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	<title>guerra Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>L’unica cosa bella della guerra sono le bombe su Dubai</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Apr 2026 17:43:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitik]]></category>
		<category><![CDATA[Dubai]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una citazione emblematica, attribuita allo sceicco Rashid bin Saeed Al Maktoum, fondatore della Dubai moderna, recita così: “Mio nonno andava in cammello, mio padre andava in cammello, io guido una Mercedes, mio figlio guida una Land Rover, mio nipote guiderà una Land Rover, ma il mio pronipote tornerà a dorso di cammello”. L’intero, disperato progetto di Dubai nasce esattamente da qui: dal terrore atavico e antico di tornare alla sabbia.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Se, malauguratamente, la vita mi conducesse di fronte alla necessità di scrivere un romanzo, io lo ambienterei a Dubai. Ma certo, non potrebbe essere diversamente, pensateci bene. Dubai è New York negli anni ’30, o Roma o Parigi nei ’60, o ancora è l’Amsterdam del ‘600, è Bisanzio alla vigilia del crollo, o quello che potrebbe essere Venezia oggi se si liberasse di quel fardello malinconico-decadente che la schiaccia da secoli, ma che le impedisce di sprofondare definitivamente. È un crocevia di&nbsp;<em>crypto</em>-truffatori, mignotte,&nbsp;<em>influencer</em>, imprenditori, criminali, turisti della peggiore specie, lavoratori sfruttati e in cerca di fortuna.</p>



<p>È il solo luogo dove varrebbe la pena di ambientarci un romanzo. È il simulacro del post-storicismo lussureggiante, la casa-rifugio della ricerca (tutta occidentale) dell’esotismo, purché non avulso da comodità e aria condizionata. È turismo nudo, capace di tutto. Anche di mortificare la propria storia, di metterla da parte.</p>



<p>Infatti, per capire davvero l’illusione di Dubai bisogna prima misurare il suo vuoto pneumatico, l’assenza totale di attrito storico. Fino a un battito di ciglia fa, questo lembo di terra ardente non era altro che un avamposto di pescatori di perle e contrabbandieri aggrappati alle sponde del&nbsp;<em>Khor Dubai</em>, l’insenatura d’acqua salata che tagliava in due l’insediamento. Lì, i vecchi&nbsp;<em>dhow</em>&nbsp;in legno scaricavano merci in un silenzio pre-moderno.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
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<p>È una città che è atterrata a piedi pari in una modernità aliena, quella occidentale, anche se libera dai moralismi di facciata che la mascherano.</p>



<p>Tutto inizia nel 1966, anno in cui al largo della zona di&nbsp;<em>Jebel Ali</em>&nbsp;venne scoperto il giacimento di “<em>Fateh</em>” o “buona fortuna”. Petrolio. Tuttavia, a differenza delle altre realtà del Golfo, che vantano riserve pressoché inesauribili, Dubai ha fonti limitate. Se negli anni ’70-’80 il greggio rappresentava quasi il 50% del Pil dell’Emirato, oggi questa percentuale non raggiunge l’1%.</p>



<p>Una citazione emblematica, attribuita allo sceicco Rashid bin Saeed Al Maktoum, fondatore della Dubai moderna, recita così:&nbsp;<em>“Mio nonno andava in cammello, mio padre andava in cammello, io guido una Mercedes, mio figlio guida una Land Rover, mio nipote guiderà una Land Rover, ma il mio pronipote tornerà a dorso di cammello”.&nbsp;</em>L’intero, disperato progetto di Dubai nasce esattamente da qui: dal terrore atavico e antico di tornare alla sabbia.</p>



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<p>D’altro canto, era inevitabile che prima o poi l’oasi post-storica dei paesi del Golfo subisse un brutale fendente di realtà, sotto forma di missili e droni iraniani. L’idea era che, estraniandosi e nascondendosi in un paradiso artificiale popolato da&nbsp;<em>expat</em>&nbsp;europei,&nbsp;<em>influencer</em>&nbsp;americani,&nbsp;<em>scammers</em>&nbsp;russi e indiani abbienti, ci si potesse in qualche modo esimere dalle turbolenze geopolitiche di un’area quantomeno ‘polverosa’, per usare un eufemismo.</p>



<p>La favola nella quale ha vissuto Dubai negli ultimi decenni, fatta di hotel di lusso, giganteschi&nbsp;<em>mall,&nbsp;</em>intrighi di potere e truffe milionarie, rischia ora di spezzarsi per far largo a un ritorno della realtà, annunziato dalle dichiarazioni profetiche di Al Maktoum.</p>



<p>Dubai ha funzionato, e per un po’ funzionerà ancora, perché ha saputo captare una necessità insita nel profondo occidente: il bisogno di ritirarsi al margine della Storia. Ha saputo presentarsi come l’<em>Eden&nbsp;</em>capitalistico per eccellenza, come un vuoto legislativo climatizzato dove il Capitale può muoversi con estrema volatilità, finalmente libero da ogni attrito moralistico e giurisdizionale.</p>



<p>Io a Dubai ci ambienterei il mio romanzo, perché è l’unica metropoli contemporanea che non finge di avere un’anima. È puro spettacolo. È il palcoscenico degli affaristi, dei trafficanti, degli spiantati e dei ricchi cafoni. Un teatro dove mettere in scena la farsa della contemporaneità post-storica nella quale galleggiamo, condita da lusso, avventura e falso esotismo.</p>



<p>Lontana dalla noia apocalittica delle decadenti città occidentali, Dubai si erge a nuovo simbolo dell’escatologia del progresso, mantenendo però la paura millenaria del ritorno alla Storia, del ritorno alla sabbia.</p>



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		<title>L&#8217;anti-americanismo come dovere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Jul 2025 13:43:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Ostilità]]></category>
		<category><![CDATA[Aipac]]></category>
		<category><![CDATA[Alessio Mannino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il paradigma statunitense è riassumibile così: l’individuo è un pollo d’allevamento da ingozzare alla nausea con spazzatura obsolescente, così da fargli credere di essere libero in quanto, titillato nel suo delirio di onnipotenza infantile, sceglie fra venticinque marche della stessa merda di pseudo-artista.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Dio stramaledica l’America. Gli Stati Uniti d’America. L’America<em> interiore</em>. Quella poltiglia tossica che ci portiamo dentro nell’inconscio. L’orizzonte da mangiaciambelle e aspirazuccheri che si sentono, come si dice a Palermo, un cazzo e mezzo. Psicologia dell’americano medio: un bambinone di cinque anni che frigna e pesta i piedi quando, dopo aver bombardato, spianato, asservito mezzo mondo per trasformarlo nel giocattolo del complesso militar-industrial-finanziario, l’unica volta che gli hanno fatto la bua sul suo territorio, nel 2001 a New York, ha imposto ai suoi servi, che saremmo noi, l’imperativo “siamo tutti americani”. Giulietto Chiesa e un’altra buona dozzina di teorici, anche Usa, sostenevano che le due Torri furono auto-abbattute. In ogni caso<strong>, l’effetto fu il rilancio in grande stile dell’arroganza culturale a stelle e strisce, travestita da esportazione universale della democrazia</strong>. Come un detersivo, che corrode chimicamente le identità ancora non del tutto allineate. Sia sempre gloria agli straccioni talebani, raccapriccianti ma con attributi grossi come missili Stinger, che cacciarono a pedate la soldataglia del marketing occidentale. Sconfitta storica dei truci neoconservatori alla Bush, ma anche dei loro successori Democratici con sorrisetto obamiano.</p>



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<p><strong>L’antiamericanismo non è un diritto: è un dovere</strong>. Minoritario, di nicchia, inattuale, perdente, romantico, quello che volete, ma un dovere. La sudditanza la paghiamo ogni giorno, per una serie di sterminate ragioni che ad elencarle tutte potrebbe uscirne una confessione degna di <em>seppuku</em>. Sì, meriteremmo il suicidio per disonore, visto quanto ci siamo assuefatti al fentanyl sociale iniettatoci nelle vene dal 1945 in poi. Per la verità, si stava insinuando anche prima la psico-trappola del <em>comfort</em>, ispirata a quel “diritto alla ricerca della felicità” suprema idiozia inscritta nella Costituzione di Giorgio Washington. Quel che Huxley chiamò “Nuovo mondo orgoglioso”, Toynbee “Occidente”, Pasolini “fascismo consumista” e la Nouvelle Droite “americanismo”, è la stessa pappa ipercalorica che vince e ingloba tutto, perché composta di una sostanza che abbatte ogni difesa: <strong>godere e fottersene delle conseguenze</strong>. Non casualmente il più grande e profondo diagnosticatore della malattia americana fu un americano, l’apostata Christopher Lasch: cavia fra le cavie, centrò perfettamente l’analisi quando descrisse il “narcisismo di massa”, l’“io minimo” e la “ribellione delle élites”, blocco unico che cementa nel marmo della Casa Bianca il paradigma statunitense. Riassumibile così:<strong> l’individuo è un pollo d’allevamento da ingozzare alla nausea con spazzatura obsolescente, così da fargli credere di essere libero in quanto, titillato nel suo delirio di onnipotenza infantile, sceglie fra venticinque marche della stessa merda di pseudo-artista</strong>. Nel frattempo, lassù al vertice, come è sempre stato ovunque, un pugno di potenti, con nomi e cognomi, nient’affatto oscuri, gestisce il potere con l’astuzia di farselo ratificare ogni tot anni in quel gioco delle parti che sono le elezioni. Il tutto è definito “democrazia liberale”, <em>non plus ultra</em> planetario, termine ultimo della politica umana, e guai a dire il contrario.</p>



<p>Basterebbe recuperare un po’ di senso storico, della realtà e della logica, oltre che informarsi un minimo, per sapere quello che ormai tutti sanno e hanno capito, fatta eccezione per la fanbase del <em>living in America</em>: <strong>trattasi di banale imperialismo.</strong> Appena un po’ meno imbellettato e un po’ più mirato di prima, con Trump. Fondato sempre e comunque su una moneta usata da clava (il dollaro), su un debito stratosferico (affinché il cittadino Usa possa continuare a sgasare con il macchinone e produrre la sua personale discarica di rifiuti), su un esercito abnorme a capo della Nato (che d’ora in avanti, grazie a san Trump protettore dei destro-terminali, pagheremo fior di miliardi in più), su un primato tecnologico oggi in vetta anche nella cosiddetta intelligenza artificiale (che renderà superflui milioni di esseri umani, i quali probabilmente se lo meritano, specialmente quelli che si trastullano su ChatGPT come prima con i porno), sul solito, vecchio, caro immondo strapotere della finanza (che, porco d’un Capitale, non è un’invenzione, è un fatto: la crisi del 2008 ha prodotto un’iper-concentrazione di fondi dalle disponibilità pressoché illimitate, la sola Blackrock ha in pancia 11 mila miliardi di dollari, che cosa contano i nostri governicchi appecoronati allo Studio Ovale, di fronte a tali colossi?), su un’industria dello spettacolo ancora egemonica (e che sforna pure creazioni di pregio, sia ad Hollywood che nell’underground, ma il cui orizzonte è sempre, ineluttabilmente, noiosamente, inevitabilmente americanocentrico) e, in definitiva, sulla <em>potenza</em>, unica volontà che muove il cosmo.</p>



<p><strong>In combutta con l’alleato Israele, ben incistato nelle pieghe dell’apparato americano con una lobby, anche questa, alla luce del sole</strong> (Public Affair Committee-Aipac, Conferenza delle Organizzazioni ebraiche, Jewish Institute for National Security Affairs, Washington Institute for Near Easterns Policy, Christian Zionists), gli <em>Iusséi</em> si impancano a padroni, gendarmi, maestrini della Terra. Il <em>trait d’union</em> è religioso: le sette protestanti evangeliche benedicenti il Donald affarista e speculatore di criptovalute leggono il Vangelo a partire dal Dio geloso e vendicativo dell’Antico Testamento, più che dalla novella tendenzialmente pacifista del Nazareno, maggiormente nelle corde dei cattolici speranzosi nel papa di Chicago. Gaza è un lager che reca idealmente al suo ingresso una formula, strumentale sì ma non fantasiosa, che gli ipocriti vorrebbero avvolgere come un sudario intorno all’identità dell’Europa: “radici giudaico-cristiane”.</p>



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<p>Di quali doni all’umanità possiamo ringraziare gli<em> yankee</em><strong>? Una manciata</strong>: <strong>la filosofia vitalista di Ralph Waldo Emerson, la lampadina elettrica, una pattuglia di scrittori (Pound, Bukowski, Forster Wallace), il rock’n roll, Jack Nicholson e un paio di programmi televisivi, di cui uno sono i primi Simpson.</strong> Già sull’invenzione dei fratelli Wright, l’aeroplano, ci viene qualche dubbio. È vero: dal mitico Noam Chomsky al neo-comunitarista Micheal Sandel, nelle accademie d’oltreoceano non sono mancate e non mancano le menti pensanti. Non di rado femminili: basti pensare, giusto per fare due nomi, a Shoshana Zuboff, arcicritica dell’ipnosi digitale (“Il capitalismo della sorveglianza”), o a Camille Paglia, nemica del postmodernismo fuffarolo (“Sexual Personae”). Ma di riffa o di raffa, la tabe genetica rimane: l’idea liberal-anglosassone di incarnare il Bene morale, assoluto. Nella variante di destra (MAGA, libertarian, tecno-ottimista), e nella variante di sinistra (<em>liberal</em>, come si dice là, intersezionalista e <em>woke</em>). L’unica attenuante di cui va dato atto, all’anima sovranara e hillbilly del trumpismo, è di non voler più imporre le <em>istituzioni </em>con sopra appiccicato il <em>brand </em>americano fuori dai confini dell’America. “Negli ultimi anni – ha detto il 14 maggio in un discorso in Arabia Saudita &#8211; troppi presidenti americani sono stati afflitti dall’idea che sia nostro compito guardare nell’anima dei leader stranieri e usare la politica statunitense per dispensare giustizia per i loro peccati…”. Peccato solo che questa sua saviezza non sia dovuta ad apertura mentale e larghezza di vedute, ma a pura aritmetica di costi-benefici. <strong>Il solo culto, gratta gratta, va allo stesso idolo di sempre: il denaro</strong>. Per il resto, il buon Donald rimane dell’idea che sia suo diritto attaccare regimi rei di non umiliarsi proni e in ginocchio (vedi Iran).</p>



<p>“Non c’è popolo più stupido degli americani”, diceva Giorgio Gaber. Nel brano <em>L’America</em> (“Libertà obbligatoria”, 1976), cantava: “Ed eccoci qui anche noi, liberi, liberali, liberisti, siamo per la rivoluzione liberale, ma con la solidarietà, siamo liberistici e per il liberalismo, siamo liberaloidi, libertari, libertini, libertinotti. Liberi tutti! No, a me l&#8217;America non mi fa per niente bene. Troppa libertà, non c&#8217;è niente che appiattisca l&#8217;individuo come quella libertà lì. Nemmeno una malattia ti mangia così bene dal di dentro. Come sono geniali gli americani, te la mettono lì, la libertà è alla portata di tutti, come la chitarra. Ognuno suona come vuole, e tutti suonano come vuole, e tutti suonano come vuole la libertà”. Eccola, la libertà <em>ammeregana</em>, progenie di quella albionica. <strong>La <em>libertà-da</em> che non sa essere <em>libertà-per</em></strong>. La libertà vuota di fini, di valori, di ideali. La libertà involucro legittimante dell’oligarchia. La libertà alibi per farsi un po’ tutti i cazzi propri. Libertà generatrice, giù per li rami, di quel <em>vittimismo </em>che è cifra esistenziale tanto delle minoranze proliferanti che delle maggioranze piagnone.&nbsp;</p>



<p>Problema: come si fa a combattere il vuoto e accusare chi fa la vittima? Questo è il colpo di genio del liberalismo: <strong>far leva sugli istinti più degradanti della psiche umana</strong>. E come ci è riuscito? Grazie all’<em>americanismo,</em> che ha fornito l’immaginario da “lieto fine” hollywoodiano con annessa cinica apologia di quell’associazione a delinquere che è Wall Street. Il virus liberale ha infettato il senso comune monetizzando la qualunque. Tu non sei un umano, sei un reddito d’acquisto con obbligo di spesa. “Spendere è molto più americano di pensare” (Andy Warhol). <strong>Di qui il destino di irrilevanza a cui sono condannati gli sparuti pazzi che al di là dell’Atlantico osano definirsi<em> socialisti</em> </strong>(equivalente, da noi, a poco meno di bolscevichi). Ora: si può essere liberali e onesti, ma in tal caso non si è intelligenti. Si può essere liberali e intelligenti, ma in tal caso non si è onesti. Si può essere intelligenti e onesti, ma in questo rarissimo caso non si è liberali. Il <em>liberale antropologico</em>, questo ex <em>sapiens </em>che suda mentre contabilizza e artificializza tutto, prima che un regredito politico è un deficiente umanamente tarato.</p>



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<p>“Fuori dalla mia proprietà!”, urlava nelle peggiori americanate il capo-famigliola con fucile puntato, erede dei suoi avi sterminatori dei pellerossa. L’americano medio è ancora e sempre quella roba lì: un popolo di crociati della bontà, anche quando sono edonisti o dissidenti. Con l’ingenuità fanatica dei pellegrini puritani dai quali discendono. <strong>Genocidano l’indipendenza di Stati, culture, mercati e a volte, lasciando il lavoro sporco a killer locali, perfino intere popolazioni (Palestina docet), e la chiamano <em>pax americana</em>, costruendoci un bel resort per ricchi fregnoni</strong>. Anche la Cina ci inonda di prodotti, e fino a ieri usava pure TikTok come arma di distrazione di massa e rastrellamento dati: ma l’abbiamo voluta noi, la Cina, dentro il circuito della globalizzazione. Noi Occidente, per gli stolidi calcoli Usa. Ma a parte questa parentesi, quanto meno non si mette a colonizzarci il cervello. Si limita a fare business. Non si sono americanizzati, i comunisti archivia tori di Mao: unendo Marx e Confucio, hanno preso atto della situazione e ne approfittano per il loro socialismo con caratteristiche <em>cinesi</em>. Anche l’India persegue i suoi interessi. Il Giappone idem, recalcitrante alla vecchia tutela americana. In Sudamerica, nonostante le intromissioni della Cia e qualche retromarcia (Milei in Argentina), sono decenni che provano ad applicare il <em>buen vivir</em>, anche questo socialista. Solo l’Europa si fa ancora sodomizzare dall’energumeno in mimetica da <em>marines</em>, agitando lo spauracchio di una guerra tutta immaginaria con la Russia. Dio stramaledica l’America. A noi europei ci ha già pensato.</p>



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		<title>Se per caso esplodesse il mondo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Mar 2025 09:42:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Guida pratica per comporre il kit di sopravvivenza richiesto dall’Unione Europea</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>1.       Prima di tutto, trovate il contenitore: capiente, ergonomico, ignifugo, idrorepellente. Se però pensavate di destinare il vostro fabbisogno di prima necessità alle tasche dei vostri nuovi pantaloni cargo per comunicare che voi lavorate in ambito STEM e<strong> che voglio dire siamo gente di quella cerchia al di là dell’estetica noi solo tessuti tecnici grafici a torta e milioni di dollari perfetto FATELO</strong>.</p>



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<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; 2.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Sempre a proposito del contenitore: il primo che dice “vedi io che ho fatto il classico? So benissimo che se inverto il contenuto con il contenitore non è uno sbaglio ma una sineddoche” lo lasciamo fuori dal bunker.</p>



<p>          3.       Prima ho sentito Matteo Renzi al telefono, mi ha detto che lui nel kit ci metterà “<strong>tutto se stesso, come sempre per la democrazia</strong>”.</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; 4.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Emergenza sì ma comunque ATTENTI AGLI SPRECHI: se le sei confezioni di pane di segale che avete comprato a sconto non vi entrano nell’Eastpak mangiatele TUTTE plastica compresa o non faticate a sopravvivere.</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; 5.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Non c’è modo di peggiorare un olocausto nucleare se non passandolo a guardarvi leggere con lampi di autocoscienza l’ultimo, acuminatissimo saggio di Federico Rampini su come siamo finiti a tirarci i missili: se proprio dovete, sull’iPad, grazie.</p>



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<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; 6.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Mi raccomando, non mettete nel kit i vostri sogni inesauditi, i desideri inespressi, la voglia pazza di licenziarvi e iscrivervi a MasterChef, per favore.</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; 7.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; In ogni caso, prima di scegliere per la “sopravvivenza”, accertarsi che Jerry Calà sia sempre vivo, perché, come disse una volta la nostra guida spirituale – Mara Povoleri in arte Venier –, se vivere significa vivere senza Jerry no grazie allora passo.</p>



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		<title>In piazza per l&#8217;Europa dei cannoni</title>
		<link>https://ilnemico.it/in-piazza-per-leuropa-dei-cannoni/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Mar 2025 08:41:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Barbarie]]></category>
		<category><![CDATA[Contraddizioni]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura Assoluta]]></category>
		<category><![CDATA[Declino dell'Occidente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I Fratelli d'Europa amano così tanto la pace che andrebbero in guerra per difenderla. Intanto scendono in piazza, e cercano di convincerci a comprare più armi.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>L’Europa è Shakespeare e Beretta, è Spinoza e i Panzer, è Leonardo da Vinci e Leonardo SPA. L’Europa è la patria del premio Nobel, istituito, come si sa, da Alfred Nobel per ripulirsi la coscienza dopo aver inventato la dinamite. <strong>L’Europa è, quindi, retorica umanitaria e umanista garantita dal fucile in spalla, però di qualcun altro – americani ieri, ucraini oggi, e nel mezzo mercenari o contractor, ribelli moderati o colorati</strong>. Sono le belle lettere, il pacifismo, la solidarietà, la tolleranza, ma coi cannoni nel cortile. In piazza del popolo, sabato, si è radunata l&#8217;onda blu della pace armata, i fratelli d’Europa, #l’EuropaSiamoNoi la piazza tendenzialmente dem e over50, unita da un’oggettiva superiorità morale rispetto a chi non ha fatto il classico (più o meno è questo il fulcro dell’arringa di Vecchioni, che elenca come fosse la formazione della Roma l’undicina di scrittori che secondo lui, da Manzoni a Foscolo, ci conferiscono un primato umano sugli altri popoli, al punto da giustificare una carneficina). </p>



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<p>Gli stessi che quindici anni fa invocavano l’austerity per salvare il sistema finanziario e le banche che avevano speculato sui mutui subprime &#8211; che per carità, altrimenti crollava tutto e addio al ceto medio… quale poi, quello che oggi sta morendo d’inflazione? – <strong>e adesso invocano il deficit per finanziare il riarmo, <em>whatever it takes</em>, garantendo così la sicurezza europea e i suoi confini ben definiti da righelli compostabili.</strong> Gli stessi che fino a ieri facevano i no-border e osannavano l’Erasmus, il progetto di borse europee grazie a cui si sono tolti dalle palle i figli per 6 mesi, salvo poi dovergli pagare un quinquennio di psicoterapia, chiudendo il bilancio in deficit sul serio.</p>



<p></p>



<p>Ma la corsa al riarmo non viene promossa con realismo politico, ammettendone l’incongruenza, l’inconciliabilità con i valori promossi dagli uffici stampa di Bruxelles. No, viene invocata dagli intellettuali, i cantanti (c’è differenza?) e i politici come naturale conseguenza della filosofia europea, del pensiero libero e liberale che da Ventotene spira fino a Strasburgo. <strong>Se vogliamo diffondere il nostro messaggio di pace e libertà, dobbiamo difenderlo, armati fino ai denti, da tutte le altre potenze che vogliono diffondere a loro volta il proprio messaggio di pace e libertà, anch’essi armati fino ai denti, ma che non hanno letto Hegel.</strong> Ma guai a dire guerra, la guerra la fanno sempre gli altri, è solo uno schema di mutua autodifesa e riconversione degli apparati industriali in decadenza. Così, forse, suona un po’ meglio…</p>



<p><br><strong>Ma che bisogno abbiamo di questa messa in scena, della pantomima delle buone intenzioni e delle cortesi ipocrisie?</strong> Perché Scurati deve dire che l’Europa va difesa e riarmata dato che, avendo smesso di bombardare le città e opprimere i popoli e uccidere i bambini, sarebbe moralmente superiore, quando la stessa Europa supporta e vende i propri prodotti bellici allo Stato di Israele e all’IDF? Perché Scurati deve fare appello, per convincerci, all’umanità europeista nella gestione dei migranti, quando sono le stesse istituzioni europee che invocano il riarmo a trattare direttamente con la Libia e con la Turchia per regolare i flussi a costo di qualsiasi diritto umano, <em>whatever it takes</em>. Perché Vecchioni? – e già basterebbe questa domanda – ma perché Vecchioni deve salire sul palco e namedroppare filosofi europei che non ha letto cercando di galvanizzare una piazza di bandiere arcobaleno per la pace, per convincerli a devolvere l’otto per mille alla Leonardo?</p>



<p><br>Basterebbe non mascherare l’ipocrisia con la retorica. Basterebbe ammettere che l’Europa, per non rinunciare ai privilegi a cui si è abituata, non può più campare di rendita morale. Forse è ora di chiudere il capitolo, di mettere un punto alla favola bella che ci siamo raccontati per gli ultimi 40 anni, ovvero che la miscela esplosiva di liberismo e democrazia potesse portare a una crescita eterna e diffusa, e non invece all’arricchimento spropositato di chi detiene i mezzi per trasformare la democrazia in demagogia.<strong> Che i nostri valori sono desueti, che l’entropia globale sta raggiungendo una soglia limite oltre la quale potrà essere governata solo da una pianificazione statale opprimente e illiberale come quella cinese, o da un liberalismo militarizzato, securitario e infarcito di retorica come quello occidentale.</strong> E invece nelle nostre piazze i figli dei fiori appassiti invocano Mozart per ricordarci che siamo dalla parte giusta della storia, che siamo liberi e tolleranti e abbiamo la fortuna di essere nati nel lato del mondo culturalmente, moralmente e intellettualmente superiore, e tutti gli altri lati del mondo che pretendono un uguale privilegio invece mentono, povere stupide bestie, infarciti di propaganda.</p>



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<p>E mentre Meloni e Salvini si chinano con servilismo al cospetto del padrone ingrato americano, a gara tra chi di loro riceve più endorsment in un frettoloso tweet del tycoon, <strong>l&#8217;Europa invecchia e affonda, aggrappata a destra a un sogno americano che non c&#8217;è più, e a sinistra a un privilegio spropositato che qualsiasi realista saprebbe inconciliabile con la libertà e la libera determinazione di tutti i popoli della terra.</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/in-piazza-per-leuropa-dei-cannoni/">In piazza per l&#8217;Europa dei cannoni</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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		<title>Un&#8217;altra prospettiva sulla guerra in Ucraina.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Mar 2025 10:43:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitik]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Ostilità]]></category>
		<category><![CDATA[BRICS]]></category>
		<category><![CDATA[Donbass]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Oleg Yasinsky]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Intervista a Oleg Yasinsky, giornalista ucraino per "Telesur" residente a Mosca. </p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/unaltra-prospettiva-sulla-guerra-in-ucraina/">Un&#8217;altra prospettiva sulla guerra in Ucraina.</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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<p>“Credo che nell&#8217;assurdità della situazione attuale nessuno possa dire con certezza qual è la postura di uno o dell&#8217;altro governo: si dice una cosa, se ne pensa un&#8217;altra e se ne fa una terza.” Le parole con cui apre l&#8217;intervista Oleg Yasinsky, giornalista ucraino per <em>Telesur</em> residente a Mosca, lasciano intendere il suo distacco dalle opinioni ufficiali sulla guerra che sta devastando il suo Paese.</p>



<p>“Tu dall&#8217;Italia,” mi dice, “<strong>Sai bene cosa succede a una persona o a un giornalista che non solo pensa bene della Russia, ma questiona e mette in dubbio la narrazione dell&#8217;aggressione russa all&#8217;Ucraina: perde il lavoro.”</strong></p>



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<p>Fortunatamente, gli rispondo, sono lontano tanto dalla remunerazione quanto dalla propaganda con cui il mondo occidentale avvolge di menzogne ideologiche <strong>un conflitto in cui la morale conta ben poco</strong>. Perché come Yasinsky sottolinea fin da subito, l&#8217;unico modo per provare a capirci qualcosa in questa terribile storia è applicare la logica, pensare con lo stesso realismo geopolitico con cui pensano quelli che l&#8217;hanno scatenata. Dunque<strong>, non ci resta che addentrarci senza pregiudizi in una differente prospettiva, quella di chi ha vissuto fin da principio fatti a noi lontani nello spazio e nel tempo</strong>.</p>



<p>Bisogna innanzitutto capire a chi conviene vincere questa guerra e perché, spiega il giornalista. È un panorama molto differente dai conflitti mondiali del secolo scorso, così come da quelli delle ultime decadi. <strong>La stampa è la prima vittima</strong>: i media che prima si ritenevano seri e responsabili ora non sono più né l&#8217;una né l&#8217;altra cosa; sono anzi stati assorbiti dalla guerra cognitiva che il neoliberalismo sta portando avanti. Sembra che al mondo importi ogni giorno di meno di questa faccenda bestiale, per cui risulta facile manipolare e controllare i mezzi di comunicazione per raccontare qualsiasi storia. In fondo, i grandi padroni delle reti mediatiche sono esperti nel perseguire sempre i propri interessi e le proprie necessità.</p>



<p>Yasinsky fa l&#8217;esempio di misure come la controffensiva ucraina o il recente “piano per la vittoria” sbandierato da Volodymyr Zelenskyj durante il suo viaggio di visita ai governi alleati: <strong>l&#8217;obiettivo principale è dimostrare a chi favorisce, promuove e controlla la guerra che questo denaro è usato bene e che l&#8217;esercito sta avanzando, così da ottenere altri finanziamenti</strong>. Il punto, dice, è che ci troviamo di fronte a un gigantesco affare, <strong>un affare così grande che si farà tutto il possibile affinché non finisca mai</strong>: sono milioni di dollari ogni giorno.</p>



<p>Non è un caso che anche Corea del Nord e Corea del Sud si stiano inserendo nel conflitto, attraverso l&#8217;invio di migliaia di soldati. È un affare che costa molte vite e molto sangue, certo, e viene fatto sulla pelle dei popoli europei, ma questo ai complessi industriali e militari che fanno funzionare le economie capitaliste importa ben poco. In Ucraina pensano ancora di poter “democratizzarsi” o “europeizzarsi”, ma nessuno gli regala questo conflitto: <strong>il Paese è già fin troppo indebitato e non potrebbe ripagare i prestiti nemmeno con tutta la sua terra, le sue tasse e le sue risorse. Nel caso ipotetico in cui vinca la guerra, perderà la pace</strong>. Smetterà ugualmente di esistere perché dovrà restituire tutto ciò che ha ricevuto in forma di “aiuti di solidarietà”: si ritroverà condannato a una dipendenza economica pari a quella delle repubbliche bananere dell&#8217;America Centrale. Yasinsky sottolinea però che in realtà stanno perdendo tutti i popoli, sicuramente anche quello nordamericano, e di fronte al loro sacrificio c&#8217;è un chiaro vincitore in tutta questa faccenda.</p>



<p>Una volta si diceva che l&#8217;Ucraina doveva essere Europa: curioso che ora invece sia l&#8217;Europa a convertirsi in Ucraina. Secondo il giornalista<strong>, tutto il continente è ostaggio degli Stati Uniti e della NATO e più in profondità dei conglomerati multinazionali, delle banche mondiali, dei fondi di investimento speculativi che sono i veri padroni del potere, del quale i governi sono solo i direttori di facciata</strong>. Il suo Paese, d&#8217;altro canto, è un vassallo che compie la volontà altrui, che deve dimostrare di ottenere risultati e di poter vincere qualcosa. Ci sono centinaia di morti giornalieri che si usano come carne da cannone, ma gli interessi in gioco sono di altri: più vittime ci saranno, <strong>più difficile sarà la riconciliazione tra i due Paesi fratelli, che alcuni sembrano ansiosi di separare il più possibile</strong>.</p>



<p>Uno degli obiettivi non dichiarati di questa guerra è infatti dividere il mondo post-sovietico e debilitare il ruolo dell&#8217;Europa nel mondo<strong>. Agli Stati Uniti non è mai piaciuto il ruolo ambiguo dell&#8217;Unione Europea nella guerra economica con la Cina</strong>: negli ultimi anni si sono stipulati importanti trattati da entrambe le parti e sono nate relazioni economiche con la potenza orientale, <strong>oltre a quelle già consolidate con la Russia</strong>. Si sa che gas e petrolio rimangono tutt&#8217;ora i motori delle economie capitaliste occidentali: in seguito alle sanzioni economiche, la dipendenza dell&#8217;UE dalle risorse energetiche russe è calata, ma non a caso sono aumentate le importazioni dagli Stati Uniti, esperti nel saccheggio delle ricchezze del Medio Oriente e dell&#8217;America Latina e nella rivendita dei prodotti raffinati al mondo intero.</p>



<p>Secondo Yasinsky, non si può parlare di guerra tra Russia e Ucraina <strong>perché l&#8217;Ucraina non ha alcuna soggettività politica, è un&#8217;appendice della struttura militare della NATO</strong>. Il governo ucraino da parte sua non decide nulla e i governi europei molto poco; la Francia ha la deterrenza nucleare, ma secondo il trattato euroatlantico Emmanuel Macron non può premere il bottone rosso senza prima passare per l&#8217;approvazione e il permesso degli Stati Uniti. Il giornalista ride: se Charles De Gaulle avesse visto questa situazione non ci avrebbe creduto, dice, <strong>perché l&#8217;indipendenza dei Paesi della comunità europea sta completamente scomparendo, di fronte alle ingerenze statunitensi</strong>. Provo a chiedergli delle elezioni 2024, ma liquida l&#8217;argomento: il governo degli USA è soltanto la gestione organizzata degli interessi di multinazionali e fondi trasnazionali, ma dare l&#8217;illusione di un cambiamento, attraverso la riproposizione di due lati della stessa medaglia, fa parte del mantenimento dell&#8217;ordine storico dell&#8217;impero.</p>



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<p>Anche l&#8217;isolazionismo e il protezionismo economico di Trump dovrebbero fare i conti con gli affari portati avanti dalle grandi corporazioni e dalle imprese che finanziano la sua campagna elettorale, in materia di guerra ed esportazione di armi. Se il politico più controverso del pianeta rappresentasse davvero un&#8217;alternativa, sottolinea Yasinsky con il suo cinismo sovietico, <strong>lo avrebbero già ucciso</strong>, secondo la tradizione americana di eliminare i presidenti scomodi. <strong>Ciò che potrebbe causare la sua elezione è invece lo scoppio di una guerra di larga portata in Medio Oriente, che distoglierebbe l&#8217;attenzione dal problema ucraino</strong>.</p>



<p>Qui, un&#8217;ipotetica negoziazione di pace coinvolgerà necessariamente gli USA e la Cina. Il bersaglio indiretto per gli Stati Uniti è proprio la potenza orientale, che negli ultimi anni è diventata il principale ostacolo sulla via del predominio mondiale che gli <em>yankees </em>sono tanto ansiosi di riconquistare. Vladimir Putin, obiettivo principale della propaganda occidentale<strong>, importa in realtà molto meno del controllo sulle infinite risorse naturali della Russia</strong>. In questo panorama geopolitico, l&#8217;Ucraina fu un esperimento: si trattò delle prove generali per testare la Russia, per vedere fino a che punto si potesse destabilizzare l&#8217;equilibrio precario che si era creato dopo la caduta del muro di Berlino, fino a che punto si potessero separare i popoli dell&#8217;Europa dell&#8217;Est, secondo la vecchia strategia del <em>dividi et impera</em>. Sappiamo come funziona il neoliberalismo, dice Yasinsky: <strong>da molto tempo le guerre non si combattono più per il territorio. Non c&#8217;è bisogno di conquiste militari, quando è sufficiente controllare i governi, le economie o il <em>fast-food</em> che in Occidente si chiama cultura</strong>, in grado di creare o distruggere qualsiasi mito nazionale. Prima per fare un <em>golpe</em> servivano i carri armati, ora è sufficiente l&#8217;ingranaggio oliato ed elegante della stampa. Ma cosa fu nel concreto questo esperimento?</p>



<p>La lezione di storia che tiene Yasinsky nel corso della nostra chiacchierata ha inizio con la <em>perestrojka</em> in Unione Sovietica, <strong>che lui definisce una truffa ideologica</strong>. Non costituì solo l&#8217;autodistruzione dell&#8217;URSS, ma fu anche opera dei servizi d&#8217;intelligence occidentali, che trovarono i punti deboli del nemico: approfittarono della depoliticizzazione della gioventù, dell&#8217;ingenuità e dell&#8217;infantilismo politico dell&#8217;URSS, ma soprattutto delle élites sovietiche mai scomparse del tutto, le quali capirono che conveniva convertire il Paese in un sistema capitalista: seguirono privatizzazione e riforme neoliberali.</p>



<p>Per facilitare questo processo, la distruzione della memoria storica era la condizione necessaria: emerse il discorso anticomunista, che iniziò con la critica di Stalin e continuò con quella di Lenin, per poi generalizzare a tutte le idee considerate di sinistra, con l&#8217;affermazione che <strong>la felicità dell&#8217;umanità sarebbe stata capitalista, che il comunismo non serviva a nulla</strong>. Nelle repubbliche nazionali come l&#8217;Ucraina si aggiunse a questo il discorso antirusso; l&#8217;interesse occidentale era dividerle, <strong>perché non era possibile dominarle fino a quando si fossero mantenute unite a livello ideologico e culturale</strong>. In fondo, il 70% della popolazione ucraina parla russo come lingua nativa: non è una minoranza. L’Ucraina è un paese bilingue mescolato, in cui è quasi impossibile fare distinzioni nette. <strong>Al mondo non ci sono due popoli che si assomiglino come russi e ucraini</strong>: prima del conflitto c&#8217;erano due lingue, due culture, ed era considerato assurdo contrapporle.</p>



<p><strong>Si costruì il mito dell&#8217;Ucraina sovrana, eroica, lottatrice per i valori democratici europei, l&#8217;arma perfetta per destabilizzare la Russia</strong>. Quando iniziò la <em>perestrojka</em> e il paese si rese indipendente, nel 1991 – indipendente per modo di dire aggiunge Yasinsky: quando faceva parte dell&#8217;URSS aveva più sovranità di adesso, almeno secondo lui – <strong>iniziò la guerra delle autorità ex-comuniste, convertitesi in capitaliste, contro le forze di sinistra.</strong> Continuavano a esistere il Partito Comunista e il Partito Socialista, ma erano pura forma senza contenuto: venivano gestiti dai vecchi funzionari che mantenevano il proprio elettorato anziano e nostalgico, ideologizzato ma senza forze combattive. I sindacati d&#8217;altro canto non sono mai stati molto forti, avevano una dipendenza totale dal Partito Comunista e in quegli anni non c&#8217;era un movimento dei lavoratori solido, radicato come in Occidente nel Novecento. La maggior parte della gente manteneva i propri valori individualisti, mancava l&#8217;organizzazione sociale, i partiti venivano appoggiati dai sostenitori inseguendo l&#8217;una o l&#8217;altra promessa, mentre <strong>l&#8217;unica forza politica giovane e viva che riuscì ad attivarsi fu l&#8217;estrema destra. </strong>“Qualsiasi fascismo è una rivoluzione frustrata”, ricorda Yasinsky.</p>



<p>Il governo filo-russo di Janukovyč, piccolo oligarca corrotto e poco popolare in guerra contro gli altri oligarchi più potenti, tra il 2010 e il 2014 iniziò a violare le regole non scritte che ci sono in qualsiasi mafia: <strong>all&#8217;élite ucraina non piacque e l&#8217;Occidente ne approfittò per organizzare questi potenti gruppi economici contro di lui</strong>, già di per sé poco popolare a Kiev e in Ucraina centrale. Molta gente scontenta esigeva la sua rinuncia e uscì per le strade; ingenuamente, <strong>credevano nel sogno europeo per combattere la corruzione</strong>, mentre dall&#8217;altro lato non c&#8217;era una forza di sinistra a offrire un&#8217;alternativa. <strong>L&#8217;estrema destra organizzò l&#8217;Euromaidan</strong>, la “rivoluzione per la dignità”, un movimento nato dalle proteste filoeuropee concentratesi nella capitale ucraina, che Yasinsky definisce <strong>un colpo di stato appoggiato dall&#8217;Occidente per provocare la Russia e vedere come avrebbe reagito</strong>.</p>



<p>Il Donbass non appoggiò né riconobbe il governo nazionalista insediatosi in seguito; non lo riteneva legittimo e si sentiva più vicino ai russi<strong>. Il giornalista spiega che la gente lì è molto più sovietica nel modo di pensare, molto più di sinistra a dire il vero</strong>, pur senza essere del Partito Comunista, e non voleva l&#8217;avvicinamento all&#8217;Unione Europea. Il governo ucraino mandò l&#8217;esercito nelle repubbliche separatiste e iniziò a bombardarle, in quanto rivendicavano la propria sovranità e indipendenza. A quel punto, nemmeno la Russia voleva riconoscere il governo illegittimo, perché <strong>per quanto Janukovyč fosse corrotto e spiacevole, venne eletto regolarmente e la sua deposizione fu una violazione della Costituzione</strong>. Tuttavia, si voleva evitare la guerra e Putin si fidò dei governi europei, come quello di Angela Merkel. Questo secondo Yasinsky fu un errore: ora quegli stessi alleati stanno confessando come nessuno fosse intenzionato a rispettare gli accordi di Minsk, un precario “cessate il fuoco” stabilito nel 2014, i quali anzi servivano solo a distrarre la Russia e a guadagnare tempo intanto che si armava l&#8217;Ucraina. <strong>Yasinsky sostiene che se la Russia avesse reagito alle provocazioni fin da subito avrebbe salvato molte vite, la Crimea e il Donbass farebbero di nuovo parte dell&#8217;Ucraina e non ci sarebbe un governo fascista</strong>. Invece Putin temporeggiò troppo e negli otto anni successivi i media modellarono la coscienza delle nuove generazioni, preparando la carne da cannone contro la Russia, mentre la NATO riempì l&#8217;Ucraina di armamenti e istruttori per prepararla alla guerra.</p>



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<p>Dopo il golpe di Maidan, il discorso nazionalista fu rimpiazzato da una vera e propria retorica nazifascista: <strong>avvenne una riscrittura della Storia e della liberazione del Paese, fu proibita la simbologia comunista, non solo sovietica ma in generale di sinistra, mentre la simbologia nazista divenne gradualmente più consentita e integrata nella società</strong>. Furono riabilitate figure compromesse come Stepan Bandera e altri criminali di guerra, mentre dall&#8217;altro lato i monumenti dedicati ai soldati sovietici che liberarono l&#8217;Europa dal fascismo e dal nazismo vennero distrutti. Yasinsky ritiene che si tratta di una guerra cognitiva, l&#8217;oblio contro la memoria: quando a Maidan ci furono le ribellioni dirette dai gruppi neonazi, cantavano “Bella Ciao” e “El Pueblo Unido”: non avevano una propria cultura di resistenza e rubavano i canti partigiani, appropriandosi del contenuto. Questo avvenne non solo in Ucraina, ma anche in Polonia e nelle repubbliche baltiche; le autorità europee e la NATO sono complici indirette di questa cosa.</p>



<p>Le recenti elezioni in Georgia sono un <em>cliché</em> del <em>modus operandi</em> occidentale, spiega il giornalista, che passa per un ribaltamento della realtà. Da un lato il partito <em>Sogno georgiano</em> al governo dal 2012, che si riconferma vincitore di queste elezioni, è accusato di essere filo-russo, <strong>malgrado tra i suoi obiettivi programmatici ci sia l&#8217;adesione alla comunità europea. L&#8217;etichetta malfamata deriva da uno scetticismo nei confronti delle politiche NATO e dell&#8217;asservimento cieco alle esigenze di Bruxelles</strong>, rappresentato dall&#8217;alternativa politica del Movimento Nazionale Unito, partito conservatore fondato da Mikheil Saakashvili, presidente della Georgia tra il 2004 e il 2013.</p>



<p>Yasinsky spiega che la dipendenza dagli USA e le imposizioni europee in quegli anni hanno portato alla guerra russo-georgiana e a un&#8217;applicazione metodica del modello neoliberale da parte di Saakashvili, che in pieno stile Pinochet <strong>ha regalato i porti georgiani sul Baltico alle basi militari NATO e ha portato alla miseria l&#8217;assoluta maggioranza della popolazione</strong>. L&#8217;accusa di brogli che ha lapidato <em>Sogno georgiano</em> su qualsiasi media occidentale fa parte della distruzione della legittimità politica del partito al governo, in quanto non rappresenta gli interessi strategici e geopolitici nella regione: così come a Maidan nel 2014 o in Venezuela durante i mandati di Nicolas Maduro, le ingerenze occidentali puntano a rendere mobili i confini del concetto di democrazia per trarne vantaggio&#8230; Salvo poi tradirne i principi stessi a casa propria, come abbiamo visto per il mancato cambio di rotta a seguito della crisi di governo francese.</p>



<p>È chiaro che questa narrazione del giornalista di Telesur sia completamente diversa rispetto a quella venduta alle masse in tutto l&#8217;Occidente: <strong>il quadro semplicista che i media offrono da questo lato del fronte è una guerra subita da un Paese sovrano, l&#8217;Ucraina, invaso da un impero per rubargli il territorio, la Russia</strong>. È evidente che in questo caso sia logico inviare armi all&#8217;aggredito e appoggiarlo in ogni modo. Tuttavia, secondo Yasinsky l&#8217;Ucraina fu indipendente tanto tempo fa, non certo adesso. <strong>La sua speranza di ottenere una propria sovranità durò fino al 2014, quando il golpe di Maidan la infranse</strong>. <strong>Da quel momento, non stiamo parlando di un Paese unito ma di un regime coloniale costruito dall&#8217;Occidente, in un gioco perverso in cui il popolo ucraino è sacrificato, disposto a combattere fino all&#8217;ultimo uomo</strong>. Durante i governi successivi all&#8217;indipendenza fu distrutto il sistema dell&#8217;educazione e della sanità, ma alla gente non importarono mai i saccheggi dell&#8217;apparato sociale avvenuti in quegli anni. I ragazzi che ora sono al fronte hanno la colpa di essere nati nel luogo sbagliato al momento sbagliato, mobilitati a forza e idiotizzati dalla stampa. <strong>Per quanto vogliano la pace, stanno lottando eroicamente, sono molto motivati e molto indottrinati</strong>: è la verità ed è la parte dolorosa, perché tutti hanno contatti e conoscenti in entrambi i Paesi.</p>



<p>Yasinsky conclude dicendo <strong>che è interesse del popolo ucraino perdere il conflitto. Nella sua ottica, se la Russia vincerà non ci sarà nessuna garanzia di un mondo felice, ma se la Russia perderà significherà la scomparsa dalle mappe</strong>: saliranno al potere i democrati burattini dell&#8217;Occidente come Zelenskyj e il fantasma del vecchio nemico sovietico verrà definitivamente annientato, perderà la sua sovranità e smetterà di esistere come Paese. S&#8217;installeranno regimi neoliberali e fascisti in tutto il territorio post-sovietico e il passo successivo sarà in direzione della Cina. <strong>Non si tratta di una guerra contro la Russia, bensì contro l&#8217;umanità: Russia e Ucraina si stanno solo dissanguando al suo posto</strong>.</p>



<p>Non a caso, nel resto del mondo Paesi come Cina, Iran, India, Turchia e Brasile si stanno schierando su posizioni molto scettiche nei confronti dell&#8217;egemonia statunitense e dei finti modelli democratici occidentali, che in un mondo multipolare con vari attori in crescita sono sempre più messi in discussione. Secondo Yasinsky, qualsiasi nuovo equilibrio passa per un forte disequilibrio. <strong>È quello che sta cercando di fare l&#8217;Occidente, nascondendosi dietro una morale che definisce buoni e cattivi, dittatori e salvatori, ragion per cui il resto del mondo dovrebbe lasciare da parte le proprie differenze interne, rimandare le mille discussioni ad altri momenti e unirsi di fronte al mostro</strong>. Un mostro talmente potente, con talmente tante risorse economiche e tecnologiche, in grado di controllare talmente tanto spazio mediatico, che è stata necessaria la nascita di un&#8217;alleanza di larghe intese come quella dei <strong>BRICS+</strong> (Brasile – Russia – India – Cina – Sud Africa, a cui si sono aggiunti Iran, Egitto, Emirati Arabi Uniti ed Etiopia), i cui vertici si sono riuniti a Kazan a fine ottobre, in un summit a cui Oleg Yasinsky ha assistito.</p>



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<p>Si tratta di un progetto economico che va al di là della guerra, sostiene: <strong>il Sud globale sta volgendo lo sguardo all&#8217;Africa, all&#8217;America Latina e ai Paesi storicamente saccheggiati dagli stessi colpevoli del conflitto in Ucraina</strong>. Luoghi di resistenza in cui la gente sta male e ha bisogno di soluzioni immediate, soluzioni che il sistema attuale non vuole dare, perché non è abituato a scendere a patti. Tutto ciò a cui è abituato è la forza bruta, la tirannia economica delle sanzioni e quella mediatica degli apparati che detengono il monopolio dell&#8217;informazione. Yasinsky non cade nell&#8217;ottimismo nemmeno riguardo ai BRICS: è una realtà che dev&#8217;essere costruita e ricostruita con molta immaginazione e senza soluzioni pronte, <strong>malgrado anche in seno al contropotere anticoloniale stiano sorgendo i primi dissidi</strong>, come il veto del Brasile sull&#8217;entrata di Cuba e Venezuela per aggirare le sanzioni statunitensi. Il giornalista, che lavora per un&#8217;emittente con sede principale a Caracas, spiega che il Venezuela è un Paese sotto embargo e <strong>i BRICS nascono esattamente per ovviare al problema delle sanzioni unilaterali nordamericane</strong>: non deve nascere dal desiderio di avvantaggiare l&#8217;uno o l&#8217;altro governo, ma da quello di aiutare i popoli e farli uscire dal giogo dell&#8217;indebitamento internazionale, ragion per cui la scelta del presidente brasiliano Lula è sospetta, perché lascia intendere la volontà di mantenimento di una stabilità neocoloniale in America Latina di cui il Brasile si ponga come garante.</p>



<p><strong>Nemmeno nei BRICS è tutto rose e fiori, non mancano le contraddizioni e gli interessi unilaterali</strong>. Tuttavia, Kazan è la città giusta in cui svolgere un incontro del genere, secondo Yasinsky: al crocevia tra la cultura cristiana, quella ortodossa e quella musulmana, la città è un proliferare di culture e religioni diverse. Essa mostra un modello del mondo che <strong>rifiuta il mito neoliberale della civilizzazione forzata</strong>, <strong>in cui le diversità fanno parte della nostra ricchezza e i cittadini si appropriano dello spazio pubblico per viverlo</strong>.</p>



<p>Yasinsky ricorda quando la città era la capitale della criminalità organizzata, sotto il governo di Boris Yeltsin, e le strade erano invivibili a causa delle bande armate. <strong>Non a caso, la retorica occidentale contro Putin si sviluppò esattamente nel momento in cui il suo governo tentò di restituire un po&#8217; di sovranità nazionale al Paese, dopo un lungo periodo, applaudito dall&#8217;Occidente, in cui l&#8217;amministrazione di Yeltsin si era preoccupata di smontarlo pezzo per pezzo</strong>. Ma quali sono i sentimenti prevalenti nella società russa, ora come ora? È in corso anche lì una battaglia mediatica come in Ucraina, o il dibattito pubblico è più centralizzato e controllato?</p>



<p>Yasinsky racconta che ci sono molte realtà diverse, come in ogni società sia chi pensa sia chi non pensa ha un&#8217;opinione. <strong>La stampa ufficiale è piuttosto piatta, di basso livello;</strong> <strong>non c&#8217;è una tradizione giornalistica radicata come in Occidente, e nemmeno una proliferazione dei media indipendenti come in America Latina</strong>. Quasi tutti i mezzi di comunicazione indipendenti non lo sono davvero, in quanto vengono finanziati da George Soros, miliardario ungherese naturalizzato statunitense che ha contribuito alla transizione dell&#8217;Europa dell&#8217;Est verso il capitalismo.</p>



<p>Quando iniziò la guerra, i mass media più grandi furono censurati. Sul fronte opposto i social network come Facebook, controllati dagli USA, censurano chi appoggia la causa della Russia: <strong>si tratta di una guerra mediatica diseguale, perché dall&#8217;altro lato hanno molti più strumenti per creare l&#8217;oblio, in forme più eleganti di cui nessuno si rende conto</strong>. Un interessante spazio di dibattito della rete cittadina e sociale <strong>è invece Telegram</strong>, ancora relativamente libero: ci sono blogger, militari, civili e giornalisti di guerra di vari schieramenti politici che gestiscono dei canali pubblici e privati, dove dibattono su temi di attualità. Secondo Yasinsky, è l&#8217;unico luogo dentro il panorama mediatico russo dove c&#8217;è ancora un pensiero cittadino svincolato.</p>



<p>Parlando invece della società russa<strong>, il giornalista sostiene che chiunque discute e opina in libertà: non c&#8217;è paura e la repressione non è più aggressiva che in qualsiasi altro Paese occidentale, ma comunque minore che in qualsiasi altro Paese in guerra</strong>. La gente non ha paura di parlare di politica nei caffè e nei ristoranti, di partecipare ai dibattiti: tutti vivono come prima. <strong>È difficile, camminando per le strade di Mosca, credere di trovarsi nel mezzo di un conflitto</strong>.</p>



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<p>Ci sono generazioni cresciute dopo la <em>perestrojka</em>, alimentate dallo stesso <em>fast-food</em> ideologico che fu imposto in Ucraina e nel mondo da quello che Yasinsky chiama “l&#8217;impero”. Di conseguenza, si sono plasmate all&#8217;interno di un contesto attraversato da valori capitalisti e liberali: quando iniziò la guerra<strong>, il loro maggior rimpianto fu l&#8217;assenza di prodotti americani come la Coca-Cola. Il rischio maggiore che corre la Russia in questo momento, secondo il giornalista che vive a Mosca, è la mancanza di coscienza politica, di coscienza cittadina e di comprensione degli avvenimenti</strong>. Anche all&#8217;interno del governo, molti funzionari appartengono ancora all&#8217;epoca di Yeltsin e sono prodotti di quell&#8217;ideologia: politici filo-occidentali che ora si fingono patrioti per non essere liquidati, ma desiderano la sconfitta della Russia e simpatizzano col governo ucraino. Gli mancano i viaggi in Europa, i caffè a Parigi, la cucina italiana&#8230; Conoscono il lato turistico dell&#8217;Occidente, ma non hanno idea di come vivano le classi più svantaggiate in Italia o in Spagna o in Francia: vedono l&#8217;Europa come civilizzata e il popolo russo come selvaggio.<strong> Tuttavia, la maggior parte dei russi vuole difendere a tutti i costi questo mondo selvaggio, la propria terra</strong>. Stanno dalla parte del governo e le uniche critiche che arrivano a Putin sono quelle che lo ritengono troppo blando e moderato: c&#8217;è molta corruzione e la gente richiede fermezza. Nella guerra contro i nazisti si usò la mano pesante, oltre al fatto che il nemico con cui sta combattendo ora la Russia è molto più potente e terribile di quello degli anni Quaranta. <strong>L&#8217;appoggio a Putin deriva dal fatto che il Paese sta economicamente meglio: c&#8217;è una forte protezione sociale, la salute e l&#8217;educazione sono gratis e di buon livello</strong> (eredità dell&#8217;Unione Sovietica), vige un&#8217;attenzione speciale riservata alle famiglie con molti figli, si trova lavoro e il livello della vita è più che decente. <strong>C&#8217;è anche chi prova nostalgia per Stalin</strong>: il governo nemmeno lo menziona, ma nel popolo permane un mito attorno alla sua figura e si è tornati a parlare molto di lui in questi ultimi tempi, rimpiangendo la sua chiarezza ideologica e la sua progettualità a lungo termine. È un fenomeno sociale molto comprensibile secondo Yasinsky, anche se non ha voluto entrare nel dibattito su pregi e difetti del vecchio rivoluzionario.</p>



<p>L&#8217;ultima parte della nostra chiacchierata è stata dedicata invece ai profughi di guerra, alla gente che scappa dall&#8217;uno e dall&#8217;altro Paese<strong>: viene da domandarsi quale sia l&#8217;estrazione sociale di queste persone, in cosa consistano le loro possibilità e le loro motivazioni</strong>. Partendo dalla parte più colpita, Yasinsky spiega che la legge ucraina adesso vieta a tutti gli uomini minori di 60 anni di abbandonare il Paese: stanno mobilitando chiunque. C&#8217;è molta paura, la repressione è aumentata dall&#8217;inizio della guerra e il clima si è indurito: pattuglie militari rastrellano migliaia di giovani per trascinarli al fronte, secondo diverse fonti il numero di prigionieri politici va da 10.000 a 15.000, <strong>che in proporzione alla popolazione sono dieci volte di più di quelli presenti in Russia</strong>. Preferisce sorvolare sulle condizioni nelle carceri e sul reato di tortura, ma racconta dei numerosi arresti subiti dagli impiegati e dai lavoratori dei servizi sociali che avevano collaborato con i russi sotto l&#8217;occupazione, una volta riconquistato il territorio dall&#8217;Ucraina. È una caccia alle streghe in cui si rischia la prigione per un like sbagliato, quindi è impossibile sapere cosa pensa realmente la popolazione civile laggiù. Si può ancora uscire dall&#8217;Ucraina sfruttando la corruzione, che pervade anche i controlli alle frontiere: basta avere tra i 7000 e i 9000 dollari in contanti, <strong>sicché gli oligarchi e le famiglie più ricche possono entrare e uscire dall&#8217;Ucraina liberamente</strong>, mentre tutti gli altri sono condannati alla guerra.</p>



<p>Yasinsky racconta che in Russia ci sono più rifugiati ucraini che in qualsiasi altro Paese europeo: milioni di persone che sono praticamente già cittadini russi, perché le differenze tra Russia, Bielorussia e Ucraina secondo lui sono equivalenti a quelle tra varie regioni di uno stesso Paese europeo come l&#8217;Italia o la Francia. <strong>Gli ucraini emigrati in Russia partecipano alla politica, soprattutto nel campo del giornalismo, ma non possono esporsi coi loro nomi né apparire pubblicamente, perché hanno padri, figli e famigliari ancora in Ucraina che rischiano la persecuzione</strong>. Sono talvolta più patriottici verso la Russia dei russi stessi: hanno visto il fascismo ucraino e sanno la verità su quello che succede, simpatizzano con l&#8217;esercito più della gioventù locale, che continua a subire il racconto mitizzato dell&#8217;occidente.</p>



<p>In Russia invece da un lato ci sono decine di migliaia di volontari, dall&#8217;altro una mobilitazione parziale che <strong>non ha coinvolto la maggior parte dei giovani di città, i quali continuano a “mangiare gelato e ascoltare la musica”, ma ha rastrellato soprattutto le campagne e le zone rurali dell&#8217;entroterra</strong>. Yasinsky ammette che la motivazione degli ucraini al fronte è più forte, perché il caso dell&#8217;Ucraina è più semplice da leggere per i propri cittadini<strong>. Nel caso della Russia, quelli che sono fuggiti erano soprattutto pacifisti che non volevano avere nulla a che fare con questa guerra, ma nessuno li ha fermati. Sono andati via in moltissimi, soprattutto gli abitanti delle grandi città e gli appartenenti alla classe media o alle élites, ovvero quelli che avevano questa possibilità economica</strong>. Quando ci fu la mobilitazione militare, i prezzi dei voli decuplicarono; serviva parecchio denaro anche per emigrare via terra, ad esempio in Georgia o negli Stati vicini. Diversi di loro però stanno tornando in Russia, o perché hanno finito i soldi, o perché non hanno trovato lavoro, o perché adesso il rischio di essere arruolati è minore. Ad ogni modo, Yasinsky dice che per lo più non c&#8217;è discriminazione nei loro confronti, al massimo un po&#8217; d&#8217;invidia perché a differenza di altri hanno avuto quella <em>chance</em>. Parlando del Paese in cui adesso vive, il giornalista racconta una società postmoderna de-ideologizzata; ad ogni modo, per le strade della capitale stanno ritornando le bandiere russe, a dispetto delle bandiere statunitensi che le invadevano prima: molto lentamente, si sta ricostruendo una coscienza e un&#8217;identità nazionale. <strong>Non c&#8217;è un sentimento antieuropeo, anzi c&#8217;è molta compassione per l&#8217;Europa perché si sta auto-distruggendo economicamente e culturalmente</strong>: Yasinsky sostiene che anche i russi, educati con la cultura europea e, in certi periodi della Storia, parte vivente di essa, provano nostalgia verso il Vecchio Continente.</p>



<p>Quando gli chiedo come si dovrebbero comportare le sinistre di tutto il mondo nei confronti di questa guerra, Yasinsky ribadisce che la sinistra è contraddittoria, di questi tempi, e spesso non è di sinistra. <strong>Il sistema neoliberale, che non può proporre nulla di buono all&#8217;umanità, ha sequestrato i termini dell&#8217;agenda progressista parlando di ecologia, di diritti umani, di femminismo, di minoranze LGBTQI+, portando avanti queste battaglie nella formalità ma privandole dei loro contenuti e della loro intrinseca spinta al cambiamento sociale, per confondere la gente e spegnere i moti rivoluzionari che minano la propria stabilità</strong>. Secondo Yasinsky sta funzionando abbastanza bene: fa l&#8217;esempio dei Verdi in Germania, di Gabriel Boric in Cile e degli altri governi europei che si nascondono dietro l&#8217;alibi della socialdemocrazia, ma si ritrovano sempre a scendere a patti con l&#8217;impero. Tutto ciò è stato possibile grazie alla riduzione dei diritti culturali, dell&#8217;educazione, dell&#8217;istruzione pubblica<strong>: fa parte della ricetta neoliberale e la gente è sempre più disperata, bisognosa di miracoli, esposta a populismi pericolosi. Per essere davvero di sinistra, dal suo punto di vista, bisognerebbe lottare contro il capitalismo, non combattere una guerra per conto di altri a fianco dei nazisti, finanziati dalle grandi corporazioni mondiali</strong>: i governi progressisti che appoggiano tutto questo o sono ignoranti o sono traditori, non c&#8217;è altra possibilità.</p>



<p>La sua conclusione è piuttosto rassegnata: stiamo vivendo un momento pericoloso per l&#8217;umanità intera, mentre la pace sta in mani molto irresponsabili.</p>



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		<title>Alla Palestina serve un Gandhi o un Mandela (purtroppo).</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Feb 2025 11:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitik]]></category>
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		<category><![CDATA[Impolitica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Alla Palestina serve un movimento guidato da un leader, possibilmente scolarizzato in occidente, o che piaccia già all’opinione pubblica occidentale, un Gandhi o un Mandela, che rinunci alla lotta armata e, scortato dai media, mostri l’altra guancia ai coloni israeliani.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Anzitutto una premessa, il fatto che alla Palestina serva una figura simile al <strong>Mahatma Gandhi</strong> o a <strong>Nelson Mandela</strong>, i paladini da stencil della protesta non-violenta, della disobbedienza civile, non significa che ciò sia quel che la Palestina si merita. La Palestina e i palestinesi si meriterebbero che la maggior parte degli ebrei di Israele lasciassero la Terra Santa, si rimescolassero ai loro connazionali europei e americani, magari nel frattempo guariti dal virus dell’antisemitismo, e che venisse loro accordato un risarcimento, probabilmente inquantificabile, per i danni subiti negli ultimi 70 anni come conseguenza di una guerra fratricida tra i popoli europei. Questo è quello che i palestinesi, probabilmente, si meriterebbero, se a determinare la storia non fossero i rapporti di forza, ed è anche lo scopo che la maggior parte delle frange estremiste si sono prefissate di raggiungere tramite <strong>la lotta armata e indiscriminata contro gli israeliani, concepiti, per il fatto stesso di trovarsi in territori occupati, come colpevoli invasori</strong>, anche se trascorrono vite innocenti e serene, protette da mura ad alta tensione e guardie giurate dell’esercito.   </p>



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<p><br><br>Ma è una soluzione troppo ambiziosa se considerata<strong> la disparità di mezzi tra le due parti in causa</strong>. Mezzi che Israele si sente legittimato ad usare proprio nel momento in cui subisce un attacco. Motivo per il quale ogni Intifada, ad oggi, si è conclusa con un ulteriore perdita di terreno e mezzi da parte dei palestinesi, un monte vittime sproporzionato e impietoso, numeri da rappresaglia. Per ogni israeliano morto o ferito in un’esplosione di insofferenza violenta sono morti, ogni volta, circa 10-15 palestinesi. Nella prima, del 1987, morirono 160 israeliani, e 1.100 palestinesi. Nella seconda, a fronte di 1.000 vittime israeliane ce ne furono 5.000 palestinesi. Se il 7/10, poi, ha causato circa 1.600 morti israeliani, le morti palestinesi ad oggi si aggirano intorno alle 50.000, ma sono probabilmente molte di più. Per questo motivo le strade che si profilano per la Palestina sembrano essere 3:         <br><br>1) <strong>Una lenta ma violenta occupazione da parte di Israele di tutti i loro territori</strong>, come è avvenuto in Cisgiordania dalla guerra dei sei giorni fino ad oggi, con la supervisione impotente di Fatah, che rinsecchisce progressivamente quei lembi di territorio che si possono ancora chiamare Palestina senza scadere nel ridicolo, alla quale nessuno oppone più alcun tipo di resistenza, premurandosi invece di preparare la propria vita da esiliati in Giordania o da subordinati al popolo israeliano;     <br><br>2) <strong>Una veloce eliminazione di tutto ciò che rimane della resistenza palestinese, trucidata dai droni e dalle truppe d’assalto dell’IDF (truppe di “difesa”, per l’appunto), legittimata dai tentativi di quella stessa resistenza di esercitarsi attraversi la lotta armata</strong>. Ovvero ancora altri 7/10 e ancora altre occupazioni militari della Palestina, in parte legittimate da un’opinione pubblica israeliana comprensibilmente faziosa, fino all’inevitabile vittoria totale di Israele e la sua sovrapposizione geografica a quei territori che 150 anni fa l’Inghilterra battezzò come Palestina;      <br><br>3) <strong>La nascita di un movimento guidato da un leader, possibilmente scolarizzato in occidente, o che piaccia già all’opinione pubblica occidentale</strong>, un Gandhi o un Mandela, che rinunci alla lotta armata e mostri l’altra guancia ai coloni israeliani e all&#8217;esercito, avanzando, scortato dai media, nei territori occupati, esponendosi a un martirio difficile da legittimare.     <br><br>Esisterebbe anche una quarta opzione, quella di una vittoria sul campo raggiunta grazie al sostegno dell&#8217;asse della Resistenza, ma è certamente, tra tutte, la più improbabile.     <br><br>Ciò di cui la resistenza palestinese ha bisogno, piuttosto, è la disobbedienza civile. Ma non quella alla Thoreau, la distaccata e fiera non-partecipazione, con annessa accettazione stoica delle conseguenze. Israele non vedrebbe l’ora e in parte è ciò che sta già avvenendo. Ciò che serve &#8211; <strong>di nuovo non ciò che sarebbe giusto, ma che serve</strong> &#8211; è una <strong>non-violenza militante, rumorosa, mediatizzabile</strong>. Serve una bella storia, una narrazione travolgente, dai contorni misticheggianti, come solo la Terra Santa sa fornirne. Serve una figura legittimata alla violenza vendicativa da un passato di soprusi subiti, un orfano nomade, un prigioniero politico, che rinuncia però alla lotta armata in nome della pace e della integrazione, come Mandela. Oppure un mandarino che abbia saputo integrarsi a pieno nel mondo occidentale, come Gandhi, magari un CEO della Silicon Valley di origine palestinese, che rinunci ai propri privilegi per camminare scalzo tra le rovine di Gaza, raccogliendo odio e frustrazione e seminando un perdono immeritato. impietosendo nella vergogna l’opinione pubblica occidentale e israeliana.<br><br>L’Occidente conosce fin troppo bene il linguaggio della forza, sa muoversi con maestria sul piano materiale della conquista, della guerra, dell’infiltrazione tecnologica, mediatica, politica, di tutto ciò che è mondano e quantificabile. Sul questo piano, ad oggi, risulta imbattibile. Se, per frustrazione, gli si scaglia una pietra contro, sa rispondere con un arsenale di macigni. <strong>Non sa e non ha mai saputo come comportarsi, però, davanti al perdono immotivato, al martirio, a chi risponde alla sua violenza con la compassione</strong>. Le violenze perpetrate sulla popolazione di Gaza hanno diffuso l’indignazione nei confronti di Israele in tutto il mondo, ma la destra di Netanyahu ha potuto giustificare a sé e alle altre potenze coinvolte i propri abusi di potere richiamandosi al 7/10. <strong>Mostrare l’altra guancia sarebbe certo già di per sé un fallimento e un riconoscimento della legittimità dell’esistenza di Israele, persino una forma compiacente di mansuetudine, che metterebbe in una posizione di prestigio e totale discrezione l’esercito israeliano ai danni della resistenza.</strong> Qui non si tratta, ancora una volta, di cosa sia giusto o meno, ma di quali strade rimangono realisticamente a disposizione per il popolo palestinese.  </p>



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		<title>La sete di annientamento</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Feb 2025 11:11:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Accelerazionismo]]></category>
		<category><![CDATA[Barbarie]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Bataille]]></category>
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		<category><![CDATA[Nietzsche]]></category>
		<category><![CDATA[Thirst for Annihilation]]></category>
		<category><![CDATA[vioenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Traduzione inedita del capitolo "Trasgressione" del libro di Nick Land "The Thirst for Annihilation", la monografia dedicata a Bataille, che gli garantì un posto d'onore all'interno del CCRU.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>&nbsp;Ne <em>La Parte Maledetta</em>, Bataille descrive <strong>una serie di risposte sociali all&#8217;ondata di spreco insensato prodotta dall&#8217;attività umana</strong>, riportando esempi da diverse culture ed epoche. Tra questi vi sono il <em>potlatch </em>delle tribù subartiche, il culto sacrificale degli Aztechi, lo sfarzo monastico dei Tibetani, l&#8217;ardore marziale dell&#8217;Islam e l’opulente architettura del Cattolicesimo egemonico. <strong>Solo il Cristianesimo riformato — in sintonia con il nascente ordine borghese — si fonda su un rifiuto categorico del consumo sontuoso, dello sfarzo</strong>. È con il Protestantesimo che la teologia si realizza nella <em>razionalizzazione </em>radicale della religione, segnando il trionfo ideologico del bene e spingendo l&#8217;umanità verso estremi senza precedenti di prosperità e catastrofe. Ed è sempre <strong>con il Protestantesimo che gli sbocchi trasgressivi della società vengono de-ritualizzati e messi al bando, condannati</strong>, una tendenza che porta alle terribili manifestazioni di atrocità che troviamo negli scritti del <strong>Marchese de Sade</strong> alla fine del XVIII secolo, anticipate già tre secoli prima dalla vita di <strong>Gilles de Rais.</strong></p>



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<p>Bataille definisce il suo studio di Gilles de Rais del 1959 come una tragedia, e il soggetto dello studio stesso come un &#8220;mostro sacro&#8221;, il quale &#8220;<strong>deve la sua gloria duratura ai suoi crimini</strong>&#8221; [X 277]. Delineiamone rapidamente i tratti salienti. Gilles de Rais nacque verso la fine del 1404, ereditando la &#8220;fortuna, il nome e le armi di Rais&#8221; [X 345] a seguito di uno complesso intrigo dinastico tra i suoi genitori, Guy de Laval e Marie de Craon. Anche rispetto agli standard della sua epoca e del suo rango, <strong>de Rais riuscì a dissipare enormi porzioni della sua ricchezza con una stravaganza fuori dal comune</strong>; nelle parole di Bataille, &#8220;liquidò un&#8217;immensa fortuna senza alcun calcolo&#8221; [X 279]. Nella battaglia di Orléans combatté al fianco di Giovanna d&#8217;Arco, &#8220;guadagnandosi la reputazione di valoroso cavaliere d&#8217;armi, fama che sopravvisse fino alla sua condanna all&#8217;infamia&#8221; [X 354]. Si è ipotizzato che de Rais e d’Arco fossero amici, ma Bataille esprime riserve su questa ipotesi [X 356]. Il 30 maggio 1431, Giovanna d&#8217;Arco fu arsa viva dagli inglesi. <strong>Tra il 1432 e il 1433, de Rais iniziò a uccidere bambini</strong>. <strong>Le sue vittime preferite erano maschi di età media di undici anni, con occasionali variazioni relative al sesso, e con più considerevoli variazioni rispetto all’età</strong> [X 426]. Almeno trentacinque omicidi sono ben documentati, ma il numero reale fu quasi certamente molto più alto; alcune stime, ipotizzate durante il processo, arrivarono a toccare le <strong>duecento vittime</strong>.</p>



<p>In un passaggio piuttosto inelegante di questo studio, Bataille ricapitola il sistema economico generale (quasi weberiano) che fa da sfondo alle sue ricerche:</p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-7b56810e85e002e4b92ac84946ce6e2a">Accumuliamo ricchezza nella prospettiva di una continua espansione, ma in società diverse dalla nostra il principio prevalente era l&#8217;opposto: <strong>quello di sprecare o perdere ricchezza, di donarla o distruggerla</strong>. La ricchezza accumulata ha lo stesso senso del lavoro, mentre la ricchezza sprecata o distrutta nel <em>potlatch </em>tribale ha il senso opposto, quello del gioco. La ricchezza accumulata ha solo un valore subordinato, mentre la ricchezza che viene sprecata o distrutta ha, agli occhi di chi la spreca o la distrugge, un valore sovrano: <strong>essa non serve a nulla di ulteriore, se non allo spreco stesso, alla sua affascinante distruzione</strong>. Il suo senso è nel presente: il suo spreco, o il dono che se ne fa, è la sua ultima ragione d’essere, ed è per questo che il suo significato non può essere rimandato, ma deve essere nell&#8217;istante, nel presente. Lo stesso presente nel quale viene consumata o distrutta. E questo può essere magnifico: chi sa apprezzare il consumo ne resta abbagliato, ma nulla ne rimane [X 321-2].</p>



<p>La tragedia di de Rais, che Bataille estende all&#8217;aristocrazia nel suo complesso, fu quella di vivere il passaggio dalla socialità suntuaria a quella razionale. Egli era destinato dalla nascita al militarismo spregiudicato dell&#8217;aristocrazia francese, che Bataille riassume nella formula: &#8220;<strong>Così come l&#8217;uomo senza privilegi è ridotto a un lavoratore, colui che è privilegiato <em>deve </em>fare la guerra</strong>&#8221; [X 314], per aggiungere poi in maniera enfatica: &#8220;Il mondo feudale… non può essere separato dall&#8217;eccesso [<em>démesure</em>], che è il principio delle guerre&#8221; [X 318], e ancora: &#8220;primitivamente, la guerra sembra essere un lusso&#8221; [X 78]. Il fatto che l&#8217;onore e il prestigio non possano essere misurati con calcoli di utilità è un tema ricorrente nel lavoro di Bataille, tanto pertinente nell’interpretazione del <em>potlatch </em>tra i tlingit quanto nella fame di sangue e nell&#8217;eccesso della nobiltà medievale europea.</p>



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<p>Il paradosso del Medioevo esigeva che l&#8217;élite guerriera non parlasse il linguaggio della forza e del combattimento. <strong>Il loro linguaggio era spesso stucchevolmente dolce. Ma non dobbiamo illuderci: la benevolenza degli antichi francesi era una cinica menzogna</strong>. Anche la poesia che i nobili del XIV e XVI secolo fingevano di amare era, in ogni senso, un inganno: prima di tutto, <strong>i grandi signori amavano la guerra</strong>, e il loro atteggiamento differiva ben poco da quello dei <em>Berserker </em>tedeschi, i cui sogni erano dominati da orrori e massacri [X 303-4].</p>



<p><strong>L’aristocrazia feudale manteneva aperta una ferita nel corpo sociale, attraverso la quale l’eccesso di produzione veniva emorragicamente dissipato, andando totalmente perduto.</strong> Parte di questo spreco avveniva attraverso <strong>la lussureggiante esistenza, parassitaria e oziosa, dell&#8217;aristocrazia stessa</strong>, che riecheggiava quella della Chiesa, ma <strong>il flusso più importante era quello del continuo conflitto militare</strong>, in cui vite e tesori potevano essere riversati senza limite. De Rais abbracciò il cuore oscuro del mondo feudale con un ardore particolare. Bataille scrive della sua &#8220;totale, folle incarnazione dello spirito del feudalesimo che, in tutti i suoi movimenti, procedeva dai giochi dei <em>Berserker</em>: una profonda affinità lo legava alla guerra, e quella stessa affinità finì per scolpire in lui un gusto per voluttà crudeli. <strong>Non aveva posto nel mondo, se non quello che la guerra gli assegnava</strong>.&#8221; [X 317]. Bataille continua:</p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-875985f90414e1e511894787ff8fd3c4">Tali guerre richiedevano ebbrezza, richiedevano la vertigine e lo stordimento di coloro che sin dalla nascita erano stati consacrati ad esse. La guerra faceva precipitare i suoi eletti negli assalti, oppure li soffocava in oscure ossessioni [X 317].</p>



<p>Durante il XIV e XV secolo, l&#8217;epoca delle guerre feudali raggiunse il suo apice, esattamente grazie a quegli stessi processi che stavano portando alla sua ricostruzione utilitaristica. <strong>Il potere veniva progressivamente centralizzato nelle mani della monarchia, e i cambiamenti nella tecnologia militare stavano gradualmente cambiando la composizione sociale dell’apparato militare</strong>. In particolare, Bataille sottolinea come lo sviluppo dell&#8217;arco lungo avesse soppiantato il ruolo dominante della cavalleria pesante e come l’aumento dell’importanza di frecce e picche avesse comportato una crescente disciplina militare. La guerra divenne sempre più razionalizzata e soggetta a direzione scientifica. Questa evoluzione non fu rapida, ma de Rais ne fu personalmente colpito. La battaglia di Lagny del 1432 fu l&#8217;ultima a trascinarlo nel cuore del conflitto; dopo di essa, la sua posizione di maresciallo di Francia – che occupava dal luglio 1429 – lo portò via dalla linea del fronte. Bataille enfatizza l’importanza di questi cambiamenti:</p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-116c0744e37eed249e8e0f6cd8d4c304">Nell’istante in cui la politica reale e l’intelligenza mutano, <strong>il mondo feudale cessa di esistere</strong>. L’intelligenza e il calcolo non sono facoltà nobili. Non è nobile calcolare, né tantomeno riflettere, e nessun filosofo è mai riuscito a incarnare l&#8217;essenza della nobiltà [X 318].</p>



<p>La guerra veniva progressivamente separata da quella corrente voluttuosa tipica della nobiltà, e <strong>diventava sempre più strumento della ragion di stato, leva strategica a disposizione del sovrano</strong>. Si avviava quel processo che avrebbe portato alla formazione delle macchine militari dell’Europa rinascimentale, <strong>rigidamente regolate</strong>, guidate da ufficiali professionisti e dirette operativamente in base a logiche pragmatiche. Bataille considera cruciale per il caso di de Rais questa transizione da signore della guerra a principe:</p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-19e603859c19c7640f5200b4a874c44a">Agli occhi di Gilles, la guerra è un gioco. <strong>Ma questa visione diventa sempre meno vera</strong>: nella misura in cui smette di prevalere persino tra i privilegiati. Sempre più, dunque, <strong>la guerra diventa una sciagura generale</strong>: allo stesso tempo, diventa un’opera che coinvolge un gran numero di persone. La situazione generale si deteriora: si fa più complessa, la sciagura ora raggiunge perfino i privilegiati, che diventano sempre meno avidi di guerra e di giochi, rendendosi conto infine che è giunto il momento di concedere spazio ai problemi della ragione [X 315].</p>



<p>Se la Chiesa erigeva cattedrali in una celebrazione distorta della morte di Dio, la nobiltà costruiva fortezze per glorificare e intensificare l&#8217;economia della guerra. Le loro fortezze erano tumori di autonomia aggressiva; membrane dure correlative a un acuto squilibrio di forza. <strong>All&#8217;interno della fortezza, l’eccesso sociale veniva concentrato fino alla massima tensione, per poi essere rediretto nel furioso spreco del campo di battaglia</strong>. Fu in queste fortezze che de Rais si ritirò, allontanandosi da una società che non lo considerava più, rifugiandosi nell’oscurità e nell’atrocità. I bambini delle zone circostanti sparivano all’interno delle sue fortezze, nello stesso modo in cui spariva la produzione eccedente dei contadini locali, <strong>con la differenza che ora il fulcro del consumo non era più lo spettacolo sociale esteriore degli eserciti in collisione, ma si era involuto in una sequenza di uccisioni segrete.</strong> Il cuore della fortezza non era più una tappa intermedia dell’eccesso, bensì il suo punto terminale: il luogo di una partecipazione nascosta e impura alla <strong>voracità annichilente</strong> che Bataille chiama &#8220;<strong>ano solare</strong>&#8221; o sole nero.</p>



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<p>Sarà sufficiente un breve passaggio, piuttosto che una descrizione dettagliata, per dare un’idea dei crimini di de Rais. All&#8217;inizio del suo studio, Bataille osserva:</p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-61db27be864b848fc6e1716413eb58c0">I suoi crimini rispondevano all’immenso disordine che lo infiammava e in cui era perduto. Sappiamo, grazie alla confessione del criminale, trascritte dagli scribi presenti in tribunale, che <strong>il piacere non era essenziale per lui</strong>. Certo, si sedeva a cavalcioni sul petto della vittima e in quel modo, toccandosi [<em>se maniant</em>], spargeva il proprio sperma sul morente; ma ciò che era importante per lui non era tanto il godimento sessuale, quanto la visione della morte<em> a lavoro </em>[in atto]. Amava guardare: aprire un corpo, tagliare una gola, staccare gli arti, amava la vista del sangue [X 278].</p>



<p>Tra gli elementi problematici di questo passaggio vi è il fatto che esso implica un ossimoro nei termini della scrittura di Bataille, <strong>poiché il significato prevalente di &#8220;lavoro&#8221; in questi testi è esattamente quello di resistenza alla morte. </strong>Egli descrive il lavoro come il processo che vincola l’energia alla forma della risorsa, o dell’oggetto utile, capace di inibire la sua tendenza alla dissipazione. Questa difficoltà è aggravata dal ruolo centrale assegnato alla visione nelle atrocità di Gilles<strong>. Il lavoro frena lo scivolamento verso la morte, ma collabora con la visibilità</strong>. La rappresentazione scopica e l’utilità si sostengono reciprocamente nell’oggettività, che Bataille — a differenza di Kant — intende come trascendenza: la cristallizzazione delle cose estratte dal flusso immanente continuo. L’estrema inanità dell’aberrazione di Gilles è attestata dal fatto che <strong>non è il gusto o l’odore della morte che egli ricerca, ma la sua visione</strong>. (Il “ricercare” [seeking] stesso è la forma scopica del desiderio.)</p>



<p>La passione di Gilles è sublime, in quanto è un tentativo di dilettarsi nella morte (<em>noumeno</em>), e come il sublime kantiano essa richiede un &#8220;luogo sicuro&#8221; per la sua possibilità, che in entrambi i casi è quello della rappresentazione in quanto tale. Tra tutte le modalità sensoriali, la visione è la più fredda e distante, la più incline alle illusioni idealiste che rendono astratta la sollecitazione (l’impulso) e precipitano il fantasma della soggettività autonoma. <strong>La visione è talmente gravida di razionalizzazione incipiente che tende a implicare un riflesso negativo intrinseco</strong>, al contrario, per esempio, di quanto accade col tatto. È per questo che gli investimenti scopofilici non sono semplici pulsioni libidinali, <strong>ma sono compromessi</strong>; essi quietano le pulsioni, rendendole addomesticate nella rappresentazione, e in questo modo le vincolano alla teleologia. Affinché il desiderio occupi lo schema di approssimazione a una condizione che viene rappresentata come il suo <em>telos</em>, è necessario che la sollecitazione che lo attiva sia visualizzata. L’impulso viene così attirato nella trappola della negatività, dell’aspirazione e della dipendenza dal principio di realtà: esattamente il sistema che Bataille riassume costantemente come trascendenza.</p>



<p>Spero che non sia solo un eccesso di prudenza il mio esplicitare questa riserva. Sarebbe la più misera delle edulcorazioni suggerire che qui sia possibile qualche conforto teorico. Dopotutto, non è certo la ferocia di Rais a impedirgli di essere pienamente complice del sole.</p>



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<p><strong>Se la trasgressione appare come la negazione della legge, è solo perché la legge è coestensiva all’irrealizzabile negazione del flusso solare</strong>, proprio come la materia bassa è considerata negativa perché non oppone resistenza alla morte. Tuttavia, nella misura in cui il crimine viene formulato nel tribunale, esso può essere propriamente inteso come uno sviluppo speculativo della legalità, come Hegel dimostra meticolosamente nella <em>Filosofia del Diritto</em>. Tale comprensione del crimine attraverso l’ottica del processo non è una semplice proiezione empirica, ma un pregiudizio radicato nel vantaggio giuridico dell’esistenza. La morte non ha rappresentanti. Il che significa che la trasgressione non ha soggetto. Vi è solo il misero relitto che Nietzsche chiama &#8220;il pallido criminale&#8221;, come de Rais al suo processo, per esempio, terrorizzato da Satana, separato dai suoi crimini da uno sconfinato abisso di oblio. La verità della trasgressione, al contempo assolutamente semplice e inafferrabile, è che <strong>il male non sopravvive per essere giudicato</strong>.</p>



<p>La trasgressione non è mera criminalità, nella misura in cui quest’ultima implica un’utilità privata o l’occupazione, da parte di un soggetto, del luogo dell’azione proibita. È piuttosto la genealogia effettiva della legge, operante a un livello di comunità più basilare rispetto all’ordine sociale che coincide con la legalità. <strong>La trasgressione è giudicata come tale solo nel corso di una regressione a un’opzione preistorica, che venne decisa con l’istituzione della giustizia</strong>. A questo punto, la sedimentazione dell’energia sulla crosta terrestre viene rinforzata normativamente da un’affermazione della persistenza sociale. Nietzsche esplora esattamente questa questione nella sezione nove del secondo saggio della sua <em>Genealogia della Morale</em>, dove descrive la risposta primitiva alla trasgressione:</p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-53a04c3e18399bf72cd6965e8c865cf3">La “punizione” a questo livello di civiltà è semplicemente una copia, un <em>mimus</em>, dell’atteggiamento normale nei confronti di un nemico odiato, disarmato, prostrato, che ha perso non solo ogni diritto e protezione, ma anche ogni speranza di suscitare pietà; essa è dunque il diritto di guerra e la celebrazione della vittoria del <em>vae victis </em>nella sua totale spietatezza e crudeltà – il che spiega <strong>perché sia stata la guerra stessa (incluso il culto sacrificale bellico) a fornire tutte le forme che la punizione ha assunto nel corso della storia</strong> [N II 813].</p>



<p>La guerra è irriducibilmente estranea a una collisione di diritti, <strong>ed è quindi la guerra che si abbatte su colui che viola il diritto in quanto tale</strong>. La trasgressione non è una semplice infrazione, anche se questa è la forma necessaria della sua interpretazione sociale. <strong>È piuttosto un barbarismo solare</strong>, in risonanza con quello dei <em>Berserker </em>e di tutti coloro che, sul campo di battaglia, sprofondano in un’abissale disumanità. Non c’è tragedia senza un Agamennone, o qualche altra bestia di guerra impazzita, la cui <em>nemesis </em>anticipa il discorso dell’istituzione giuridica e la cui morte è dunque segnata da una peculiarità intima. Bataille scrive:</p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-42af689b32f477b97d17de6236d90734">La tragedia è l’impotenza della ragione… ciò non significa che la tragedia abbia dei diritti contro la ragione. In verità, non è possibile che un diritto appartenga a qualcosa di contrario alla ragione. Perché mai un diritto dovrebbe opporsi alla ragione? Tuttavia, la violenza umana, che ha il potere di opporsi alla ragione, è tragica e deve, se possibile, essere soppressa: almeno, non può essere ignorata o disprezzata. Dico questo parlando di Gilles de Rais, perché egli è diverso da tutti coloro per i quali il crimine è una questione personale. I crimini di Gilles de Rais sono quelli del mondo in cui sono stati commessi, e quelle gole squarciate sono esposte dai movimenti convulsi di tale mondo [X 319].</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/sete-per-lannientamento/">La sete di annientamento</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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		<title>La spettacolarizzazione del conflitto israelo-palestinese</title>
		<link>https://ilnemico.it/la-comoda-guerra-delle-opinioni/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Dec 2024 11:07:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Declino dell'Occidente]]></category>
		<category><![CDATA[Geopolitik]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Isra-Heil]]></category>
		<category><![CDATA[Ostilità]]></category>
		<category><![CDATA[anti-semitismo]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto israelo-palestinese]]></category>
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		<category><![CDATA[Occidente]]></category>
		<category><![CDATA[Palestina]]></category>
		<category><![CDATA[sionismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel complicatissimo conflitto in corso sinistra e destra nostrane riescono a fare il tifo per l’una o l’altra parte. Ma in fondo non contano niente.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/la-comoda-guerra-delle-opinioni/">La spettacolarizzazione del conflitto israelo-palestinese</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-5d624b46c5da90edbc0bcd29d77d445a">Articolo uscito sulla rivista Domino</p>



<p>Dal 7 ottobre del 2023 la questione israelo-palestinese è tornata a occupare le prime pagine e i palinsesti dei media occidentali,<strong> dando all’opinione pubblica l’ennesima occasione per polarizzarsi</strong>, allestendo le parti di un dibattito che dovrebbe dimostrare la buona salute di una democrazia e che invece ne sancisce l’impotenza.</p>



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<p>Più si parla di pace, armistizio, de-<em>escalation</em>, più il conflitto si estende, tanto che oggi aumentano gli attori coinvolti, i popoli offesi, e così anche le vittime. <strong>Più che sulla guerra in sé, allora, conviene soffermarci sulla guerra sopra la guerra, che avviene sul piano dei simboli e delle ideologie</strong>: la guerra che si compie nell’interregno mediatico, in quello spazio dove danzano i simulacri, dove ci arrivano immagini riflesse di una lotta che si gioca su un piano puramente iconografico e discorsivo, perché informata dai media, cioè messa in forma da essi, <strong>di modo che ognuno di noi possa posizionarsi e scegliere da che parte stare</strong>.</p>



<p>Ci sono troppi intermediari tra noi e la guerra, e, come in un gigantesco gioco del telefono senza fili, tra la realtà dei fatti bellici e quello che vediamo o ascoltiamo su di essi si perde la sostanza: <strong>rimangono sbiaditi fotogrammi di un conflitto etnico, religioso, geografico, che siamo costretti a filtrare con le nostre categorie occidentali per digerirlo</strong>, al costo però di snaturarlo e di farlo diventare qualcosa di completamente diverso da ciò che è.</p>



<p>E se fosse proprio questa incomprensione, questo enorme malinteso<strong>, a rendere problematico qualsiasi nostro intervento o azione che partecipi a risolvere uno scontro che abbiamo, storicamente e politicamente, contribuito a creare? </strong>Cosa rimane, oggi, nei media occidentali, nel dibattito pubblico, negli opposti schieramenti della questione israelo-palestinese?</p>



<p>Chi si appropria dei termini del conflitto, chi ne monopolizza i simboli? E perché spesso proprio questi termini e questi simboli non coincidono con la realtà che vorrebbero rappresentare? Sia nell’universo di sinistra che in quello di destra, sia tra i filo-palestinesi che i filo-israeliani, <strong>si avvicendano una serie di fraintendimenti e incomprensioni dettate da pregiudizi ideologici che, già in passato, si sono rivelati i prodromi delle catastrofi a venire.</strong></p>



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<p>Buona parte dei partiti, movimenti, associazioni che si collocano nell’area politica progressista, e difendono pubblicamente la causa palestinese, <strong>sembra non tenere conto di tante contraddizioni in cui sono costretti a imbattersi </strong>e che minacciano la comprensione del fenomeno in tutta la sua portata, innescando facili strumentalizzazioni.</p>



<p>La difesa del soggetto palestinese in ciò che rimane della striscia di Gaza, in questo momento storico, <strong>passa per Hamas</strong>, un’organizzazione politica islamista che perpetua una linea offensiva e sacrificale nella gestione del conflitto. Alla tradizionale figura del <em>fida&#8217;i, o fedayn</em> (a cui si rifà l’inno nazionale palestinese), il combattente per la libertà, di matrice laica, pronto ad attaccare per poi rientrare alla base, Hamas predilige l’<em>istishhadi</em>, <strong>colui che è disposto a morire nell’attacco</strong>, cercando proattivamente il martirio, in un’accezione religiosa, millenarista, che abbraccia quella mistica della morte cara all’imam <strong>Ruhollah Khomeini</strong> &#8211; leader della rivoluzione iraniana, che vedeva nella guerra uno «sbocco vitale attraverso il quale i giovani martiri iraniani sperimentarono la trascendenza mistica». Il martirio è parte di una filosofia complessiva, un pilastro ideologico centrale e un ideale organizzativo di Hamas. Questa organizzazione politica vede nell’Islam «l&#8217;ideologia più solida attraverso cui raggiungere gli obiettivi della lotta nazionale palestinese»<a href="#_ftn1" id="_ftnref1">[1]</a>.</p>



<p>Rispetto alla prima Intifada, che aveva suscitato, per metodi, per iconografia e immaginario, per le sue componenti marxiste e nazionaliste laiche, le simpatie della società civile occidentale e dei suoi organismi internazionali<strong>, le modalità di lotta della resistenza palestinese sotto l’egida di Hamas</strong> ora sono molto cambiate: ha imparato dagli errori della precedente Olp, la cui via pacifista e diplomatica <strong>si rivelò troppo ingenua</strong>. Non soltanto sono cambiati i mezzi di cui dispone e gli armamenti, ma è variato anche l’impianto ideologico, il quale, col tempo, si è avviato verso una risemantizzazione della causa in chiave profondamente <strong>religiosa, teleologica, fondamentalista</strong>.</p>



<p>Hamas, che oltre ad essere l’acronimo arabo di Movimento di Resistenza Islamico, significa “zelo”, ha come scopo dichiarato quello di sostituire lo Stato d’Israele con un Stato musulmano governato secondo la legge della <em>sharia</em>, così come vuole l’organizzazione dei Fratelli Musulmani di cui è stata l’iniziale propaggine. Si impegna a perorare tale missione, come si legge nel suo statuto, «<strong>nelle visioni e nelle credenze, in politica e in economia, nell’educazione e nella società, nel diritto e nella legge, nell’apologetica e nella dottrina, nella comunicazione e nell’arte, nelle cose visibili e in quelle invisibili, e comunque in ogni altra sfera della vita</strong>».</p>



<p>Per Hamas la Palestina non è terra dei palestinesi, ma dell’<em>umma</em> musulmana in generale, in una visione ancora più allargata di nazionalismo; <strong>sicché, suona molto controintuitiva l’adesione cieca e infervorata di una sinistra che continua a proclamarsi laica, globalista, <em>no-border</em>, LGBTQ, alla causa palestinese</strong>, inserita all’interno di una dinamica che vede coinvolti nel sostegno attori come l’Iran (che ogni anno stanzia circa cento milioni di dollari per Hamas) e gli Stati arabi del Golfo Persico che l’universo progressista da sempre condanna per la lesione dei diritti umani e il mancato rispetto delle libertà individuali. &nbsp;</p>



<p>È chiaro tuttavia che la sinistra occidentale non ha come scopo volontario spalleggiare l’islamismo più estremo, come vorrebbe farci credere la destra conservatrice, sempre pronta a paventare l’impossibile <em>clash of civilization</em>; <strong>ma riconosce in modo più che naturale la precarietà della condizione in cui sono intrappolati i palestinesi</strong>, ostaggio di un popolo di coloni «che si rifiuta di parlare un linguaggio politico con coloro che rende abietti, che si affida a violenza eccessiva e impunità diplomatica e legale e che impiega un complesso sistema di forme di controllo architettonico, tecnologico e indiretto»<a href="#_ftn2" id="_ftnref2">[2]</a>.</p>



<p>Di fronte a questa evidenza, la resistenza palestinese, anche nella sua forma più radicale che urta la sensibilità dei liberali più della violenza sistematica di Israele, ha indubbiamente le sue fonti di legittimità.<ins> </ins>Ci chiediamo però perché il sostegno alla causa palestinese non si sia palesato con altrettanta veemenza prima che la questione, la cui genealogia è di molto anteriore al 7 ottobre, si esacerbasse al punto da diventare più religiosa che politica. <strong>Questi abissi non scompariranno all’indomani di una vittoria dell’una o dell’altra parte</strong>, o anche solo di una <em>pace</em>, ma ritorneranno con fisionomie diverse, in luoghi diversi, poiché i progressisti e l’universo <em>woke</em> rimangono una delle due facce di una medaglia occidentale che proprio Hamas e il fondamentalismo islamico annoverano tra i loro nemici giurati.</p>



<p>Questa guerra testimonia come l’opinione pubblica, oggi prevalentemente filopalestinese, giochi un’influenza limitatissima di fronte all’egemonia di Israele sulle istituzioni. Qualsiasi forma di sostegno, anche la più urgente e necessaria deve comunque essere consapevole di sé, della sua natura e di quella dei soggetti politici che coinvolge il suo <em>endorsement</em>. </p>



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<p>Spostandoci dall’altro lato dello spettro politico, è doveroso <strong>considerare cosa è ideologicamente sottointeso nel sostegno che le destre occidentali assicurano, con poche riserve, allo Stato di Israele</strong>. Secondo le dichiarazioni esplicite, questo sostegno si regge su un convinto anti-antisemitismo, la volontà di non ripetere gli errori del passato, la difesa del diritto di uno Stato sovrano a difendersi, anche con vigore, da chi ne minaccia la sopravvivenza, tanto più se si tratta di uno Stato inserito nell&#8217;asse militare occidentale. Molto spesso la presenza stessa della democrazia israeliana in Medio Oriente viene rappresentata, soprattutto dalla destra repubblicana, <strong>come un prerequisito imprescindibile per garantire l’equilibrio e la sicurezza della regione</strong>. Rispetto alle varie monarchie etniche o repubbliche teocratiche, oltre ai vari gruppi ribelli sciiti o sunniti che provano a rovesciarle, <strong>la repubblica parlamentare di Israele&nbsp;rappresenta, agli occhi della destra, un modello costituzionale legittimo che, qualora diffuso al resto della regione, porterebbe pace e stabilità</strong>.&nbsp;</p>



<p>Ma può darsi ci sia qualcosa di più profondo a guidare quest&#8217;opinione, un sentimento <strong>che si inserisce pienamente nel solco della tradizione storica della destra</strong>, quella stessa da cui oggi tanti partiti politici si affannano nel prenderne le distanze.</p>



<p>Cos&#8217;è che caratterizza, a ben vedere, la comunità ebraica? <strong>Ogni comunità di popolo è determinata da criteri di appartenenza specifici</strong>, e questi criteri dipendono a volte da principi trascendenti, ma spesso da condizioni materiali di sopravvivenza. Così la comunità americana, in origine fondata sull’appropriazione di una terra percepita come vergine agli occhi dei suoi colonizzatori, si basa sul suolo. Ciò ha corroborato il caratteristico <em>ius soli</em>.</p>



<p>La comunità ebraica, al contrario, non potendo per lungo tempo fare riferimento a una terra, se non a una perduta o promessa, ha dovuto fondare la propria appartenenza <strong>esclusivamente sul sangue e su Dio</strong>, in termini tanto più radicali quanto più lontana dovesse sembrare la prospettiva di abitare un giorno una patria propria e comune. Questo ha fatto sì che ovunque migrasse una delegazione ebraica, indipendentemente dal lembo di terra che finiva ad abitare, <strong>questa conservasse un’appartenenza costitutiva al popolo di origine</strong>, riservando a esso una fedeltà che la quotidiana commistione con comunità diverse, il comune abitare una terra condivisa, non avrebbe potuto minare in alcun modo. L’assenza di una terra propria ha trasformato <strong>la patria, per gli ebrei, in un concetto mitico e messianico</strong>, impossibile da identificare in uno spazio geografico da abitare con altri.</p>



<p>Per questo motivo il popolo ebraico, fin dalla sua diaspora, <strong>ha sempre rappresentato un insieme comunitario problematico per la frangia più identitaria dei popoli che, nei secoli, vi sono entrati a contatto o vi hanno convissuto</strong>. Benché per lungo tempo nomadi e dispersi, gli ebrei hanno da sempre avuto un’identità invidiabilmente marcata. Quelle stesse prerogative identitarie che caratterizzano la comunità ebraica, e che la separavano rigidamente anche dai suoi conterranei<ins>,</ins> garantiscono oggi agli israeliani, nel conflitto che li vede opposti al popolo palestinese, le simpatie dell’ala politica più incline all’identitarismo nazionale.</p>



<p>Quest’ala è quella che in occidente ha raccolto l’eredità ideologico-identitaria dei vari nazionalismi novecenteschi, ovvero <strong>la destra repubblicana</strong>. Fatte le dovute distinzioni, essa in sostanza si fonda su una declinazione, di volta in volta regionale, della triade <strong>Dio, patria, famiglia</strong>.</p>



<p>Dunque, un principio superiore che giustifica trascendentalmente l’eccezionalità del popolo, un suolo da difendere e una comunità di sangue cui appartenere. Agli occhi della destra moderna o dei suoi precursori ideologici, la questione ebraica è sempre stata posta nei termini di <strong>un problema da risolvere</strong>, poiché l’ostinazione degli ebrei nell’identificarsi anzitutto come tali li rendeva, agli occhi di un sovrano o di una comunità con pretese egemoniche, <strong>inassimilabili</strong>.&nbsp;<br>È noto come il nazista <strong>Adolf Eichmann</strong>, a cui il partito aveva affidato la logistica del “problema ebraico”, avesse elaborato, su ordine indiretto di Hermann Göring, un progetto di deportazione di massa degli ebrei europei verso il Madagascar, al ritmo di un milione l’anno, per quattro anni. <strong>Il “Piano Madagascar”</strong> riprendeva in realtà una proposta già avanzata dall’antisemita Paul de Lagarde nel 1885, mentre i sionisti, dal canto loro, sembravano propendere per il più vicino Uganda.</p>



<p>Benché nessuna delle due destinazioni potesse contare, quanto la Palestina, sul supporto esegetico dei testi sacri, questo precedente storico dimostra come <strong>uno Stato ebraico fosse un’alternativa con cui lo stesso nazismo si era intrattenuto,</strong> alla ricerca di una soluzione al “problema” ebraico, prima di elaborare quella finale e spietata.</p>



<p>Il supporto che la moderna destra repubblicana offre alla causa israeliana non stride affatto, perciò, con le teorie politiche dei suoi precursori ideologici – le varie destre nazionali, aristocratiche o borghesi che fossero &#8211; spesso caratterizzate da uno spiccato <strong>e trasparente antisemitismo</strong>.</p>



<p>Non solo perché una costituzione simile a quello dello Stato di Israele, sarebbe, di fatto, <strong>la massima ambizione giuridica a cui potrebbe aspirare una destra moderna</strong> &#8211; soprattutto nella sua declinazione più autoritaria, essendo quella più moderata e liberale difficile da conciliare con un assetto teocratico – ma anche perché <strong>lo Stato di Israele rappresenta una soluzione definitiva al problema ebraico</strong>, che minaccia l’uniformità identitaria dell’Occidente fin dagli albori della sua esistenza politica. &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &nbsp;<br><strong>Il governo di Gerusalemme rappresenta l’esperimento più riuscito di un’elaborazione statuale in chiave moderna della triade Dio, patria, famiglia,</strong> grazie a un’interpretazione rigidamente teocratica dell’agenda politica (assicurarsi il controllo della Terra promessa da Dio), un sistema di discendenza/cittadinanza che garantisce la continuità etnica, e, finalmente, dopo una diaspora millenaria, una terra da difendere contro una persistente minaccia “esterna”.</p>



<p>Vi è dunque anche un’inconfessata radice antisemita nel sostegno che le destre nazionali elargiscono alla causa israeliane, poiché lo Stato di Israele costituisce una soluzione definitiva e conciliante al problema che la comunità ebraica ha sempre rappresentato per le frange più identitarie dei paesi occidentali. Problema che non poteva che riproporsi nel territorio dove si è acconsentito di dislocarlo.</p>



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<p>La confusione e l’aggressiva partigianeria che domina il dibattito occidentale sulla guerra non riguarda l’interrogativo principale, che l’apparato mediatico dovrebbe permettere di porre: <strong>a quale delle due parti si vuol fornire sostegno</strong>? All’Israele tendente alla teocrazia o alla Palestina di Hamas?</p>



<p>In realtà le parti coinvolte nel conflitto <strong>sono molte di più</strong>. Ci sono attori secondari e terziari che si muovono dietro le quinte e, tra i rivoli di sangue e le macerie, tirano acqua al proprio mulino. La questione che ha senso porsi, forse l’unica<strong>, riguarda la natura stessa del sostegno a una delle due parti</strong>, e quindi il ruolo che l’Occidente vuole avere nel mondo.</p>



<p>In quanto dispositivo planetario di gestione della crisi, l’Occidente contiene al suo interno, intrinsecamente, i prodromi di tutte le guerre future. Si è vista ormai la medesima dinamica, in forma diversa, ripetersi in (quasi) ogni contesto di crisi mediorientale. E se quantomeno in Libia, in Afghanistan, in Siria, in Iraq <strong>l’Occidente poteva ancora contare su una vigorosa, e spesso immatura, coscienza di sé, oggi il suo intervento sembra sempre più fiacco e meno convinto,</strong> guidato non più da un’idea presente di potenza, ma dagli spettri del passato e dall’angoscia del futuro.</p>



<p>Per questo all’opinione pubblica occidentale interessa poco comprendere chiaramente ciò che è in gioco nel conflitto israelo-palestinese, come del resto negli altri conflitti in corso. Le guerre sono un pretesto per estrapolare, a scapito di Paesi terzi, <strong>un assetto valoriale e una idea di mondo</strong>, mentre i combattimenti scorrono per conto loro<strong>. I conflitti sono solo l’occasione per giocare la propria mano, comodi e al sicuro, nella battaglia delle opinioni, per prendere posizione e affermare valori</strong>, con la serena coscienza di una pressoché totale ininfluenza.</p>



<p>La presa di posizione nella guerra mediatica permette a ciascuno di situarsi, di leggere il reale attraverso la visione preconcetta che in seguito estrapolerà dai notiziari e dai discorsi pubblici. Mentre le conseguenze sul conflitto restano limitate, tale presa di posizione risulta un ottimo strumento per discriminare la popolazione civile tra chi è incapace di liberarsi del peso opprimente del passato, da conservare cambiandogli forma, e chi è invece talmente proiettato nel <em>progresso</em> futuro da non prevedere i pericoli latenti e i disastri di domani</p>



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<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> A. NASSER,&nbsp;<em>La fabbricazione di una bomba umana: un&#8217;etnografia della resistenza palestinese</em>, Duke University Press, Durham 2009.</p>



<p><a href="#_ftnref2" id="_ftn2">[2]</a> A. OMAR, <strong><em>La questione di Hamas e della sinistra</em>,</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/la-comoda-guerra-delle-opinioni/">La spettacolarizzazione del conflitto israelo-palestinese</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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		<title>Occidente: arsenale di pace, dispositivo di guerra</title>
		<link>https://ilnemico.it/loccidente-allo-specchio/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Zeno Goggi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Apr 2024 14:14:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Contraddizioni]]></category>
		<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Geopolitik]]></category>
		<category><![CDATA[Isra-Heil]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[invasione Ucriana]]></category>
		<category><![CDATA[Occidente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Convinti d’aver espiato le colpe del colonialismo, ci stupiamo dell’odio che l’altro mondo riversa su di noi. In Ucraina come in Israele. Per scoprirci uguali a prima</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/loccidente-allo-specchio/">Occidente: arsenale di pace, dispositivo di guerra</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>L’Occidente, complesso economico, militare sociale, politico, religioso prima ancora che geografico, malgrado i ricorrenti annunci di declino o collasso, nonostante la crisi di legittimità che le sue istituzioni soffrono a livello internazionale, <strong>dispone ancora del più grande arsenale di guerra e del più grande arsenale di pace al mondo.</strong></p>



<p>Guerra e pace sono innanzitutto dei <em>dispositivi</em>. Un “dispositivo”, scrive Michel Foucault, è «un insieme assolutamente eterogeneo che implica discorsi, istituzioni, strutture architettoniche, decisioni regolative, leggi, misure amministrative, enunciati scientifici, proposizioni filosofiche, morali e filantropiche, in breve: tanto del detto che del non detto, ecco gli elementi del dispositivo»<a id="_ftnref1" href="#_ftn1">[1]</a>. E, a proposito della guerra e della pace, cosa dice l’Occidente e cosa, invece, non dice? Il detto è il contenuto immediatamente espresso, sono le motivazioni dichiarate che legittimano le funzioni dei nostri apparati di guerra e di pace. Il non detto è la componente rimossa, ciò che non si può dire. Così come la psiche adotta dei meccanismi di rimozione di quei desideri, pensieri o residui di memoria che considera inaccettabili, così accade che una società è costretta a tacere tutto ciò che non può tollerare.&nbsp; <strong>Gli elementi rimossi, tuttavia, non vengono mai soppressi del tutto, ma tendono a ricomparire deformati: si ripresentano sotto forma di nevrosi, crisi d’angoscia, atti mancati, lapsus.</strong> Sul piano della psicologia collettiva, ritornano nel corpo visibile del discorso, quindi nei nostri media, nelle affermazioni di politici e giornalisti, nelle nostre conversazioni quotidiane, sotto forma di contraddizioni, cortocircuiti, incoerenze dell’ideologia.</p>



<p>Il discorso attraverso cui l’Occidente giustifica i dispositivi della guerra e della pace nel tempo ha subito significative variazioni, aggiunte e sottrazioni. <strong>Prima del 1945 la pace era un dispositivo ancora acerbo.</strong> Poco dibattuto dagli antichi, una mistificazione a detta di Platone («in realtà fra le Città perdura, quasi per legge naturale, uno stato di conflitto non dichiarato di tutti contro tutti» <em>Leggi</em>, 626a) e definito quasi esclusivamente per negazione, per lunghi anni è monopolio della religione cristiana, attributo di Cristo («<em>Ipse est pax nostra</em>») e di una Chiesa cattolica che non ha certo sdegnato la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie, ma che ha rappresentato, per molti anni, con la sua letteratura teologica, la sua vocazione missionaria e le sue spedizioni evangelizzatrici in tutto il mondo, l’unico corpo intermedio capace di elaborare teoricamente la pace.</p>



<p>Con il giusnaturalismo, con i contributi di Grozio, Hobbes, Locke e poi Kant, autore del celebre trattato <em>Per la pace perpetua</em>, si assiste, parallelamente alla nascita dello Stato moderno, a una laicizzazione del concetto, e ai primi tentativi filosofici di immaginare delle confederazioni internazionali che ne garantiscano il mantenimento.</p>



<p><strong>La guerra, invece, è un dispositivo antichissimo</strong>, ha una tradizione immemore, discorsi millenari, istituzioni consolidate. Finché la pace non divenne un apparato stabile e prolifico, la guerra non ebbe bisogno di discorsi articolati che ne legittimassero l&#8217;impiego. I moventi erano tutti più o meno validi. Con la nascita dei primi imperi coloniali, l’Occidente esportò la guerra fuori dai suoi confini, consapevole che per saldare il costo del suo sviluppo industriale era costretto a sfruttare in forma sempre più massiccia le risorse presenti in altri territori. Per giustificare la sottomissione dei popoli autoctoni furono sufficienti discorsi semplicisti e grossolani. La superiorità bellica, logistica, tecnologica era ragione più che sufficiente <strong>per comprovare la fondatezza del nostro dominio</strong>.</p>



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<p>L’ignoranza dei popoli indigeni rispetto alla rivelazione biblica ne sanciva l’indegnità, nella distanza da Dio. Inventata l’idea di progresso, la diversità dell’organizzazione politica fu interpretata come sintomo di arretratezza nelle tappe della civilizzazione.</p>



<p>A questi si aggiunsero i temi della<strong> superiorità della razza</strong>, un abisso ideologico in cui caddero, nell’Ottocento, i pensatori più raffinati, da Spencer a Carlyle, da Gobineau, Taine fino a Renan, che ebbe modo di dire: «noi non aspiriamo all&#8217;uguaglianza ma alla dominazione. I paesi estranei alla nostra razza dovranno ridiventare paesi di servi, di braccianti agricoli o di lavoratori industriali. Non si tratta quindi di sopprimere le disuguaglianze tra gli uomini ma di evidenziarle e trasformarle in legge»<a id="_ftnref2" href="#_ftn2">[2]</a>.</p>



<p>Con queste grezze motivazioni si inaugurò senza sensi di colpa <strong>la stagione coloniale dell’Occidente</strong>: sfruttamento intensivo delle materie prime degli altri popoli, alterazione degli ecosistemi, schiavismo, assoggettamento politico, distruzione dell’artigianato locale e sviluppo della manifattura soffocato dall’afflusso di beni di produzione europea, proprietà delle principali attività commerciali detenuta in via esclusiva da compagnie coloniali, quindi perdita dell’autosufficienza economica e alimentare dei nativi.</p>



<p>Durante il Novecento, sulle ceneri di un vecchio continente devastato da due guerre mondiali fratricide, catastrofi che i nascenti movimenti nazionalisti afro-asiatici nelle colonie seppero sfruttare per liberarsi dalle maglie dell’imperialismo europeo, <strong>l’Occidente cominciò a istituire il dispositivo della pace</strong>, con i suoi organismi internazionali, i suoi enti non governativi, i suoi discorsi volti a smussare le asperità tra gli stessi paesi europei, gli ex protettorati e il resto del mondo. In contemporanea il bollato Sud globale portava a termine il processo di decolonizzazione, rappropriandosi della sua storia, riformulando la sua identità, imboccando una strada che, a differenza di quanto credevano i liberali occidentali con il loro “migliore dei mondi possibili” in offerta, guardava invece, e con meno timore, all’Unione Sovietica e trovava nel socialismo, nell’economia pianificata, nella guida statale, i mezzi più veloci per avviarsi alla modernità.</p>



<p>Per difendersi, soprattutto, da un libero mercato predatorio in cui era difficile competere in una fase ancora emergente, non appena fu chiaro che lo smithiano <em>laissez-faire</em> era un giocattolo teorico anglosassone che i paesi più industrializzati suggerivano ai vicini per saccheggiarne i mercati. Non a caso in Asia, scoperto l’imbroglio, si guardò con più favore all’economista List, tra i principali teorici del protezionismo tedesco, che non ad Adam Smith. In questo nuovo scenario qualcuno vide i primi sintomi di una rovina irrevocabile. Paul Valéry cantava epitaffi «all’impero alla fine della decadenza / che guarda passare i grandi barbari bianchi»: temeva che l’Europa diventasse solo una «protuberanza del continente asiatico»<a id="_ftnref3" href="#_ftn3">[3]</a>. Oswald Spengler scrisse il <em>Tramonto dell’Occidente</em> (1919) perché guardava, intimorito, all’alba del Terzo Mondo. Altri invece, i gattopardi, nei crepuscoli presagivano nuove opportunità, e sapevano che «il mondo libero», per proteggere i propri interessi, soddisfare il fabbisogno di materie prime, forza lavoro a basso costo e nuovi mercati in espansione, doveva riconoscere (seppur controvoglia) l’indipendenza dei territori in questione. Tutto cambia perché nulla cambi, e la supremazia prese nuove, inedite forme. <strong>Oggi lo chiamiamo neocolonialismo, un «imperialismo senza colonie» in cui a valere è il dispositivo della pace più che il dispositivo della guerra</strong>. Laddove non è più strettamente necessario intervenire direttamente o indirettamente per destabilizzare i paesi “sottosviluppati”, si può operare per ingraziarsi la classe dominante, orientarne le scelte politiche, economiche e culturali con il supporto, l’aiuto, la cooperazione, metodi dalla violenza sottile, raffinatissima, che pure li costringe nella nostra “sfera di influenza” senza intaccarne la sovranità d’ufficio. Kwame Nkrumah, ghanese, tra i principali esponenti del <em>nazionalismo africano</em>, scriveva «che lo Stato assoggettato conserva una indipendenza formale, con tutti gli ornamenti esterni della sovranità, mentre il suo sistema economico e quindi la sua politica vengono diretti dall’esterno»<a id="_ftnref4" href="#_ftn4">[4]</a>.</p>



<p>Il <em>welfare colonialism</em> è una forma di governo a distanza, come scrive Robert Paine&nbsp;«crea dipendenze paralizzanti dal &#8220;centro&#8221; in una popolazione periferica, un centro che esercita il controllo attraverso incentivi che creano dipendenza economica totale, impedendo così la mobilitazione politica e l&#8217;autonomia».<a href="#_ftn5" id="_ftnref5">[5]</a> In questa fase di transizione, un ruolo fondamentale fu giocato dagli Stati Uniti, potenza vergine di un passato coloniale, addirittura ex-colonia a sua volta, di più: che ha fatto della lotta anti-imperialista il suo mito fondatore.</p>



<p>Nazione innocente, benedetta anzi eletta da Dio per compiere il suo «destino manifesto», quello di redimere il continente e forse il mondo intero, esportando l’esperimento democratico, diffondendo la sua idea di libertà, pacificamente se possibile ma militarmente se necessario. Malgrado l’innocenza fosse quotidianamente smentita dagli irrisolti problemi della schiavitù, dello sterminio degli indiani, della discriminazione e della segregazione razziale, l’America non esitò nel vedere sé stessa come un dispositivo di pace: spostando, nei primi anni del Novecento, con la presidenza Wilson, la mitologica frontiera oltreoceano, partecipando alla Grande Guerra, e facendo traballare le costitutive posizioni isolazioniste. I «Quattordici Punti» che Wilson espose al Congresso l’8 gennaio del 1918 applicavano il principio di autodeterminazione dei popoli, e furono un primo esercizio di regolazione delle controversie internazionali, esperimento di <em>soft power</em> che si risolse nel 1920 con la creazione della Società della Nazioni, lì per la prima volta auspicata, dispositivo di pace planetario, braccio “disarmato” dell’Occidente.</p>



<p>Nonostante furono proprio gli Stati Uniti a patrocinare la redazione dello statuto, con Wilson eletto Presidente della commissione, non vi aderirono mai, ma il regolamento dell’organizzazione descrive con precisione la nuova mentalità neocolonialista, che poi erediterà l’Onu, la cui dichiarazione d’intenti fu scritta alla Casa Bianca nel 1941, in piena Seconda guerra mondiale.</p>



<p>Si legge all’articolo 22 della Società delle Nazioni, a proposito delle ex colonie, che «il benessere e lo sviluppo di tali popoli è un compito sacro alla civiltà e le garanzie per l’attuazione di questo compito dovranno essere incluse nel presente atto».</p>



<p>Per garantire questo sviluppo però, uno Stato democratico avanzato può costringere, con un’occupazione militare temporanea, uno «Stato nuovo» ad aprire il suo commercio. Solo una volta maturo per il libero scambio, il popolo può rivendicare i suoi diritti e guadagnarsi il <em>self-government</em>. Un <em>bias</em> cognitivo molto <em>liberal</em>, secondo cui, in condizioni ottimali, la naturale inclinazione di qualsiasi società è quella di darsi un governo e delle istituzioni democratiche, indipendentemente dalla sua cultura e dalle sue tradizioni.</p>



<p>Obbiettivo è favorire quelle “condizioni ottimali”, con la gentilezza o con la forza. Grande malinteso, questo, che la <em>redeemer nation</em> non ha mai sciolto del tutto: esportare l’eccezionalismo, di fatto, è controintuitivo. E del resto anche un po’ <em>naif,</em> se pensiamo che la nascita della democrazia e del liberalismo sono sempre stati attribuiti allo sviluppo delle facoltà individuali e all’ascesa della classe media. <strong>Come si può pensare di trapiantare un sistema economico in regioni che riscontravano delle difficoltà anche solo nella traduzione di tutto il glossario liberale</strong>? Il traduttore cinese Yan fu (1854-1921), cimentandosi con le opere di Smith, Mill, Huxley, Spencer, fece fatica a rendere concetti come «vita privata», «gusto», «diritti», e «legittimo interesse personale», ma anche «volontà», «giudizio», «ragione»<a id="_ftnref6" href="#_ftn6">[6]</a> e non riuscì a raschiare l’ideale confuciano, depositato in ogni espressione, di un mondo non competitivo, in cui l’interesse individuale è considerato sempre in relazione all’armonia sociale. Si legge ancora al comma 2: «il metodo migliore per dare effetto pratico a questo principio è di affidare la tutela di questi popoli a nazioni progredite che, grazie ai loro mezzi, alla loro esperienza ed alla loro posizione geografica, possono meglio assumere questa responsabilità e siano disposte ad accettare tale incarico: questa tutela dovrebbe essere esercitata dalle medesime come mandatarie della Società delle Nazioni».</p>



<p>Nacque il sistema dei mandati, nacquero gli Stati civilizzatori, numi tutelari, nacque l’assistenzialismo internazionale: nacque la pace imposta.</p>



<p>Perciò, per fare la guerra, si dovette cambiare la semantica della guerra, che divenne, a partire dal secondo conflitto mondiale, non più di aggressione, ma di prevenzione. Non più attacco militare ma intervento umanitario. Non più ministero della Guerra ma della Difesa. Lo scopo, come si legge nei documenti della National Security Strategy degli Stati Uniti d’America, stilati dopo il discorso di George W. Bush all’accademia militare di West Point il 1º giugno 2002, è quello di «estendere democrazia, libertà e sicurezza in tutte le regioni». Corea, Vietnam, Guerra del Golfo, Kosovo, Afghanistan, Iraq,<strong> il dispositivo della guerra si adopera a scopo di pace</strong>: ha finalità teologiche, per gli Stati Uniti, potenza del bene investita da Dio, che combatte contro l’«impero del male» (Reagan) rappresentato dall’Unione Sovietica e i suoi alleati prima, e contro l’«asse del male» (Bush) incarnato dal terrorismo di matrice islamista poi.</p>



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<p>Pace come forma rinnovata di guerra. Guerra come strumento di pace. <strong>I dispostivi si confondono, si sovrappongono.</strong> Ma questo, ancora una volta, è solo il detto. Sono gli elementi dichiarati, le motivazioni esplicite. Il non detto della guerra, il materiale psichico rimosso, è il fatto che essa rimane il principale strumento attraverso cui l’Occidente cerca di <strong>espandere la sua egemonia a livello planetario</strong>, con l’obiettivo di mantenere intatti i suoi privilegi, inevitabilmente fondati sullo sfruttamento delle risorse altrui. E così pure l’apparato di pace, con le sue istituzioni e con i suoi discorsi (dalla <em>cancel culture</em> agli studi postcoloniali), nasconde il senso di colpa di un continente per l’impiego del dispositivo della guerra. Impasse ontologica, nevrosi di una società strattonata dai suoi non detti, che riemergono sotto altra forma, come contraddizioni. Da un lato non siamo disposti a rinunciare al nostro status di potenza, al surplus economico e materiale che ci riserva questo status, e dall’altro però siamo <strong>stritolati dal senso di colpa per lo stile di vita che conduciamo sulle spalle altrui.</strong> Non potendo risolvere la grande contraddizione, continuiamo a puntare sulla guerra e sulla pace, convinti che finché si gioca, il banco non possa saltare.</p>



<p>La guerra e la pace sono dispostivi che attiviamo, di scenario in scenario, a seconda di diversi fattori e delle priorità economiche o ideologiche che di volta in volta prevede la nostra agenda. Sono dispositivi politici e, come tali, hanno bisogno di un assenso da parte dell’opinione pubblica. Nel «<em>free democratic world</em>», come Churchill definì nel 1946 il blocco occidentale, il potere è regolato da un sistema di <em>feedback quantitativo</em>, quindi il suo principio di legittimità risponde al consenso. Qualsiasi dichiarazione di guerra o intervento di pace necessita di una motivazione (anche inventata, l’importante è che funzioni) acconsentita dalla società. Dacché l’Occidente ha attivato il dispositivo della pace ha dovuto produrre sempre più discorsi, per poter attivare quello della guerra, e questi discorsi prevedono<strong> l’invenzione di amici e di nemici, di buoni e di cattivi, un teatro di maschere e personaggi che nascondono la grande e insanabile contraddizione, il grande non detto</strong>. Giornalisti, professori, politici, rappresentanti istituzionali, opinionisti, analisti, operatori del settore umanitario si dividono nel tentativo di determinare chi è giusto difendere e chi attaccare, chi finanziare e chi sanzionare, le armi e gli aiuti da distribuire.</p>



<p>Il pubblico è chiamato a prendere una posizione sulla base di una produzione di discorsi e di giustificazioni alla guerra e alla pace, per lo più forniti dai media stessi, le principali centrali di diffusione del sapere e delle informazioni, che informano i fatti, quindi danno forma ai termini stessi di qualsiasi conflitto o missione di pace. Questi media rispondono a una serie di trazioni e spinte dalle forze che si contendono l’egemonia. Essendo noi europei vincolati dall’Alleanza atlantica, presieduta dagli Stati Uniti (sono loro ad avere il monopolio del dispositivo della guerra, coprendo il 69% del bilancio Nato), nelle controversie internazionali ci troviamo spesso a ratificare l’agenda delle priorità strategiche dettate da Washington. La produzione del discorso istituzionale e mediatico elaborato dagli intellettuali, «i commessi – scrive Gramsci – del gruppo dominante per l&#8217;esercizio delle funzioni subalterne dell&#8217;egemonia sociale e del governo politico, cioè del consenso spontaneo dato dalle grandi masse della popolazione all&#8217;indirizzo impresso alla vita sociale dal gruppo fondamentale dominante»<a href="#_ftn7" id="_ftnref7">[7]</a>, malgrado la polifonia delle voci, risente inevitabilmente di questo allineamento e di questo peso, anche contro i nostri interessi più immediati. Tra i più emblematici rimane il caso, nel 2011, dell’aggressione alle Libia, a cui l’Italia si accodò insieme a Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti, malgrado le trivelle Eni nel paese nordafricano primeggiavano nell’estrazione di petrolio con i loro 267 mila barili al giorno sulla tedesca Wintershall e sulla francese Total. Gheddafi, tra l’altro, fu un interlocutore storico dell’Italia, invitato sei mesi prima a Roma per firmare accordi economici da 50 miliardi di dollari e l&#8217;intesa sul controllo dei flussi dei profughi.</p>



<p>È il caso, da ultimo, della guerra in Ucraina in cui l’Unione Europea ha approva le sanzioni a Mosca malgrado l’elevata dipendenza di molti paesi europei dalle forniture di gas e di petrolio russe. Così anche la produzione degli amici e dei nemici, dei buoni e dei criminali risente di questa arbitrarietà, avverte della falsificazione dell’ideologia, di un certo grado di mistificazione, creando quei malintesi che diventano, per il principio dell’eterogenesi dei fini,<strong> i prodromi delle guerre future</strong>.</p>



<p>Nella storia recente sono tantissimi gli esempi di questi malintesi, di scelte di campo che abbiamo motivato sulla base di concetti democratici, finzioni progressiste o altre astrazioni umanitarie, e che non solo si sono rivelate l’opposto, ma hanno finito per creare situazioni più complesse di quelle che dovevano risolvere, dando vita a ulteriori guerre, che hanno richiesto ulteriori discorsi sopra i discorsi per giustificarle (e così pure ingenti spese nel dispositivo della pace). Negli anni dell’amministrazione Carter, ad esempio, gli Stati Uniti si impegnarono nella promozione dei governi fondamentalisti lungo il confine meridionale dell’Unione Sovietica, dal Medio Oriente fino all’Asia centrale.</p>



<p>A teorizzare questo “Arco della crisi” fu l’orientalista britannico Bernard Lewis, professore all’Università di Princeton, un modello ripreso poi dall’allora consigliere per la Sicurezza Nazionale di Washington, Zbigniew Brzezinski. L’intento era utilizzare l’Islam in funzione anti-sovietica. Quando nel 1979 si avverò l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’armata rossa, a favore del regime filo-comunista di Kabul, gli Stati Uniti con l&#8217;appoggio militare e logistico del Pakistan e quello finanziario dell&#8217;Arabia Saudita armarono migliaia di <em>mujaheddin</em> dando vita a una “guerra santa” decennale e disastrosa che nel 1989 si risolse con il ritiro delle truppe sovietiche. Se questi guerriglieri sono stati presentati all’opinione pubblica come degli eroi nel ’79, venti anni dopo <strong>sono diventati i capibanda del terrorismo internazionale</strong>, mettendo a punto attentati nel Kashmir, nelle Filippine, per poi arrivare a colpire gli Stati Uniti d’America, avviando l’invasione dell’Afghanistan. Seguendo sempre la medesima dottrina si scelse di non intervenire nello stesso anno quando in Iran lo Scià di Persia era destituito dalla rivoluzione islamica guidata dall’ayatollah Khomeini, che godeva allora di un certo prestigio tra gli intellettuali europei.</p>



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<p>Oggi l’Iran è uno dei paesi più invisi all’Occidente. Tanto che per fare una guerra indiretta a Teheran e mantenere il controllo dei depositi di gas e di petrolio nel Golfo Persico, gli Stati Unitii hanno deciso, a partire dalla prima insurrezione popolare contro Bashar-al Assad del 2011, di destabilizzare la Siria, uno dei pochi regimi laici e multiconfessionali della regione, finanziando e armando insieme a Francia e Gran Bretagna, Arabia Saudita, Qatar e Turchia, quelli che i nostri media si sono impegnati a definire “ribelli moderati”, ma che poi confluirono nel fronte al-Nusra, in Al Qaeda, nell’Isis, trasformandosi nei miliziani dei gruppi jihadisti che qualche anno dopo rivendicheranno i maggiori attentati nel cuore dell’Europa. Allo stesso modo, l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia potrebbe aver innescato uno scenario simile. Unione Europea e Stati Uniti hanno sostenuto il governo di Kiev all’unanimità, inviando armi e supporto militare all’Ucraina, che nel frattempo preme sempre di più per l’ingresso all’interno dell’Unione Europea e della Nato.</p>



<p>L’Occidente sembra concorde nel vedere in Mosca l’aggressore e il principale nemico della pace in Europa, <strong>ma non solleva dubbi sull’influenza che molti gruppi di estrema destra e neonazisti esercitano sulla vita politica del paese</strong>, visto il ruolo che hanno giocato nella rivoluzione di EuroMaidan e nella destituzione di Janukovyč nel 2014. Chissà che domani l’Ucraina nell’Unione Europea non si aggiunga a quella cintura di governi autoritari e illiberali insediati nei paesi dell’Est europeo, condannati dagli stessi intellettuali che sostengono Zelensky senza riserve.<strong> Oggi, con l’<em>escalation</em> del conflitto israelo-palestinese</strong>, ci troviamo di fronte a un’impasse ancora più complessa, che in qualche modo disvela le contraddizioni che lacerano il «mondo libero»: qualsiasi mossa dell’Occidente mette a rischio un pezzo della sua sicurezza, dei suoi privilegi e della sua reputazione, in poche parole della sua egemonia, e potrebbe dare adito a scenari ancora più critici da gestire in futuro di quelli che si è candidato a risolvere. In medicina si chiama <strong>effetto iatrogeno</strong>, quello dovuto a una soluzione terapeutica che genera dei danni collaterali peggiori della malattia che si vorrebbe scongiurare. L’incertezza è tale che la produzione del discorso non è univoca come nel caso del conflitto russo-ucraino.</p>



<p>Nonostante la storica vicinanza agli israeliani («fratelli maggiori» dei cristiani ricorda il Papa) il presidente americano Joe Biden, in visita a Tel Aviv dopo l’aggressione del 7 ottobre da parte di Hamas, benché garantisca il suo sostegno allo Stato ebraico, ha invitato Netanyahu alla cautela nella sua replica militare. Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, ha ammesso che gli attacchi di Hamas nascono «da 56 anni di soffocante occupazione», provocando la reazione perplessa di Gerusalemme.</p>



<p>Strattonati dal senso di colpa nei confronti del popolo ebraico che affonda le sue radici nell’Olocausto, uno sterminio tutto europeo, e allo stesso tempo dalla responsabilità indiretta per la segregazione dei palestinesi nella striscia di Gaza, che abbiamo silenziosamente avallato a partire dal 1947, con il piano Onu di partizione della Palestina,<strong> ci ritroviamo con i nostri dispositivi di guerra e di pace in tilt</strong>, che producono discorsi sempre più contraddittori a tutti i livelli. Sul fronte puramente operativo gli Stati Uniti forniscono armi e munizioni all’esercito israeliano, dispiegano mezzi militari per fare da scudo contro eventuali interventi esterni, il tutto con il favore di Ursula Von Der Layen, presidente della Commissione Europea, che parla di «sostegno incondizionato a Israele», e tuttavia l’Unione Europea destina l’indomani i primi 50 milioni di aiuti umanitari a Gaza, aiuti che i convogli sono riusciti a far arrivare dall’Egitto nella Striscia solo grazie alle pressioni che gli stessi Stati Uniti hanno esercitato su Israele.</p>



<p>Le contraddizioni innervano anche i discorsi politici che i due fronti dell’opinione pubblica adottano per giustificare il sostegno alle relative cause. <strong>Sono come piccoli lapsus dell’ideologia</strong>. Le forze di sinistra, dalle frange storicamente anti-imperialiste a quelle più progressiste, dagli attivisti di Amnesty agli studenti della Columbia, dai movimenti per i diritti civili a quelli più radicali, sostengono la resistenza palestinese, dimenticandosi di considerare che questo popolo sunnita, indipendentemente dall’ideologia fondamentalista di Hamas, dai rapporti con i gruppi arabi più estremisti, che pure esistono, non è in alcun modo di sinistra, non condivide battaglie per i diritti civili, istanze femministe, multiculturali, inclusive o ecologiste, e altri concetti cari all’universo <em>woke</em>.</p>



<p><strong>La sinistra europea si è schierata con il suo potenziale nemico di domani</strong>, lo stesso che in altre vesti vorrebbe accogliere sulle sue sponde del Mediterraneo, per le tragiche ragioni umanitarie che rendono un&#8217;urgenza il problema migratorio.</p>



<p>Dall’altro lato la destra liberale e conservatrice si spende in difesa di Israele, che considera «l’unica democrazia del Medio Oriente», omettendo alcune delle caratteristiche, quelle più evidenti, che lo descrivono come <strong>uno Stato etnico dalle inclinazioni teocratiche</strong> che non è disposto a cedere la cittadinanza a nessun non ebreo, i cosiddetti «gentili» o «<em>goym</em>». Difendono l’incubo di qualsiasi liberale. A questo si aggiunge che il sostegno incondizionato a Israele inasprirebbe delle tensioni nei rapporti dell’Occidente con i vicini arabi, rapporti da cui dipende l’approvvigionamento indispensabile di <strong>risorse energetiche che garantiscono quello stile di vita che la destra conservatrice per prima difende, e a cui non è in alcun modo disposta a rinunciare</strong>.</p>



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<p>Il modello di sviluppo Occidentale ha dei costi sempre maggiori. Per mantenerlo investiamo ingenti risorse nei dispositivi della guerra e della pace. L’uno contraltare dell’altro, entrambi garantiscono il nostro dominio e il nostro prestigio a livello planetario. Di malinteso in malinteso però,<strong> l’Occidente è sempre più lacerato dalle contraddizioni al suo interno e perde di credibilità agli occhi di un pianeta in cui crescono nuove potenze</strong>, molto diverse da noi. Con il passare del tempo e degli errori commessi, i cui effetti iatrogeni sono imprevedibili, sembra che i soldi e le energie che allochiamo in questi dispositivi rendano ogni volta un po’ di meno. Assistiamo a una caduta tendenziale del saggio di profitto degli investimenti nella nostra egemonia. In pratica non possiamo più permetterci il costo di essere una potenza mondiale. O ce lo possiamo permettere in misura sempre minore.</p>



<p>Ed è per questo che negli Stati Uniti, da Donald Trump fino al ritiro delle truppe dall’Afghanistan, si è ritornato a parlare di isolazionismo<a id="_ftnref8" href="#_ftn8">[8]</a>. In qualche modo questa situazione viene raccontata da un film del 2016 diretto da Zack Snyder, <em>Batman v Superman: Dawn of Justice</em>. Più o meno inconsciamente il lungometraggio che vede come protagonisti i due personaggi dei fumetti della DC Comics si interroga sulla crisi del ruolo di Superman, quindi della funzione egemonica degli Stati Uniti. <strong>L’uomo d’acciaio è una delle metafore attraverso cui l’America vede se stessa.</strong> Alla pari dell’eroe, un extraterrestre con enormi poteri a sua disposizione, l’America si rappresenta come una nazione aliena, piombata nella storia solo a un certo punto, e perciò innocente, pura, semplice, ma con grandissime capacità. Sin dall’inizio il regista ci mette di fronte al problema: Superman, intento a salvare la città di Metropolis dall’attacco del generale Zod, causa la morte di molti civili e la distruzione di un intero quartiere. In un’altra situazione, nel tentativo di salvare in Africa la giornalista e fidanzata Lois Lane, prigioniera del capo di un’organizzazione terroristica, devasta un villaggio vicino al luogo dell’incontro, creando indignazione nelle comunità locali. La Senatrice Finch indice una commissione per processare l’eroe, mentre l’opinione pubblica è divisa tra chi vede in lui un Dio e chi un assassino. Quanto costa mantenere Superman? È questa la domanda implicita di un film che vuole fare un bilancio dei costi e dei benefici del bene, un bene che, paolinamente, genera il male.</p>



<p>Superman è sconvolto, non si capacita di tutta la sofferenza prodotta, lui che indossa il mantello per difendere il mondo dai cattivi. Ricorda Bush, all’indomani dell’attentato al World Trade Center, incapace di afferrare i motivi che avevano spinto i jihadisti a compiere un’azione tanto efferata ai danni di un popolo “innocente” come quello americano. Superman, turbato, è costretto ad ammettere che «nessuno resta buono in questo mondo». Estrema consapevolezza di un’innocenza ormai smarrita per sempre, così come l’hanno persa gli Stati Uniti, di fronte a se stessi e agli altri, lungo tutto il Novecento – perché il potere, come dice Lex Luthor, «non può mai essere innocente».</p>



<p>Durante un momento di sconforto l’eroe fantastica di parlare con il defunto padre adottivo, che gli racconta un aneddoto apparentemente irrilevante, ma che ci consente di mettere a fuoco il dilemma del bene che lo inquieta. Narra di un’alluvione che, da ragazzo, aveva colpito la sua fattoria. Dopo estenuanti manovre, deviando il corso d’acqua, era riuscito a salvare la proprietà. Fiero della sua impresa, che gli era costata grandi fatiche, al risveglio viene a sapere che il nuovo corso si era incanalato per errore verso la fattoria del suo vicino, uccidendo tutti i suoi cavalli. Superman, quindi gli Stati Uniti, scoprono il non detto, il rimosso di ogni discorso e cioè che tutte le azioni grazie a cui mantengono i loro benefici, il loro benessere e la loro potenza, implicano degli squilibri, perciò generano la sofferenza di qualcun altro. <strong>Nonostante le giustificazioni che si possono produrre per nascondere questa verità insopportabile, essa in qualche modo fa sempre ritorno, è l’inconscio dell’Occidente, la sua ombra</strong>. Più si ampliano gli scompensi e le asimmetrie, più diventa dispendioso gestire tutti gli scenari di crisi. Più aumentano le difficoltà, più elaboriamo discorsi per interpretarle e per risolvere. Più elaboriamo discorsi, più emergono le contraddizioni, più si generano errori di valutazione. Come cominciano le guerre?, si chiedeva Karl Kraus. «Gli uomini politici raccontano bugie ai giornalisti e poi credono a quello che leggono». Oggi vale lo stesso, siamo storditi dal rumore che siamo costretti a produrre pur di non sentire il suono della realtà.</p>



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<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> M. Foucault, <em>Dits et Ecrits 1954-1988</em>, Gallimard, Parigi 2004, pp. 298-329.</p>



<p><a href="#_ftnref2" id="_ftn2">[2]</a> Ernest RENAN, La Réforme intellectuelle et morale, 1871</p>



<p><a href="#_ftnref3" id="_ftn3">[3]</a> Paul Valéry, La crise de l’esprit, 1919</p>



<p><a href="#_ftnref4" id="_ftn4">[4]</a> K. Nkrumah, <em>L&#8217;Afrique doit s&#8217;unir</em>, Paris, Éditions Présence Africaine, coll. « Textes politiques », 2001</p>



<p><a href="#_ftnref5" id="_ftn5">[5]</a> R. Paine, Development and Social Goals: Balancing Aid and Development to Prevent &#8216;Welfare Colonialism'&#8221;.&nbsp;<em>UN DESA Publications</em>. Retrieved&nbsp;2022-12-26.</p>



<p><a href="#_ftnref6" id="_ftn6">[6]</a> Pankaj Mishra, Le illusioni dell’Occidente, Mondadori, Milano 2021, p. 105.</p>



<p><a href="#_ftnref7" id="_ftn7">[7]</a> Antonio Gramsci, <em>Quaderni del carcere</em>, cit., p. 9</p>



<p><a href="#_ftnref8" id="_ftn8">[8]</a> Charles A. Kupchan, <em>A History of America’s Efforts to Shield Itself from the World</em>, Oxford University Press, 2020.</p>
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