vorrebbe spiegare la stessa Megan Boni, ormai cantante suo malgrado (ha firmato con la Universal Music), che in un’intervista rilasciata alla BBC dichiara: «volevo solo prendere un po’ in giro le ragazze che come me si lamentano di essere single ma poi hanno una lista di bisogni impossibili». Questa è la versione ufficiale, quella che giustifica tutto e rende l’intera operazione in fin dei conti pacifica e consolatoria. È la versione cosciente dell’autrice, scritta sulla carta velina della paura di una gogna mediatica al femminile, talmente debole e sottile che risulta facilissimo vederne in controluce il contenuto latente, quello che non si può sostenere, perché rivelerebbe alle donne il principale nemico del femminismo, e cioè loro stesse, o almeno quella parte di loro che, tutto sommato,<strong> il patriarcato lo rimpiange.</strong> </p>



<p>Ormai è chiaro che la parte più visibile della società, dal secondo dopoguerra in poi, si sta spontaneamente scrollando di dosso un sistema patriarcale grottesco e obsoleto, almeno da quando le donne sono entrate a tutti gli effetti nel mondo professionale, con qualche gap che però va mitigandosi. Nessun uomo sente più l’obbligo di dirsi maschilista: <strong>gli svantaggi di una simile dichiarazione hanno superato di gran lunga i vantaggi</strong>. Dalla riprovazione sociale all’impossibilità economica di mantenere un’altra persona e insieme il proprio status, dai doveri insostenibili di una virilità che ha fatto il suo corso alla fine dell’epoca bellica, gli uomini sono l’ultimo problema di chi lotta contro il sistema patriarcale, un sistema che nel maschio trova il soggetto più a disagio, e se alcuni elementi residuali ad esso ancora si richiamano grottescamente, ne confermano l’eccezione. La parabola di questo brano, invece, fa pensare che tra le donne, sotterraneamente, inconsciamente, <strong>venga covata ancora la nostalgia per l’uomo in grado di tutelarle sul piano economico</strong>, di conferire loro sicurezza, anche fisica (cercasi 1,90cm di altezza), benessere per sé e per la propria prole nel mondo grande e terribile. Un istinto (questo sì, basico) di sopravvivenza che contraddice un secolo di lotte femministe e di progressismo proprio nel momento storico in cui queste lotte sembrano essere culturalmente, mediaticamente più battagliere e vincenti. Questa canzone è un grido disperato di una generazione di ragazze che foraggiano il sogno reazionario dell’uomo cacciatore (o squalo della finanza è la stessa cosa) proprio mentre hanno finito di ucciderlo, è anche la riprova che spesso le idee sono solo idee, giuste o sbagliate che siano, e prima di esse c’è invece la vita, con i suoi richiami ancestrali, <strong>con le sue paure ataviche</strong>, che intervengono come a voler ristabilire un ordine archetipico tra i sessi. </p>



<p>È un’ingiustizia, un’oscenità, una volgarità soprattutto, ma, questa volta, è una parte, sicuramente non la maggioranza, <strong>ma una parte delle donne a esserne l’artefice</strong>, compiendo tra l’altro indirettamente quella stessa discriminazione e quel <em>body shaming</em> di cui si dicono vittime a loro volta. Sul cadavere del maschio caduto, le donne danzano al ritmo di <em>Looking for a man in finance</em>: una specie di rito di riesumazione, di risurrezione dei corpi. Alti almeno 1 metro e 90, si spera, altrimenti niente.</p>
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		<title>Perché Gramsci va di moda a destra?</title>
		<link>https://ilnemico.it/perche-gramsci-va-di-moda-a-destra/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Vitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Jun 2024 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA['900 in fiamme]]></category>
		<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Intellighenzia]]></category>
		<category><![CDATA[Propaganda]]></category>
		<category><![CDATA[egemonia]]></category>
		<category><![CDATA[Gramsci]]></category>
		<category><![CDATA[Meloni]]></category>
		<category><![CDATA[Rai]]></category>
		<category><![CDATA[Sangiuliano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lottizzazione o “Egemonia culturale”? A cosa punta la destra al potere? Riprendiamo il concetto di egemonia in Gramsci.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>A cosa tende esattamente il tema dell’egemonia culturale agitato fin dai primi momenti dalle destre che hanno preso il potere istituzionale? Esse puntano a&nbsp;contendere alle sinistre sconfitte&nbsp; anche il cosiddetto «soft power» della cultura&nbsp; per consolidare il consenso, oppure intendono ridefinire con questa formula&nbsp;il proprio perimetro culturale e <strong>procedere a una risemantizzazione (che vada al di là del termine&nbsp;<em>nazione</em>&nbsp;ripetuto a ritmo di&nbsp;<em>rap</em>&nbsp;dalla Premier) del proprio apparato ideologico troppo legato all’alone postfascista?</strong> È solo un mezzo o ha in sé un fine, un progetto più generale, di pensiero, per riplasmare la società e la cultura?</p>



<p>La domanda può anche essere formulata in altro modo. Il termine e concetto di&nbsp;<em>egemonia</em>&nbsp;costantemente brandito&nbsp;<em>anche</em>&nbsp;dalla destra, è un&nbsp;falso scopo&nbsp;di ragionamenti alti e di allusioni a un pensatore del campo ideologico opposto &#8211; Gramsci &#8211; per nascondere&nbsp;semplicemente la volontà di conquista di&nbsp;<em>casematte</em>&nbsp;in cui gli egemoni di prima&nbsp;lo hanno finora esercitato, e cioè innanzitutto <strong>occupare la RAI quale formidabile infrastruttura dove piazzare uomini fidati</strong> e, a seguire, i posti nel sottogoverno ministeriale, nelle aziende pubbliche o parapubbliche, nelle direzioni dei musei, negli istituti culturali all’estero, nelle sovrintendenze ai beni artistici, nelle fiere del libro ecc&#8230;? <strong>O c’è&nbsp;invece un progetto più sottile di conquista e mantenimento del potere, come il concetto di egemonia ha nella originaria formulazione gramsciana?</strong></p>



<p>E per quale ragione il termine&nbsp;molto più complesso di&nbsp;<em>egemonia</em>, in quella formulazione, viene connotato dalla&nbsp;destra meloniana&nbsp;dal solo aggettivo esplicativo&nbsp;<em>culturale</em>? Nella presupposizione, certo non infondata e&nbsp;necessaria, ma insufficiente, <strong>che chi controlla i presìdi&nbsp;culturali controlla le menti, e dunque il consenso politico-elettorale?</strong></p>



<p>In verità, dalle prime mosse viste in questo anno e mezzo, probabilmente si tratta di un gigantesco&nbsp;<em>rubamazzetto,</em>&nbsp;ossia della <strong>semplice sottrazione agli avversari di un buon numero di poltrone da costoro occupate in passato</strong> (anche in maniera sfrontata e in contrasto ai propri ideali di eguaglianza o di semplice «pari opportunità»), in una interpretazione tutta casereccia dello&nbsp;<em>spoils</em>&nbsp;<em>system</em>&nbsp;anglosassone, fatto che ha avuto già le sue prime evidenze con le acquisizioni a favore della compagine governativa del MAXXI di Roma, affidato al guizzante e colto Alessandro Giuli e della Biennale di Venezia, assegnata alla presidenza di Pietrangelo Buttafuoco.</p>



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<p><strong>Sembrerebbe di trovarci pertanto nell’ambito di una contro-lottizzazione</strong> più che di un probabile <em>turn</em> <em>around</em> con il quale cambiare termini e modi di una nuova <em>forma</em> <em>mentis</em> collettiva più consona non tanto ai voltaggi mentali dei vincitori ma a un cambio di paradigma che rompa gli steccati e chiuda per sempre col Novecento.</p>



<p><br>La <em>semplice</em> lottizzazione non necessita di evocare chissà quali scenari intellettuali, infatti. Si fa, e poi la «si difende» nei <em>talk</em> televisivi dicendo che <strong>quella che facciamo noi si chiama erotismo e quella che fanno gli altri pornografia</strong>. (Ciò vale, <em>ça</em> <em>va sans dire</em>, anche per quelli che hanno gestito l’apparato televisivo nelle <em>casematte</em> del terzo canale fino all’arrivo della destra più pronunciata, quella meloniana, nella stanza dei bottoni televisivi che già con Edoardo Sylos Labini, non certo uomo di sinistra, ma vera e propria quinta colonna, ha cominciato a innalzare, non senza un certo equilibrio, nel santuario televisivo della sinistra, i santini ritenuti propri: Guareschi, Marinetti, Mazzini ecc.).</p>



<p>La lottizzazione, ricordo, fu il termine coniato ai tempi della riforma Rai del 1975 dal compianto Alberto Ronchey, ed ebbe il consenso della maggior forza di opposizione,  il PCI, visto che con la creazione della terza rete nel 1979 si concesse  l’ingresso nella televisione pubblica – fino a quel momento saldamente in mano a democristiani e socialisti – anche ai comunisti  (che vi piazzarono tutta o quasi la redazione di “Paese Sera” e “Unità”). <strong>Ciò fu possibile innanzitutto «privatizzando» di fatto la RAI</strong>, che da Ente Pubblico fu trasformata giuridicamente in SpA, transitando quindi dal diritto amministrativo sotto il dominio del diritto privato e avendo per effetto diretto anche se non immediato l’abolizione del concorso pubblico fino a quel momento necessario per entrare negli organici statali e parastatali. Ciò rese la lottizzazione più sfrontata e libera da riserve e pudori rendendo giuridicamente possibile e alla luce del sole le chiamate dei propri quadri, <em>intuitu</em> <em>personae</em>, fino a quel momento avvenute in maniera finta e dissimulata, dietro le quinte. Enrico Vaime, sornione ed elegante programmista RAI dell’epoca precedente, ricordava a tal proposito: «Sono entrato in Rai tanti anni fa, con un concorso pubblico. Entrarono con me Liliana Cavani, Giuliana Berlinguer, Francesca Sanvitale, Carlo Fuscagni, Giovanni Mariotti, Leardo Castellani. A quel punto hanno capito che era rischioso e non ne hanno fatti più». (“Corriere della Sera”, 21 marzo 2021). Pertanto se si volesse davvero combattere la lottizzazione, il ripristino dei concorsi pubblici per l’accesso in Rai, che il regime giuridico privatistico consente di eludere ma non proibisce di indirli (restando dopotutto pubblico il capitale costitutivo della SpA Rai), potrebbe essere un segnale di moralizzazione dell’ambiente e di autentica svolta, o comunque un tentativo di risolvere alla radice, selezionando <strong>meritocraticamente</strong>, almeno l’apparato dei tecnici e degli intellettuali, giornalisti e programmisti. Ciò che avrebbe dovuto fare la sinistra comunista nel 1979! Ma è pura utopia mi rendo conto che ciò accada oggi. E tuttavia…</p>



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<p><strong>Poniamo, riprendendo il quesito iniziale, che non si tratti di semplice lottizzazione, che invece ci sia qualcosa di più nella visione delle destre attuali, e soprattutto di quella largamente maggioritaria del partito della Premier</strong> (“Forza Italia” essendo troppo legata secondo la formula di Massimiliano Panarari alla <em>egemonia</em> <em>sottoculturale</em> del non meno redditizio, sotto il profilo dei consensi, <em>pop</em> televisivo), ossia una piattaforma ragionata di allargamento della propria base culturale e della propria <em>costituency</em>  ideologica, da offrire sulla falsariga proprio del pensiero di Gramsci ai propri «intellettuali organici», per una nuova strategia egemonica. Ebbene, se così fosse occorrerebbe a mio avviso, per puro scrupolo di indagine, «vedere il piatto» al fine di appurare se c’è qualche segnale, di cui non saprei definire esattamente il grado di sincerità o di strumentale doppiezza, nell’impianto della nuova «narrazione», oppure, come per il discorso sullo strombazzato «merito» –  fino ad ora posto semplicemente in maniera  nominalistica -, c’è solo un&#8217;etichetta vuota.</p>



<p>Per esempio il fatto che il concetto di <em>egemonia</em> sia stato formulato da Gramsci ha portato il Ministro della Cultura Sangiuliano ad attenzionare la figura del pensatore sardo, non ultimo manifestando nel gennaio scorso alla direzione della clinica “Quisisana” di Roma – dove il leader comunista s’è spento nel 1937 – l’intenzione di apporvi una targa commemorativa. Ciò non deve sorprendere. Sembrerebbe in corso all’interno della cultura di destra un desiderio di intraprendere percorsi nuovi, al di là dei consumati e invecchiati nomi di Papini, Prezzolini, Tolkien (a cui hanno «già dato» con la prima e subitanea mostra allestita alla GAM), un proposito, non ancora ben definito ma già avviato, sembra, <strong>di ricostruire una <em>nuova</em> <em>genealogia</em>, un <em>nuovo</em> <em>Pantheon</em> con i nomi p.e. di Giambattista Vico o Cesare Pavese</strong> (ciò soprattutto ad opera dell’intellettuale di punta Marcello Veneziani), di mettere in sordina  le parole-talismano con le maiuscole della propria tradizione culturale <em>d’antan</em> di Mito, Sacro, Tradizione, Origine, Razza, Misticismo, Esoterismo, Culto dell’Eroe, Evola, i Templari, i Cavalieri Teutonici, il Medioevo ma anche la «smania del campeggio sportivo» come la chiamava Furio Jesi nel suo famoso (spero) saggio sulla cultura di destra.</p>



<p><br><strong>Anche perché appare evidente in queste prospezioni nuove che questa destra sia giunta al potere con un armamentario ideologico (sovranismo, anti-immigrazionismo, atlantismo debole, ecc.) buono nel momento dell’ascesa ma non totalmente spendibile nella fase concreta del governo che impone un guardingo realismo.</strong></p>



<p>Ma se è questa l’intenzione vera, poniamo di recuperare <em>anche</em> Gramsci, occorre dire che tale concetto di <em>egemonia</em> non solo <em>culturale</em> va meglio delineato. In ogni caso può essere una buona occasione questa per capire esattamente <strong>di cosa si sta parlando, quando si parla di <em>egemonia</em></strong>, ripercorrendo sinteticamente l’originaria formulazione di questo fondamentale concetto, la cui elaborazione in Gramsci fu lunga e parecchio articolata.</p>



<p>Occorre subito dire che tale formulazione risale nella sua forma compiuta al periodo dei “Quaderni del carcere” (1929-1937) cioè al periodo che segue la sconfitta e l’imprigionamento del leader comunista. Quella dell’egemonia, è una <em>riformulazione</em> <em>più raffinata e meditata dei meccanismi da attuare per la  presa del</em> <em>potere</em>.</p>



<p><br>Nel periodo precarcerario Gramsci infatti ragionava in tutt’altri termini, più <em>tellurici</em>, e cioè: di <em>spirito</em> <em>di</em> <em>scissione</em> (di origine soreliana), e di <em>subisso</em> <em>apocalittico</em>, di <em>rottura</em> <em>fondamentale</em>  (leggi: rivoluzione), e prediceva con toni duri e ultimativi che se tutto ciò non fosse riuscito «a collocare la classe operaia nelle coscienze delle moltitudini e nella realtà politica delle istituzioni di governo, […]  il nostro paese sarà il centro di un <em>maelstrom</em> che trascinerà nei suoi vortici tutta la civiltà europea», (art. “Previsioni” in “Avanti!” ed.torinese 19 ott. 1920). Infine indicava il programma della classe operaia in questi termini: «sistema soviettista invece che Parlamento nell’organizzazione statale, comunismo e non capitalismo nella organizzazione dell’economia nazionale e internazionale». (“L’Ordine Nuovo”, 1° settembre 1924).</p>



<p>Insomma l’accento del Gramsci precarcerario sembrava essere posto <strong>più sulla forza tellurica e gnostico-salvifica della rivoluzione</strong> (“subisso apocalittico”, “frattura fondamentale”) che sul lento processo <em>molecolare</em> (aggettivo molto gramsciano) che invece il concetto di <em>egemonia</em> (<em>politico-sociale</em> oltre che <em>culturale</em>) perora e presuppone. Non sto dicendo che il Gramsci dei “Quaderni” non fosse più un comunista (tutt’altro, esponeva forti tratti totalitari secondo Del Noce), ma c’è chi, come Giuseppe Vacca, avanza l’ipotesi di un Gramsci approdato a una “Costituente” e che fosse giunto <strong>a una concezione più <em>soft</em>, liberaldemocratica, della sua proposta politica</strong>, ma che in questa fase del suo pensiero, restando fermo il suo obiettivo politico, rifletteva sulla modalità con cui perseguirlo, in cui è contemplata la <em>forza</em> verso gli avversari e il <em>consenso</em> verso gli alleati. Augusto Del Noce, a tal proposito, in <em>Il suicidio</em> <em>della</em> <em>rivoluzione</em> lo ha definito «il più liberale tra gli eredi del marx-leninismo» e il «più umano dei comunisti» e aggiunge che nella sua visione permangono «il massimo della tensione rivoluzionaria e il massimo del moderatismo». Per altro verso Lucio Colletti in <em>Tra marxismo e no</em> sarà scettico e icastico: «Il pluralismo, il pluripartitismo, l’avvicendamento di maggioranza e minoranza, il governo parlamentare e tutto il resto, in Gramsci non ci sono. Il tema dell&#8217;”egemonia” in Gramsci non significa nulla di tutto questo. E meno che mai significa superamento o abbandono della “dittatura del proletariato” di Lenin» ( p. 181).</p>



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<p>Ma tornando al Gramsci precarcerario, non ancora teorico dell’egemonia, il&nbsp;<em>massimalismo</em>&nbsp;del «biennio rosso» ’19-’20 o dei «quattro anni» secondo l’interpretazione di Nenni – «settarismo» o anche «diciannovismo» verrà chiamato in seguito –&nbsp; aveva procurato una reazione furibonda nel campo avverso (padronato ed&nbsp;<em>establishment</em>&nbsp;monarchico-istituzionale) determinando secondo la nota tesi di Angelo Tasca l’esplosione del fascismo che ancora nelle elezioni del ’19 era uscito sconfitto, tanto che lo stesso Gramsci riconobbe in seguito in un articolo del 1924: «Fummo, senza volerlo, un aspetto della dissoluzione generale della società italiana». (“L’Ordine nuovo” 15 marzo 1924).</p>



<p><strong>Visti questi antecedenti, una nuova «narrazione» o se volete un nuovo «discorso sul metodo» si annunciava e si imponeva dunque con l’elaborazione del concetto, più raffinato e sapiente, di <em>egemonia</em></strong>. Concetto che non è sempre agevole ricostruire nelle sue formulazioni e soprattutto nelle sue tante implicazioni, anche con il sussidio del vecchio studio dello storico delle idee Perry Anderson in un saggio del 1976 nella “New Left Review” intitolato “The antinomies of Antonio Gramsci” o la riflessione partecipata e sanzionatoria di Augusto Del Noce (un marxista britannico e un cattolico conservatore italiano). A costoro preferisco la sintesi che ne fa lo storico delle idee Donald Sassoon nel suo ricco, dotto e brillante <em>Cento anni di</em> <em>socialismo</em> (Editori Riuniti, 1991).</p>



<p>Premetto per chi non ha voglia o tempo per inoltrarsi nelle tre paginette seguenti una sintesi F<em>or</em> <em>Dummies</em>. Orbene, Gramsci elabora il concetto di egemonia come la somma di due concetti che egli già osserva nel nostro Risorgimento (ossia nella strategia di Cavour <em>vs</em> Mazzini), ossia: <em><strong>dominio</strong></em><strong> con l’uso della <em>forza</em> verso gli avversari e <em>direzione</em> ricorrendo al <em>consenso</em> verso gli alleati</strong>. Inoltre, mutuando il linguaggio della Prima Guerra Mondiale, alla quale non partecipò per le note ragioni fisiche, Gramsci dice: non è più tempo di <em>guerra</em> <em>di</em> <em>movimento</em> o <em>di</em> <em>manovra</em> alludendo sia alle tradizionali guerre napoleoniche per esempio, ma anche sottotraccia alle <em>rivoluzioni</em> <em>politiche</em> come quella del 1870 in Francia o nel 1917 in Russia che prendono con la violenza lo Stato. <strong>Ora nel mondo occidentale tra gli insorti e lo Stato si è installata una forte Società Civile che rende più stringente la strategia di una <em>guerra</em> <em>di</em> <em>posizione</em> e di conquista progressiva di <em>casamatte</em></strong>. Qui strategici sì, sono gli <em>intellettuali organici</em>, i quali hanno una funzione di base equivalente, si passi il termine, a quella dei sacerdoti nella Chiesa cattolica, destinati a diffondere il verbo e a elaborare e rafforzare il <em>consenso</em> nelle <em>casamatte</em> della società civile. Consenso ovviamente <em>razionale</em> e non <em>manipolato</em>, e qui molte insidie si nascondono nella nostra società massmediata. Ma una cosa per Gramsci è fondamentale, e cioè che un «gruppo sociale… <strong>deve essere dirigente già prima di conquistare il potere governativo (è questa una delle condizioni principali per la stessa conquista del potere); dopo, quando esercita il potere e anche se lo tiene fortemente in pugno, diventa dominante ma deve continuare a essere anche “dirigente</strong>“». Altrimenti si avrebbe una dittatura senza egemonia, una semplice applicazione della <em>forza</em>, si suppone con il ricorso ad apparati repressivi polizieschi, che sembra difficile immaginare possa durare nelle nostre articolate, complesse e interdipendenti società occidentali.</p>



<p>A seguire pertanto, per i volenterosi, la&nbsp;brillante sintesi di Sassoon a sussidio della nostra vacillante memoria e come suggerimento a chi ha solo orecchiato un concetto così denso e complesso quale quello di&nbsp;<em>egemonia</em>&nbsp;in Gramsci.</p>



<p>«E impossibile in poche pagine fare giustizia della complessità del pensiero di Gramsci. È senza dubbio il più sofisticato teorico marxista della politica nel periodo tra le due guerre. Inoltre, le particolari condizioni in cui scrisse le sue opere del carcere, la paura di incorrere nella censura, il fatto di scrivere senza la certezza di essere letto, la sua salute precaria – rendono le sue frasi sparse piuttosto difficili da decodificare e interpretare, specialmente perché non è sempre coerente nella terminologia. Qui noi possiamo mettere a fuoco solo un aspetto centrale del suo pensiero: come il suo contemporaneo Otto Bauer, <strong>Gramsci fu un teorico della sconfitta del movimento operaio nel periodo successivo al 1918, quando l’Europa borghese fu &#8220;ricomposta&#8221;</strong>».</p>



<p><br>Il suo punto di partenza fu questo: l’assalto diretto allo Stato che aveva costituito l’aspetto primario della lotta bolscevica nell’ottobre del 1917 non era un’opzione praticabile per quelli che operavano in Occidente. Lenin aveva accennato a questo già nel marzo del 1918:</p>



<p><strong>«la rivoluzione socialista mondiale non può cominciare nei paesi avanzati così facilmente come è cominciata la rivoluzione in Russia, nel paese di Nicola e di Rasputin».</strong></p>



<p>Lenin</p>



<p>Gramsci riteneva che una forte società civile avviluppasse lo Stato in Occidente e lo proteggesse. La società civile, «almeno per ciò che riguarda gli Stati più avanzati», era diventata una «struttura molto complessa e resistente alle “irruzioni” catastrofiche dell’elemento economico immediato (crisi, depressioni, ecc.)». In Oriente (cioè in Russia), lo Stato era tutto, la società civile era primordiale e gelatinosa; nell’Occidente tra Stato e società civile c’era un giusto rapporto e nel tremolio dello Stato si scorgeva subito una robusta struttura della società civile. Lo Stato era solo una trincea avanzata, dietro cui stava una robusta catena di fortezze e di casematte; più o meno, da Stato a Stato, si capisce, ma questo appunto domandava un’accurata ricognizione di carattere nazionale. [Parole di Gramsci] Conta poco che Gramsci sbagliasse nel considerare la società civile russa «primordiale e gelatinosa». Quello che importa è la distinzione da lui fatta tra lo Stato in senso stretto – «una trincea esterna» – e il complesso sistema che risulta dall’accumulazione di consuetudini e tradizioni, convenzioni e costumi, dall’intrecciarsi di livelli di relazioni tra i gruppi di élite («quelli che dirigono») e la massa frammentata della popolazione («quelli che sono diretti»). <strong>Il potere non risiede in un’unica stanza dei bottoni che, una volta presa d’assalto, mette a disposizione tutti i meccanismi necessari.</strong></p>



<p><br>Coloro che sono formalmente al comando esercitano un potere reale, <strong>ma sono essi stessi soggetti a molteplici costrizioni che non svaniscono d’un tratto appena i precedenti detentori del potere vengono rimossi. </strong>Da un capo all’altro della società civile ciascuno ha ruoli e funzioni, quelli cruciali essendo appannaggio di un vero e proprio esercito di intermediari il cui compito consiste nell’organizzare il lavoro, la cultura, la religione e il tempo libero (Gramsci chiamava questi – impropriamente – gli «intellettuali»).</p>



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<p><br>La cattura ideologica di questo gruppo è centrale per la conquista del potere. Nessun sistema sociale complesso può sopravvivere o essere edificato senza di loro. <strong>Essi sono gli educatori, i giornalisti, il clero, i comunicatori, gli artisti, i pubblicitari, i disseminatori della cultura popolare, i quadri tecnici, ecc. In altre parole, tutti quelli che traducono, modificano e adattano e, perciò, costantemente alterano le idee dominanti e accettate sull’ordine esistente in modo che possano essere capite, interiorizzate e accolte da tutti</strong>. In questo modo ciò che è storicamente determinato e quindi transeunte appare giusto, naturale ed eterno. Questi funzionari «intellettuali» definiscono quello che è normale e quindi quello che è «deviante»; essi distinguono l’accettabile dall’inaccettabile in tutti i campi, compresi la produzione e il lavoro, la vita quotidiana e il «senso comune». E poiché ognuno è, almeno in qualche circostanza, un «educatore» o un «organizzatore» in questo senso gramsciano, ognuno è, in certa misura, un «intellettuale». <strong>La socializzazione reciproca è l’occupazione di tutti gli esseri umani.</strong></p>



<p><strong><br></strong>Se questo è vero, allora ne segue (a costo di dilatare il concetto del «politico» fino a includere la vita quotidiana) che quelli che cercano di stabilire un ordine sociale completamente nuovo non possono limitarsi alla «politica» nel vecchio senso – cioè la determinazione delle tattiche e delle strategie politiche richieste per <strong>assalire la cittadella dello Stato</strong> (in senso stretto).</p>



<p><br>I compiti sono molto più impegnativi. Essi richiedono lo stabilirsi di un nuovo tipo di consenso. Tuttavia il consenso non va inteso come qualcosa di statico, ma come un campo di battaglia in cui varie concezioni costantemente rivaleggiano tra loro. <strong>Per conseguire l’egemonia, è necessario essere la forza dominante su questo campo di battaglia.</strong></p>



<p><br>Ciò che Gramsci chiamava la «guerra di movimento o di manovra» era l’assalto alla cittadella dello Stato (in senso stretto), come nelle rivoluzioni del 1848 (che sfociarono nella sconfitta dei rivoluzionari) e dell’ottobre 1917. Egli considerava un testo particolare, <em>Lo sciopero generale</em> di Rosa Luxemburg (1906), come «uno dei documenti più significativi della teorizzazione della guerra manovrata applicata all’arte politica». Ma l’encomio finiva qui, perché Gramsci continuava stigmatizzando la strategia luxemburghiana dello sciopero di massa rivoluzionario come <strong>una forma di ferreo determinismo economico in questi termini</strong>: una crisi economica produce un fenomeno (lo sciopero) che «in un lampo» getta lo scompiglio tra i nemici, fa sì che essi perdano la fiducia nel futuro, mette in condizione di organizzare le proprie truppe, di creare i quadri necessari e di conseguire la necessaria concentrazione ideologica sul comune obiettivo da raggiungere. Questo, secondo Gramsci, è soltanto «misticismo storico, l’aspettativa di una sorta di illuminazione miracolosa».</p>



<p><br>Se Gramsci fosse un critico attendibile del pamphlet della Luxemburg c’interessa poco in questa sede. <strong>Quello che importa è il netto rifiuto della guerra di movimento come strategia per la conquista del potere.</strong> Una guerra del genere è al massimo una tattica da usarsi se e quando necessario, e che, in ogni caso, mette in grado di conquistare «posizioni non decisive». La via maestra per il potere richiede una strategia differente: la guerra di posizione. Questa «domanda enormi sacrifizi a masse sterminate di popolazione» (è, in altre parole, un evento di massa di lungo termine): «è necessaria una concentrazione inaudita dell’egemonia… la guerra di posizione, una volta vinta, è decisiva definitivamente».</p>



<p>In un altro quaderno Gramsci sottolineava che un «gruppo sociale… deve essere dirigente già prima di conquistare il potere governativo (è questa una delle condizioni principali per la stessa conquista del potere); dopo, quando esercita il potere e anche se lo tiene fortemente in pugno, diventa dominante ma deve continuare a essere anche “dirigente”». Questo può essere interpretato come una prescrizione cronologica: <strong>in primo luogo si richiede una sufficiente egemonia per impadronirsi della macchina dello Stato; in secondo luogo l’effettiva presa del potere; quindi il consolidamento egemonico</strong>.</p>



<p><br>Altrove, tuttavia, Gramsci ha scritto: «La verità è che non si può scegliere la forma di guerra che si vuole, a meno di avere subito una superiorità schiacciante sul nemico». <strong>Ne segue che in realtà il «momento» della conquista dello Stato è esattamente questo: solo un momento in un processo rivoluzionario.</strong> Paradossalmente, prendere il potere nel momento sbagliato può causare la sconfitta nel lungo termine. Ciò che conta più di tutto è un’accurata conoscenza del nemico, poiché in politica (cioè nella guerra di posizione) «l’assedio è reciproco». Anche il nemico combatte una guerra di posizione in ciò che è una «rivoluzione passiva» – vale a dire la modificazione graduale del suo proprio sistema di potere attraverso la riorganizzazione dell’egemonia. Questa riorganizzazione è ottenuta attraverso modificazioni molecolari che in realtà modificano progressivamente la composizione precedente delle forze e quindi diventano matrice di nuove modificazioni».</p>



<p>Così, secondo il modo di vedere di Gramsci, il Risorgimento italiano fu vinto dai moderati (Camillo Cavour e il Piemonte) perché Cavour, adottando i principi della guerra di posizione, comprese non solo il suo proprio ruolo, ma anche quello del suo oppositore, Giuseppe Mazzini, che, al contrario, non pare fosse consapevole del suo e di quello del Cavour. <strong>Cavour fu capace di assorbire elementi del campo mazziniano modificando la sua strategia e ottenendo il sostegno internazionale</strong>. La sua superiorità non si basava soltanto su una maggiore comprensione della situazione nazionale, ma anche dei rapporti di forza internazionali (nella misura in cui l’unificazione italiana fu resa possibile dal gioco politico reciproco delle potenze europee) e del fatto che, dopo il 1848, l’Europa era entrata in un periodo in cui la guerra di movimento avrebbe portato solo alla sconfitta.</p>



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<p>È importante capire che questo tipo di analisi regge purché si vada al di là delle metafore militari che permeavano il discorso di Gramsci. Esse sembrano suggerire che sia tutto nelle mani dello stratega superiore visto come una sorta di «uomo del destino», in grado di dare forma agli eventi più o meno a suo piacimento anche se all’interno di determinati limiti storici. È vero che Gramsci analizzò il fascismo nei termini dell’intervento di un «uomo del destino» (Mussolini). <strong>Ma egli vedeva Mussolini come il risultato di un particolare rapporto di forze (nel caso italiano, la forma assunta dalla crisi politica fu una paralisi del parlamento), che richiedeva una soluzione per «sbloccare» il sistema – in questo caso, una soluzione «extraparlamentare».</strong></p>



<p><strong><br></strong>Il fascismo era la forma assunta in Italia dalla «rivoluzione passiva» come risultato della crisi postbellica. L’ascesa di Mussolini era la prova della debolezza del sistema di governo italiano. <strong>Ma era l’intero sistema capitalistico che stava subendo una «rivoluzione passiva», una riorganizzazione del potere resa necessaria dalle esigenze del passaggio dal «vecchio individualismo economico», cioè il <em>laissez-faire</em>, all’«economia programmatica», vale dire il capitalismo amministrato.</strong></p>



<p><br>Gramsci usò le sue categorie fondamentali per analizzare lo sviluppo del capitalismo americano (<em>Americanismo e fordismo</em>). La posizione economica propizia dell’America veniva fatta risalire all’assenza di un passato feudale e alla sua conseguente «razionale composizione demografica». Essa si avvantaggiava del fatto di <strong>non avere numerose classi prive di funzione essenziale nel mondo della produzione – cioè classi puramente parassitarie costituite di aristocratici, di coloro che vivono di rendita e dei loro innumerevoli faccendieri</strong>. La «tradizione» europea, la «civiltà» europea, era al contrario caratterizzata precisamente dall’esistenza di classi simili, create dalla «ricchezza e dalla complessità della storia passata».</p>



<p><strong>Poiché non è «gravata da questa cappa di piombo», l’egemonia negli Stati Uniti «nasce nella fabbrica e non ha bisogno per esercitarsi che di una quantità minima di intermediari professionali della politica e dell’ideologia».</strong> Gli alti salari caratteristici della produzione fordista costituiscono il mezzo «ideologico per ottenere la complicità dei lavoratori». E forse in questo passaggio, più che altrove, che si può sentire la materialità del concetto gramsciano di egemonia: essa è molto più che una semplice questione di propaganda e di instillazione delle idee «giuste», una sorta di incessante lavaggio del cervello globale. <strong>Essa è qualcosa che comprende le condizioni di esistenza, come un tenore di vita desiderabile, o anche lo sviluppo di una «forza-lavoro specializzata e ben articolata».</strong></p>



<p><strong><br></strong>Dove il contributo di Gramsci è stato poco innovativo è <strong>nella concezione del partito</strong>: avendo esteso il concetto di egemonia ben al di là della vecchia nozione leninista della battaglia ideologica, egli assegnò al partito compiti che un’organizzazione del genere era semplicemente inadatta a svolgere. Il vecchio partito leninista doveva essere l’avanguardia della rivoluzione.</p>



<p><br>Il vecchio partito socialdemocratico (kautskiano) doveva attendere il momento della crisi del capitalismo. Ma il partito di Gramsci aveva un compito molto più formidabile: <strong>esso doveva costruire un nuovo Stato in senso lato</strong>. Toccò al successore di Gramsci, Togliatti, nelle condizioni molto più favorevoli dell’Italia del dopoguerra, quando era stata reinstaurata la democrazia, tentare di costruire un partito nuovo, un nuovo partito di massa, meglio equipaggiato dal punto di vista organizzativo e ideologico, sia di quello leninista che del vecchio partito operaista della Spd. Gramsci aveva spiegato quali dovevano essere i compiti di questo partito, di questo «nuovo principe» (nel senso machiavelliano). <strong>Ma non fornì indicazioni intorno a cosa esso sarebbe dovuto essere</strong>. Esistono, naturalmente, passaggi nei suoi scritti in cui il termine «partito» viene usato in modo vago (ad esempio un giornale può essere un «partito»), ma interpretandolo in questo modo, il concetto diventa così generico da essere praticamente privo di significato, oppure esso implode nel suo contrario: i compiti della rivoluzione non possono appartenere a un partito o a dei partiti, ma vengono trasferiti a una molteplicità di terreni e di lotte. Una tale interpretazione, così sovversiva del concetto leninista di partito, è possibile e legittima; ma non appartiene al Gramsci storico.</p>



<p><br>Il merito centrale di questo Gramsci (se si può parlare di «centralità» a proposito di un pensiero così diffuso) è che, non diversamente da Otto Bauer, egli abbandona il dilemma «riforme o rivoluzione» nell’unico modo possibile: andando al di là. <strong>Il concetto di rivoluzione può riferirsi sia alla conquista del potere dello Stato, sia all’intero processo di transizione da una società a un’altra.</strong></p>



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		<title>Anche un po&#8217; meno azzurro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Vitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 May 2024 12:02:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Stroncature]]></category>
		<category><![CDATA[filippo barbagallo]]></category>
		<category><![CDATA[troppo azzurro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«Levati di mezzo e facci vedere il film» diceva Dino Risi a Nanni Moretti. Levati di mezzo e basta viene da dire di fronte all’esordio alla regia di Barbagallo, onnipresente sullo schermo, in un lungometraggio autoreferenziale, alle prese con una rimasticata sindrome di Peter Pan e un disagio che vorrebbe ricordarci Troisi ma ce lo fa solo rimpiangere. L’ennesimo film prodotto in deficit con i soldi pubblici. </p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Possibile che la sindrome di Peter Pan faccia ancora danni? Quanti ne avremo visti, sul grande schermo, di giovani che non vogliono crescere, incerti sul futuro ma prima ancora su loro stessi, raccontati da registi convinti di aver qualcosa di importante e magari di spiritoso da dire? Della sindrome di Peter Pan se ne parlava già quarant’anni fa (il film dell’ex componente con Lello Arena de la “Smorfia” di Troisi Enzo Decaro, “Io Peter Pan”, che riassumeva già nel titolo un certo andazzo, è del 1989) e in questi decenni nulla sembra sia cambiato. Siamo sempre lì, il (giovane) cinema italiano è sempre lì, a cincischiare con film una volta etichettati “due camere e cucina”, miseramente autoreferenziali, cioè, chiusi in una prospettiva la cui apertura assomiglia molto a quella di una pinzetta…</p>



<p><em><strong>Troppo</strong> azzurro </em>di Filippo <strong>Barbagallo</strong> proprio a questa specie appartiene, e non voglio nemmeno chiedermi se il fatto di essere il figlio di quell’Angelo storicamente legato (prima della separazione) a Nanni Moretti nel segno della Sacher Film, abbia giocato un qualche ruolo per la genesi di questo film “scritto, diretto e interpretato” dal regista romano meno che trentenne, in scena praticamente dall’inizio alla fine.</p>



<h2 class="wp-block-heading">«Levati di mezzo e facci vedere un po’ il film». </h2>



<p>Così, col solito senso dello spirito, Dino Risi rimproverava proprio Nanni Moretti, colpevole ai suoi occhi di occupare fisicamente col suo ego strabordante troppo spazio. Risi, maestro del sarcasmo fatto commedia, apparteneva alla generazione del “diretto da”; Moretti invece, a quella di “un film di”. Registi e autori. Un mondo di differenza. La grande scuola classica americana (meno si vede la mano del regista e meglio è) e quella europea, codificata in Francia da quella famosa “teoria degli autori” che tirando una riga tra “buoni” e “cattivi”, praticamente imponeva di sostenere un brutto film se era “d’autore” e consentiva di maltrattarlo se il regista “autore” non era.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



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<p>Per il suo esordio, intitolato <em>Troppo azzurro</em>, Filippo Barbagallo, per fortuna, non ha scelto la dicitura “un film di”, optando per quella di “scritto, diretto e interpretato da”. Sarebbe stato obiettivamente troppo. Anche perché se nel caso di Moretti, fin da quel <em>Io sono un autarchico</em> di quasi cinquant’anni fa, si capiva fin troppo bene quale fosse il suo “mondo”, quali le sue (allora spesso condivisibili) antipatie e nevrosi, quali le sue capacità di dar voce a una generazione postsessantottina polemica con certo cinema “commerciale” (o “scemo”, per dirla con lo stesso Moretti) ma anche allo stesso tempo con la ridicola seriosità di certo cinema “impegnato”, in questo <em>Troppo azzurro</em> si capisce che il mondo di Barbagallo tanto “mondo” (con le sue coordinate, le sue attrattive) proprio non è. Quella del giovane Dario è piuttosto una balbettante, inconcludente anticamera a un’età adulta molto di là da venire, l’ennesima (più che romanzesca, romanesca) versione appunto dell’eterno modello Peter Pan, la cui incapacità di prendere decisioni, nel suo caso specifico, si direbbero da addebitarsi al troppo amore dei genitori. Come analisi sociologica non proprio il massimo dell’originalità…</p>



<p>Ma al di là della storia e di una sceneggiatura di carta velina e incurante dello straniamento provocato da snodi narrativi decisamente forzati (valga per tutti la ragazza partita e non seguita da Dario come lei avrebbe voluto a Rimini che lui incredibilmente ritrova a casa del suo migliore amico dove si presenta con una nuova fiamma per una cena imbarazzante da tutti i punti di vista), a procurare maggior danno al film (e il sospetto era già venuto guardando il trailer) è proprio l’eccessiva presenza di Barbagallo attore, praticamente sempre in mezzo come il Moretti di Risi, privo di sussulti morettiani, perennemente impegnato in una gamma di smorfie e di disagi che magari vorrebbe recare memoria degli imbarazzi di un Troisi, ma riesce però solo a farne avvertire ancor più la mancanza. Un’iperpresenza di natura semi-fumettistica concepita forse per sopperire alla povertà di una storia convenzionale, ma che finisce per avvilire anche il lavoro degli altri interpreti, tra cui anche un Valerio Mastandrea in “partecipazione amichevole”, nella parte di un padre anche troppo affettuoso.</p>



<p>“Io penso troppo” dice Dario a un certo punto all’amico Sandro, il quale gli ribatte “no, troppo poco”. Ecco, vien da pensare davvero che abbia ragione Sandro, che il tutto il film sia stato pensato troppo poco. E ancora meno lo abbia fatto – ma questa purtroppo non è certo una novità – chi al Ministero dei beni culturali (il cui logo suona solo teoricamente come bollino di garanzia) ha deciso di sostenere con soldi pubblici il film. &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>
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		<title>Castrarne uno per assolverne cento. L’assist al patriarcato delle Eterobasiche</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Vitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 May 2024 15:03:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Contraddizioni]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Con Romanzo di un maschio, pubblicato dalla ormai moribonda Einaudi – che con la collana Stile Libero diretta da Paolo Repetti si sta avviando al tramonto – le Eterobasiche (creator in cerca di culturalwashing) criticano il maschio bianco in modo talmente spicciolo e banale, talmente stereotipato, da riuscire in un colpo solo ad assolvere tutti i maschi, e a rinforzare il loro stereotipo. Il primo libro che riesce a fare il contrario di ciò che si propone, un capolavoro al rovescio</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Non ho mai scritto recensioni. <strong>Ho cominciato il libro delle signorine Eterobasiche con la speranza di poter ridere durante un mio viaggio di un’ora e venti passando per il casello di Carisio.</strong> Si intitola <em>Romanzo di un Maschio</em> (Einaudi Stile Libero) che suona quasi come un romanzo criminale. Il libro delle ragazze romane però è una notizia importante, motivo per cui questo articolo spero esca dopo la chiusura della borsa di Milano. La narrazione è costruita sulle colonne della vita dei Maschi Bianchi Cisgender Etero Basici, legati da un unico filo ariano: le vacanze estive a Mykonos. Il tutto è un pot-pourri di battute scadute («<em>Borsa di Michel Kors e stivali texani fino al ginocchio»; «È finita la pacchia»; «Spero tanto che la mia prossima fidanzata sappia cucinare, non ne posso più di donne handicappate»</em>) e scadenti («<em>Avevo detto a mia sorella, Silvia, di acchittarsi decentemente, almeno per stasera, e invece s’è dovuta vestire di nuovo da lesbica»; «&#8230;due tette giganti…»; «Lo sapevo che non dovevo fidarmi di una persona che pesa più di novanta chili»;</em>) confezionate da un piattume linguistico camuffato da linguaggio di strada (<em>«Le vedo belle imbenzinate, e se continuiamo a lavorarcele come stiamo facendo potrebbero pure regalarci un limone lesbo»; «Le ragazze vanno lì a scroccare cocktail, mercificando il proprio corpo e facendosi foto mezze nude sui motorini»; «Credo sia un ragionamento giusto e credo anche che sia davvero bello che esistano ancora persone cosi al mondo»)</em>, meta-battute <em>(nazifemminista asociale e brufolosa, buonismo di sinistra) </em>e buzzwords (<em>se la chillano; gaslighting, body positivity</em>) surgelate, pronte ad essere riscaldate all’occasione, per poi servirci questa zuppa agghiacciante di pressapochismo. </p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>La scrittura risente infatti di questa tensione tra il linguaggio scarno e simil underground trasmesso dalle autrici e l’infiocchettamento da parte di un plotone di editor boomer con la passione per il post-strutturalismo, che finisce per produrre una prosa del tutto innaturale, artificiosa, ingessata. I luoghi comuni ricorrenti della narrazione maschioeterobasica sono piegati alle finalità del discorso, alla morale sottointesa del libro, quindi non hanno spontaneità, sono sistematici, quindi noiosissimi, perché non stupiscono più.</p>
</blockquote>



<p>Il romanzo è colmo di riferimenti culturali attuali, quindi già vecchi, ma anche di atteggiamenti ormai demodé: vediamo questi maschi interrogarsi sulle scie chimiche oppure alle prese con il tentativo di arricchirsi con le criptovalute. Ragazze, poi le O-Bag e le Hogan si prendevano in giro quando Igli Tare giocava ancora nella Lazio. Ne è passata di acqua sotto al Tevere, no?</p>



<p>Chi sono le Eterobasiche? Le ragazze sono simpatiche il tempo di una birra, ma non vedo la necessità di scrivere un libro in cui sono state raccolte storie da ricreazione scolastica o prodotti figli di Facebook che andavano in voga nel 2013 assieme ai post “Scopri che fiore della bassa padana sei”. Sembra la brutta copia di una sceneggiatura verdoniana, prodotto della parentesi temporale che loro stesse perculano.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="653" height="1024" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/05/978880626242HIG-653x1024.jpeg" alt="" class="wp-image-596" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/05/978880626242HIG-653x1024.jpeg 653w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/05/978880626242HIG-191x300.jpeg 191w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/05/978880626242HIG-768x1203.jpeg 768w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/05/978880626242HIG-980x1536.jpeg 980w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/05/978880626242HIG.jpeg 1000w" sizes="(max-width: 653px) 100vw, 653px" /></figure>
</div>


<p>Una figura a loro particolarmente cara è quella della ragazza che tra maschi si mischia, quella che ha interessi che metti nella cartelletta blu. Quali precisamente poi, non saprei dire. Per esempio, si vantano con fierezza di ruttare durante le dirette nella piazza-Instagram, ma ruttare è cosa da tutti, solo che alcuni hanno la decenza di svolgere la propria attività gastro-intestinale nella solitudine domestica. Le parolacce, altro articolo fondante della Costituzione eterobasica, escono sia da rigonfiate labbra maschili che da quelle barbute femminili e poi usare esattamente il sostantivo “parolaccia” per come spesso mi è capitato di sentirle dire è un po’ come quando alla quarta elementare abbiamo letto per la prima volta la parola “sesso”. Per usare un linguaggio da E-Toro Basiche, il turpiloquio è come l’anale: è piacevole solo se fatto poco e bene. Anche la bestemmia, grazie al Signore, è assente di genere sia nel mittente, sia nel destinatario. «Noi andiamo a vedere la Lazio in Curva Nord» dichiarano sempre con una certa fierezza. </p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Le ragazze in curva ci sono sempre state, ma pochi ricordano Susanna e Luisa che negli anni ’70 cantavano «Eravamo lì per la curva e il Toro, per far casino come loro». Erano altri tempi e le donne – la cui emancipazione passa sicuramente anche per lo stadio – non potevano far nascere una campagna di sensibilizzazione social solo perché qualcuna aveva ricevuto uno sguardo di qualche grado più ammiccante del solito o perché l’operaio le aveva fatto catcalling. Non potevano neanche scegliere se andare in vacanza con un orso o con un uomo, una vera barbarie.</p>
</blockquote>



<p>E poi in un’altra intervista: «Ci piacerebbe essere maschi, però non siamo mai accettate dal gruppo». «Vamo allo stadio, famo i maschi, diciamo le parolacce»… avanguardia pura. «La gente non è abituata a vedere donne che si comportano da uomini». L’umanità è mediocre, Valeria. La maggioranza delle donne non è superiore né inferiore alla maggioranza degli uomini. Esse sono uguali. Tutte e due meritano lo stesso disprezzo. Mi auguro quanto meno che i prossimi reels, partnership con brand di creme e altre adv suscitino grazie a voi delle eroine simili a quella magnifica Caterina Sforza che, mentre sosteneva l’assedio della sua città, vedendo dall’alto delle mura il nemico minacciare la vita di suo figlio per obbligarla ad arrendersi, mostrando eroicamente il proprio sesso, gridò: «Ammazzatelo pure! Mi rimane lo stampo per farne degli altri!». Io me la immagino Cleopatra che beve sette IPA e due shots di vodka prima di incontrare l’ufficio stampa di Giulio Cesare o Giovanna d’Arco che con molto savoir-faire fa una gara di rutti con François Le Criminelle. Non Erinni, o Amazzoni, non Semiramide, Giovanna Hachette, Giuditta, Carlotta Corday o Messalina, la libertà a cui aspirano le eterobasiche è quella di poter far schifo come gli uomini, che va benissimo, ma forse ci aspettavamo qualcosa in più da 150 anni di alfabetizzazione.  </p>



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<p>Incapsulate tra due sessi, le EB sembrano soltanto in crisi di identità almeno quanto il maschio che criticano, ed è forse questa crisi che muove il loro gioco di appropriazione culturale e di decostruzione spicciola. Forse invece è solo un’invidia del pene che le porta a vivisezionarlo, o viceversa una vivisezione che alla fine le ha portate ad invidiarlo. <strong>Non lo sapremo mai, sicuramente però c’è una carenza di idee sul maschio che non siano quelle che il maschio già dice di sé, e insieme l’assenza di un elemento disturbante, tant’è che questa critica da femmine a maschi bianchi viene presa con leggerezza dagli ultimi, che non la vedono mai come una minaccia, ma come una caricatura che potrebbero farsi e che si fanno da soli, quindi anche un po’ come un’assoluzione. </strong>Alle donne, invece, confermerà i loro di pregiudizi sui maschi, compiacendole, e tutto rimarrà come prima. Perché le eterobasiche riproducono il già detto del discorso maschile, quando l’unica cosa interessante di ogni discorso è il nondetto. Salvo poi fare la solita morale sulla prigione degli stereotipi che però non risolve nulla, perché rinunciare a uno stereotipo per abbracciarne un altro, quello dei nonetero nonbasici, è appunto una nonsoluzione. </p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Tant’è infatti che tutta questa pantomima ha già stufato in primis le due autrici, intrappolate nei loro personaggi, motivo per cui stanno tentando in tutti i modi di uscire dal loro format e darsi un tono autoriale – da scrittrici, domani magari da conduttrici o da capi ultras. </p>
</blockquote>



<p>Valeria e Maria Chiara sono alla ricerca di quel riconoscimento che in Italia inevitabilmente passa per la pubblicazione di un libro. Cosa per altro molto basica, essendo che solo nel 2022 sono stati pubblicati 86.174 libri con una tiratura di più di 198 milioni di copie per una popolazione di 60 milioni. Al netto dei biglietti dello stadio, della birra e dei Gratta e Vinci, quanti soldi vuoi che ci rimangano per i libri? Sono calcoli e statistiche che le nostre voyeuriste del sesso maschile dovevano sapere, essendo la statistica anch’essa una materia da maschio basic che studia economia. <strong>Fai un figurone se passi poi per Einaudi sancendo forse il definitivo declino della casa editrice stessa e al contempo confermando che a volte innovazione equivale a distruzione.</strong> Il viaggio continua in una sala del Salone del Libro di Torino e così l’iter dell’intellettuale da discount è compiuto. Maggior ragione – come loro stesse hanno dichiarato – se si immaginano un futuro più da autrici che da influencer.</p>



<p>Incontriamoci piuttosto nella Curva Nord dell’Inter, con una birra in ogni mano, dopo aver scommesso sui cavalli, ma non in una sala conferenze, non alla presentazione di un libro, non in una enoteca di vini naturali che è anche libreria, ma che vende pure magliette fatte rigorosamente con il filo della peluria di un unicorno del segno zodiacale del Sagittario cresciuto tra l’India e il Pakistan.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p> Vi prego, no. Basta gli intellettuali, basta gli scrittori, basta cercare di fare Cultura, basta. Continuate a fare solo quello che vi viene a fare meglio: il Nulla, che non è niente, ma almeno fa ridere e io, la prossima volta, che passerò per il casello di Carisio, voglio ridere, ridere!</p>
</blockquote>
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		<title>Non vogliamo vivere in una smart city</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Vitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 May 2024 14:04:22 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Olocausto digitale]]></category>
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		<category><![CDATA[Situazionismo]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
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		<category><![CDATA[Adam Greenfield]]></category>
		<category><![CDATA[smart city]]></category>
		<category><![CDATA[tecnologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Compendio dei motivi filosofico-esistenziali per cui andrebbe selvaggiamente distrutta qualsiasi interfaccia o dispositivo tecnologico innestato nelle nostre città col pretesto propagandistico di renderle più "smart". </p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><br>Qualcuno diceva che la tecnologia, arrivata a un sufficiente grado di sviluppo, è indistinguibile dalla magia. Circondati da televisori intelligenti, cellulari intelligenti, frigoriferi intelligenti, lavastoviglie intelligenti, macchine intelligenti, abitiamo un mondo che assomiglia sempre di più a un grande gioco di prestigio. A breve anche le città diventeranno integralmente smart. È questo il sogno di tutti quei tecno-ottimisti che pensano di poter risolvere i problemi di grandi e piccoli centri urbani con un’app e di quelle amministrazioni locali che sperano di riscuotere qualche milione di euro dalla Commissione Europea. Nello spazio Schengen, infatti, le giunte comunali fanno a gara per presentare progetti volti a «migliorare la vita urbana attraverso soluzioni integrate più sostenibili». L’Ue si è dimostrata molto generosa sul tema smart city e ha messo a disposizione diversi miliardi in bilancio per quanti si impegnano a ottimizzare le reti e i servizi tramite l’uso di tecnologie digitali. Per smart city si intende una città in cui l’economia, l’ambiente, la mobilità, la cittadinanza e la governance si compenetrano con le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Città efficienti, dunque, tecnologicamente avanzate, verdi e socialmente inclusive oltre che business oriented, capaci di attrarre investimenti e giganti dell’High Tech. È il caso, ad esempio, della partnership avviata tra il colosso IBM, tra i primi sviluppatori di sistemi di raccolta dati e gestione della pubblica amministrazione, e le città di New York, Chicago, Madrid e Genova sui temi della sicurezza urbana, della sanità e dell’energia.</p>



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<p><br>Ad oggi l’utopia delle smart city, almeno qui in Italia, ci ha messo a disposizione monopattini, biciclette e macchine elettriche in sharing, senza per questo elaborare un piano rigoroso sulla viabilità cittadina. Ha dotato le scuole di migliaia di dispositivi elettronici (tablet, computer) per migliorare la didattica, ma le aule e gli istituti rimangono ancora fatiscenti, così pure la didattica non gode di buona salute. Ha progettato i cestini «intelligenti» con microchip che segnalano il livello di immondizia in città che non hanno sistemi efficienti per lo stoccaggio e lo smaltimento dei rifiuti. Ci ha messo a disposizione app culturali per poter monitorare le offerte di cinema, teatri e musei, ma il contenuto dell’offerta è sempre più scadente. Ci fornisce sistemi di identificazione digitale (come SPID) per accedere a tutti i servizi online della Pubblica Amministrazione ma non sfoltisce le procedure burocratiche, invita a scaricare app (come Shelly) per permettere ai residenti di segnalare eventuali problemi di utilità pubblica, scaricando sul cittadino un compito che prima era di competenza istitu189<br>zionale, sostituendo alla manutenzione costante l’intervento a posteriori. La consegna di cibo a domicilio, prima piacevole eccezione domenicale, attraverso l’immediatezza delle piattaforme di delivery oggi è diventata la regola, stravolgendo un intero settore e creando una nuova categoria di lavoratori sfruttati, i rider. Le app di incontri, come Tinder e Grindr, sopperiscono al problema dell’anoressia sociale che affligge le grandi metropoli, alimentandolo.<br>A questi mutamenti che avvengono nella città, se ne aggiungono di più profondi e meno evidenti, come l’installazione di sistemi di sorveglianza reticolari e di riconoscimento biometrico facciale, la georeferenziazione dei consumi e la geolocalizzazione degli utenti: la smart city è un dispositivo di potere che si basa sulla pianificazione integrale della vita cittadina, in cui le infrastrutture dello Stato si incorporano con quelle dei nuovi player (sic!) digitali, opacizzando il confine tra sicurezza e controllo, tra pubblico e privato, tra benefici e svantaggi. L’amministrazione potrà raccogliere e monitorare costantemente i dati degli utenti, sondare gli umori della popolazione, mentre tecnici, consulenti e aziende private potranno offrire tutta una serie di servizi di cui non avevamo mai sentito davvero il bisogno, cambiando consuetudini radicate nel tempo, usi, riti e costumi, standardizzando tutte le città a cui questo modello si applica. Insomma, la smart city non è un’alternativa di sviluppo neutra e necessaria, ma un progetto biopolitico, attuato in partnership con i privati, che si presenta come un destino ineluttabile per quelle città che vogliono concorrere sul mercato attirando investitori.</p>



<p><br>Con la scusa di modernizzare lo spazio urbano e di migliorare la qualità di vita dei residenti, le amministrazioni che si avvalgono degli strumenti messi a disposizione dai colossi del digitale, e viceversa, avviano un processo di pianificazione della città da cui il cittadino è escluso. Non convince infatti l’idea di una smart city che coinvolge i suoi abitanti attraverso consultazioni online, focus group, co-progettazione delle modifiche ai servizi e partecipazione ai processi decisionali attraverso meeting online (tutte cose che già accadevano senza la necessità del medium tecnologico): invero la smart city modifica radicalmente le geometrie del potere, e quindi anche le tecniche del conflitto sociale e della partecipazione politica. Niente più insurrezioni o resistenze contro gli assemblaggi politico-tecnologici, ci limiteremo individualmente ad inviare un feedback negativo a un servizio. Lo dice chiaramente la stessa IBM sul suo sito: l’obiettivo è quello di «andare oltre le decisioni basate sulla politica per rimodellare le città con approfondimenti ottenuti dai dati». Come se la città fosse un faldone di statistiche, grafici e numeri, e non il risultato irripetibile e incalcolabile della vita di una comunità di persone.</p>



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<p>Da dove potrebbe nascere, poi, quella reciproca solidarietà tra gli uomini, necessaria per l’insurrezione (o per qualsiasi rivendicazione politica), se nella comunità in cui essi convivono ogni interazio191<br>ne è mediata da un’app o da un medium tecnologico? La mediazione di uno strumento tecnologico riduce l’interazione umana al semplice compiersi di una funzione. Nel modo più efficiente possibile. Una video-conferenza s’interrompe una volta che si è esaurito l’argomento del giorno. Un rider va per la sua strada non appena ha consegnato il pacco di cui non conosce nemmeno il contenuto. Un sistema efficiente di trasporti, poi, significa la possibilità di suddividere la propria vita in più luoghi all’interno della città, e dunque la minore probabilità di doverli condividere con le stesse persone, e che con quelle stesse persone nasca una qualche sorta di solidarietà. Nei quartieri operai non c’era modo di non incontrare i propri colleghi, di non condividerci qualcosa che andasse oltre il lavoro; oggi invece nelle metropoli sempre più smart, sempre più efficienti, è un miracolo se due colleghi si incrociano di sfuggita in metro. Tutto ciò non è privo di conseguenze, non rende semplicemente più fluida e scorrevole ed efficiente la vita in città. Basti pensare a chi mai sciopererebbe per tutelare un collega ingiustamente licenziato se lo ha conosciuto solo su Zoom? O a come difendere, uniti, un quartiere da un piano regolatore aggressivo (che lo voglia spazzar via al fine di una «grande opera», per esempio, o che ne voglia sfruttare cinicamente il potenziale turistico-economico) se con i propri vicini non si condivide altro che il codice postale? Le città vivono delle comunità che le abitano. Queste comunità non nascono da una convenienza di interessi o dalla solidarietà nel compimento di un’opera, ma sorgono negli interstizi dell’efficienza, nei momenti morti, nel prender fiato, nella pausa, nel gioco, nelle ricreazioni, quando non si è uniti da alcuna finalità, ma precisamente dall’assenza di qualsiasi scopo. Non è un caso che per le nuove megalopoli smart progettate per l’Arabia Saudita l’autocrazia al governo non abbia previsto la costruzione di alcuna piazza, ma solo di lunghi viali a scorrimento veloce. Temono, più d’ogni altra cosa, il potenziale sovversivo e sodalizzante di un semplice luogo d’incontro, e costruiscono di conseguenza città che lo rendano impossibile.</p>



<p><br>È chiaro quindi che la smart city impone per sua natura una deterritorializzazione del potere, che opera senza più un centro ma in una logica di network, dove pubblico e privato si compenetrano e si scambiano stock di informazioni, strumenti, analisi, previsioni, ma dove le varie possibilità di esistenza sono dettate direttamente da soggetti privati, dai giganti dell’Hi-Tech soprattutto, che proponendo soluzioni e prestazioni, finiscono per amministrare le nuove forme di socialità, le nuove abitudini di consumo, uniformando gli stili di vita attraverso tante piccole soft law, istituendo un canone identico in ogni latitudine, che oltre a estromettere tutti gli analfabeti tecnologici, quindi i poveri e gli anziani, non lascia alla città la libera espressione delle sue forze vive e del suo genio particolare. La cittadinanza assiste da spettatrice, a volte entusiasta, altre volte indifferente, sicuramente impotente al divenire cyborg della città.<br>A renderci sospetta questa pianificazione, tra l’altro, è il modello implicito che promuove, una morfologia esistenziale che ha molte più affinità con lo stile di vita nordico, scandinavo e anglosassone che non con quello mediterraneo, latino e orientale. Le città del Sud, votate a una certa informalità nel loro sviluppo, a uno spontaneismo nell’auto-organizzazione e a una scarsa articolazione della «società civile» (quindi l’esatto opposto della smart citizenship) sono considerate «deviate» e in ritardo nella graduatoria delle città più intelligenti, stabilita in Italia al PA Forum con il nome di ICity Rank, un elenco che invita le amministrazioni comunali a concorrere nel raggiungimento di tutti gli standard della smart city. Nella classifica italiana, ad esempio, tra le prime dieci città «più smart», neanche una si trova a Sud di Firenze. Stiamo parlando di un modello esogeno alla nostra varietà urbanistica, culturale e antropologica, che qualsiasi amministrazione dovrebbe rifiutare, un modello top-down, calato dall’alto, che offre soluzioni identiche su scala planetaria, con qualche piccola variazione, e che obbliga le città a rinunciare ai loro antichi retaggi, al vivaio di simboli che custodiscono, a tutte quelle pratiche condivise che, sebbene contrarie ai valori dell’efficienza, della produttività e dell’innovazione, sono proprie del popolo che le esprime.</p>



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<p>Per un eccesso di provincialismo siamo indotti ad accogliere con gratitudine tutte le utopie (e le cianfrusaglie annesse) che ci vengono spacciate da oltre confine, specie da Oltreoceano, e celebriamo<br>un po’ per cieca fede, un po’ per pigrizia, l’adeguatezza della tecnologia prima di valutare nel concreto le conseguenze del suo operato, persuasi che per amministrare una città bastino una manciata di statistiche, indicatori, monopattini e telecamere: persuasi che bastino delle soluzioni. Ma amministrare una città non vuol dire pianificare, organizzare, costruire e connettere un agglomerato urbano di cemento e acciaio nel modo più efficiente possibile, non vuol dire risolvere la vita delle persone, la città non è un riformatorio, non è un centro di recupero, non è un istituto correzionale, una casa di riposo o un carcere. Amministrare significa auscultare il corpo sociale della città, il cui metabolismo è iscritto nel suo tessuto genetico, storico, culturale, e fare in modo che possa dispiegarsi secondo le sue inclinazioni. Di fronte a questo tessuto dalla trama diversa in ogni luogo, il modello smart city appare come un’irruzione, una scelta di sviluppo che minaccia la sua spontaneità, ossia le espressioni caratteristiche dei suoi abitanti, gli attori protagonisti del grande teatro cittadino che danno forma agli edifici a cui poi finiscono per assomigliare, che intrattengono un dialogo, e non solo delle transazioni, con lo spazio in cui dimorano. Nella città cyborg il cittadino è ridotto a utente-utilizzatore, perennemente disponibile alla sua profilazione all’interno del database di una metropoli cablata, una città che diventa un network di risoluzione di problemi spesso irrilevanti e che al contempo ne camuffa di più profondi e ne genera una coda lunga infinita sui temi della sorveglianza, del controllo, della privacy, della standardizzazione antropologica.<br>Noi non vogliamo vivere in queste giungle di monitor e di silicio, sapendo con precisione l’istante in cui arriveremo da un punto A a un punto B, non è l’arrivare puntuali in ufficio che stabilisce la felicità di un popolo, non è un’intelligenza solo razionale quella che può presiedere alla vita di una città, e regolarne il tempo, non è dal bilancio del suo rendimento economico che potremo valutarne la vivibilità. Alla visibilità dei centri storici da vetrina preferiamo il loro passato buio, pericoloso e inaccessibile. All’efficienza dell’ottimizzazione del percorso casa-lavoro svolta da un’app cinese, preferiamo l’entusiasmo immotivato di perdersi in un luogo ancora sconosciuto. Perché una città è qualcosa di più della somma dei suoi ospedali, tribunali, viadotti, scuole e parchi, assomiglia a uno stato d’animo, a una lingua. E nessuna lingua viene inventata da un vocabolario, ma è il vocabolario che la trova tra i parlanti e la trascrive. La lingua precede ed eccede il vocabolario, così come una città non si fa con un libretto di istruzioni, né si monta come un tavolo di Ikea: per quanto perfetta sarà la mappa disegnata dai cartografi dell’impero essa sarà sempre infedele. Perché la città ha «regole assurde, prospettive ingannevoli», come dice Calvino, e di essa non si godono «le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda». Qualsiasi smart city, alla stessa domanda, fornirà sempre la stessa risposta.</p>



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		<title>Rai civil war</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Vitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 May 2024 13:05:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Impolitica]]></category>
		<category><![CDATA[governo Meloni]]></category>
		<category><![CDATA[Rai]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Rai è la «Siberia della mente», prolungamento della politica con altri mezzi, apparato gattopardesco per eccellenza, dove tutto cambia perché nulla cambi</p>
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<p><strong>Che il governo Meloni fosse partito col piede sbagliato, sulla RAI, lo si era capito già un anno fa, con l’inizio della penosa sceneggiata riguardante Carlo Fuortes</strong>; oggi gli strafalcioni continuano grazie a un cast che non perde occasione per dimostrarsi in forma olimpica: un amministratore delegato, Roberto Sergio, già messosi in evidenza per aver fatto leggere alla fidata Mara Venier una lettera imbarazzata a seguito del caso Ghali e del suo “stop al genocidio” a un Festival di Sanremo rovinato dalla “scarpata&#8221; pubblicitaria esibita da John Travolta; non contento, dopo il recente pasticciaccio Scurati, è arrivato ad adombrare oscure manovre ostili provenienti dalla stessa RAI di cui sarebbe comandante in capo, quasi in fotocopia con le parole pronunciate giusto un annetto fa da Fuortes alla vigilia delle dimissioni: “Sulla carica da me ricoperta e sulla mia persona si è aperto uno scontro politico che contribuisce a indebolire la Rai e il Servizio pubblico”). Accanto a Fuortes, anzi, meglio, sulla stessa poltrona per due, un direttore Generale RAI Corporate nonché responsabile ad interim della Direzione Diritti sportivi come Giampaolo Rossi, uno che passa per intellettuale prediletto della Meloni, uno che andava in giro cianciando di elmetti da indossare, fucili da imbracciare e guerre da combattere in nome della libertà  e che aspetta solo la scadenza del mandato del cda (questa estate) per prendere il comando dell’azienda; in più, a contorno, tutta una serie di comprimari specialisti nel creare prima disastri gestionali e subito dopo comunicativi, a cominciare da questo Paolo Corsini, capo degli approfondimenti, sbugiardato in Commissione Vigilanza sulla cancellazione del contributo di Scurati al programma “Che sarà…” (Raitre) dallo stesso Sergio: nessun costo eccessivo (1800 euro invece di 1500, era stata la versione fatta circolare), l’intervento dello scrittore era a titolo gratuito, legato a una (oscura) promozione, è stato lui a rinunciare (boh). Quello che si è capito fin troppo bene è solo una cosa: <strong>a generare tanto panico è stata una parola, famigerata: “censura”.</strong> Al punto che per scacciarne l’ombra (no, noi no, anzi), Sergio è arrivato ad annunciare sempre durante la sua audizione in Commissione vigilanza, la partenza del programma di Roberto Saviano, la cui soppressione era stata motivata nel luglio scorso (dallo stesso Sergio!) come <em>una scelta “aziendale e non politica”.</em></p>



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<p><strong>La dilettantesca gestione del “caso” Scurati (un caso sia detto forzato fin dall’inizio da un testo che con la motivazione formale di ricordare il delitto Matteotti si risolveva di fatto in un attacco fuori squadra diretto alla Meloni </strong>(la strumentalizzazione di Matteotti è passata praticamente inosservata), risolta lì per lì dalla stessa presidente del consiglio che tra imbarazzi, balbettamenti e silenzi personali decideva infine di pubblicare il testo incriminato sul proprio profilo social, è stata solo l’ultima conferma del caos interno in atto nell’azienda televisiva di Stato. Un caos dove l’intensità del fuoco (amico e nemico) è pari solo alla sprovvedutezza degli interpreti, sfociato ora in una vera e propria guerra civile con lo sciopero indetto dall’USIGRAI (l’indifendibile sindacato interno dei giornalisti) per la prima volta parato o forse meglio deviato in corner (Tg1 e Tg2 sono andati in qualche modo in onda). <strong>Un clima di accuse, veleni e sospetti penetrato e diffuso tra Saxa Rubra e viale Mazzini come mai accaduto prima d’ora</strong>, e che il direttore generale Rossi (sì, quello dei fucili e dell’elmetto) ha pensato bene di acuire agitando minacce di morte avanzate via social…</p>



<p>In questo festival dell’inadeguatezza e dell’incultura, gli inquilini governativi possono contare però su alleati formidabili ancorché involontari. Sono le forze (ma sarebbe più giusto dire le debolezze) d’opposizione, lanciatesi negli ultimi tempi in una sarabanda di accuse contro i nuovi occupanti provenienti da destra, come se finora la RAI fosse stata la casa di cristallo del pensiero pluralista, il santo laboratorio delle idee libere, il tempio dei compensi trasparenti. <strong>In questo clima, “censura” è appunto la parola magica: agitata con fin troppa facilità dal mondo intellettuale “progressista” in nome dell’antifascismo e accuratamente evitata da un partito, Fratelli d’Italia, che dal fascismo non riesce a prendere le distanze, </strong>proprio come il PCI di qualche decennio con l’Unione Sovietica.</p>



<p>Più di trent’anni sono passati da quando, all’indomani di Tangentopoli, il verbo più coniugato dai partiti (oggi letteralmente scomparso dal vocabolario politico) era “delottizzare”, e già questo basterebbe da solo a impedire di prendere sul serio sia la RAI che la nostra intera classe politica, la quale non solo non ha delottizzato un accidente, ma addirittura, con la verticistica riforma voluta da Renzi, ha consegnato nella realtà la gestione dell’ente direttamente al governo, dando paradossalmente seguito &#8211; ma in senso opposto a quello perennemente invocato &#8211; a quel famoso quanto ridicolo “Fuori i partiti dalla RAI” capace solo di denotare ipocrisia in chi ancora ha il coraggio di pronunciarlo.</p>



<p><strong>La RAI come “Siberia della mente”, </strong>per usare un’espressione cara a Wyndham Lewis, come centro immoto della nostra vita sociale, <strong>come maldestra prolunga della politica, come oscillante termometro del potere.</strong> Il famoso “carro” evocato da Bruno Barilli su cui tutti voglion sempre salire, ormai abituati ad avvicinamenti, cambi di casacca e strategici salti da un partito all’altro. Ma anche come fossa mortale in cui tutti scivolano, compreso il Movimento cinque stelle che si può dire (auto)certificò la propria fine proprio adeguandosi miseramente alla riforma Renzi fino a pochi mesi prima tanto contestata. Una scelta politica degna anticipatrice del suicidio collettivo stile lemmini ideato e guidato poi dopo da Di Maio in epoca Draghi…</p>



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<p>Pochi giorni fa, in Commissione vigilanza, Sergio è tornato, si diceva, sul caso Scurati; senza nulla chiarire (ci mancherebbe), ma annunciando un’altra lettera, stavolta “silenziosa” (Venier free, cioè), spedita a Serena Bortone, la conduttrice del programma che denunciando la “censura” ai danni di Scurati, aveva azionato il tristo tourbillon mediatico-pubblicitario. A suo carico, non una contestazione ma – attenzione &#8211; “un avvio di contestazione”, una “richiesta di chiarimenti” che è fin troppo facile immaginare non porterà a nessun chiarimento. Così come a nulla porteranno le “azioni civili” intraprese contro l’agenzia di John Travolta e la società produttrice delle scarpe da lui pubblicizzate in quel di Sanremo.</p>



<p>Niente lettere invece a Bruna Vespa, il giornalista-collaboratore esterno che tutto decide internamente, in vista del confronto prossimo venturo Meloni-Schlein. Lì non c’è nemmeno bisogno di dir nulla. La Schlein ha detto di aver accettato di giocare in trasferta, ma senza calcolare che in RAI solo una dimensione ha sempre contato, quella di cui Bruno Vespa è il più perfetto dei maggiordomi, quella partitica. E il fatto che Sergio continui a ripetere che è importante non subirne i condizionamenti, ne è solo la comica conferma…&nbsp;</p>
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