Una citazione emblematica, attribuita allo sceicco Rashid bin Saeed Al Maktoum, fondatore della Dubai moderna, recita così: “Mio nonno andava in cammello, mio padre andava in cammello, io guido una Mercedes, mio figlio guida una Land Rover, mio nipote guiderà una Land Rover, ma il mio pronipote tornerà a dorso di cammello”. L’intero, disperato progetto di Dubai nasce esattamente da qui: dal terrore atavico e antico di tornare alla sabbia.

Se, malauguratamente, la vita mi conducesse di fronte alla necessità di scrivere un romanzo, io lo ambienterei a Dubai. Ma certo, non potrebbe essere diversamente, pensateci bene. Dubai è New York negli anni ’30, o Roma o Parigi nei ’60, o ancora è l’Amsterdam del ‘600, è Bisanzio alla vigilia del crollo, o quello che potrebbe essere Venezia oggi se si liberasse di quel fardello malinconico-decadente che la schiaccia da secoli, ma che le impedisce di sprofondare definitivamente. È un crocevia di crypto-truffatori, mignotte, influencer, imprenditori, criminali, turisti della peggiore specie, lavoratori sfruttati e in cerca di fortuna.

È il solo luogo dove varrebbe la pena di ambientarci un romanzo. È il simulacro del post-storicismo lussureggiante, la casa-rifugio della ricerca (tutta occidentale) dell’esotismo, purché non avulso da comodità e aria condizionata. È turismo nudo, capace di tutto. Anche di mortificare la propria storia, di metterla da parte.

Infatti, per capire davvero l’illusione di Dubai bisogna prima misurare il suo vuoto pneumatico, l’assenza totale di attrito storico. Fino a un battito di ciglia fa, questo lembo di terra ardente non era altro che un avamposto di pescatori di perle e contrabbandieri aggrappati alle sponde del Khor Dubai, l’insenatura d’acqua salata che tagliava in due l’insediamento. Lì, i vecchi dhow in legno scaricavano merci in un silenzio pre-moderno.

È una città che è atterrata a piedi pari in una modernità aliena, quella occidentale, anche se libera dai moralismi di facciata che la mascherano.

Tutto inizia nel 1966, anno in cui al largo della zona di Jebel Ali venne scoperto il giacimento di “Fateh” o “buona fortuna”. Petrolio. Tuttavia, a differenza delle altre realtà del Golfo, che vantano riserve pressoché inesauribili, Dubai ha fonti limitate. Se negli anni ’70-’80 il greggio rappresentava quasi il 50% del Pil dell’Emirato, oggi questa percentuale non raggiunge l’1%.

Una citazione emblematica, attribuita allo sceicco Rashid bin Saeed Al Maktoum, fondatore della Dubai moderna, recita così: “Mio nonno andava in cammello, mio padre andava in cammello, io guido una Mercedes, mio figlio guida una Land Rover, mio nipote guiderà una Land Rover, ma il mio pronipote tornerà a dorso di cammello”. L’intero, disperato progetto di Dubai nasce esattamente da qui: dal terrore atavico e antico di tornare alla sabbia.

D’altro canto, era inevitabile che prima o poi l’oasi post-storica dei paesi del Golfo subisse un brutale fendente di realtà, sotto forma di missili e droni iraniani. L’idea era che, estraniandosi e nascondendosi in un paradiso artificiale popolato da expat europei, influencer americani, scammers russi e indiani abbienti, ci si potesse in qualche modo esimere dalle turbolenze geopolitiche di un’area quantomeno ‘polverosa’, per usare un eufemismo.

La favola nella quale ha vissuto Dubai negli ultimi decenni, fatta di hotel di lusso, giganteschi mall, intrighi di potere e truffe milionarie, rischia ora di spezzarsi per far largo a un ritorno della realtà, annunziato dalle dichiarazioni profetiche di Al Maktoum.

Dubai ha funzionato, e per un po’ funzionerà ancora, perché ha saputo captare una necessità insita nel profondo occidente: il bisogno di ritirarsi al margine della Storia. Ha saputo presentarsi come l’Eden capitalistico per eccellenza, come un vuoto legislativo climatizzato dove il Capitale può muoversi con estrema volatilità, finalmente libero da ogni attrito moralistico e giurisdizionale.

Io a Dubai ci ambienterei il mio romanzo, perché è l’unica metropoli contemporanea che non finge di avere un’anima. È puro spettacolo. È il palcoscenico degli affaristi, dei trafficanti, degli spiantati e dei ricchi cafoni. Un teatro dove mettere in scena la farsa della contemporaneità post-storica nella quale galleggiamo, condita da lusso, avventura e falso esotismo.

Lontana dalla noia apocalittica delle decadenti città occidentali, Dubai si erge a nuovo simbolo dell’escatologia del progresso, mantenendo però la paura millenaria del ritorno alla Storia, del ritorno alla sabbia.