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	<title>Cultura Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>La cultura è un demagogo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 May 2026 09:14:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Intellighenzia]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[egemonia culturale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Prima parte.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/la-cultura-e-un-demagogo/">La cultura è un demagogo</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Sono seduta di fronte alla docente di architettura dell’Accademia di Belle Arti. Sono seduta di fronte alla docente di architettura per sostenere un colloquio all’Accademia di Belle Arti. Mi chiede come mai io sia interessata a un percorso in accademia se di fatto un lavoro già ce l’ho. Mi chiede stizzita quali siano le mie prospettive lavorative. Interpreta, la docente di architettura, il mio interesse come una frode, o anzi pure peggio come una perdita di tempo. Aggiunge poi che il percorso, questo dell’Accademia di Belle Arti, lo reputa inadatto perché piuttosto diverso dalla mia attuale mansione. Alla docente di architettura non dico che la mia attuale mansione serve a pagarmi le bollette. Le dico piuttosto che il tono della conversazione mi stupisce, che la reputo più adatta a un’agenzia interinale. Spiego all’architetto di essere lì per imparare e non per cercare un lavoro. La docente di architettura si stizzisce, insiste col suo scetticismo, mi suggerisce che dovrei considerare allora l’idea di licenziarmi. Procede poi a farmi domande molto tecniche sul disegno anatomico. Quando lascio l’aula sono stordita e mi sudano i palmi delle mani.<br><br>Mi circondano adesso, seduta sul gradino d’ingresso, le matricole dell’Accademia di Belle Arti. Una ragazza di diciotto anni dice a una poco più grande di lei che avrebbe voluto scegliere il corso di pittura. Dice che però <em>con i dipinti non fatturi</em>. La citazione è una citazione diretta. La sua collega risponde che per lo stesso motivo lei ha scelto il corso di progettazione piuttosto che quello di scultura. Le due diciottenni iniziano a parlare di fondo pensionistico nel cortile dell’Accademia di Belle Arti. <em>E’ già tanto se ci arriviamo vivi alla pensione</em>. Lascio il cortile e le matricole con le guance rosse di rabbia. Non mi iscrivo all’Accademia di Belle Arti quando scopro di aver superato il colloquio.</p>



<p>L’episodio qui proposto è di scopo aneddotico ed è anche un frammento quotidiano della nevrosi che scandisce la società contemporanea. Anzitutto, perché la nevrosi in questione è governata – come ci fa notare circa tutto nel mondo – da un crescente stato di paura, per cui&nbsp;<em>nessuna libertà è possibile</em>&nbsp;(Han, B.-C., 2025). In ogni caso, più che sul dominio che il terrore detiene sulla nostra vita psichica, in questa occasione ci soffermeremo su una delle cause principali di questa tendenza a temere tutto, che è quella del rapporto tra l’uomo moderno e il tempo. Si parta dall’assunto che la paura annulli la futurabilità: provare terrore rende cioè difficile credere nella possibilità di un domani e diminuisce i desideri di provare a costruirlo. Crea cioè un individuo prigioniero del suo desiderio inespresso (il desiderio di unione con l’altro), immobilizzato.</p>



<p>La paura della morte che contraddistingue soprattutto l’Occidente sembrerebbe dettata da un Capitale che agisce annientando la vita psichica attraverso la narrazione dogmatica che propone sul tempo: questo è da noi percepito come limitato, ridotto a qualcosa di finito, lineare e prestabilito. Credere alla possibilità di un domani risulta essere sempre più difficile. Si genera così un processo di annientamento del sé e di disinteresse. Queste due emozioni causano risultati negativi sia sulla pratica di pensiero che sulle modalità di costruzione di comunità, le uniche due componenti utili a costruire nuove strategie del vivere. Ma l’uomo moderno, progressivamente più isolato e diffidente, non può imparare da nessun altro che non sia se stesso. A questo sé emarginato altro non resta che produrre e alimentarsi attraverso le istituzioni, attraverso cioè l’apprendimento inteso e incluso sotto il termine ombrello di “<em>cultura</em>”. Tuttavia, la cultura è anch’essa ormai un agglomerato della società dei consumi, un arto malmesso e tumefatto, nascosto dal guanto della performatività. In questo senso, la cultura è il demagogo dell’uomo moderno: manipola le sue aspirazioni, deforma i suoi desideri, lo seduce con la promessa di un futuro in cui egli sarà finalmente visto. La cultura diventa una consolazione provvisoria, un minuscolo innaffiatoio di fronte al deserto del quotidiano.</p>



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<p>La struttura della cultura è devota agli altarini dell’Io-isolato, che si alimenta dell’emotività del singolo, solo e in costante allerta, nonché della sua ricezione passiva del tempo, che viene subìto piuttosto che interpretato o interrogato. Una volta sottratte all’umano la comunità e il ritmo naturale (diverso dal tempo), tutto ciò che rimane al singolo è se stesso. Il suo carattere, la sua carriera, persino i suoi ideali, diventano le uniche componenti capaci di permettere all’uomo di potersi affermare nel mondo. Ma nulla di quello che abbiamo appena citato (la sua carriera, il suo carattere, i suoi ideali), è in verità suo proprio; deriva piuttosto da un processo di assorbimento della cultura stessa, dunque poco più di un rimescolamento delle nozioni apprese attraverso le istituzioni. Se l’educazione passa solo e unicamente dagli enti riconosciuti la vita dello spirito sarà anch’essa istituzionalizzata, ossia si abituerà a livello inconscio a ragionare solo secondo gli schemi proposti dagli stessi organismi di coordinamento (la scuola, l’Università, i media) e userà quegli stessi schemi anche nei suoi tentativi di combatterli. E miseramente fallirà.</p>



<p>Subentra in questo il ruolo fondamentale del ragionamento, inteso come abitudine al pensiero filosofico. Sarebbe dunque il caso di cominciare a ragionare sul concetto di istruzione e di provare a sostituire quello di educazione con quello di apprendimento. Un primo punto di osservazione può essere fornito da ciò che sta accadendo alla figura dell’insegnante, ormai del tutto cannibalizzato dal nostro sistema educativo, come sostiene Nancy Fraser.</p>



<figure class="wp-block-image"><a class="image-link image2 is-viewable-img can-restack" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!Mt06!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fd0d7a72a-d84d-41af-8fd6-56f68d339feb_720x380.jpeg" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><img decoding="async" src="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!Mt06!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fd0d7a72a-d84d-41af-8fd6-56f68d339feb_720x380.jpeg" alt="" title=""/></a></figure>



<h4 class="wp-block-heading">A che punto è l’istruzione?</h4>



<p>Appiccicata al muro dell’università una locandina recita: <em>l’AI non sostituirà i professionisti. Sostituirà chi non la conosce</em>. In alto, a caratteri cubici, le parole “corso di perfezionamento”. In basso a destra uno sticker fucsia fluo di Kuromi. Se il linguaggio è ciò che crea il ponte tra il simbolico e il reale, allora quello che lascia intuire lo slogan è semplice: la specializzazione ha sostituito la conoscenza. Nel sistema di istruzione superiore ciò che è legato al sapere e all’insegnamento è stato plasmato verso la creazione di strategie dedite solo a creare nuova forza lavoro e nuove economie. In aggiunta a questo il lavoro, che è diventato il fulcro di qualsiasi processo immaginato e immaginabile, preferisce stimolare idee per generare profitto piuttosto che esercizio al pensiero critico. A regolare gli spazi istituzionali e d’istruzione sono la prontezza e la rapidità robotica e artificiosa. Di fronte a questa constatazione le implicazioni da approfondire sarebbero numerose ma il comune denominatore di tutte è anche in questo caso il desiderio di controllare il tempo piuttosto che abbandonarsi al suo ritmo naturale.<br><br>La precarietà, che è un difetto strutturale, viene adesso venduta come responsabilità del singolo. Questo porta il singolo a cadere in una trappola, a sviluppare (in maniera conscia o inconscia) nuovi metodi di adattabilità e di perfezionamento della sua disciplina, non per un suo desiderio autentico, ma per un tentativo piuttosto di non rimanere indietro rispetto a un tempo che accelera. Se questo avviene, è anche e soprattutto perché nella mentalità neo-liberista il fallimento è legato direttamente alla propria occupazione e alla propria capacità di trovarne &#8211; e mantenerne &#8211; una. Il tempo smette così di essere durata e diventa scadenza e la vita diventa una corsa per rendersi visibili, anche quando questo significa fronteggiare enormi carichi di stress, spese insostenibili e una costante prossimità al <em>burnout</em>. Vivere tra debito e precarietà significa modificare il rapporto che si ha col futuro, con l’idea di scelta e con quella di sicurezza. Questo <em>leitmotiv</em> danneggia e regolamenta, dunque, anche le modalità di apprendimento: nel dibattito contemporaneo prevale infatti un approccio al sapere inteso come preparazione funzionale al lavoro futuro. In questa prospettiva il sapere viene presentato come un processo lineare, orientato a obiettivi chiari, immediatamente comprensibili e facilmente trasferibili ad altri contesti.<br><br>Si privilegiano attività capaci di rendere evidente fin dall’inizio la loro utilità e i risultati attesi, mentre pratiche il cui scopo non appare subito definito o che non producono effetti misurabili nel breve periodo tendono a essere guardate con sospetto o sottoposte a pressioni affinché dimostrino rapidamente la propria efficacia. Il sapere non ha così più modo di seguire la sua via più sincera, ovverosia quella volta alla ricerca, e alla necessità che la vita psichica ha di approcciarsi alla conoscenza attraverso un percorso non lineare, esteso nel tempo, fatto di tentativi e ripetizioni, deviazioni e contraddizioni, in cui il significato di ciò che si apprende può emergere solo in un secondo momento o in modo indiretto. Le istituzioni non sono esenti da questo modo di intendere la conoscenza e anzi contribuiscono a rafforzare modelli di apprendimento orientati alla prestazione e al risultato. In questo quadro gli studenti finiscono per interiorizzare una logica fondata sul profitto simbolico, sulla massimizzazione dei risultati e sulla ricerca di riconoscimento da parte dei docenti e dei propri pari. Ne deriva un ambiente in cui il sapere si piega verso rendimento e visibilità, producendo di fatto una selezione implicita: alcune forme di conoscenza vengono premiate e legittimate, mentre altre, meno immediatamente produttive o riconoscibili, restano ai margini. Anche in questo caso chi vive l’istituzione finirà per cibarsi dei suoi scarti e col riprodurne le stesse modalità. Prima di diventare professore, infatti, chi fa poi del sapere una carriera attraversa quasi sempre una lunga sequenza di ruoli intermedi: assistente, supplente, ricercatore, o peggio ancora un Accademico. Della figura dell’Accademico parleremo però la settimana prossima, sempre qui su Nemesi.</p>



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		<title>Il potere salvifico della cultura pop</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Jan 2026 10:51:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Intellighenzia]]></category>
		<category><![CDATA[Nemesi]]></category>
		<category><![CDATA[Claudio Giunta]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Pop]]></category>
		<category><![CDATA[Taylor Swift]]></category>
		<category><![CDATA[Ubaldo Berti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Considerazioni sincere e senza pregiudizi sul pop, grazie al nuovo libro di Claudio Giunta, che ci riporta all’unico obiettivo che la cultura dovrebbe avere: individuare dispositivi per essere più contenti quando siamo contenti e meno scontenti quando siamo scontenti. Fine. Sono rozzo? Bellini voi che andate a sentire Barbero.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>L’Occidente è malato e tanti sostengono che l’agente patogeno abbia un nome e un cognome, una moglie asiatica, un patrimonio da 250 miliardi di dollari e dei capelli che gli invidio tantissimo: Mark Zuckerberg. Io, invece, lo ritengo un benefattore. Per almeno cinque motivi. Dal meno al più importante: 1. ha sdoganato la prassi che vestirsi sempre uguale sia misura di civiltà e non sciatteria; 2. ha popolato la mia giornata di video di armadilli che fanno la pallina quando s’impauriscono che oltre a intenerirmi mi hanno suggerito una proficua strategia per le situazioni di tensione; 3. ha contribuito a istituire come modello di bellezza il&nbsp;<em>thigh gap</em>&nbsp;che io e Kylie Jenner, fortunelli, deteniamo per natura; 4. ha comprato il costume da scheletro che avevo commissionato a mia nonna per l’Halloween del 2016 e rimesso in vendita su eBay senza troppe speranze; 5. ci ha permesso di trasformare in certezza un’ipotesi altrimenti indimostrabile: che gli intellettuali, per quanto dissimulino, sono i più vanitosi di tutti.</p>



<figure class="wp-block-image"><a class="image-link image2 is-viewable-img can-restack" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!D7Mf!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fdbf88eac-94bf-4921-8763-4e3e9949c346_548x624.jpeg" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><img decoding="async" src="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!D7Mf!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fdbf88eac-94bf-4921-8763-4e3e9949c346_548x624.jpeg" alt="Immagine che contiene vestiti, calzature, persona, donna

Il contenuto generato dall'IA potrebbe non essere corretto." title="Immagine che contiene vestiti, calzature, persona, donna

Il contenuto generato dall'IA potrebbe non essere corretto."/></a></figure>



<p>Che i mestieri intellettuali siano spesso una scelta di ripiego per vellicare egocentrismi che non hanno trovato sfogo migliore lo sospettavamo da tanto. Ma dimostrarlo era difficile. Stonati, incapaci a tirare le punizioni, magari bruttini. E allora “Sai, c’è una cosa che ho scritto…”. Va sentita da vicino, questa frase. Il timbro, il gusto marcio con cui la pronunciano. Altrimenti non si può capire. Ma tutti? No, certo. Tanti. Quali, allora? Pure quelli che hanno speso decenni su tavoli di biblioteche pieni di peli e pellicine strappate dalle cuticole di studenti di medicina che ancora non hanno studiato il patereccio e quindi mordicchiano incauti? Anche il curatore della nuova edizione delle&nbsp;<em>Epistolae</em>&nbsp;del Poliziano? No, Poliziano impossibile, cosa dici, pazzo. E allora ci si limitava al sospetto. Poi, però, Mark Zuckerberg ha inventato il più straordinario detettore di vanità che si potesse immaginare. E li ha stanati uno per uno.</p>



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<p>I primi anni hanno retto. “Madonna i selfie”, dicevano. Poi hanno iniziato con Twitter, per lo più incollando link che non funzionavano. Un giorno, qualcuno, forse per sbaglio, si è azzardato a schiantare lì la copertina dell’ultimo libro. Moderato riscontro. Vuoi vedere che. Si registrano su Instagram. Foto del computer aperto sul programma di videoscrittura con colonna di libri a fianco e sullo sfondo finestra aperta sul giardino di casa. Doppia cifra di mi piace. Ehilà. Avanti con coraggio: foto di sé in bianco e nero con ultimo libro in secondo piano. Puntuale l’invasata: “Professore: grazie”. Grazie? Attenzione. Immagine di una pagina chiosata a lapis poi ripassato a penna per paura che non si veda. Apoteosi.</p>



<p>Quel farabutto di Zuckerberg, insomma, ci ha dato una mano, Ma ci ha lasciato nel mezzo. Già che c’era, infatti, poteva inventare anche il sistema di detezione opposto. Perché se è divertente riconoscere che gli intellettuali hanno gli stessi spunti esibizionistici delle ragazzine che fanno i balletti, magari qualcuno che ancora bazzichi certe discipline perché le ritiene fondamentali per stare al mondo sarebbe ganzo trovarlo. E invece Mark li ha sgamati e poi si è ritirato a contare i dollari. E noi qui a sentirsi dire quanto fosse triste Virginia Woolf da gente che compare in video sbucando da una nuvola di fumo.</p>



<p>Meno male che un aiuto, stavolta, ce l’offre Claudio Giunta col suo ultimo libro –&nbsp;<em>Il pop e la felicità. Esercizi di ammirazione</em>&nbsp;(Mondadori). È un’antologia di pezzi più o meno recenti, dedicati appunto a roba pop. Categoria di comodo, come non manca di sottolineare (“etichetta che in sé non vuol dire quasi niente, com’è ovvio, […] ma che evoca alla mente di un europeo contemporaneo un repertorio abbastanza riconoscibile di oggetti:‌ canzoni, film, serie televisive, video musicali, performance artistiche o spettacolari, giochi, fumetti”), e che infatti è più una scusa per parlare di cose che gli piacciono: dal Tenente Colombo a Radio Deejay (di cui aveva già scritto nel precedente e affine&nbsp;<em>Una sterminata domenica</em>: andare e tornare soddisfatti). In un mondo che sta imbastardendo ogni forma di sapere per farne un contenuto, forse il trucco – ma bisogna saperlo fare – è rifugiarsi in luoghi che i collezionisti di taccuini Iperborea snobbano, e meno male. Tanto che a farci contenti non è la questione pop non pop, che ci interessa il giusto e che addosso agli intellettuali (ma non in questo caso, e quindi ne riparleremo, semmai) nasconde a sua volta il rischio di un disimpegno calcolato, di una strategica esibizione di leggerezza, ma il sottotitolo –&nbsp;<em>Esercizi di ammirazione &#8211;</em>&nbsp;che se dio vuole riporta all’unico obiettivo che la cultura dovrebbe avere: non organizzare fiere del libro per farsi tossire addosso dalle signore coi calzini spessi e le collane di lana cotta; non stipare auditorium di testine che oscillano in segno di assenso; non il sintagma “<em>in</em>&nbsp;Feltrinelli”; non “c’è ancora bisogno di Kant”; non – ribadiamo – servire da pretesto per dare scena a personalità mollicce. Ma individuare dispositivi per essere più contenti quando siamo contenti e meno scontenti quando siamo scontenti. Fine. Sono rozzo? Bellini voi che andate a sentire Barbero.</p>



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<p>Pezzi migliori: sicuro le pagine sul nobel a Dylan, un contributo alla lotta contro i puzzoni; quelle su Taylor Swift e l’osservazione partecipante delle sue ammiratrici, tra cui ci annoveriamo senza vergogna; le note sui&nbsp;<em>Soprano</em>, sempre bene ricordarne l’esistenza; i due reportage, sull’Eurovision e sul Festival del Fitness di Rimini<em>;</em>&nbsp;i già celebri saggi sulla mai abbastanza lodata bravura di Alessandro Gori. E il mio preferito (se devo trovarne uno), cioè il ritratto di Connor Roy, il più vecchio dei quattro figli di&nbsp;<em>Succession</em>: se avete visto la serie capirete come mai e se non l’avete vista cosa perdete tempo a leggere me. Ma ogni brano merita, e l’unico vizio – se si vuole trovare – è che per noi vomitevoli, spregiudicati, bastardi liberali abbonati al<em>&nbsp;Foglio</em>&nbsp;gran parte del libro è cosa già nota. Ma rileggiamo tutto con gusto.</p>



<p>Comunque, più che il cosa conta il come. E cioè la scrittura di Giunta. Non solo perché se ne trae grande piacere e divertimento – fa ridere, anche. Non solo perché riesce nell’impresa spiazzante di dire cose molto intelligenti quando meno ci si aspetterebbero, anche parlando dei personal trainer. Ma perché questo libro ci fornisce un modello per come si dovrebbe parlare non di&nbsp;<em>certe</em>&nbsp;cose, ma di tutte. Divertenti, ma senza pagliacciate. Entusiasti, ma non sensazionalistici. Puntuali, ma non saccenti. Acuti, ma non a tutti i costi. Non penso sia un caso, se nel leggerlo viene in mente l’ultimo Carlo Fruttero. Quello di&nbsp;<em>Mutandine di chiffon</em>, per capirsi. Che, sfruttando lo stupido pregiudizio che insieme al collega Lucentini lo ha sempre derubricato a scrittore di intrattenimento, e la&nbsp;<em>Donna della domenica</em>&nbsp;a gialletto, avrebbe forse meritato qualche pagina. Speriamo presto.</p>



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		<title>Uccidi il semicolto che è in te</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Feb 2025 11:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dissesto editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Intellighenzia]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Alfio Squillaci]]></category>
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		<category><![CDATA[Béranger]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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		<category><![CDATA[L'educazione sentimentale]]></category>
		<category><![CDATA[Madame Bovary]]></category>
		<category><![CDATA[volgare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Della stupidità intellettuale. Appunti sparsi sull'"Educazione sentimentale" e altro.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Flaubert è uno scrittore feroce. È lo scopritore della idiozia intellettuale contro la quale azionerà in tutta la sua vita artistica <strong>una speciale e acre ironia.</strong> Ancor prima dei nostri giorni in cui l&#8217;idiozia intellettuale ha raggiunto consistenze stratosferiche (nei film, nei libri, nei programmi televisivi), Flaubert aveva previsto già nella propria epoca, nella seconda metà dell&#8217;Ottocento, <strong>l&#8217;insufflarsi nelle menti, attraverso il processo di acculturazione di massa, di dosi massicce di &#8220;<em>médiocre</em>&#8220;, di &#8220;<em>poncif</em>&#8221; (dozzinale),</strong> di quella idiozia proveniente dalla mezza cultura che il critico americano Dwight Macdonald chiamerà negli anni &#8217;50 in America &#8220;Midcult&#8221; e che da allora si è diffuso come un blob in tutta l&#8217;infosfera.</p>



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<p>Contro questo pericolo da egli intravisto, Flaubert, a differenza della sua amica &#8220;socialista&#8221; George Sand, <strong>si oppose</strong>, da vecchio mandarino borghese, <strong>all&#8217;istruzione popolare</strong>. Perorava di dare ai poveri il pane ma non l&#8217;istruzione. Preconizzava che con l&#8217;istruzione i saperi si sarebbero diffusi in ragione aritmetica ma la stupidità dei semicolti, degli acculturati, degli &#8220;infarinati&#8221; sarebbe cresciuta in ragione geometrica. Sarebbe diventata devastante. Era in lui, questa, un’opinione rocciosa dalla quale mai defletté, e che mise al centro della sua rappresentazione artistica: dagli influssi nefasti della lettura in Emma Bovary e presso quell&#8217;idiota scientista di Homais, fino al delirio enciclopedico dei due sublimi idioti Bouvard et Pécuchet (da ora in poi B&amp;P, la sigla è più da idioti). Un suo chiodo fisso. Un aspetto imprescindibile della sua poetica, della sua visione<a href="#_ftn1" id="_ftnref1">[1]</a>.</p>



<p><strong>L&#8217;idiozia intellettuale è il frutto avvelenato dell&#8217;Illuminismo,</strong> l&#8217;esito non previsto dell&#8217;Enciclopedia di Diderot, del sapere dispensato a tutti. Forse Flaubert esagerava, o forse non sbagliava se avesse assistito come noi all&#8217;esplosione dei deliri dei semicolti in tempi di pandemia o al delirio genuino e universale in ogni campo del sapere&#8230;</p>



<p>Alcuni esempi oltre quelli noti a molti lettori come i disturbi comportamentali germinati nella testa di Emma Bovary in seguito alle sue eccessive letture, possono essere tratti anche da <em>L&#8217;educazione sentimentale</em> (da ora in poi <em>ES</em>). A comprova che nel Nostro <em>tout se tient</em> (tutto è collegato)<a href="#_ftn2" id="_ftnref2">[2]</a>.</p>



<p>In <em>ES</em> c&#8217;è questa figurina di Rosanette con la quale il mediocre Frédéric intreccia una relazione non di secondo momento se dà luogo a un parto e alla nascita di un figlio, anche se per sbaglio. Flaubert non è cattivo con questa &#8220;<em>lorette</em>&#8221; (una donna di facili costumi che passa da un letto all&#8217;altro) verso la quale ha accenti delicati in più punti della narrazione, come in seguito li avrà verso la &#8220;<em>servante</em>&#8221; Félicité di <em>Un cuore semplice</em>. <strong>L&#8217;artista non se la prende quasi mai con gli umili e i semplici di cuore</strong>. Sono <em>bêtè</em> anche loro, certo, stupidi, idioti intrisi di <em>bêtise</em>, ma di un’idiozia quieta, creaturale, naturale come quella delle bestie ruminanti appunto, i bovi (da cui l&#8217;artista prende le radici dei cognomi Bovary e Bouvard), non toccati dalla <em>bêtise</em> irredimibile, ovvero l&#8217;idiozia superiore, quella sublime, intellettuale.</p>



<p>Certo la sorprende a sbadigliare davanti alle reliquie della Grande Storia durante la gita a Fontainebleu, in cui lo stesso artista si lascia andare, dopotutto, allo scoraggiamento e/o alla malinconia davanti ai fasti transeunti delle Dinastie e delle Corti, alla mestizia sottocutanea del passaggio del tempo e alla diffusa “<em>éternelle misère de tout</em>” (l’eterna miseria di tutto).</p>



<p>F. scrive: «Elle [Rosanette] avait été sensible autrefois, et même, dans une peine de cœur, avait écrit à Béranger pour en obtenir un conseil&#8230;». (Rosannette in passato aveva mostrato sensibilità, e anche, soffrendo per amore, aveva scritto a Béranger per ottenere così un consiglio) Avete letto bene: Rosanette che scrive a Béranger, un poeta che Flaubert considerava mediocre per ricevere consigli in affari di cuore! <strong>Cercate di immaginare uno scrittore o un personaggio mediocre della ribalta di oggi cui la gente minuta scriva per conforto e ispirazione</strong>. Fate voi i nomi (di cui vi prendete la responsabilità della comparazione dileggiante): Veltroni? Gramellini? Signorini? Barbara D&#8217;Urso? C&#8217;è una sottile parodia in questa scena: è il pop che dialoga col trash. Béranger è un chiodo fisso per F. la sua bestia nera. Da notare che nella <em>Bovary</em>, nel ritratto di Charles, c&#8217;è questa annotazione. Charles «s’enthousiasma pour Béranger, sut faire du punch et connut enfin l’amour» (si entusiasmò per Béranger, imparò come fare del punch e conobbe infine l’amore). La successione delle &#8220;esperienze&#8221; di Charles è da &#8220;<strong>grottesco triste&#8221;, un trattamento stilistico frequente in Flaubert in cui egli mischia l&#8217;Alto e il Basso per farli cozzare assieme e vedere l&#8217;effetto che fa.</strong> L&#8217;autore qui dileggia il suo personaggio perché mette in successione esperienze volgari (imparare a fare il punch) e sublimi (la frequentazione della poesia di Béranger e la prima copula).</p>



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<p>Flaubert ritornerà spesso, anche in <em>ES</em> e altrove, su questo poeta francese, allora celebre, da lui ritenuto mediocre. In una lettera a L. de Cormenin (7 giu 1844) scriverà «On dirait que nous ne sommes faits que pour supporter une certaine dose de beau; un peu plus nous fatigue. Voilà pourquoi les natures médiocres préfèrent la vue d’un fleuve à celle de l’Océan, et pourquoi il y a tant de gens qui proclament Béranger le premier poète français». (Si direbbe che non siamo fatti che per sopportare una piccola dose di bellezza; qualcosina in più e ci affatichiamo. Ecco perché le nature mediocri preferiscono la vista di una fiume a quella dell’oceano, e perché c’è così tanta gente che proclama Béranger il primo poeta francese). Ma è alla Colet (27 sett 1846) che preciserà il suo pensiero: «Tu voudrais me faire connaître Béranger ; je le désire aussi. C’est une grande nature qui me touche. Mais il y a, je parle de ses oeuvres, un malheur immense, c’est la classe de ses admirateurs. Il y a des génies énormes qui n’ont qu’un défaut, qu’un vice, c’est d’être sentis surtout par les esprits vulgaires, par les coeurs à poésie facile. Béranger, depuis trente ans, défraye les amours d’étudiants et les rêves sensuels des commis voyageurs. Je sais bien que ce n’est [pas] pour eux qu’il écrit ; mais c’est surtout ces gens-là qui le sentent. D’ailleurs on a beau dire<strong>, la popularité, qui semble élargir le génie, le vulgarise, parce que le vrai Beau n’est pas pour la masse</strong>, surtout en France» (Tu vorresti farmi conoscere Béranger; lo vorrei anch&#8217;io. È un grande natura che mi commuove. Ma c&#8217;è, e parlo delle sue opere, un malessere immenso, ed è la classe dei suoi ammiratori. Ci sono geni enormi che hanno un solo difetto, un solo vizio, che è quello di essere sentiti soprattutto da menti volgari, da cuori di facile poesia. Per trent&#8217;anni, Béranger è stato oggetto di romanzi studenteschi e di sogni sensuali di commessi viaggiatori. So bene che non è per loro che scrive, ma è soprattutto questa gente che lo sente. Inoltre, <strong>la popolarità, che sembra elargire il genio, lo volgarizza, perché la vera bellezza non è per le masse</strong>, soprattutto in Francia).</p>



<p>La sentenza è definitiva<strong>. Il Bello non è fatto per le masse</strong>. Flaubert segna il distacco definitivo delle due entità. Da allora sarà così nell&#8217;epoca della riproducibilità tecnica. Flaubert segna la data di inizio di un fenomeno che da allora sarà dilagante. <strong>È la nascita del &#8220;demotico&#8221;</strong> di cui scriverà Hobsbawm nel <em>Secolo breve</em>. Non è a caso che F. inventerà per il suo Arnoux il titolo della sua rivista <em>L&#8217;Art industriel</em>, che riecheggia il titolo del saggio di Sainte-Beuve (del 1839) che per primo aveva segnalato il fenomeno <em>La littérature industrielle</em>, ossia un ossimoro nella sua visione artistica (se è Arte non può essere Industriale), e una forma sottile e sintetica di dileggio così frequente in lui.</p>



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<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> Detestava il sentimentalismo facile ma anche l&#8217;illusionismo intellettuale. Intendo dire che ci sono DUE forme di bovarismo (&#8220;<em>se concevoir autre qu&#8217;il n&#8217;est</em>&#8220;, secondo la formula di de Gaultier) in Flaubert. Un bovarismo sentimentale e uno intellettuale, ma entrambi trovano una fonte di alimentazione nella lettura di libri. Di Emma è noto il rapporto distorcente sulla sua personalità scaturito dalla lettura dei libri. La stessa cosa succede a Rosanette che scrive a Béranger (che evidentemente ha letto) per avere suggerimenti e conforto alle sue <em>affres</em> sentimentali. E d&#8217;altra parte cosa faceva l&#8217;estremista socialista Sénécal? Leggeva! E come? Ecco la frase di F. «et il cherchait dans les livres de quoi justifier ses rêves» (e cercava nei libri come giustificare i suoi sogni). Puro bovarismo intellettuale! Per entrambi F. nutre in fondo disprezzo intellettuale e comunque questo rapporto distorcente coi libri troverà completamento artistico e apoteosi sinistra nei due lettori compulsivi B&amp;P.</p>



<p><a id="_ftn2" href="#_ftnref2">[2]</a> <em>Tout se tient</em>. Flaubert, lo si scorda spesso, è un artista sommo, ma anche uno scrittore &#8220;intellettuale&#8221;. In <em>ES </em>questo secondo Flaubert è in pieno splendore, e ancor più lo sarà in B&amp;P. Ma man mano che procede in questo itinerario passa dall&#8217;esplorazione del cuore (Emma) a quella del cervello e cuore (Frédéric) a quella del cervello solamente (B&amp;P). Escludo il Flaubert orientalista in questa analisi, perché nell&#8217;Oriente Flaubert orienta (bisticcio volontario) il sogno e <em>la rêverie</em>. Lì in Oriente non c&#8217;è dissidio, tutto è immediato e non mediato, è natura non civiltà, e se è civiltà è civiltà morta, ha il fascino delle cose morte. Alberto Cento [<em>Il realismo documentario dell&#8217;Éducation sentimentale</em>] scrive una frase significativa: « A Salammbô concedeva tutto ciò che negava a Emma». Nell&#8217;Oriente Flaubert era fuori di sé e dunque non vedeva contraddizioni e insufficienze. Era quando tornava da questo sogno purpureo e gemmato che si sentiva costretto a vivere in un mondo e tra gente che lo stomacavano. Odiava il presente e i suoi abitanti e adorava il passato, l&#8217;Oriente e la storia come una forma di stordimento dell&#8217;io. Il suo oppio. Da qui molti contrasti e ironie. C&#8217;è molta ironia da disagio in lui&#8230; l&#8217;ironia dell&#8217;adattamento dell&#8217;ideale nel reale o piuttosto di una caduta rovinosa dell&#8217;ideale nel banale quotidiano. Come non amarlo?</p>
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		<title>Tutte le news sono fake news</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Feb 2025 11:26:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura Assoluta]]></category>
		<category><![CDATA[Dissesto editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Incomunicabilità]]></category>
		<category><![CDATA[Intellighenzia]]></category>
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		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il mondo dell'informazione e della cultura sta collassando sotto il peso delle sue contraddizioni. Proponiamo qui una strategia per risollevarlo e mettersi al passo del conflitto in corso.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/tutte-le-news-sono-fake-news/">Tutte le news sono fake news</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Uno dei fenomeni più strani della nostra epoca <strong>è l&#8217;inversione dei ruoli tra conservatori e progressisti nel campo della cultura e dell&#8217;informazione</strong>. La specificità di questi settori è che i cosiddetti “progressisti” sembrano incaricati di difendere la tradizione, vale a dire le moribonde istituzioni che per secoli si sono occupate della gestione e della distribuzione del sapere nelle nostre società: l&#8217;università, la scuola, i centri di ricerca, le redazioni giornalistiche, le case editrici e i “salotti”, quei luoghi metafisici in cui gli intellettuali si ritrovano a discutere dei massimi sistemi. Viceversa, tutto ciò che generalmente viene classificato come “conservatore” pare avere un solo obiettivo: <strong>delegittimare e distruggere questi centri, indebolirli fino a provocarne il collasso, sostituirli con qualcos&#8217;altro, qualcosa di nuovo e confuso.</strong></p>



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<p>Da un lato abbiamo quindi “quelli di sinistra”, i progressisti, ingaggiati in una missione conservatrice, nel senso che si impegnano a conservare la legittimità del pre-esistente, delle istanze democratiche, dell&#8217;eredità del Novecento. Ci si affanna a difendere l&#8217;autorevolezza di voci serie, competenti, quelle di esperti e studiosi, di fronte alla minaccia del populismo e del qualunquismo con cui i comici affollano le tribune parlamentari e gli influencer gli scaffali delle librerie. È una conservazione che vuole anche evitare gli estremi pericolosi, scongiurare i rischi celati in tutto ciò che è troppo arbitrario o troppo esplicito<strong>, </strong>tutto ciò che prende troppo posizione per o contro qualcosa. In fondo, <strong>un punto di vista netto minaccia sempre di escludere qualcun altro che non è d&#8217;accordo, e nella democrazia non c&#8217;è spazio per gli esclusi</strong>; per questo tale immaginario si nutre del compromesso, la via di mezzo che permette di garantire la governabilità e l&#8217;ordine.</p>



<p>Dall&#8217;altro lato abbiamo “quelli di destra”, i conservatori<strong>, che all&#8217;improvviso sono divenuti dei rivoluzionari: non gliene importa più niente né dell&#8217;ordine, né della democrazia, né della morale</strong>. <strong>Vogliono solo un cambiamento radicale e lo vogliono il prima possibile</strong>: l&#8217;ha capito bene il loro ambasciatore numero uno, che non appena si è insediato alla Casa Bianca ha iniziato ad apporre la sua firma svolazzante su dozzine di decreti, per poi promettere la risoluzione della guerra in Ucraina e della questione palestinese.</p>



<p>L&#8217;antropologo Georges Balandier lo definirebbe <strong>un potere che si mette in scena per mostrare che può agire</strong>, promessa alla base del patto stretto con le masse: “Noi ti eleggiamo, basta che tu faccia cambiare tutto e che lo faccia subito.” Questa inversione di ruoli tra progressisti e conservatori ha nei <strong>differenti approcci all&#8217;informazione la sua manifestazione più eclatante</strong>. Nonostante il putiferio provocato dall&#8217;arrivo di internet, chi ha ancora fiducia nel gioco della democrazia si ostina a voler regolamentare persino questo Far West della comunicazione per renderlo più inclusivo, meno discriminatorio, più civile e via dicendo.</p>



<p>La supposta “dittatura del politically correct” colpisce le tendenze collettive tanto quanto gli atteggiamenti individuali: sia che venga criticato come imposizione di valori culturali appartenenti all&#8217;immaginario della sinistra, sia che venga giudicato come uno strumento del capitalismo per spezzettare il conflitto di classe in una miriade di lotte identitarie indebolite<strong>, è innegabile che il concetto di “politicamente corretto” venga percepito nella contemporaneità come un tentativo di disciplinare il dibattito pubblico</strong>. Man mano che l&#8217;agorà occidentale si allarga a miliardi di persone e comprende minoranze ed etnie finora escluse, vale la pena di adoperarsi per normarla, affinché non diventi una giungla in cui ognuno urla ciò che gli pare e nessuno si ascolta: questa è la scommessa in cui si sono lanciate le forze progressiste.</p>



<p>Viceversa, di fronte a una relatività totale data dal marasma di opinioni, di voci discordanti e di visioni polarizzate del mondo – panorama apocalittico che qualcuno ha definito addirittura “era della post-verità”, come se nella Storia fosse mai esistita un&#8217;era della verità – <strong>coloro che fino a ieri erano trattati come conservatori, all&#8217;improvviso sono diventati i più grandi promotori del nuovo, inteso come capacità di immaginare orizzonti alternativi</strong>. In fondo, cosa sono le teorie complottiste che negano l&#8217;utilità dei vaccini e l&#8217;esistenza del cambiamento climatico, se non contro-narrazioni in grado di ribaltare la visione dominante, quella che l&#8217;ordine vigente vuole imporre come verità oggettiva? In cosa si differenziano le fake news sugli immigrati che rubano e sui manifestanti che vandalizzano le strade dalla propaganda che ha caratterizzato l&#8217;intera storia dell&#8217;umanità?</p>



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<p>Ma la risposta alla propaganda l&#8217;abbiamo già trovata, diranno quelli con la coscienza limpida, <strong>si tratta dell&#8217;informazione</strong>! Ebbene, il termine “informazione” ha un&#8217;etimologia ben precisa: se spolveriamo il dizionario di latino, il primo significato di<em> informatio </em>è quello di “raffigurazione” o “rappresentazione”, seguito da “idea, nozione, immaginazione” e solo infine “insegnamento, spiegazione”. Vediamo bene come la <strong>componente soggettiva</strong> sia alla base della parola, che d&#8217;altronde contiene dentro di sé “forma”, qualcosa che per definizione si configura, si adatta e si modella in relazione a un contenuto.</p>



<p>L&#8217;informazione non è altro che la <em>mise en forme</em> di un contenuto, una formattazione che da esso diviene inseparabile nel momento in cui viene enunciata. Che si tratti di un giornalista o di un utente anonimo su un forum di terrapiattisti, un emittente che comunica qualcosa, che informa il suo pubblico, <strong>non può fare a meno d&#8217;inserire la propria soggettività nell&#8217;enunciato</strong>, dato che è proprio attraverso il gesto del comunicare che ci costruiamo un&#8217;identità agli occhi di noi stessi e dell&#8217;altro. E in fondo non potremmo farne a meno: la pretesa oggettività di alcune testate giornalistiche equivale all&#8217;inverosimile desiderio di separazione tra i fatti puri e chi li riferisce, che così facendo finge di parlare da una posizione indefinita, si fregia del privilegio impossibile di ritrarsi dal proprio punto di vista, come un&#8217;entità onnisciente e astratta<strong>. Il punto di vista è invece insito nella fabbricazione di un articolo</strong>, dal momento della selezione – oggi riporto la notizia della liberazione di 200 ostaggi palestinesi, o quella dell&#8217;esercito israeliano che apre il fuoco sugli sfollati che rientrano nel nord di Gaza dopo il cessate il fuoco? – fino a quello della stesura – utilizzo il termine genocidio, guerra o operazione militare? – e della scelta delle fonti – intervisto un ambasciatore israeliano, un portavoce dell&#8217;ONU o un militante palestinese?</p>



<p>La metafora del giornalista come strumento imparziale al servizio della notizia, macchina fotografica che rispecchia gli eventi così come sono, è tanto logora quanto anacronistica. Difatti è bastato che arrivasse una vera macchina, l&#8217;intelligenza artificiale, a minacciare migliaia di posti di lavoro, perché all&#8217;improvviso tutti i quotidiani più rinomati dell&#8217;Occidente, dal «New York Times» all&#8217;«Economist», si prodigassero in apologie del giornalismo autentico, quello figlio di interpretazioni e riflessioni squisitamente umane, in grado non solo di comunicare fatti ma anche di darne una chiave di lettura.</p>



<p>D&#8217;altro canto, non c&#8217;è niente che dimostri più di una guerra o di un genocidio quanto <strong>la neutralità di tante testate affermate non sia altro che un&#8217;ideologia malcelata, che come tutte le ideologie rifiuta di ammettere la propria parzialità. </strong>Chi detiene il potere ha sempre saputo sfruttare questo mito per creare una realtà fittizia, una normalità che si tramutasse in norma: <em>in primis</em> per legittimare la propria dominazione e poi per dettarne i canoni. Si tratta di un&#8217;operazione che ha sempre avuto un successo strepitoso, dai sovrani dell&#8217;antichità, che naturalizzavano la propria superiorità attraverso una chiamata divina o una discendenza di sangue, fino allo Stato moderno, che attraverso i suoi dispositivi fa coincidere naturalmente legalità e giustizia, matrimonio e amore, voto scolastico e merito&#8230;</p>



<p>Alice Coffin, giornalista e militante francese, nel suo libro <em>Le génie lesbien</em> afferma che la <strong>neutralità giornalistica non è altro che un alibi per escludere etnie e minoranze dal dibattito pubblico</strong>. Si tratta di una strategia d&#8217;invisibilizzazione e marginalizzazione del diverso, che viene accusato di non essere fedele alla verità e quindi di fatto alla realtà costruita e imposta dalla narrazione patriarcale ed eterosessuale, bianca ed eurocentrica. Coffin considera la neutralità come un<strong> privilegio di chi vuole raccontare non solo una storia ma tutte le storie, affinché la propria visione occupi lo spazio mediatico in maniera totale, eliminando il dissenso</strong>.</p>



<p>È facile ricollegarsi al dibattito su alcuni studi accademici ritenuti troppo ideologici: fin dalla loro nascita, <strong>i gender studies</strong> sono stati mira di offensive mediatiche che puntavano a trasporre alcune controversie reazionarie, alimentate dalla visione creazionista della Chiesa cattolica, dalla sfera accademica a quella ideologica e politica. Lo strumento principale di questi attacchi è proprio la pretesa neutralità degli ambiti universitari, che non devono immischiarsi con oggetti di studio faziosi e politicizzati come il femminismo: <strong>nelle aule si studia solo il sapere fondato e dimostrato scientificamente, una tendenza all&#8217;oggettività che negli ultimi tempi è strabordata sempre di più dalle discipline matematiche alle (per l&#8217;appunto) scienze umanistiche</strong>. La risposta degli studi di genere è stata infatti <strong>una maggiore produzione di cifre, statistiche e dati che legittimassero il proprio approccio</strong> anche allo sguardo miope della comunità accademica. Ma se persino i poteri millenari come quello del Vaticano faticano a regolare i flussi di sapere, in una società interconnessa in cui la loro circolazione è accelerata e moltiplicata all&#8217;infinito, non c&#8217;è da stupirsi che il progetto di regolamentazione del dibattito pubblico da parte di quei progressisti-che-fanno-i-conservatori sia stato e continui a essere un fallimento totale. Dall&#8217;utilizzo della schwa o di altri stratagemmi per evitare il maschile sovraesteso, fino alle critiche contro altre forme di discriminazione legate al linguaggio<strong>, qualsiasi misura calata dall&#8217;alto ha trovato terreno fertile soltanto nelle nicchie politicamente schierate per quelle lotte specifiche</strong>, mentre il resto della comunità continua a opporre una resistenza accanita e spesso derisoria.</p>



<p>D&#8217;altra parte, in tempi di crisi chi cerca di far rispettare le regole non va di moda. L&#8217;estrema destra populista l&#8217;ha capito bene: i suoi portavoce di tutto l&#8217;Occidente sono riusciti a dare un&#8217;aria rivoluzionaria alla propria visione del mondo, aggrappandosi a una critica feroce del sistema vigente. I temi sono sempre gli stessi, vecchi e reazionari <strong>– il razzismo e l&#8217;odio dello straniero, la misoginia di stampo patriarcale, l&#8217;elogio della ricchezza e la colpevolizzazione della povertà</strong> – ma l&#8217;accezione che hanno assunto è stata capovolta. Per parlare agli strati di popolazione più marginali e insoddisfatti, queste forze recitano una prospettiva di ribaltamento del presente, <strong>scostandosi dalla tradizionale destra di privilegiati che vogliono mantenere le cose come stanno per assicurare la continuità del proprio privilegio</strong>.</p>



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<p>“Nuovo è sempre meglio” afferma Barney Stinson <em>in How I Met Your Mother,</em> e i programmi dell&#8217;estrema destra ne condividono la massima, anche a costo di sembrare incoerenti o contraddittori. <strong>Tutto ciò che rappresenta lo<em> status quo</em> può essere accusato come responsabile della situazione attuale</strong>: dalle élite politiche di Bruxelles fino a quelle sanitarie delle case farmaceutiche, dai diritti umani fino al concetto ultimo e intoccabile della democrazia, ogni occasione è buona per scagliarsi contro i guardiani dell&#8217;ordine. Persino riguardo a tematiche notoriamente conservatrici come quella della sicurezza, spesso legata alla legittimazione della violenza da parte delle forze di polizia o alla necessità di provvedimenti più rigidi sulla questione migratoria, il discorso viene impostato in maniera da sottolineare che “le cose per come sono andate fino ad ora non funzionano” e che “serve un colpo di mano”.</p>



<p>L&#8217;idea sottesa è che nel passato ci sia sempre stata una continuità e una complicità nella gestione del potere, a cui è giunto il momento di mettere una fine. Una volta affermata tale narrazione, è facile che il colpo di mano diventi colpo di Stato (fallito nel ridicolo), come nel caso dell&#8217;assalto al Campidoglio avvenuto il 6 gennaio 2021. D&#8217;altra parte, sarebbe impossibile far passare proposte politiche medievali per soluzioni innovative e ribelli agli occhi di milioni di elettori senza assumere un estremismo anche nei metodi e nelle forme: <strong>tutto diviene lecito per ottenere il cambiamento desiderato</strong>.</p>



<p>Recentemente è uscito un articolo di Internazionale intitolato “Perché a Giorgia Meloni piace Antonio Gramsci”, in cui viene raccontata l&#8217;appropriazione, da parte dell&#8217;estrema destra occidentale, di concetti storicamente socialisti<strong>: l&#8217;egemonia culturale e la battaglia delle idee.</strong> La pertinenza di tale analogia diventa evidente se riguardiamo alla strategia comunicativa con cui tali forze ripuliscono la loro immagine di conservatori per divenire fautori del nuovo; all&#8217;approccio cinico con cui ricorrono a ogni arma retorica per manipolare l&#8217;opinione pubblica; e all&#8217;astuzia con cui attaccano la sinistra proprio nell&#8217;unico campo in cui essa è portatrice di una tradizione e di un assetto regolatore, quello della cultura e della conoscenza.</p>



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<p>Tutto ciò va unito al fatto che, malgrado i loro tentativi di passare per gli ultimi arrivati, sorti dal basso e portatori delle istanze popolari, <strong>i partiti dell&#8217;estrema destra occidentale sanciscono un&#8217;alleanza sempre più stretta con quegli stessi attori che possiedono i mezzi di produzione del sapere e dell&#8217;informazione</strong>: dai social media ai canali televisivi, dai grandi gruppi editoriali alle fondazioni che finanziano le università più influenti dell&#8217;Occidente, pochi miliardari hanno il controllo economico dell&#8217;infrastruttura che ci permette di creare conoscenza e di diffonderla. <strong>Come si difende il campo “progressista” da questi attacchi? Di solito, prestandovi il fianco e rendendo la propria immagine ancora più conservatrice</strong>.</p>



<p>Lo abbiamo visto nel caso del giornalismo, dove un&#8217;ulteriore istituzionalizzazione del mestiere di giornalista è stata finora l&#8217;unica risposta a una battaglia mediatica in cui tutti diventano legittimati a parlare e a inventare le proprie verità. Come se valorizzare ancora di più il ruolo dei gatekeepers tradizionali, dei buttafuori che operavano una selezione all&#8217;ingresso dello spazio di dibattito fino all&#8217;arrivo del digitale, possa davvero servire ad aumentarne la credibilità, <strong>invece che farli detestare ancora di più</strong>. Lo abbiamo visto nel caso del sapere universitario, in cui la risposta di fenomeni come i gender studies o gli ethnic studies alle accuse di faziosità politica è stata la ricerca di una scientificità neutralizzante e normalizzante: in <strong>sostanza il traghettamento silenzioso e graduale da espressione di un movimento rivoluzionario con una potente carica di novità a sapere costituito, integrato e in fin dei conti innocuo</strong>. Lo vediamo nei tentativi paternalisti da parte degli ultimi baluardi del Sapere, gli intellettuali, di educare le masse, quelle stesse masse di cui hanno sfruttato l&#8217;ignoranza per ritagliarsi un ruolo di guida e avanguardia ideologica nella società, senza peraltro ottenerne l&#8217;emancipazione.</p>



<p>In tutti questi casi, <strong>quello che manca è il coraggio di assumere fino in fondo il proprio ruolo partigiano</strong>, a partire dal postulato secondo il quale informazione è forzatamente sinonimo di rappresentazione, soggettiva e parziale, e nessun sapere, né accademico né intellettuale, può sottrarsi da una presa di posizione, prima di tutto ontologica e in secondo luogo politica<strong>. Il primo passo consiste dunque nello scendere dal piedistallo dell&#8217;oggettività e dell&#8217;imparzialità e nello sporcarsi le mani nel fango della battaglia ideologica</strong>. Consiste nell&#8217;abbattere tali preconcetti, nemici di qualsiasi reale progressismo, che si proteggono ancora dietro una pretesa di verità scientifica.</p>



<p>La scienza e la tecnologia hanno saputo costruire tale paradigma, raccontandoci che la realtà è una e una sola e che basta avere strumenti di calcolo abbastanza potenti da produrre quantità di cifre e statistiche in grado di spiegare qualsiasi segreto della natura, così da manipolarla e sconfiggerne le leggi più inviolabili. Viceversa, <strong>le teorie complottiste sono il sintomo di una resistenza della popolazione a questo paradigma, proprio perché qualsiasi affermazione, per quanto scientifica e apparentemente vera, è invece figlia dei rapporti di dominazione di una società data</strong>. Non a caso, nel Seicento la teoria complottista più in voga era quella copernicana secondo cui la Terra gira intorno al Sole e non il contrario, condannata e ridicolizzata dai poteri ecclesiastici dell&#8217;epoca.</p>



<p>Ciò non significa dare adito a qualsiasi bufala, ma <strong>accettare la relatività e la caducità di qualsiasi paradigma di pensiero</strong>, che si afferma in un determinato periodo storico sulla base degli strumenti che può mettere a disposizione e dei sacrifici che deve inevitabilmente compiere rispetto a ciò che non prende in considerazione. Il concetto stesso di definizione è delimitante: contiene il termine ‘<em>finis</em>’, confine, perché ritaglia una porzione manipolabile della realtà e lascia fuori qualcos&#8217;altro. Allo stesso modo un articolo di giornale, un approccio epistemologico del gender o la profetizzazione della fine del capitalismo non hanno nulla di scientifico, né di vero nel senso assoluto, né tantomeno svelano un aspetto dato e naturale della realtà: semplicemente, <strong>promuovono determinati valori, visioni del mondo e convinzioni che possono offrire soluzioni soggettive ad alcuni problemi</strong>. Proprio come, in una scienza come la fisica, accettare il fatto che il tempo sia separabile in istanti ci permette di ottenere alcune cose – prima tra tutte misurarlo – ma ci obbliga a rinunciare ad altre – la continuità e la coesistenza di una dimensione passata, presente e futura. Ripudiare il mito della neutralità significa abbandonare l&#8217;ipocrisia di chi è convinto di avere la verità in tasca, abbracciando una prospettiva molto più pragmatica e machiavelliana<strong>: convincere le persone di avere ragione è più importante che avere effettivamente ragione in assoluto</strong>.</p>



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<p><strong>C&#8217;è chi dice che le ideologie sono morte, ma sembra invece che oggi siano più vive che mai</strong>: sono talmente presenti che la gente è scettica verso qualsiasi forma di oggettività, e non senza buoni motivi. Una delle eredità dei totalitarismi novecenteschi è la diffidenza verso ogni forma di propaganda, intesa come condizionamento della mentalità delle persone con o senza il loro consenso. Ma tale esercizio del potere è insito nel comunicare di qualsiasi tipo e non si può sfuggirvi. Una soluzione è quella che la sociologa Sandra Harding definisce <strong>un&#8217;oggettività forte: prendere coscienza del proprio punto di vista inevitabilmente parziale e dichiararlo esplicitamente</strong>. In particolare, la sociologa femminista sostiene che i soggetti marginali e oppressi siano più consapevoli dell&#8217;inevitabile assenza di neutralità: dalla periferia è più facile accorgersi di alcune dinamiche in cui si è invece immersi quando si occupa una posizione centrale. Adottare un&#8217;oggettività forte significa sì fare ricorso a tutti gli strumenti metodologici che ci offre la ricerca, ma <strong>consapevoli dell&#8217;arbitrarietà</strong> con cui poi si darà un senso ai dati e alle statistiche raccolti.</p>



<p>Lasciare questo compito alle visioni del mondo subalterne, che non hanno ancora avuto modo di emergere, è imperativo per qualsiasi soggetto che si pensi rivoluzionario: <strong>l&#8217;aspirazione al cambiamento non può passare per il mantenimento degli stessi attori che hanno occupato la scena fino ad ora.</strong> Allo stesso tempo, è arrivato il momento che le figure di spicco di cui si fregia l&#8217;immaginario progressista, dai giornalisti agli intellettuali, passando per i ricercatori e i protagonisti della scena culturale – non a caso in maggioranza uomini, in maggioranza bianchi e in maggioranza di classe privilegiata – <strong>giustifichino la propria voce e la propria partecipazione non sulla base della quantità di lauree o pubblicazioni, non dell&#8217;autorevolezza della testata o della casa editrice per cui scrivono, ma della validità delle proprie idee, della capacità di convincere il prossimo e di aggregare le masse sotto una narrazione alternativa della società</strong>. Ciò significa rientrare in contatto con la realtà: riconoscere il proprio ruolo come situato e non <em>ex nihilo</em>, collocato in una guerra ideologica che, volenti o nolenti, è già in corso, è già condotta dalla parte opposta, e che come tutte le guerre ha molto più bisogno di soldati che di osservatori.</p>



<p>Il monopolio della cultura detenuto dal progressismo è attaccato da tutte le parti: dalla destra populista in quanto privilegio di un&#8217;élite intellettuale distaccata dalle masse, dalla nuova sinistra che cerca di sorgere dai margini, quella etnica e femminista, in quanto barriera d&#8217;accesso esclusiva per le identità marginalizzate. Invece di ritirarsi nei bastioni della tradizione, proteggendo l&#8217;autorevolezza di un manipolo di testate giornalistiche e case editrici, rinchiudendosi nella miopia di un sapere universitario ormai parte integrante del sistema in declino, cercando di salvare qualche principio democratico, etico o professionale nel caos delle spinte entropiche che le attaccano, <strong>queste forze devono schierarsi, non perché sia giusto di per sé ma perché il periodo storico in cui vivono glielo impone</strong>.</p>



<p>In riferimento al metodo, può darsi che teorie del complotto, fake news e manipolazioni mediatiche di vario genere siano da criticare in quanto moralmente sbagliate, in quanto violazioni impunite da un sistema imperfetto. Ma inserite invece in uno scenario di scontro aperto, di battaglia delle idee per l&#8217;egemonia dell&#8217;opinione pubblica, <strong>tutte queste pratiche sono ammirevolmente efficaci.</strong> <em>In primis</em> per la loro capacità di convogliare milioni di persone a credere nella stessa cosa: in un mondo polarizzato e diffidente, volto alla frammentazione e all&#8217;individualizzazione, sono le uniche narrazioni ancora in grado di creare attorno a sé una collettività attiva, pronta alla lotta e all&#8217;azione diretta in loro nome.</p>



<p>Ad esempio, non c&#8217;è nulla che faccia infuriare i difensori del dibattito democratico quanto il boicottaggio, operato da parte di gruppi coordinati di estrema destra, di pagine social considerate di sinistra, attraverso la segnalazione massiva e il conseguente ban dalla piattaforma: una scomparsa provvisoria ma estremamente dannosa in termini di visibilità. Si tratta di un&#8217;attività parcellizzata e imprevedibile: viene da chiedersi perché tali attacchi non siano riprodotti contro le pagine neonaziste o i gruppi Telegram di suprematisti bianchi. È un&#8217;evoluzione più offensiva ed efficace del blando attivismo sui social, denunciato da alcuni come <em>slacktivism</em>, basato sulla pigra ricondivisione di post e sulla partecipazione <em>push-button</em>: qui non si tratta di dare più visibilità alle proprie narrazioni, ma <strong>di attaccare quelle che si ritiene illegittime o dannose</strong>.</p>



<p>Inoltre, tali pratiche di lotta hanno una potenzialità data dalla loro indole anti-sistemica, dalla loro inclinazione essenzialmente ribelle, dato che nel campo della comunicazione sono l&#8217;unica stortura, l&#8217;unica falla capace di mettere in difficoltà apparati mediatici e algoritmi, ricordiamolo, appartenenti all&#8217;1% dell&#8217;1% più ricco del mondo. Sarebbe ingenuo pensare che una parte delle fake news e delle teorie complottiste non venga messa in circolazione e pilotata da frange di quella stessa élite al potere: ormai è nota l&#8217;abilità dei responsabili della propaganda russa nello sfruttare il funzionamento dei social occidentali per i propri interessi, così come risulta emblematico lo scandalo di Cambridge Analytica, società di consulenza britannica, venuto alla luce nel 2018. Tuttavia, sarebbe altrettanto ingenuo credere che i proprietari delle piattaforme online, da Google a Facebook, da X a Microsoft, possiedano gli strumenti per controllare questi fenomeni.</p>



<p>Dall&#8217;altro lato dell&#8217;oceano, l&#8217;alleanza è stata sancita: i mega-conglomerati denominati GAFAM, i quali detengono realmente il monopolio del sapere, della sua produzione come della sua diffusione, hanno scelto da che parte stare. Senza citare il saluto nazista del CEO più megalomane e ridicolo della contemporaneità, tutti hanno visto le foto in cui Jeff Bezos, proprietario di Amazon, e Mark Zuckerberg, proprietario di Meta, partecipavano insieme ad altri influenti ultramiliardari alla cerimonia d&#8217;inaugurazione del presidente Donald Trump.</p>



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<p><strong>Le fake news appaiono come la carta vincente utilizzata da queste persone per salire al potere e al contempo l&#8217;unica arma mediatica in grado di creare seri problemi ai loro apparati</strong>. Sembra sensato affermare quindi che tali fenomeni, al pari delle teorie del complotto, vadano studiati e analizzati non tanto per capire come contrastarli in quanto “menzogne” – abbiamo visto che non esiste comunicazione che non lo sia: <strong>Umberto Eco definiva la semiotica come “lo studio di tutto ciò che può essere usato per mentire</strong>” – <strong>ma per appropriarsene.</strong> Zuckerberg ha annunciato la fine del <em>fact checking</em> sui social di Meta, il blando meccanismo di regolamentazione che limitava l&#8217;uso del linguaggio e censurava le tematiche politicamente più sensibili. Benissimo: cosa succederebbe se Facebook fosse invaso da un&#8217;ondata di fake news riguardanti licenziamenti ingiusti di operai, ecocidi provocati da multinazionali dannose, scandali riguardanti politici di estrema destra? Si dice che le migliori bugie contengano sempre una parte di verità&#8230; Spingiamoci ancora più in là con l&#8217;immaginazione: quali sarebbero le conseguenze della diffusione di teorie del complotto secondo le quali i rettiliani o gli alieni che ci hanno invaso si nascondono dietro quel manipolo di miliardari al potere, o secondo cui l&#8217;arrivo su Marte è una bufala propagandistica al pari dell&#8217;allunaggio, o ancora secondo cui l&#8217;attacco di Hamas del 7 ottobre, proprio come l&#8217;11 settembre, è stato organizzato a tavolino dalle sue stesse vittime, come pretesto valido per fare la guerra in Medio Oriente?</p>



<p>Le storie sono un&#8217;arma potente. Così facilmente interpretabili che spesso non si può prevederne le conseguenze. Al contempo, è utopistico illudersi di poter riportare la situazione attuale all&#8217;ordine<strong>: internet ha reso la conoscenza e il sapere orizzontali, accessibili, aperti, ma così facendo ha creato l&#8217;entropia, un&#8217;entropia di cui finora hanno approfittato solamente le persone sbagliate</strong>. Queste persone hanno imbastito un immaginario falsamente rivoluzionario: riappropriamocene. Loro hanno capito che è imperativo portare avanti la lotta per le proprie convinzioni con ogni mezzo, proprio come lo capirono i fascisti che marciarono su Roma cent&#8217;anni fa.</p>



<p>È il momento di fare lo stesso, al pari dei partigiani che un secolo fa salirono sulle montagne ed entrarono in clandestinità per combatterli, accettando di andare contro la legalità e la propria morale. I tempi odierni sono tempi di crisi, di guerre e di caos: tutti elementi che lasciano poco spazio per decidere ciò che è lecito e ciò che non lo è, ciò che è giusto e ciò che non lo è. Qualcuno diceva che in guerra non ci sono regole, ma nella battaglia ideologica di cui parlava Gramsci una regola c&#8217;è: <strong>vince chi ha in tasca la storia migliore, quella che offre più possibilità di sognare un orizzonte nuovo</strong>. Per il resto, ogni mezzo è lecito per diffonderla: le cosiddette “masse” non sono stupide, la interpreteranno in ogni caso come pare a loro. Come hanno sempre fatto.</p>



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		<title>Istruzioni per entrare nel mondo della cultura &#8220;underground&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Dec 2024 10:46:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dissesto editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Intellighenzia]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Intellettuali]]></category>
		<category><![CDATA[meme]]></category>
		<category><![CDATA[Riviste]]></category>
		<category><![CDATA[Università]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è un percorso classico, un "cursus honorum", per entrare a far parte del mondo editoriale, letterario, o culturale identificato come "underground", se per underground non s'intende sottoculturale, battagliero o innovativo, ma ci si riferisce a tutte quelle attività culturali che costringono chi le persegue a tirare avanti principalmente per passione e arrotondare nella ristorazione 2/3 sere a settimana.</p>
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<p>C’è un percorso classico, un <em>cursus honorum</em> prestabilito, per entrare a far parte del mondo editoriale, letterario, o culturale identificato come <em>underground</em>, se per <em>underground</em> non s&#8217;intende sottoculturale, battagliero o innovativo, ma ci si riferisce a tutte quelle attività culturali che costringono chi le persegue a tirare avanti principalmente per passione e arrotondare nella ristorazione 2/3 sere a settimana.; ndA: ‘<em>underground</em>’ bisognerà pronunciarlo mentalmente come Antonio Albanese <a href="https://www.youtube.com/watch?v=ES_LxOp9joc">in quel film</a> per il resto dell’articolo.</p>



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<p><strong>Anzitutto è fondamentale l&#8217;università</strong>; non tanto però per l’istruzione che offre, ma perché l’accademia è la primavera della squadra culturale underground di domani. Dei battitori liberi &#8211; autodidatti o mal istruiti &#8211; ci sono e ci saranno sempre, ma passando dall’università è tutto più semplice; è lì che si imparano le parole d’ordine fondamentali &#8211; quelle a tal punto vaghe da poter includere tutto e il contrario di tutto (come &#8216;capitalismo&#8217;, che rimane ad oggi imbattuto per ampiezza di significato) &#8211; e si capisce come funziona il gioco, cosa dire, in che modo e dove dirlo, si stabiliscono le gerarchie ideologiche, s&#8217;impara il vocabolario e il timbro del <em>parlare culturale</em>. Poi per carità, spesso s’impara anche qualcosa di nozionistico, ma non è questo il punto. <strong>Non basta sapere per diffondere cultura <em>underground</em>.</strong><br><br>Una volta presa la laurea o il dottorato (meglio), o anche nel mentre, bisogna farsi il giro delle riviste, quelle radicali, cioè quelle che non prevedono un contributo economico per chi scrive (come questa su cui scriviamo, <em>radicalissima</em>). Non sono tantissime, bisogna girarne quanto basta perché la propria bio virtuale possa recitare “<strong>scrive e collabora con alcune riviste</strong>”. Bisognerà ricordarsi di citare gli autori o le case editrici di cui si vuole attirare l’attenzione, non importa se in modo congruente, tanto nessuno nota se una citazione conferma o meno la proposizione che segue, l’importante è lanciarla nell’etere, su internet, dove sarà preda facile dei filtri di ricerca. Gli attori culturali sono di norma insicuri e orgogliosi, digitano il loro nome sui motori di ricerca con cadenza settimanale; se quindi <strong>si cita accuratamente e con un po&#8217; di cinismo</strong> in poco tempo si verrà notati, è una garanzia. Si può anche tentare un approccio laterale, con un piede qua e uno là tra il mondo della cultura ufficiale e quello sottoculturale, legittimando letterariamente o filosoficamente un prodotto della cultura di massa, usando Heidegger per ascoltare l&#8217;hyperdub o Lautréamont per interpretare un meme. E&#8217; un approccio tra i più rischiosi di cadere nel ridicolo, ma anche più profittevoli nel caso di successo. Una via più diretta, invece, per mettersi sulla mappa sarà quella di <strong>organizzare la presentazione del libro o del progetto di qualcuno del giro di cui si vorrebbe fare parte</strong>. Richiede però avere l’accesso a uno di quei fantomatici “spazi” o “realtà” culturali; non è scontato, anzi per molti è già condizione sufficiente per dichiararsi attori culturali <em>underground</em>.</p>



<p><br>Essenziale in tutto questo, però, è frequentare nel frattempo <strong>gli eventi giusti nei posti giusti</strong> – possibilmente posti all’apparenza <em>working-class</em>, nello spettro che va dall&#8217;evento al centro sociale all’inaugurazione della libreria in periferia; (tornerà utile più avanti: qualunque strada si scelga di percorrere l’importante è farla sembrare in salita). Bisognerà farsi notare però a questi eventi, non troppo, ma neanche troppo poco, si può provare con l&#8217;abbigliamento o il taglio di capelli, ma il metodo ad oggi più efficace rimane la domandina durante o, meglio, dopo (&#8220;ti posso chiedere una cosa&#8221;) a uno dei relatori; quel tipo di domande <strong>che non mette in difficoltà chi la riceve, né scioglie alcun dubbio di chi la formula</strong>, ma permette a entrambi di connettersi lungo un asse comune di riferimenti culturali (si sarà senza dubbio imparato a fare questo tipo di domande negli anni universitari).</p>



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<p>Poi bisogna includere in qualsiasi cosa si scriva o si dice in pubblico un&#8217;altra cosa imparata negli anni dell’università,<strong> le parole d’ordine di cui sopra</strong>, facendo attenzione a quali hanno perso nel frattempo valore, diventando <em>mainstream</em>, &#8211; per capirlo basta dare un’occhiata alle locandine delle grandi fiere nazionali o seguire<a href="https://www.instagram.com/tlon.it/"> la pagina instagram di Tlon</a> – e quali magari sono state bannate perché condivise con convinzione dalla destra reazionaria. Bisogna inoltre sapersi orientare sulle nuove uscite della piccola editoria “radicale”, ovvero quella che paga poco, come le riviste, e pubblica libri che contengono nel titolo le suddette parole.</p>



<p><br>Queste pratiche sono fondamentali per chi si ostina a voler il proprio posto al sole in questo mondo, soprattutto se non ha granché da dire. La fase “riviste” della sua carriera potrebbe durare parecchio, e nel tempo le esigenze della fame o della specie potrebbero finire per congelarla così come è. Per chi è capace di produrre dei ragionamenti sensati, invece, o di scrivere discretamente (le due cose non vanno necessariamente insieme), in poco tempo qualche spazio potrebbe finire per aprirsi, il suo nome comincerà a girare in qualche piccola redazione a caccia di idee, <strong>che guarda caso avrà in progetto un libro, o un volume collettaneo, proprio su uno di quei temi propagandati come sottoculturali</strong>. Se sarà stato abbastanza furbo e recettivo, ormai avrà imparato a padroneggiarne uno in particolare, o un mappazzone concettuale che li contiene e connette tutti tra di loro tramite qualche prefisso latino, per dare vita a un’unica critica universale, inconcludente e molto allusiva.</p>



<p><br>Da questo punto in poi, dalla prima pubblicazione allineata, le porte del mondo culturale <em>underground</em> sono, in linea di principio, aperte. Dipenderà dalle capacità del singolo saper sfruttare l’occasione, il giro di conferenze, le presentazioni, le connessioni. Avrà dimostrato che il contenuto c’è, ed è tale da<strong> non infastidire nessuno all’interno del mondo culturale, da non scomodare troppo il pensiero e da confermare i preconcetti che già dominano il dibattito della bolla,</strong> rimescolandoli in nuovo prodotto editoriale; esso sarà perciò di casa pressoché ovunque, dai CSOA alle testate nazionali che pagano a collaborazione, passando per fiere, televisioni, piccole riviste e podcast seriali. Non c’è da temere: ogni redazione culturale è sempre costantemente a caccia di qualcuno con cui riempire un palinsesto, per giustificare l’accesso ai fondi pubblici o vendere le birre al bar-libreria che ospita l’evento, quindi in sostanza per tirare a campare. Basta avere pazienza. <strong>L’accesso è perciò di norma garantito, se si riesce a non farsi cogliere in flagrante con qualche illecito a spese pubbliche, a limitare la propria ironia entro cerchi ristretti e fidati, e non farsi prudere le mani con la propria compagna</strong>. A determinarne le caratteristiche e la dirompenza saranno l’aspetto fisico, la capacità retorica, la sfrontatezza, il capitale umano ed economico iniziale, e l’emotività che genera la propria biografia se la si può leggere attraverso la chiave di un eventuale riscatto economico o esistenziale ottenuto grazie alla cultura.<br> <br><br>C’è poi un percorso non tradizionale, più moderno ed eccentrico. <strong>Creare una pagina di meme, o una incentrata, sempre con taglio ironico, su una o più delle parole d’ordine del momento. </strong>Maggiore il numero dei follower, maggiore sarà di conseguenza la credibilità dell’istituto culturale che vorrà trasformare la pagina in un libro o in un prodotto audiovisivo ufficiale. Se il successo potrà essere immediato, gli effetti a lungo termine di questa strategia sono incerti, il rischio sarà di rimanere impelagati nelle maglie del proprio personaggio da social. Chi nasce produttore di meme o influencer spesso muore comunque cameriere, anche se per un po&#8217; gira un libro col suo nome in copertina.</p>



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		<title>La fiera della piccola e media ipocrisia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Nov 2024 16:23:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dissesto editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Chiara Valerio]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Leonardo Caffo]]></category>
		<category><![CDATA[Mondo culturale]]></category>
		<category><![CDATA[PLPL]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sull'esausto caso Leonardo Caffo/Chiara Valerio/PLPL, ma qualcosa di più generale andava detto.</p>
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<p class="has-text-align-right has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-4a9a7c9c4f9c2d1ea9192b2df7d7b1db">«Non chiedetemi dove andremo a finire perché già ci siamo». <br>Ennio Flaiano</p>



<p class="has-text-align-left"><br>È scoppiata la polemica in questi ultimi giorni intorno alla fiera di Roma «Più Libri Più Lividi», quando la curatrice del programma Chiara Valerio, dopo aver intestato la manifestazione a Giulia Cecchettin – ma perché poi? tra tutte, è forse la testimonial che crea più engagement, con un padre che a due mesi dalla morte pubblica un libro con Rizzoli, mentre le altre donne uccise contano meno? –<strong> ha avuto l’infelice idea di invitare tra gli ospiti l’amico Leonardo Caffo, accusato di maltrattamenti sulla ex fidanzata</strong> (già difeso da una schiera di scrittori e scrittrici – Ciabatti, Gaspari, Gasparrini<strong>, i tlonisti</strong> – che fino a ieri facevano valere il motto “sorella io ti credo” solo finché l’accusato non è un amico). </p>



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<p class="has-text-align-left">Valerio&amp;Co si trincerano dietro il garantismo e la Costituzione, gridano alle liste di proscrizione e alla censura, ma nessuno ha prelevato a casa Caffo con i forconi, <strong>in molti chiedevano soltanto un po’ di buongusto</strong>, in attesa di una sentenza che arriverà il 12 dicembre, a quattro giorni dalla chiusura della fiera. E poi quello stesso garantismo con cui si fanno scudo non valeva quando era Ignazio La Russa a servirsene per difendere il figlio, accusato anche lui di molestie, e in millemila altri casi. Doppio standard arcitaliano, diagnosticato da Giolitti in tempi più che sospetti: «con i nemici le gogne si applicano, e con gli amici invece si interpretano». </p>



<p class="has-text-align-left">Ma del caso Caffo, o meglio, del meccanismo di protezione testimoni applicato dal circolo dell’amichettismo abbiamo già parlato. La nostra opinione sul valore intellettuale di Chiara Valerio non l’abbiamo neanche mai formulata perché non abbiamo letto i suoi libri di algebra. <strong>Come monta la polemica, però, è tempo di guardare altrove, perché la polemica per sua natura è cieca e faziosa e perde di vista il nucleo centrale del problema, si trasforma nell’ennesimo hashtag all’ordine del giorno, esercizio di frustrazione che privilegia solo l’algoritmo, o in un’impotente tempesta di merda sulla Valerio e su Caffo</strong> – sintomo di una contraddizione più ampia, aspetto visibile di un sistema culturale fondato sull’arroganza, collaudato da anni, e che opera sul retro dei panel, nelle redazioni editoriali, nei salotti dove si vive con l’illusione di impunità. </p>



<p class="has-text-align-left">Non ci interessa che domani la Valerio venga detronizzata dal suo ruolo alla fiera Plpl, perché a succederle sarà un epigono altrettanto colluso con gli apparati culturali dominanti, <strong>il cui stesso funzionamento genera le condizioni ideologiche e materiali per le quali si ripresenteranno queste storture in eterno.</strong> Dobbiamo invece rimettere in discussione propri i parametri di selezione di certi personaggi, il loro ruolo di distributori di pass di entrata e di uscita dai salotti della ragione, i cuscinetti di ammortizzazione dei danni come quello che subito «Propaganda Live» ha fornito a Chiara Valerio, senza contraddittorio alcuno (anzi Diego Bianchi, un giornalista professionista, si diceva «poco informato» sulla questione) per giustificare il suo operato con una supercazzola inascoltabile, di un altezzoso farsesco («noi i libri li leggiamo sul serio»: e quindi? vuoi un applauso?). </p>



<p class="has-text-align-left"></p>



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<p class="has-text-align-left">E ancora il sistema <strong>di lavaggio morale </strong>che ha permesso di nuovo alla illustrissima di firmare senza battere ciglio un’introduzione al primo volume della nuova collana di libri di Robinson, <em>Una stanza tutta per sé</em> di Virginia Woolf, definito proprio da Repubblica «il libro che ci ha fatto aprire gli occhi sulla questione femminile» ma sempre finché sono gli altri a sbagliare (quelli che non leggono e non scrivono libri?). Eppure arrivano le scuse da Plpl, che metterà a disposizione la sala destinata a Caffo ai centri anti-violenza (una specie di elemosina), <strong>quindi anche un’ammissione di colpa</strong>, quando non bisognava scusarsi per per Caffo in sé – innocente fino a prova contraria – ma per il fatto che Caffo è stato invitato solo in quanto amico della cricca e per nessun altro motivo.</p>



<p><br>Il banco sta saltando, <strong>cadono i pezzi giorno dopo giorno di questo grande apparato di creazione e gestione della legittimità degli intellettuali</strong> (l’unico capitale che hanno a disposizione). E dobbiamo renderci conto che siamo noi gli azionisti di maggioranza della Cultura S.p.A. Che il nostro tempo e la nostra credulità sono i loro benefit. Hanno costruito con le loro mani la ghigliottina con cui adesso gli viene mozzata la testa. Ma non conviene mai esultare per le teste tagliate,<strong> bisogna fare in modo che bruci la ghigliottina</strong>. E qualche idea ce l’abbiamo.</p>



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		<title>Sogno di una sinistra senza intellettuali</title>
		<link>https://ilnemico.it/sogno-di-una-sinistra-senza-intellettuali/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Jul 2024 09:15:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Impolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Intellighenzia]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Borghi]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema America]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[intellighenzia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Uno spettro si aggira per l'Europa: è il pregiudizio che la cultura e la moralità siano equipollenti. Pregiudizio coltivato e difesa dalla classe che guarda caso detiene il monopolio della cultura: la classe degli intellettuali. Non serve sviluppare un'etica, essere attivi politicamente, difendere, anche con il proprio corpo, un'idea di mondo. Si estrae un medesimo plusvalore intellettuale andando al Salone del Libro, al cineforum in piazza, o ascoltando il podcast giusto. Estratto dal #54 della newsletter "Preferirei di no".</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Recentemente, in Francia, è scoppiata una polemica intorno ad alcune <strong>dichiarazioni politiche del calciatore Mbappé</strong>, che all&#8217;alba delle elezioni invitava a non votare il Rassemblement National al secondo turno, «per non mettere il Paese nelle mani di quella gente». Non si è fatta attendere la risposta di Marine Le Pen: «I francesi sono stufi di ricevere lezioni di morale e istruzioni di voto» da «attori, calciatori e cantanti». <strong>Ma perché Mbappé non potrebbe esprimere la sua opinione politica? Perché è uno sportivo? Perché è un privilegiato?</strong> Non ci sembra che la Le Pen e la destra in generale, che condannano quasi sempre gli endorsement pubblici dei membri dello star system, abbiano argomentazioni valide a sostegno della propria tesi. Insomma <strong>Mbappé vive in una società e ha tutto il diritto di esprimere la propria opinione politica</strong>. La democrazia funziona così, e se la destra si presenta alle elezioni non può che stare al gioco delle parti. </p>



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<p>Perciò il nostro problema è stato di tutt&#8217;altra natura, quando siamo incappati in <a href="https://gruppomagog.us3.list-manage.com/track/click?u=e4cb43edb6896c1c159e383a4&amp;id=dc29c6c174&amp;e=05d5da8651" target="_blank" rel="noreferrer noopener">un video di Alessandro Borghi, ospite sul palco al Cinema in Piazza</a>, la riuscitissima operazione del Piccolo America che sta animando l&#8217;estate romana con proiezioni cinematografiche in tre diverse località cittadine. Tutto bellissimo. <strong>Nel discorso dell&#8217;attore però c&#8217;è un passaggio che conferma un concetto forse fumoso ma che questa newsletter sta cercando di condensare fin dal suo primo numero.</strong> Borghi dice, rivolgendosi alla platea: «Mi piacete tantissimo voi&#8230; ma questo Paese un po&#8217; meno. Cioè diciamo che se fossero tutti come voi forse avremmo risolto. Invece da qualche parte ci sarà una piazza dove ci sta la gente così capito&#8230; [fa il gesto del braccio teso] e quindi è un macello». </p>



<p>A noi della scelta di campo di Borghi, legittima come quella di Mbappé, interessa pochissimo. Malgrado a nostro avviso sia una scelta più posizionale che politica: nel senso che <strong>quella solo <em>posizionale</em> è una scelta a rischio zero ma con una massimizzazione del profitto, quella politica è una scelta in cui la responsabilità precede qualsiasi guadagno simbolico. </strong>Borghi invece non può dire il contrario di ciò che dice di fronte a un mondo del cinema che è schierato a sinistra e a una platea come quella del Piccolo America, che non tollererebbe altra posizione:<strong> quindi è sollevato da qualsiasi responsabilità, perciò la sua dichiarazione è la meno politica che si possa fare.</strong> Se puoi schierarti da una parte sola, che bisogno c&#8217;è di ribadire il tuo schieramento? Chi devi convincere tra quelli già convinti? È molto angusta la nostra libertà, oggigiorno, se possiamo rivolgerci sempre e solo a chi già pensa ciò che pensiamo. </p>



<p>Ma non è questo il punto, ci stiamo dilungando. Più interessante è il sottotesto, quello che questo discorso sottintende, <strong>e che rivela l&#8217;enorme problema in cui versano la cultura e i suoi esponenti.</strong> Borghi dice che l&#8217;Italia sarebbe un Paese migliore se fossero tutti come gli astanti, quindi, lavorando per deduzione: <strong>gente che va al cinema, che si interessa di cultura, che prende parte a delle manifestazioni, che si mette in gioco e che per questo non è di destra</strong>, come il resto del Paese, che invece si ritrova in altre piazze a fare i saluti romani e a urlare &#8220;Presente!&#8221;. Ora, premesso che nel pubblico delle Cervelletta, di cui Borghi non conosce i singoli componenti, potevano esserci pedofili, spacciatori, evasori fiscali, lettori di Teresa Ciabatti, criminali di tutti i tipi, <strong>perché si fa questa associazione tra cultura e moralità?</strong> Perché chi legge, chi si informa, chi partecipa a una proiezione cinematografica dovrebbe essere migliore di chi invece non fa tutte queste cose? </p>



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<p>Ci sono uomini e donne che vivono, ridono, si innamorano, soffrono, lavorano <strong>senza aver mai letto mezzo libro, e chissà quanti saperi non riconosciuti da certificati culturali essi conservano e custodiscono e tramandano,</strong> e chissà che non siano proprio questi saperi quelli che mandano avanti il Paese e permettono a chi legge Calvino di spostarsi da una parte all&#8217;altra della città in metro per andare a bere il suo spritz nella libreria sui Navigli. Questo automatismo, questo tic tutto progressista che risolve l&#8217;equazione per cui all&#8217;aumentare dei libri letti, dei film visti, o dei viaggi fatti <strong>aumenta la libertà e la moralità degli individui non ha alcun fondamento. </strong>Qual è la libertà di Borghi, che per ricevere un applauso su quel palco non può esimersi dal dire la frasetta di rito? La libertà di giornalisti che sono presi in ostaggio dai pregiudizi del proprio pubblico, di case editrici che rispondono solo alle esigenze del mercato, di case di produzione che devono rispettare i canoni imposti dall&#8217;ultimo bando del Ministero della Cultura per riceve i contributi pubblici? Di che libertà stiamo parlando, di che coscienza politica dobbiamo discutere? Perché non si entra mai nel merito?<strong> </strong></p>



<p><strong>Il cinema poi è stato uno degli strumenti di propaganda più utilizzati dai totalitarismi novecenteschi</strong>, anzi uno dei mezzi che deve il suo enorme sviluppo e raffinamento nei metodi e nelle tecniche proprio ai regimi dittatoriali, che ne hanno fatto un uso massiccio e spropositato. Borghi domani potrebbe formulare lo stesso discorso di fronte a una platea nazista in attesa di guardare «La cittadella degli eroi», solo perché si tratta pur sempre di cinema? Ecco pensiamo che probabilmente Goebbels è diventato Ministro della Propaganda dicendo cose del genere: «di là ci sono quelli brutti, sporchi e cattivi che non vedono i film liberatori che vediamo noi e per questo il Paese fa schifo, epuriamoli».<strong> </strong></p>



<p><strong>I libri, i film, i podcast non sono mezzi dal valore morale intrinseco. Non hanno niente a che vedere con la moralità.</strong> Anzi i più grandi massacri e stermini della storia sono stati avviati da società sviluppatissime, culturalmente molto qualificate. Ma perché la sinistra non si toglie dalla testa la pessima idea che gli intellettuali salveranno il mondo? Gli intellettuali sono la forza più conservatrice, più controrivoluzionaria della storia, più attaccata ai suoi privilegi. Ecco l&#8217;epurazione che andrebbe fatta, togliere la patina di moralità di cui si ammantano a vicenda scrittori, giornalisti, registi, direttori artistici. <strong>Cosa aspetta la sinistra a deintellettualizzarsi? </strong>Perché la difesa degli ultimi, degli emarginati, delle minoranze, è appannaggio posizionale di una classe di persone che si appropria culturalmente di problemi altrui, vissuti quotidianamente da persone in carne ed ossa, senza teorie, <strong>trasformando questi stessi problemi in ideologia, quindi carriera, professione, business?</strong> </p>



<p>Non sarebbe meglio una sinistra senza il monopolio di questa categoria parassitaria, che vive a spese di sofferenze non sue, e che pur non essendo la proprietaria dei mezzi di produzione detiene i mezzi di produzione del discorso dominante (che è sempre di sinistra, perché la destra non produce alcun discorso, ha solo «idee senza parole» come diceva Furio Jesi)? <strong>Il filosofo anarchico Jan Wacław Machajski li chiamava i «capitalisti del sapere»</strong>, un «ceto che anche dopo l&#8217;abolizione dei capitalisti continua a essere una società dominante, esattamente come quella dei dirigenti e dei governanti colti; resterebbe in possesso del profitto nazionale, ripartito nella forma di onorari dei lavoratori intellettuali, e successivamente, grazie alla proprietà e al sistema di vita familiare, questa struttura trova la sua conservazione e il suo modello di riproduzione di generazione in generazione».  </p>



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