L’Occidente è malato e tanti sostengono che l’agente patogeno abbia un nome e un cognome, una moglie asiatica, un patrimonio da 250 miliardi di dollari e dei capelli che gli invidio tantissimo: Mark Zuckerberg. Io, invece, lo ritengo un benefattore. Per almeno cinque motivi. Dal meno al più importante: 1. ha sdoganato la prassi che vestirsi sempre uguale sia misura di civiltà e non sciatteria; 2. ha popolato la mia giornata di video di armadilli che fanno la pallina quando s’impauriscono che oltre a intenerirmi mi hanno suggerito una proficua strategia per le situazioni di tensione; 3. ha contribuito a istituire come modello di bellezza il thigh gap che io e Kylie Jenner, fortunelli, deteniamo per natura; 4. ha comprato il costume da scheletro che avevo commissionato a mia nonna per l’Halloween del 2016 e rimesso in vendita su eBay senza troppe speranze; 5. ci ha permesso di trasformare in certezza un’ipotesi altrimenti indimostrabile: che gli intellettuali, per quanto dissimulino, sono i più vanitosi di tutti.

Che i mestieri intellettuali siano spesso una scelta di ripiego per vellicare egocentrismi che non hanno trovato sfogo migliore lo sospettavamo da tanto. Ma dimostrarlo era difficile. Stonati, incapaci a tirare le punizioni, magari bruttini. E allora “Sai, c’è una cosa che ho scritto…”. Va sentita da vicino, questa frase. Il timbro, il gusto marcio con cui la pronunciano. Altrimenti non si può capire. Ma tutti? No, certo. Tanti. Quali, allora? Pure quelli che hanno speso decenni su tavoli di biblioteche pieni di peli e pellicine strappate dalle cuticole di studenti di medicina che ancora non hanno studiato il patereccio e quindi mordicchiano incauti? Anche il curatore della nuova edizione delle Epistolae del Poliziano? No, Poliziano impossibile, cosa dici, pazzo. E allora ci si limitava al sospetto. Poi, però, Mark Zuckerberg ha inventato il più straordinario detettore di vanità che si potesse immaginare. E li ha stanati uno per uno.
I primi anni hanno retto. “Madonna i selfie”, dicevano. Poi hanno iniziato con Twitter, per lo più incollando link che non funzionavano. Un giorno, qualcuno, forse per sbaglio, si è azzardato a schiantare lì la copertina dell’ultimo libro. Moderato riscontro. Vuoi vedere che. Si registrano su Instagram. Foto del computer aperto sul programma di videoscrittura con colonna di libri a fianco e sullo sfondo finestra aperta sul giardino di casa. Doppia cifra di mi piace. Ehilà. Avanti con coraggio: foto di sé in bianco e nero con ultimo libro in secondo piano. Puntuale l’invasata: “Professore: grazie”. Grazie? Attenzione. Immagine di una pagina chiosata a lapis poi ripassato a penna per paura che non si veda. Apoteosi.
Quel farabutto di Zuckerberg, insomma, ci ha dato una mano, Ma ci ha lasciato nel mezzo. Già che c’era, infatti, poteva inventare anche il sistema di detezione opposto. Perché se è divertente riconoscere che gli intellettuali hanno gli stessi spunti esibizionistici delle ragazzine che fanno i balletti, magari qualcuno che ancora bazzichi certe discipline perché le ritiene fondamentali per stare al mondo sarebbe ganzo trovarlo. E invece Mark li ha sgamati e poi si è ritirato a contare i dollari. E noi qui a sentirsi dire quanto fosse triste Virginia Woolf da gente che compare in video sbucando da una nuvola di fumo.
Meno male che un aiuto, stavolta, ce l’offre Claudio Giunta col suo ultimo libro – Il pop e la felicità. Esercizi di ammirazione (Mondadori). È un’antologia di pezzi più o meno recenti, dedicati appunto a roba pop. Categoria di comodo, come non manca di sottolineare (“etichetta che in sé non vuol dire quasi niente, com’è ovvio, […] ma che evoca alla mente di un europeo contemporaneo un repertorio abbastanza riconoscibile di oggetti: canzoni, film, serie televisive, video musicali, performance artistiche o spettacolari, giochi, fumetti”), e che infatti è più una scusa per parlare di cose che gli piacciono: dal Tenente Colombo a Radio Deejay (di cui aveva già scritto nel precedente e affine Una sterminata domenica: andare e tornare soddisfatti). In un mondo che sta imbastardendo ogni forma di sapere per farne un contenuto, forse il trucco – ma bisogna saperlo fare – è rifugiarsi in luoghi che i collezionisti di taccuini Iperborea snobbano, e meno male. Tanto che a farci contenti non è la questione pop non pop, che ci interessa il giusto e che addosso agli intellettuali (ma non in questo caso, e quindi ne riparleremo, semmai) nasconde a sua volta il rischio di un disimpegno calcolato, di una strategica esibizione di leggerezza, ma il sottotitolo – Esercizi di ammirazione – che se dio vuole riporta all’unico obiettivo che la cultura dovrebbe avere: non organizzare fiere del libro per farsi tossire addosso dalle signore coi calzini spessi e le collane di lana cotta; non stipare auditorium di testine che oscillano in segno di assenso; non il sintagma “in Feltrinelli”; non “c’è ancora bisogno di Kant”; non – ribadiamo – servire da pretesto per dare scena a personalità mollicce. Ma individuare dispositivi per essere più contenti quando siamo contenti e meno scontenti quando siamo scontenti. Fine. Sono rozzo? Bellini voi che andate a sentire Barbero.
Pezzi migliori: sicuro le pagine sul nobel a Dylan, un contributo alla lotta contro i puzzoni; quelle su Taylor Swift e l’osservazione partecipante delle sue ammiratrici, tra cui ci annoveriamo senza vergogna; le note sui Soprano, sempre bene ricordarne l’esistenza; i due reportage, sull’Eurovision e sul Festival del Fitness di Rimini; i già celebri saggi sulla mai abbastanza lodata bravura di Alessandro Gori. E il mio preferito (se devo trovarne uno), cioè il ritratto di Connor Roy, il più vecchio dei quattro figli di Succession: se avete visto la serie capirete come mai e se non l’avete vista cosa perdete tempo a leggere me. Ma ogni brano merita, e l’unico vizio – se si vuole trovare – è che per noi vomitevoli, spregiudicati, bastardi liberali abbonati al Foglio gran parte del libro è cosa già nota. Ma rileggiamo tutto con gusto.
Comunque, più che il cosa conta il come. E cioè la scrittura di Giunta. Non solo perché se ne trae grande piacere e divertimento – fa ridere, anche. Non solo perché riesce nell’impresa spiazzante di dire cose molto intelligenti quando meno ci si aspetterebbero, anche parlando dei personal trainer. Ma perché questo libro ci fornisce un modello per come si dovrebbe parlare non di certe cose, ma di tutte. Divertenti, ma senza pagliacciate. Entusiasti, ma non sensazionalistici. Puntuali, ma non saccenti. Acuti, ma non a tutti i costi. Non penso sia un caso, se nel leggerlo viene in mente l’ultimo Carlo Fruttero. Quello di Mutandine di chiffon, per capirsi. Che, sfruttando lo stupido pregiudizio che insieme al collega Lucentini lo ha sempre derubricato a scrittore di intrattenimento, e la Donna della domenica a gialletto, avrebbe forse meritato qualche pagina. Speriamo presto.