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	<title>Rivoluzione Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>La gioia armata</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Feb 2025 11:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Anni '70]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Estratto del libro "La gioia armata" di Alfredo M. Bonanno. Il resto del libro è disponibile online su vari siti.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/la-gioia-armata/">La gioia armata</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p class="has-text-align-right">La vita è così noiosa che non c’è<br>nient’altro da fare che spendere tutto<br>il nostro salario sull’ultimo vestito<br>o sull’ultima camicia.<br>Fratelli e sorelle, quali sono i vostri<br>veri desideri? Sedersi in un Drugstore,<br>con lo sguardo perduto nel nulla,<br>annoiato, bevendo un caffè senza sapore?<br>Oppure, forse&nbsp;<em>farlo saltare in aria o bruciarlo</em>.</p>



<p class="has-text-align-right"><em>The Angry Brigade</em></p>



<p><strong>Il grande spettacolo del capitale ci ha tutti messi dentro, fino al collo</strong>. A turno, attori e spettatori. Invertiamo le parti, ora guardando a bocca aperta, ora facendoci guardare dagli altri. All’interno della carrozza di cristallo ci siamo entrati tutti, pur sapendo che si trattava di una zucca. L’illusione della fata ha ingannato la nostra coscienza critica. <strong>Adesso dobbiamo stare al gioco. Almeno fino a mezzanotte.</strong></p>



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<p><strong>Miseria e fame sono ancora gli elementi propulsivi della rivoluzione. Ma il capitale sta allargando lo spettacolo.</strong> Intende fare entrare in scena nuovi attori. Il più grande spettacolo del mondo ci sbalordirà. Sempre più difficile e sempre meglio organizzato. Nuovi pagliacci si apprestano a salire sulle tribune. Nuove fiere verranno addomesticate.</p>



<p>I sostenitori del quantitativo, gli amanti dell’aritmetica, entreranno per primi e resteranno abbagliati dalle luci delle prime file. Si porteranno dietro le masse del bisogno e le ideologie del riscatto.</p>



<p>Ma quello che non potranno eliminare sarà la loro serietà. <strong>Il più grande pericolo cui andranno incontro sarà una risata</strong>.<strong> La gioia è mortale all’interno dello spettacolo del capitale.</strong> Tutto, qui, è tetro e funebre, tutto è serio e composto, tutto è razionale e programmato, proprio perché tutto è falso e illusorio.</p>



<p>Oltre la crisi, oltre le contraddizioni del sottosviluppo, oltre la miseria e la fame, <strong>il capitale dovrà sostenere l’ultima battaglia, quella decisiva, con la noia</strong>.</p>



<p>Anche il movimento rivoluzionario dovrà sostenere le sue battaglie. Non solo quelle tradizionali contro il capitale. Ma anche di nuove, contro se stesso. <strong>La noia lo attacca dal di dentro, lo incrina, lo rende asfissiante, inabitabile.</strong></p>



<p>Lasciamo stare gli amanti degli spettacoli del capitale. Quelli che sono d’accordo fino in fondo a recitare la propria parte. <strong>Costoro pensano che le riforme possano realmente modificare le cose</strong>. Ma questo pensiero è più una copertura che altro. Sanno troppo bene che il cambiar delle parti è una delle regole del sistema. <strong>Aggiustando le cose un poco alla volta, si ottiene il risultato di tornare utili al capitale.</strong></p>



<p><strong>Poi c’è il movimento rivoluzionario dove non mancano quelli che attaccano a parole il potere del capitale. Costoro fanno una grande confusione, ricorrono a grosse frasi ma non impressionano più nessuno, tanto meno il capitale</strong>. Quest’ultimo li usa, sornione, per le parti più difficili del suo spettacolo. Nei momenti in cui occorre un solista, fa avanzare sulla scena uno di questi personaggi. Il risultato è accorante.</p>



<p>La verità è che<strong> bisogna spaccare il meccanismo spettacolare della merce</strong>, entrando nel dominio del capitale, nel centro di coordinamento, nel nucleo stesso della produzione. Pensate che <strong>meravigliosa esplosione di gioia</strong>, che grande salto creativo in avanti, che straordinario scopo “privo di scopo”.</p>



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<p><strong>Solo che entrare gioiosamente, con i simboli della vita, all’interno del meccanismo del capitale, è molto difficile. La lotta armata, spesso, è simbolo di morte.</strong> Non perché dona la morte ai padroni e ai loro servitori, ma perché pretende imporre le strutture del dominio della morte. <strong>Diversamente concepita, essa sarebbe veramente la gioia in azione,</strong> quando fosse capace di spezzare le condizioni strutturali imposte dallo stesso spettacolo mercantile, come, ad esempio, il partito militare, la conquista del potere, l’avanguardia.</p>



<p>Ecco l’altro nemico del movimento rivoluzionario. L’incomprensione. La chiusura davanti alle nuove condizioni del conflitto. La pretesa di imporre i modelli del passato, ormai entrati a far parte della gestione spettacolare della merce.</p>



<p>Il disconoscimento della nuova realtà rivoluzionaria, alimenta un disconoscimento teorico e strategico delle capacità rivoluzionarie del movimento stesso. E non importa affermare che ci sono nemici tanto vicini da rendere necessario un intervento immediato, al di là delle precisazioni interne di carattere teorico. Tutto ciò nasconde l’incapacità di affrontare la realtà nuova del movimento, l’incapacità di superare errori del passato che hanno gravi conseguenze nel presente. E questa chiusura alimenta ogni tipo di illusione politica razionalista.</p>



<p><strong>Le categorie della vendetta, della guida, del partito, dell’avanguardia, della crescita quantitativa, hanno un senso solo nella dimensione della nostra società, ed è un senso che favorisce la perpetuazione del potere. </strong>Ponendosi dal punto di vista rivoluzionario, cioè dell’eliminazione totale e definitiva del potere, queste categorie cessano di avere un senso.</p>



<p>Movendoci nel non-luogo dell’utopia, nel capovolgimento dell’etica del lavoro, nel qui e subito della gioia realizzata, ci troviamo all’interno di una struttura del movimento che è ben lontana dalle forme storiche della sua organizzazione.</p>



<p>Questa struttura si modifica continuamente, sfuggendo ad ogni tentativo di cristallizzazione. La sua caratteristica è l’autorganizzazione dei produttori, sul posto di lavoro, e la contemporanea autorganizzazione delle forme di lotta per il rifiuto del lavoro. <strong>Non impadronimento dei mezzi di produzione, attraverso le organizzazioni storiche, ma rifiuto della produzione</strong> attraverso la spinta di strutture organizzative che si modificano continuamente.</p>



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<p>Lo stesso avviene nella realtà non garantita. <strong>Le strutture emergono sulla base dell’autorganizzazione, stimolate dalla fuga dalla noia e dall’alienazione</strong>. L’inserimento di uno scopo programmato ed imposto da un’organizzazione nata e voluta al di fuori di queste strutture, significa l’uccisione del movimento, il ripristino dello spettacolo mercantile.</p>



<p><strong>La maggior parte di noi è legata a questa visione dell’organizzazione rivoluzionaria.</strong> Anche gli anarchici, pur rifiutando la gestione autoritaria dell’organizzazione, non recedono dal riconoscere validità alle loro formazioni storiche. Su queste basi, tutti riconosciamo che la realtà contraddittoria del capitale, può essere attaccata con simili mezzi. Lo facciamo perché siamo convinti che questi mezzi sono legittimi, emergendo dallo stesso terreno dello scontro del capitale. Non ammettiamo che qualcuno non la pensi come noi. La nostra teoria si identifica nella pratica e nella strategia delle nostre organizzazioni.</p>



<p>Molte differenze ci sono tra noi e gli autoritari. Ma queste cadono davanti alla comune fede nell’organizzazione storica. Si arriverà all’anarchia attraverso l’opera di queste organizzazioni (le differenze – sostanziali – sorgono solo sul punto della metodologia di avvicinamento). Ma questa fede sta a indicare una cosa molto importante: <strong>la pretesa di tutta la nostra cultura razionalista, di spiegarsi il movimento della realtà, e di spiegarselo in modo progressivo</strong>. Questa cultura si basa sul presupposto della irreversibilità della storia e sulla capacità analitica della scienza. Tutto ciò ci consente di <strong>considerare il momento presente, come il confluire di tutti gli sforzi del passato, come il punto più alto della lotta contro il potere delle tenebre</strong> (lo sfruttamento del capitale). Così, noi saremmo, in modo assoluto, più avanzati dei nostri progenitori, capaci di elaborare e gestire una teoria e una strategia organizzativa che è il risultato della somma di tutte le esperienze passate.</p>



<p><strong>Tutti coloro che rigettano questa interpretazione, si trovano automaticamente fuori della realtà, essendo questa, per definizione, la stessa cosa della storia, del progresso, e della scienza.</strong> Chi rifiuta è antistorico, antiprogressista e antiscientifico. Condanne senza appello.</p>



<p>Forti di questa corazza ideologica ci rechiamo nelle piazze. Qui ci scontriamo con una realtà di lotta strutturata in modo diverso. Queste strutture agiscono sulla base di stimoli che non rientrano nel quadro delle nostre analisi. <strong>Un bel mattino, nel corso di una manifestazione pacifica, e autorizzata dalla questura, quando i poliziotti cominciano a sparare, la struttura reagisce, anche i compagni sparano, i poliziotti cadono</strong>. Anatema! La manifestazione era pacifica. Essendo scaduta nella guerriglia spicciola, deve esserci stata una provocazione. Nulla può uscire dal quadro perfetto della nostra organizzazione ideologica in quanto questa non è “una parte” della realtà, ma è “tutta” la realtà. Al di là: la pazzia e la provocazione.</p>



<p>Si distruggono alcuni supermarket, alcuni negozi, si saccheggiano magazzini di alimentari e armerie, si bruciano vetture di grossa cilindrata. È un attacco allo spettacolo mercantile, nelle sue forme più appariscenti. Le strutture emergenti si dispongono in quella direzione. <strong>Prendono forma improvvisamente, con un minimo indispensabile di orientamento strategico preventivo</strong>. Senza fronzoli, senza lunghe premesse analitiche, senza complesse teorie di sostegno. Attaccano. I compagni si identificano in queste strutture. Rigettano le organizzazioni dell’equilibrio del potere, dell’attesa, della morte. La loro azione è una critica concreta della posizione attendista e suicida di queste organizzazioni. Anatema! Deve esserci stata una provocazione.</p>



<p><strong>Ci si stacca dai moduli tradizionali del “fare” politica</strong>. Si incide fortemente e criticamente sul movimento stesso. Si usano le armi dell’ironia. Non nel chiuso dello studio di uno scrittore. Ma in massa, per le strade. Si coinvolgono nello stesso genere di difficoltà, non solo i servi dei padroni, quelli ormai riconosciuti a livello ufficiale, ma anche le guide rivoluzionarie del lontano e del recente passato. <strong>Si mette in crisi la struttura mentale del capetto e del leader del gruppo.</strong> Anatema! La critica è legittima solo contro i padroni, e secondo le regole fissate dalla tradizione storica della lotta di classe. Chi esce fuori del seminato è un provocatore.</p>



<p>Ci si nausea delle riunioni, delle letture dei classici, delle inutili manifestazioni, delle discussioni teoriche che spaccano il cappello in quattro, delle distinzioni all’infinito, della monotonia e dello squallore di certe analisi politiche. <strong>A tutto ciò si preferisce fare l’amore, fumare, ascoltare la musica, camminare, dormire, ridere, giocare, uccidere i poliziotti, spezzare le gambe ai giornalisti, giustiziare i magistrati, far saltare per aria le caserme dei carabinieri</strong>. Anatema! La lotta è legittima solo quando è comprensibile per i capi della rivoluzione. In caso contrario, essendoci il rischio che questi ultimi si lascino scappare di mano la situazione, deve esserci stata una provocazione.</p>



<p>Sbrigati compagno, spara subito sul poliziotto, sul magistrato, sul padrone, prima che una nuova polizia te lo impedisca.</p>



<p>Sbrigati a dire di no, prima che una nuova repressione ti convinca che il dire di no è insensato e pazzesco e che è giusto che accetti l’ospitalità dei manicomi.</p>



<p>Sbrigati ad attaccare il capitale, prima che una nuova ideologia te lo renda sacro.</p>



<p>Sbrigati a rifiutare il lavoro, prima che qualche nuovo sofista ti dica, ancora una volta, che “il lavoro rende liberi”.</p>



<p>Sbrigati a giocare. Sbrigati ad armarti.</p>



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		<title>La rivoluzione della vita quotidiana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Jan 2025 11:01:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA['900 in fiamme]]></category>
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		<category><![CDATA[Trattato del saper vivere ad uso delle giovani generazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>"Lo spirito ludico è l’unica garanzia contro la sclerosi autoritaria. La creatività, col mitra in spalla, è inarrestabile." Capitolo estratto dal libro di Raoul Vaneigem, "La rivoluzione della vita quotidiana" (GOG 2024).</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Il progetto di partecipazione</strong><br></p>



<p><em>Del gioco, l’organizzazione della sopravvivenza non tollera che le falsificazioni spettacolari. Ma la crisi dello spettacolo fa sì che, braccata da ogni parte, la passione del gioco risorga dappertutto. Essa assume ormai il volto del sovvertimento sociale, e fonda, al di là della sua negatività, una società di partecipazione reale. La<br>prassi ludica implica il rifiuto del capo, il rifiuto del sacrificio, il rifiuto del ruolo, la libertà di realizzazione individuale, la trasparenza dei rapporti sociali (1). La tattica è la fase polemica del gioco. La creatività individuale ha bisogno di un’organizzazione che la concentri e che le conferisca più forza. La tattica è inseparabile da un certo calcolo edonista. Ogni azione parziale deve avere per fine la distruzione totale del nemico. Bisogna estendere alle società industrializzate le forme adeguate di guerriglia (2). Il salvataggio per trasferimento (</em>détournement<em>) è il solo uso rivoluzionario dei valori spirituali e materiali distribuiti dalla società di consumo; l’arma assoluta del superamento (3).</em></p>



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<p><strong>Le necessità dell’economia si conciliano male con il gioco</strong>. Nelle transazioni finanziarie, tutto è serietà: non si scherza con il denaro. La parte di gioco ancora inclusa nell’economia feudale è stata a poco a poco espulsa dalla razionalità degli scambi monetari. Il gioco negli scambi permetteva in effetti di barattare dei prodotti, se non del tutto privi di una misura comune, almeno non rigorosamente tarati. Ma nessuna fantasia sarà più tollerata dal momento in cui il capitalismo impone i suoi rapporti mercantili, e l’attuale dittatura del consumabile prova a sufficienza che esso ha giurato di imporli dappertutto, a tutti i livelli della vita.</p>



<p><br>Nell’alto Medioevo, i rapporti bucolici inclinavano verso una certa libertà gli imperativi puramente economici della organizzazione feudale delle campagne; spesso era il gioco a presiedere alle corvées, ai giudizi, ai regolamenti dei conti. Precipitando la quasi totalità della vita quotidiana nella battaglia della produzione e del consumo, il capitalismo reprime la propensione al gioco, mentre si sforza nello stesso tempo di recuperarla nella sfera del rendimento.<strong> Così, in qualche decina d’anni si sono viste le gioie dell’evasione trasformarsi in turismo di massa, l’avventura diventare missione scientifica, il grande gioco della guerra trasformarsi in strategia operativ</strong>a. Il gusto del cambiamento è ormai pago e soddisfatto grazie a un cambiamento di gusto…</p>



<p>In generale. L’organizzazione sociale attuale preclude il gioco autentico. Ne riserva l’uso all’infanzia, alla quale, sia detto per inciso, essa propone con insistenza crescente delle specie di giocattoli gadget, veri premi alla passività. <strong>Quanto all’adulto, egli non ha diritto che a delle forme falsificate e recuperate: competizioni, giochi televisivi, elezioni, casinò…</strong> Va da sé che la povertà di questi espedienti non soffoca veramente la ricchezza spontanea della passione del gioco, soprattutto in un’epoca in cui la sfera ludica ha tutte le opportunità di trovare storicamente riunite le condizioni più favorevoli di espansione.</p>



<p><br>Il sacro scende a patti con il gioco profano e dissacrante: testimoni i capitelli irriverenti, le sculture oscene delle cattedrali. La Chiesa assorbe senza nasconderli la risata cinica, la fantasia caustica, la critica nichilista. Protetto sotto il suo mantello, il gioco demoniaco è al sicuro. Invece,<strong> il potere borghese mette il gioco in quarantena</strong>, lo isola in un settore particolare come se volesse preservare da esso le altre attività umane. L’arte costituisce appunto questo dominio privilegiato, e un po’ disprezzato, del non-redditizio. Lo resterà fino a quando l’imperialismo economico non lo convertirà a sua volta in fabbrica di consumo. Ormai braccata da ogni parte,<strong> la passione del gioco risorge dappertutto</strong>.</p>



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<p><br>Nello strato di interdizioni che ricopre l’attività ludica, si apre una falla nel punto meno resistente, nella zona in cui il gioco si è mantenuto più a lungo, nel settore artistico. L’eruzione si chiama Dada. «Le rappresentazioni dadaiste fecero risuonare negli ascoltatori l’istinto primitivo-irrazionale del gioco, che era stato sommerso», dice Hugo Ball. Sulla china fatale dello scherzo e della burla, l’arte doveva trascinare nella sua caduta l’edificio che lo spirito di serietà aveva eretto a gloria della borghesia. <strong>Di modo che il gioco assume oggi il volto dell’insurrezione</strong>. Il gioco totale e la rivoluzione della vita quotidiana ormai si confondono.</p>



<p><br>Cacciata dall’organizzazione sociale gerarchizzata, la passione del gioco, abbattendola, fonda una società di tipo nuovo, <strong>una società della partecipazione reale.</strong> Senza presumere di ipotecare ciò che sarà un’organizzazione di rapporti umani aperta senza riserve alla passione del gioco, ci si può aspettare che presenti le caratteristiche seguenti:</p>



<p><strong>rifiuto del capo e di ogni gerarchia;</strong></p>



<p><strong>rifiuto del sacrificio;</strong></p>



<p><strong>rifiuto del ruolo;</strong></p>



<p><strong>libertà di realizzazione autentica;</strong></p>



<p><strong>trasparenza dei rapporti sociali.</strong></p>



<p><br>Il gioco non può essere concepito né senza regole <strong>né senza che si giochi con le regole</strong>. Guardate i bambini. Essi conoscono le regole del gioco, se le ricordano benissimo, <strong>ma barano continuamente, </strong>inventano o immaginano degli imbrogli. Tuttavia, per loro, barare non ha il senso che gli attribuiscono gli adulti. L’imbroglio fa parte del loro gioco, essi giocano a barare, complici anche nelle loro dispute. Così essi ricercano un gioco nuovo. E talvolta questo riesce: si crea e si sviluppa un nuovo gioco. Senza interromperne il flusso, essi ravvivano la loro coscienza ludica.</p>



<p><br><strong>Non appena un’autorità si fissa rigidamente, diviene irrevocabile, si fregia di un’aura magica, il gioco finisce</strong>. Peraltro, la leggerezza ludica non va mai disgiunta da uno spirito di organizzazione, con ciò che questo implica per disciplina. Ma anche se occorre un direttore di gioco investito di un potere di decisione, questo potere non è mai dissociato dai poteri di cui ogni individuo dispone in modo autonomo, è anzi il punto di concentrazione di tutte le volontà individuali, il duplicato collettivo di ogni esigenza particolare.<strong> Il progetto di partecipazione implica dunque una coerenza tale che le decisioni di ciascuno siano le decisioni di tutti</strong>. Sono evidentemente i gruppi numericamente deboli, le microsocietà, quelli che offrono migliori garanzie di sperimentazione. In essi, il gioco regolerà in modo sovrano i meccanismi di vita in comune, l’armonizzazione dei capricci, dei desideri, delle passioni. Tanto più che questo gioco corrisponderà al gioco insurrezionale condotto dal gruppo e reso necessario dalla volontà di vivere fuori dalle norme ufficiali.</p>



<p><br>La passione del gioco esclude il ricorso al sacrificio. Si può perdere, pagare, subire la lesse, passare un brutto quarto d’ora; è la logica del gioco, non la logica di una Causa, <strong>non la logica del sacrificio</strong>. Quando appare la nozione di sacrificio, il gioco si sacralizza, le sue regole diventano dei riti. Nel gioco, le regole sono date insieme al modo di cambiarle e di giocare con esse.</p>



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<p><br>Nel sacro, al contrario, il rituale non si lascia giocare, bisogna spezzarlo, trasgredire la proibizione (ma profanare un’ostia è ancora un modo di rendere omaggio alla Chiesa). <strong>Solo il gioco desacralizza, solo esso si apre a una libertà senza limiti.</strong> Esso è il principio del rovesciamento (<em>détournement</em>), la libertà di cambiare il senso di tutto ciò che serve il potere; la libertà, per esempio, di trasformare la cattedrale di Chartres in lunapark, in labirinto, in poligono di tiro, in paesaggio onirico…</p>



<p><br>In un gruppo imperniato sulla passione del gioco, gli impegni e <strong>i lavori noiosi potranno per esempio essere ripartiti come penalità, in conseguenza di un errore o di una sconfitta</strong>. O, più semplicemente, riempiranno i tempi morti, una sorta di riposo attivo; il che, per contrasto, renderebbe la ripresa del gioco più eccitante. La costruzione di situazioni dovrà necessariamente fondarsi sulla dialettica della presenza e dell’assenza, della ricchezza e della povertà del piacere e del dispiacere, dove l’intensità di un tono stimola l’intensità dell’altro.</p>



<p><br>D’altra parte, le tecniche usate nel contesto del sacrificio e della costrizione perdono molta della loro efficacia. Il loro valore strumentale è infatti annullato dalla loro funzione repressiva; e la creatività oppressa diminuisce il rendimento delle macchine oppressive. <strong>Solo l’attrazione ludica garantisce un lavoro non alienante, un lavoro produttivo</strong>.</p>



<p><br>Il ruolo nel gioco non può concepirsi senza un gioco sul ruolo.<strong> Il ruolo spettacolare esige un’adesione</strong>; il ruolo ludico, al contrario, postula una distanza, una prospettiva dalla quale ci si scopre liberi e in gioco, alla maniera degli attori navigati che, nell’intermezzo fra due scene drammatiche, si scambiano delle battute scherzose. L’organizzazione spettacolare non resiste a questo tipo di comportamento. I Fratelli Marx hanno mostrato che cosa può diventare un ruolo quando il gioco prende il sopravvento. Purtroppo il loro è ancora un esempio recuperato, in questo caso dal cinema. Che cosa ne sarebbe di un gioco sui ruoli che avesse il proprio epicentro nella vita reale?</p>



<p><br>Se c’è chi entra nel gioco con un ruolo fisso, un ruolo serio, o costui è perduto, o corrompe il gioco. È il caso del provocatore. <strong>Il provocatore è uno specialista del gioco collettivo</strong>. Ne possiede la tecnica ma non la dialettica.</p>



<p><br>Forse potrebbe anche essere in grado di tradurre le aspirazioni del gruppo in maniera offensiva – il provocatore spinge sempre all’attacco – se non fosse per il fatto che, non essendo altro il suo tormento che quello di difendere il proprio ruolo, la propria missione, egli è per ciò stesso incapace di difendere l’interesse del gruppo. Questa incoerenza fra l’offensivo e il difensivo prima o poi smaschera il provocatore, <strong>è causa della sua triste fine</strong>. Qual è il miglior provocatore? Il direttore di gioco che è diventato un capo.</p>



<p><br>Solo la passione del gioco è tale da poter fondare una comunità i cui interessi sono identici a quelli dell’individuo. A differenza del provocatore, il traditore sorge spontaneamente in un gruppo rivoluzionario. Egli appare ogni volta che la passione del gioco è scomparsa e che, al tempo stesso, il progetto di partecipazione è stato falsificato. Il traditore è un uomo che, non riuscendo a realizzarsi autenticamente nella forma di partecipazione che gli viene proposta, decide di «giocare» contro una tale partecipazione, non per correggerla, <strong>ma per distruggerla</strong>. Il traditore è la malattia senile dei gruppi rivoluzionari. Tradire il gioco è il primo tradimento, quello che pone le basi per tutti gli altri.</p>



<p><br>Infine, generando la coscienza della soggettività radicale, il progetto di partecipazione accresce la trasparenza dei rapporti umani.<strong> Il gioco insurrezionale è inseparabile dalla comunicazione.</strong><br></p>



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<p><br>La tattica – La tattica è la fase polemica del gioco. La tattica assicura la continuità necessaria tra la poesia così come nasce (il gioco) e l’organizzazione della spontaneità (la poesia). Essenzialmente tecnica, essa impedisce che la spontaneità si disperda, che si perda nella confusione. È noto quanto sia stata dolorosamente assente dalla alla maggior parte delle insurrezioni popolari. È noto anche con quale disinvoltura lo storico tratta le rivoluzioni spontanee. Non uno studio serio, non un’analisi metodica, niente che ricordi da vicino o da lontano il libro di Clausewitz sulla guerra. Finisce così che i rivoluzionari ignorino le battaglie di Makhno con lo stesso impegno con cui un generale studia quelle di Napoleone.</p>



<p><br>Alcune osservazioni, in mancanza di analisi più approfondite. Un esercito ben disciplinato in una gerarchia può di certo vincere una guerra, ma non una rivoluzione; un’orda indisciplinata non otterrà la vittoria né in guerra né nella rivoluzione. Si tratta di organizzare senza gerarchizzare, in altre parole di vigilare affinché il <em>meneur de jeu</em> non si trasformi mai un capo. <strong>Lo spirito ludico è l’unica garanzia contro la sclerosi autoritaria. La creatività, col mitra in spalla, è inarrestabile.</strong> Si sono viste le truppe villiste e makhnoviste battere le truppe più agguerrite e meglio equipaggiate del loro tempo. Se al contrario il gioco si arresta, diventa ripetitivo, la battaglia è persa. La rivoluzione fallisce affinché il suo leader diventi infallibile. Perché Villa è sconfitto a Celaya? Perché non si è curato di rinnovare il proprio gioco strategico e tattico. Sul piano tecnico del combattimento, inebriato dal ricordo di Ciudad Juarez dove, buttando giù i muri e avanzando così di casa in casa, aveva attaccato il nemico alle spalle e lo aveva annientato, Villa disdegna le innovazioni militari della guerra 1914-18, nidi di mitragliatrici, mortai, trincee. Sul piano politico, una certa ristrettezza di vedute lo ha tenuto lontano dal proletariato industriale. È significativo che l’esercito di Obregon, che sgominò i Dorados di Villa, contasse tra le sue file anche delle milizie operaie e dei consiglieri militari tedeschi.</p>



<p><br>La creatività fa la forza degli eserciti rivoluzionari. Avviene spesso che i movimenti insurrezionali riportino fin dal primo momento delle brillanti vittorie perché rompono le regole del gioco a cui sono abituati gli avversari, che le osservano invece fedelmente. perché inventano un gioco nuovo: perché ogni combattente partecipa a tutti gli effetti all’elaborazione ludica. Ma se la creatività non si rinnova, se essa tende verso il ripetitivo, se l’esercito rivoluzionario assume la forma di un esercito regolare, si vedono a poco a poco la devozione cieca e l’isteria che tentano di vanamente di supplire alla debolezza sul campo di battaglia. L’ebbrezza del ricordo delle vittorie passate annuncia sempre terribili e prossime disfatte. La magia suggestiva della Causa e del capo prende il sopravvento sull’unità cosciente della volontà di vivere e della volontà di vincere. Dopo aver tenuto in scacco i principi per due anni, 40.000 contadini per i quali il fanatismo religioso finisce per prendere il posto della tattica, si lasciano fare a pezzi a Frankenhaussen nel 1525; l’esercito feudale perde tre uomini. Nel 1964, a Stanleyville, centinaia di mulelisti, convinti della propria invincibilità, si fanno massacrare lanciandosi su un ponte presidiato da due mitragliatrici. Son tuttavia gli stessi che si impadronirono dei camion e delle armi dell’ANC scavando nelle strade trappole da elefanti.</p>



<p><br>L’organizzazione gerarchizzata, così come il suo contrario, ovvero l’indisciplina e l’incoerenza, sono ugualmente inefficaci. In una guerra classica, quando due fazioni ugualmente inefficaci si scontrano, prevale quella meglio equipaggiata; la tecnica diventa rilevante. Nella guerra rivoluzionaria, la poesia degli insorti toglie all’avversario le armi e il tempo di servirsene, privandolo così dell’unica superiorità possibile. Se l’azione dei guerriglieri si fa ripetitiva, il nemico impara a giocare secondo le regole del combattente rivoluzionario; da quel momento, bisogna temere che la controguerriglia riesca, se non a distruggere, almeno a contenere la creatività popolare già frenata.</p>



<p><br>Come mantenere, in un gruppo armato che rifiuta di obbedire servilmente a un capo, la disciplina necessaria al combattimento? Come evitare la mancanza di coesione? Il più delle volte, gli eserciti rivoluzionari non fanno che oscillare tra la Scilla della devozione a una Causa, alla Cariddi della ricerca incoerente e sfrenata del piacere.</p>



<p><br>Lanciare appelli, in nome della libertà, al sacrificio e alla rinuncia pone le basi per una schiavitù futura. D’altra parte, la festa prematura e la ricerca del piacere parcellare precedono sempre di poco la repressione e le settimane di sangue che “ristabiliscono l’ordine”. Il principio del piacere deve conferire coesione al gioco e disciplinarlo. La ricerca del massimo piacere deve sempre correre il rischio del dolore: è il segreto della sua forza. Dove attingeva il suo ardore la soldataglia dell’Ancien Régime quando andava all’assalto di una città e, dieci volte respinta, dieci volte riprendeva la lotta? Nell’attesa appassionata della festa – nella fattispecie, bisogna ammetterlo, principalmente del saccheggio e dello stupro –, di un piacere tanto più vivo in quanto ottenuto lentamente e con preparazione. La migliore tattica sa andare di pari passo con l’anticipazione del piacere. La volontà di vivere, brutale, sfrenata, è per il combattente l’arma segreta più micidiale. Una tale arma si ritorce contro quelli che la ostacolano: per difendere la sua pelle, il soldato ha tutto le ragioni del mondo per sparare alla schiena dei suoi comandanti; per le stesse ragioni, gli eserciti rivoluzionari guadagnano molto nel trasformare ogni uomo in un abile tattico, arbitro e comandante di se stesso; qualcuno che sappia costruire il suo piacere con conseguenza.</p>



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<p><br>Nelle lotte a venire, la volontà di vivere intensamente dovrà prendere il posto della vecchia brama del saccheggio e della razzia. La tattica si unirà allora con la scienza del piacere, tanto è vero che la ricerca del piacere è essa stessa il piacere. <strong>È questa una tattica che si impara tutti i giorni</strong>. Il gioco armato non differisce essenzialmente da quello libero, lo stesso che gli uomini perseguono più o meno coscientemente in ogni istante della loro vita quotidiana. Chi non disdegna di imparare cosa sia, anche nella semplice quotidianità, ciò che lo uccide e ciò che invece lo rende più forte come individuo libero, conquista passo per passo il suo brevetto di tattico.</p>



<p><br>Comunque, <strong>non esiste tattico isolato</strong>. La volontà di distruggere la vecchia società implica una federazione di tattici della vita quotidiana. Una federazione di questo tipo è quella che l’Internazionale situazionista si propone fin da questo momento di attrezzare tecnicamente. La strategia costruisce collettivamente il piano inclinato della rivoluzione, fondandola sulla tattica della vita quotidiana individuale.</p>



<p><br>L’ambigua nozione di umanità provoca talvolta un certo ondeggiamento nelle rivoluzioni spontanee. Troppo spesso il desiderio di porre l’uomo al centro delle rivendicazioni è stato soffocato da un umanismo paralizzante. Quante volte il partito della rivoluzione ha risparmiato i suoi fucilatori, quante volte ha accettato una tregua da cui il partito dell’ordine attingeva nuove forze? L’ideologia dell’umano è un’arma in mano al partito reazionario, quella che serve a giustificare tutte le disumanità (i parà belgi a Stanleyville).</p>



<p><br>Non c’é compromesso possibile con i nemici della libertà, nessuna umanità che tenga per gli oppressori degli uomini. <strong>L’annientamento dei controrivoluzionari è l’unico gesto autenticamente umanitario</strong>, poiché previene la crudeltà dell’umanismo burocratizzato.</p>



<p><br>Infine, uno dei problemi dell’insurrezione spontanea verte su questo paradosso: bisogna, attraverso azioni parziali e frammentarie, distruggere totalmente il potere. La lotta per la sola emancipazione economica ha reso la sopravvivenza possibile per tutti rendendo al tempo stesso inaccessibile per tutti qualsiasi cosa che andasse oltre la semplice sopravvivenza. Ora, è certo che le masse lottavano per un obiettivo più ampio, per il cambiamento globale delle condizioni di vita. <strong>D’altra parte, la volontà di cambiare in un sol colpo la totalità del mondo fa ancora parte del pensiero magico</strong>. Per questo si ribalta così facilmente in un piatto riformismo. La tattica apocalittica e quella delle rivendicazioni graduali si uniscono prima o poi, trovano un compromesso, gli antagonismi si riconciliano. I partiti falsamente rivoluzionari non hanno forse finito per identificare tattica e compromesso?</p>



<p><br>La rivoluzione non può vincere né attraverso vittorie parziali né con un attacco frontale e aperto. La guerra di guerriglia deve essere totale. Appunto lungo questa via si impegna l’Internazionale situazionista, <strong>con un’azione di disturbo calcolato, un martellamento su tutti i fronti</strong> – culturale, politico, economico, sociale. Il terreno della vita quotidiana assicura l’unità della lotta.</p>



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<p><br>Il <em>détournement</em> – Nel senso largo del termine, il <em>détournement</em> è una rimessa in gioco globale. È il gesto con il quale l’unità ludica si impadronisce degli individui e delle cose congelate in un ordine parcellare e disposte gerarchicamente.</p>



<p><br>Ci è capitato una volta, sul far della sera, di penetrare, i miei amici ed io, nel Palazzo di Giustizia di Bruxelles. Conosciamo bene questo edificio mastodontico che schiaccia con la sua mole i quartieri poveri sottostanti, proteggendo la ricca avenue Louise che, un giorno o l’altro, <strong>trasformeremo nell’epicentro di un esplosione mozzafiato</strong>. Sul filo di una lunga deriva attraverso un dedalo di corridoi, di scalinate, di stanze a schiera, calcolavamo le situazioni possibili del luogo, occupavamo il territorio conquistato, trasformavamo in virtù dell’immaginazione <strong>questo luogo spento e mortifero in un fantastico terreno da circo, in un palazzo dei piaceri</strong>, dove le più eccitanti avventure sarebbero state, per la prima volta, realmente vissute. Insomma, il détournement è la manifestazione più elementare della creatività.</p>



<p><br>Le fantasticherie soggettive stravolgono (<em>détournent</em>) il mondo. Gli individui stornano (<em>détournent</em>), come Monsieur Jourdain e James Joyce hanno fatto l’uno con la prosa e l’altro con l’Ulisse; vale a dire spontaneamente e, al tempo stesso, con molta riflessione.</p>



<p><br>Nel 1955, Debord, colpito dall’impiego sistematico del <em>détournement</em> in Lautréamont, attirava l’attenzione sulla ricchezza di una tecnica di cui Jorn doveva scrivere nel 1960: «<strong>Il <em>détournement</em> è un gioco dovuto alla capacità di svalorizzazione. Tutti gli elementi del passato culturale devono essere reinvestiti oppure scomparire</strong>». Infine, nella rivista «Internationale Situationniste» (n. 3), Debord, ritornando sull’argomento, precisava: «Le due leggi fondamentali del détournement sono la diminuzione d’importanza, fino alla perdita del senso iniziale, di ogni elemento autonomo détourné; e nello stesso tempo, l’organizzazione di un altro insieme significante, che conferisce ad ogni elemento la sua nuova portata». Le condizioni storiche attuali ci permettono di essere ancora più precisi. È ormai infatti evidente che:</p>



<p>&#8211; ovunque si estende la palude della decomposizione, il <em>détournement</em> prolifera spontaneamente. L’era dei valori consumabili rinforza singolarmente la possibilità di organizzare dei nuovi insiemi significanti;</p>



<p>&#8211;<strong> il settore culturale non è più un settore privilegiato</strong>. L’arte del <em>détournement</em> si estende a tutti i gesti di rifiuto attestati dalla vita quotidiana;</p>



<p>&#8211; la dittatura del parcellare fa del <em>détournement</em> la sola tecnica al servizio della totalità. Il <em>détournement</em> è il gesto rivoluzionario più coerente, più popolare e più adatto alla pratica insurrezionale. Per una sorta di movimento naturale – dovuto alla passione che sempre accompagna il gioco – <strong>esso spinge gli uomini ad essere sempre più estremi, sempre più radicali.</strong></p>



<p><br>Per via della decomposizione e dello sgretolamento che affligge l’insieme delle condotte spirituali e materiali – decomposizione legata agli imperativi della società di consumo – la fase di svalorizzazione, presupposto fondamentale del <em>détournement</em>, è assicurata dalle condizioni storiche, che in certo modo se ne incaricano. <strong>La negatività incrostata nella realtà dei fatti rende così il <em>détournement</em> un passaggio obbligatorio nel processo di superamento, un atto essenzialmente positivo.</strong></p>



<p><br>Se l’abbondanza di beni di consumo è salutata dappertutto come una felice evoluzione, è noto che l’impiego sociale di questi beni ne corrompe il buon uso. È appunto perché il gadget è prima di tutto un pretesto a profitto del capitalismo e dei regimi burocratici che esso deve essere inutilizzabile ad altri fini. L’ideologia del consumabile agisce come un difetto di fabbrica, sabota la merce di cui è il rivestimento; introduce nell’apparato materiale della felicità una nuova schiavitù. In questo contesto, il <em>détournement</em> <strong>diffonde un diverso modo d’impiego, inventa un uso superiore in cui la soggettività manipolerà a suo vantaggio ciò che è stato prodotto per esserle venduto e per manipolarla</strong>. La crisi dello spettacolo dovrà ora precipitare le forze della menzogna nel campo della verità vissuta. L’arte di rivolgere contro il nemico le armi che le necessità commerciali gli impongono di distribuire è la questione dominante dei problemi di tattica e di strategia. Bisogna diffondere i metodi di <em>détournement</em> come il vangelo del consumatore che vorrebbe semettere di essere tale.</p>



<p><br>Il <em>détournement</em>, che alle prime armi ha fatto il proprio tirocinio nel mondo dell’arte, è ora divenuto l’arte dell’<strong>impiego rovesciato di tutte le armi</strong>. Apparso inizialmente nei sommovimenti della crisi culturale degli anni 1910-1925, si è via via esteso all’insieme dei settori toccati dalla decomposizione. Ciò non esclude che il dominio dell’arte offra ancora alle tecniche di <em>détournement</em> un campo valido di sperimentazione; che occorra saper trarre lezione dal suo passato. Così, l’operazione di reinvestimento prematuro in cui si cimentarono i surrealisti, è fallita, perché essi provarono a reintrodurre in un contesto ancora valido, gli anti-valori dadaisti, ma senza ridurli a zero; il che, mostra bene che il tentativo di costruire a partire da valori che non siano stati purgati da una forte crisi nichilista condurrà sempre al recupero da parte dei meccanismi dominanti dell’organizzazione sociale. La tendenza «combinatoria» degli attuali cibernetici a proposito dell’arte va fino alla fiera accumulazione insignificante di elementi qualunque, che non sono stati in alcun modo de-valorizzati. Pop Art e Jean-Luc Godard, ovvero l’apologetica della spazzatura.</p>



<p><br>L’espressione artistica permette in pari tempo di cercare, a tastoni e prudentemente, delle nuove forme di<br>agitazione e di propaganda. In questo ordine di idee, le composizioni di Michèle Bernstein nel 1963 (calchi in gesso in cui si incastrano delle miniature come soldatini di piombo, automobili, carri armati …) incitano, con dei titoli come «Vittoria della Banda Bonnot», «Vittoria della Comune di Parigi», «Vittoria dei Consigli operai di Budapest», a correggere per il meglio certi avvenimenti paralizzati artificialmente nel passato; a rifare la storia del movimento operaio e, nello stesso tempo, a realizzare l’arte. Per quanto limitata sia, per quanto speculativa rimanga, una tale agitazione apre la via alla spontaneità creativa di tutti, non fosse che provando, in un settore particolarmente falsificato, che il <em>détournement</em> è il solo linguaggio,<strong> il solo gesto che porti in sé la propria critica</strong>. La creatività non ha limiti, il <em>détournement</em> non conosce fine.</p>



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<p></p>
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		<title>Teoria e azione nella dottrina marxista</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Dec 2024 13:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Impolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Propaganda]]></category>
		<category><![CDATA[Amedeo Bordiga]]></category>
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		<category><![CDATA[Partito Comunista]]></category>
		<category><![CDATA[Proletariato]]></category>
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		<category><![CDATA[stalinismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per Bordiga, solo in determinati, rari e brevi momenti storici rivoluzionari, la coscienza e la volontà rappresentate dal partito di classe, e mai dagli individui, sono in grado di influire sullo svolgersi delle situazioni.<br />
È indubitabile che - mentre la teoria marxista della crescente miseria si conferma per il continuo aumento numerico dei puri proletari e per l'incalzante espropriazione delle ultime riserve di strati sociali proletari e medi, centuplicata da guerre, distruzioni, inflazione monetaria, ecc., e mentre in molti paesi raggiunge cifre enormi la disoccupazione e lo stesso massacro dei proletari - laddove la produzione industriale fiorisce, per gli operai occupati tutta la gamma della misure riformiste di assistenza e previdenza per il salariato crea un nuovo tipo di riserva economica che rappresenta una piccola garanzia patrimoniale da perdere, in certo senso analoga a quella dell'artigiano e del piccolo contadino; il salariato ha dunque qualche cosa da rischiare, e questo (fenomeno d'altra parte già visto da Marx, Engels, e Lenin per le cosiddette aristocrazie operaie) lo rende esitante ed anche opportunista al momento della lotta sindacale e peggio dello sciopero e della rivolta.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Dal &#8220;Bollettino Interno&#8221;, n. 1 del 10 settembre 1951.</em></p>



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<p class="has-white-color has-black-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-e0f50ed4752c939113a9185ae8ec1f57"><strong>Il rovesciamento della prassi nella teoria marxista</strong></p>



<p><a href="https://www.quinterna.org/archivio/1945_1951/19510401_Teoria_e_azione_nella_dottrina_marxista_Sommario.htm"></a><a href="https://www.quinterna.org/archivio/1945_1951/partito_azioneconomica.htm"></a><strong>1.</strong> Disordine ideologico nei molti gruppi internazionali i quali condannano l&#8217;indirizzo stalinista e affermano di essere sulla linea del marxismo rivoluzionario.<strong> Incertezza di tali gruppi su ciò che essi chiamano analisi e prospettiva</strong>: svolgimento moderno della società capitalistica; possibilità di ripresa della lotta rivoluzionaria del proletariato.</p>



<p><strong>2</strong>. Appare chiaro a tutti che<strong> l&#8217;interpretazione riformista del marxismo è caduta </strong>con le grandi guerre, i grandi scontri interni ed il totalitarismo borghese.</p>



<p><strong>3</strong>. Frattanto, poiché all&#8217;inasprirsi della tensione sociale e politica si accompagna <strong>non la potenza ma la totale degenerazione dei partiti ex-rivoluzionari</strong>, sorge il quesito se non vi sia da fare una <strong>revisione nella prospettiva marxista </strong>ed anche in quella leninista che poneva a sbocco della prima guerra mondiale e della rivoluzione russa il divampare in tutto il mondo della lotta proletaria per il potere.</p>



<p><strong>4</strong>. Una teoria del tutto errata è quella della&nbsp;<em>curva discendente</em>&nbsp;del capitalismo che porta a domandarsi falsamente<strong> come mai, mentre il capitalismo declina, la rivoluzione non avanza</strong>. La teoria della curva discendente paragona lo svolgersi storico ad una sinusoide: <strong>ogni regime, come quello borghese, inizia una fase di salita, tocca un massimo, poi comincia a declinare fino ad un minimo; dopo il quale un altro regime risale</strong>. Tale visione è quella del riformismo gradualista: non vi sono sbalzi, scosse o salti (vedi: Appendice, Tavola I).</p>



<p><strong>5.</strong> La visione marxista può raffigurarsi (a fine di chiarezza e brevità)<strong> in tanti rami di curve sempre ascendenti fino a quei vertici</strong> (in geometria punti singolari o&nbsp;<em>cuspidi</em>) <strong>a cui segue una brusca caduta</strong> quasi verticale; e dal basso un nuovo regime sociale, un altro ramo storico di ascensione (vedi: Appendice, Tavola II).</p>



<p><strong>6.</strong> Conformemente a questa, che è la sola visione marxista, fin da un secolo sono perfettamente scontati tutti i fenomeni dell&#8217;attuale fase imperialistica: <strong>in economia trusts, monopoli, dirigismo statale, nazionalizzazione; in politica stretti regimi di polizia, strapotenza militare</strong>, ecc.</p>



<p><strong>7</strong>. Non meno chiara è la posizione per cui il partito proletario non deve contrapporre rivendicazioni gradualiste e di ripristino e rinascita delle forme liberali e tolleranti in questa moderna situazione.<br>L&#8217;errore opposto del movimento proletario e soprattutto della Terza Internazionale <strong>ha determinato un mancato contrapporsi all&#8217;altissimo potenziale capitalistico di una comparabile tensione rivoluzionaria.</strong><br>La spiegazione di questo secondo crollo del movimento di classe, più grave di quello del socialpatriottismo 1914, conduce alle <strong>difficili questioni del rapporto tra spinte economiche e lotta rivoluzionaria, tra le masse e il partito che deve guidarle.</strong></p>



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<p><strong>8. Come sono da scartare le posizioni di quei gruppi che svalutano il compito e la necessità del partito nella rivoluzione e ricadono in posizioni operaiste</strong> o, peggio, hanno esitazioni sull&#8217;impiego del potere di stato nella rivoluzione, <strong>così devono ritenersi fuori strada quelli che considerano il partito come il raggruppamento degli elementi&nbsp;<em>coscienti</em>&nbsp;e non ne scorgono i necessari legami con la lotta di classe fisica</strong>, ed il carattere di prodotto della storia, come di suo fattore, che il partito presenta.</p>



<p><strong>9</strong>. Tale questione conduce a ristabilire l&#8217;interpretazione del determinismo marxista quale è stata costruita dalla prima enunciazione, <strong>ponendo al loro posto il comportarsi del singolo individuo sotto l&#8217;azione degli stimoli economici e la funzione dei corpi collettivi come la classe e il partito.</strong></p>



<p><strong>10</strong>. Anche qui è utile delineare uno schema che spiega il marxistico rovesciamento della prassi. <strong>Nel singolo si va dal bisogno fisico all&#8217;interesse economico</strong>, <strong>all&#8217;azione quasi automatica per soddisfarla; soltanto dopo, ad atti di volontà ed all&#8217;estremo alla coscienza e conoscenza teorica</strong>. <strong>Nella classe sociale il processo è lo stesso</strong>: solo che si esaltano enormemente tutte le forze di direzione concomitante. Nel partito, mentre dal basso vi confluiscono tutte le influenze individuali e di classe,<strong> si forma dal loro apporto una possibilità e facoltà di visione critica e teorica e di volontà d&#8217;azione</strong>, che permette di trasfondere ai singoli militanti e proletari la spiegazione di situazioni e processi storici e anche le decisioni di azione e di combattimento (vedi: Appendice, Tavola VIII).&nbsp;[1]</p>



<p><strong>11</strong>. Quindi, mentre il determinismo esclude per il singolo possibilità di volontà e coscienza premesse all&#8217;azione, <strong>il rovesciamento della prassi le ammette unicamente nel partito come il risultato di una generale elaborazione storica</strong>. Se dunque vanno attribuite al partito volontà e coscienza, deve negarsi che esso si formi dal concorso di coscienza e volontà di individui di un gruppo; e che tale gruppo possa minimamente considerarsi al di fuori delle determinanti fisiche, economiche e sociali in tutta l&#8217;estensione della classe.</p>



<p><strong>12</strong>. <strong>È quindi priva di senso la pretesa analisi secondo cui vi sono tutte le condizioni rivoluzionarie ma manca una direzione rivoluzionaria</strong>. <strong>È esatto dire che l&#8217;organo di direzione è indispensabile, ma il suo sorgere dipende dalle stesse condizioni generali di lotta, mai dalla genialità o dal valore di un capo o di una avanguardia.</strong></p>



<p><br>Tale chiarificazione di rapporti tra fatto economico-sociale e politico deve servire di base ad illustrare il problema dei rapporti fra partito rivoluzionario e azione economica e sindacale.</p>



<p></p>



<h3 class="wp-block-heading has-white-color has-black-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-9bc8e05c2553eb671e6ce94f7e3a6c77">Appendice</h3>



<h4 class="wp-block-heading">Premessa</h4>



<p><em>Alla Riunione di Roma del 1° aprile 1951 la relazione sul tema&nbsp;</em><strong>Il rovesciamento della prassi nella teoria marxista</strong><em>&nbsp;fu completata con la presentazione ed il commento di otto tavole delle quali, per ragioni connesse con le difficoltà e le strettoie in cui versava allora il Partito, solo tre (tavole I, II e VIII) videro la luce nel &#8220;Bollettino interno&#8221;, n.1 del 10 settembre 1951, nell&#8217;apposita Appendice. Ognuna delle tre tavole fu corredata di un breve, ma sufficiente commento che andava a fondersi con quanto già detto in sede di relazione scritta.</em></p>



<p><em>Nell&#8217;attuale Appendice sono state inserite per la prima volta le altre cinque tavole (III, IV, V, VI e VII) alle quali si è fatto seguire, senza alterare l&#8217;equilibrio complessivo, un unico commento che si discosta di poco da una lettura dei cinque schemi, secondo lo spirito che informò la stesura degli altri tre commenti.</em></p>



<p><em>Le considerazioni che seguono valgano per una più incisiva utilizzazione di dette cinque tavole che espongono<strong> la raffigurazione della dinamica sociale secondo le fondamentali ideologie con cui il movimento rivoluzionario del proletariato ha fatto i conti</strong> <strong>in via definitiva sul piano teorico</strong>, e con cui deve purtroppo farli ancora sul piano delle lotta pratica.</em></p>



<p><em>Scrivono Marx ed Engels ne</em>&nbsp;L&#8217;ideologia tedesca, 1846, I, A:</p>



<p>&#8220;La coscienza non può mai essere qualche cosa di diverso dall&#8217;essere cosciente, e l&#8217;essere degli uomini è il processo reale della loro vita. Se nell&#8217;intera ideologia gli uomini e i loro rapporti appaiono capovolti come in una camera oscura, questo fenomeno deriva dal processo storico della loro vita, proprio come il capovolgimento degli oggetti sulla retina deriva dal loro immediato processo fisico. <strong>Esattamente all&#8217;opposto di quanto accade nella filosofia tedesca, che discende dal cielo sulla terra, qui si sale dalla terra al cielo</strong>. Cioè non si parte da ciò che gli uomini dicono, si immaginano, si rappresentano, né da ciò che si dice, si pensa, si immagina, si rappresenta che siano, per arrivare da qui agli uomini vivi; <strong>ma si parte dagli uomini realmente operanti e sulla base del processo reale della loro vita si spiega anche lo sviluppo dei riflessi e degli echi ideologici di questo processo di vita</strong>. Anche le immagini nebulose che si formano nel cervello dell&#8217;uomo sono necessarie sublimazioni del processo materiale della loro vita, empiricamente constatabile e legato a presupposti materiali. Di conseguenza la morale, la religione, la metafisica e ogni altra forma ideologica, e le forme di coscienza che ad esse corrispondono, non conservano oltre la parvenza dell&#8217;autonomia. Esse non hanno storia, non hanno sviluppo, ma gli uomini che sviluppano la loro produzione materiale e le loro relazioni materiali trasformano, insieme con questa loro realtà, anche il loro pensiero e i prodotti del loro pensiero. <strong>Non è la coscienza che determina la vita, ma la vita che determina la coscienza</strong>. Nel primo modo di giudicare si parte dalla coscienza come individuo vivente; nel secondo, che corrisponde alla vita reale, si parte dagli stessi individui reali viventi e si considera la coscienza soltanto come la loro coscienza. Questo modo di giudicare non è privo di presupposti. Esso muove dai presupposti reali e non se ne sposta per un solo istante.<strong> I suoi presupposti sono gli uomini, non in qualche modo isolati e fissati fantasticamente, ma nel loro processo di sviluppo, reale ed empiricamente constatabile, sotto condizioni determinate</strong>. Non appena viene rappresentato questo processo di vita attiva, la storia cessa di essere una raccolta di fatti morti, come negli empiristi che sono anch&#8217;essi astratti, o un&#8217;azione immaginaria di soggetti immaginari, come negli idealisti&#8221;.</p>



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<p><em>II materialismo storico-dialettico, contrapponendosi alle concezione di stampo illuministico ed idealistico, non vede quindi nell&#8217;ideologia, cioè nella rappresentazione</em>&nbsp;mistificata<em>&nbsp;e&nbsp;</em>capovolta<em>&nbsp;dei rapporti reali, il frutto di un&nbsp;</em>errore<em>&nbsp;da correggere per aprire gli occhi ai ciechi, <strong>ma la risultanza indispensabile di un processo reale corrispondente a rapporti materiali, quelli stessi che l&#8217;ideologia proietta nella sua distorsione</strong>. Tale distorsione deriva a sua volta necessariamente dalla situazione storica delle forze sociali che nell&#8217;ideologia si esprimono e che la impongono all&#8217;insieme sociale, essendo sempre ideologia dominante quella della classe dominante. La concezione marxista respinge parimenti l&#8217;idea illuministica del &#8220;cosciente inganno&#8221; dei capi-ideologi (gli &#8220;astuti sacerdoti&#8221;), giacché la stessa rappresentazione dell&#8217;ideologia &#8211; necessariamente fantastica perché sublimazione di uno stato di cose storicamente caduco &#8211;</em><strong><em> si impone appunto come&nbsp;</em>programma<em>&nbsp;e&nbsp;</em>sovrastruttura<em>&nbsp;necessaria di fattori e trapassi sociali necessari</em></strong><em>. Così per esempio l&#8217;ideologia borghese si fonda sull&#8217;</em>effettiva<em>&nbsp;conquistata&nbsp;</em>libertà<em>&nbsp;dei lavoratori dai vincoli giuridici e microproprietari feudali: né la borghesia può ripudiarla, perché con ciò ripudierebbe se stessa.</em></p>



<p><em>Ma come il ruolo delle classi, cosi quello dell&#8217;ideologia subisce la dialettica trasformazione</em>&nbsp;antiformismo-riformismo-conformismo<em>&nbsp;illustrata nel nostro&nbsp;</em>Tracciato d&#8217;impostazione<em>. <strong>Unica classe (ed ultima), il proletariato ha il ruolo storico di eliminare se stesso con tutte le altre classi</strong>. </em><strong><em>La sua non è pertanto un&#8217;ideologia che possa assumere carattere&nbsp;</em>riformistico<em>&nbsp;e&nbsp;</em>conformistico<em>, dando luogo ad una fissazione sovrastorica del suo dominio &#8211; ma&nbsp;</em>scienza rivoluzionaria</strong><em>&nbsp;ed anzi già scienza di specie, non solo perché il proletariato (come&nbsp;</em>in passato<em>&nbsp;altre classi) rappresenta l&#8217;avvenire, ma perché questo avvenire non potrà non dar luogo ad una società di specie, priva di classi e dei relativi conflitti &#8211; salto di qualità dalla preistoria classista alla piena storia umana.</em></p>



<p><em>La contrapposizione del marxismo alle ideologie che si sono succedute nel passato e che oggi ancora in varia misura tengono il campo è, quindi, rigorosamente&nbsp;</em>storica e dialettica<em>, il che non esclude, ed al contrario implica, che la scienza globale con cui esso si identifica, possa essa solo ricostruire i reali processi sottostanti all&#8217;incastellatura ideologica, <strong>svelando come l&#8217;ideologia mistifichi la realtà sussistente a prescindere da ogni &#8220;conoscenza&#8221; individuale e collettiva</strong>. Detto questo molto sommariamente, passiamo ad illustrare il senso ed il corretto modo di impiego dei cinque schemi.</em></p>



<h1 class="wp-block-heading has-white-color has-black-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-77cd7334cfdaa7daa10b17e3c9fd51fb">Tavola III &#8211; Schema trascendentalista (autoritario)</h1>



<p><em>Tipico delle religioni rivelate, del feudalesimo e dell&#8217;assolutismo teocratico; <strong>fatto proprio anche dalla moderna società capitalistica</strong>. Questa concezione fa appello ad una divinità che nell&#8217;atto stesso della creazione ha infuso negli uomini uno spirito, che, ritrovandosi in ogni singolo, assicura l&#8217;uguaglianza &#8220;davanti a Dio&#8221; &#8211; e quindi per lo meno nel mondo ultraterreno &#8211; e garantisce un comportamento ispirato a comuni principi di origine divina. <strong>Lo Stato a sua volta, controllando coscienza ed attività dei singoli, permette l&#8217;esplicarsi della vita spirituale e fisica nel suo ordine gerarchico</strong>, che rispecchia il piano &#8220;divino&#8221; rivelato nelle sacre scritture.</em></p>



<h1 class="wp-block-heading has-white-color has-black-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-139b10c4ba2212766a3e6238bd66c3a7">Tavola IV &#8211; Schema demoliberale</h1>



<p><em>Comune ad espressioni ideologiche assai differenziate quali l&#8217;illuminismo con le sue varie sfumature (empirismo, sensismo, materialismo meccanicistico), il criticismo kantiano, l&#8217;idealismo oggettivo e dialettico di Hegel, il positivismo, il neoidealismo, l&#8217;immediatismo libertario (Stirner, Bakunin) e riformistico. <strong>Si tratta della più pura assolutizzazione del &#8220;principio democratico&#8221;, basato sull&#8217;Io, che, sia come singolo individuo, sia come &#8220;spirito di popolo&#8221;, &#8220;volontà collettiva&#8221;, ecc.,</strong> possiede in sé, nel suo profondo, le norme del suo comportamento (ciò può condurre, come negli anarchici, a negare lo Stato, come non-rappresentativo della volontà collettiva, ed a sostituirlo con la &#8220;opinione sociale&#8221; o simili astrazioni che hanno la stessa funzione dello Stato &#8220;etico&#8221; nel pensiero borghese classico, di cui sono, d&#8217;altra parte, dirette filiazioni). Vita etica, vita economica, volontà di agire nell&#8217;ambiente esterno, sono l&#8217;esplicazione delle forze di coscienza e razionalità proprie allo &#8220;spirito umano&#8221; presente in tutti i singoli (&#8220;uguaglianza di fronte alla legge&#8221;). <strong>Lo Stato, e l&#8217;organizzazione sociale in genere, e quindi concepito quale proiezione ed al contempo quale garanzia della libertà dei singoli, &#8220;è la realtà etica dell&#8217;Idea&#8221;</strong>.</em></p>



<h1 class="wp-block-heading has-white-color has-black-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-4dbcd3f07ca4622750311da605cf9524">Tavola V &#8211; Schema volontaristico-immediatistico</h1>



<p><em>Tipico della visione corporativa piccolo-borghese, quindi di forme opportunistiche (proudhonismo, anarcosindacalismo, operaismo, ordinovismo, socialismo dei Consigli) e riformistiche (laburismo, ecc.); evidentemente<strong> si inserisce entro la concezione liberale di cui rappresenta una variante</strong>. Qui l&#8217;individuo, sempre alla base del processo, prende coscienza delle spinte fisiche ed economiche che sono sostrato della sua esistenza: tale presa di coscienza condiziona la volontà, e questa a sua volta l&#8217;azione. <strong>L&#8217;organizzazione economica e politica risulta dal confluire delle singole prese di coscienza: la classe è a sua volta risultato dell&#8217;assommarsi e connettersi in rete di organizzazioni immediate</strong> (</em><strong><em>è quindi nozione avulsa da ogni senso di&nbsp;</em>indirizzo storico</strong><em>&nbsp;&#8211; non mai di classe in sé e per sé nel senso marxistico della espressione).</em></p>



<h1 class="wp-block-heading has-white-color has-black-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-bd597be3fcedc228e8e68d647e3b8d4a">Tavola VI &#8211; Schema staliniano</h1>



<p><em>Schema dell&#8217;ideologia conseguente alla controrivoluzione staliniana. <strong>Anche per essa è il singolo individuo che giunge alla coscienza, dopo però che la sua azione è stata determinata da libera &#8220;scelta&#8221;, decisione</strong>. <strong>Caratteristica l&#8217;assimilazione partito-Stato</strong>: ma poiché le spinte e gli interessi economici pervengono, dal singolo attraverso la classe, allo Stato-partito e sono utilizzati da questo pseudo &#8220;binomio&#8221; per i compiti di decisione e di guida al fine di determinare orientamenti pratici ed indirizzi teorici, è chiaro che di fatto nel &#8220;binomio&#8221; il partito vien meno, e sussiste solo a &#8220;giustificazione dello Stato&#8221;.</em></p>



<h1 class="wp-block-heading has-white-color has-black-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-57f5302904684fa347558c843d9ca45a">Tavola VII &#8211; Schema fascista</h1>



<p><em>Il fascismo è per definizione eclettico, non ha una dottrina propria, tuttavia <strong>esprime ideologicamente il suo ruolo di unificazione delle forze capitalistiche (imperialistiche), di realizzazione del programma riformista, e di mobilitazione delle &#8220;mezze classi&#8221;</strong> in una concezione non a caso analoga a quello dello stalinismo. Come lo stalinismo, il fascismo non può abbandonare alcuni postulati ideologici borghesi essenziali, quali l&#8217;<strong>equivalenza giuridica degli individui, la &#8220;volontà del popolo&#8221;, il carattere &#8220;popolare&#8221; del suo dominio</strong>. <strong>Al soggetto individuo come punto di partenza è però sostituita la &#8220;nazione&#8221;, il &#8220;popolo&#8221; ed anche la &#8220;razza&#8221;</strong>, che recepisce le motivazioni fisiche in prima istanza (vedasi la concezione nazional-socialistica del &#8220;sangue e suolo&#8221;)<strong> e si esprime nello Stato. Il singolo è concepito come &#8220;passivo recettore&#8221; di spinte etiche dal popolo-nazione, di impulsi volontaristici ed attivistici dallo Stato-partito.</strong></em></p>



<h1 class="wp-block-heading has-white-color has-black-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-257dbd3b76d3f9173fe4e8fcd4c0f302">Tavola I<br>Schema della falsa teoria della &#8220;curva discendente&#8221; dello svolgimento storico del capitalismo</h1>



<p><img decoding="async" src="https://www.quinterna.org/archivio/1945_1951/img/tav1.jpg" alt="Tavola I" style="width: 700px;"></p>



<p>Tavola I &#8211; Schema della falsa teoria della &#8220;curva discendente&#8221; dello svolgimento storico del capitalismo</p>



<p>L&#8217;abituale affermazione che il capitalismo è nel ramo discendente e non può risalire contiene due errori: <strong>quello fatalista e quello gradualista</strong>.</p>



<p>Il primo è l&#8217;illusione che, finito il capitalismo discendete, <strong>il socialismo verrà di per sé</strong>, senza agitazioni, lotte e scontri armati, senza preparazione di partito.</p>



<p>Il secondo, espresso dal fatto che la direzione del movimento si flette insensibilmente, equivale ad ammettere che<strong> elementi di socialismo compenetrino progressivamente il tessuto capitalistico.</strong></p>



<h1 class="wp-block-heading has-white-color has-black-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-ce50bf0aee90c9aebcfe9c97078c7251">Tavola II<br>Interpretazione schematica dell&#8217;avvicinamento dei regimi di classe nel marxismo rivoluzionario</h1>



<p><img decoding="async" src="https://www.quinterna.org/archivio/1945_1951/img/tav2.jpg" alt="Tavola II" style="width: 700px;"></p>



<p>Tavola II &#8211; Interpretazione schematica dell&#8217;avvicinamento dei regimi di classe nel marxismo rivoluzionario</p>



<p>Marx non ha prospettato un salire e poi un declinare del capitalismo, ma invece <strong>il contemporaneo e dialettico esaltarsi della massa di forze produttive che il capitalismo controlla, della loro accumulazione e concentrazione illimitata, e al tempo stesso della reazione antagonistica, costituita da quella delle forze dominate che è la classe proletaria.</strong> Il potenziale produttivo ed economico generale sale sempre finché l&#8217;equilibrio non è rotto, <strong>e si ha una fase esplosiva rivoluzionaria</strong>, nella quale in un brevissimo periodo precipitoso, col rompersi delle forme di produzione antiche, le forze di produzione ricadono per darsi un nuovo assetto e riprendere una più potente ascesa.</p>



<h1 class="wp-block-heading has-white-color has-black-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-7ce9f299e1aa04d6093ef0fceb9d3d66">Differenza fra le due concezioni</h1>



<p>La differenza fra le due concezioni, di cui alle tavole I e II, nel linguaggio dei geometri si esprime così: <strong>la prima curva o curva degli opportunisti (revisionisti tipo Bernstein, stalinisti emulativisti, intellettuali rivoluzionari pseudomarxisti) è una curva continua che in tutti i punti &#8220;ammette una tangente&#8221;</strong>, ossia praticamente procede per variazioni impercettibili di intensità e di direzione. <strong>La seconda curva, con cui si è voluta dare una immagine semplificatrice della tanto deprecata &#8220;teoria delle catastrofi&#8221;, presenta ad ogni epoca delle punte che in geometria si chiamano &#8220;cuspidi&#8221; o &#8220;punti singolari&#8221;</strong>. In tali punti la continuità geometrica, e dunque la gradualità storica, sparisce, la curva &#8220;non ha tangente&#8221; o, anche, &#8220;ammette tutte le tangenti&#8221; &#8211; come nella settimana che Lenin non volle lasciar passare.</p>



<p>Occorre appena notare che il senso generale ascendente non vuole legarsi a visioni idealistiche sull&#8217;indefinito progresso umano, <strong>ma al dato storico del continuo ingigantirsi della massa materiale delle forze produttive</strong>, nel succedersi delle grandi crisi storiche rivoluzionarie.</p>



<h1 class="wp-block-heading has-white-color has-black-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-339f1d6173192bc599d1667df60b7527">Schemi della dinamica sociale secondo le ideologie della classe dominante</h1>



<p>Sono riprodotti qui di seguito gli schemi di raffigurazione della dinamica sociale secondo le fondamentali ideologie con cui il movimento rivoluzionario del proletariato ha dovuto e deve, su piani diversi, fare i conti (secondo quanto esposto nella Premessa), <strong>per poi contrapporre ad essi lo schema marxista del capovolgimento della prassi.</strong></p>



<h1 class="wp-block-heading has-white-color has-black-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-7f22bed9d5c1eb57bdbb91faa889e584">Tavola III<br>Schema trascendentalista (autoritario)</h1>



<p><img decoding="async" src="https://www.quinterna.org/archivio/1945_1951/img/tav3.jpg" alt="Tavola III" style="width: 700px;"></p>



<p>Tavola III &#8211; Schema trascendentalista (autoritario)</p>



<h1 class="wp-block-heading has-white-color has-black-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-ff39df1855bd84a6ceaef6a049b120b0">Tavola IV<br>Schema demoliberale</h1>



<p><img decoding="async" src="https://www.quinterna.org/archivio/1945_1951/img/tav4.jpg" alt="Tavola IV" style="width: 700px;"></p>



<p>Tavola IV &#8211; Schema demoliberale</p>



<h1 class="wp-block-heading has-white-color has-black-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-d42c1f5a32e66dea60600b2c66dfa46e">Tavola V<br>Schema volontaristico-immediatistico</h1>



<p><img decoding="async" src="https://www.quinterna.org/archivio/1945_1951/img/tav5.jpg" alt="Tavola V" style="width: 700px;"></p>



<p>Tavola V &#8211; Schema volontaristico-immediatistico</p>



<h1 class="wp-block-heading has-white-color has-black-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-5a43913195dcec1ea4f0824eed746487">Tavola VI<br>Schema staliniano</h1>



<p><img decoding="async" src="https://www.quinterna.org/archivio/1945_1951/img/tav6.jpg" alt="Tavola VI" style="width: 700px;"></p>



<p>Tavola VI &#8211; Schema staliniano</p>



<h1 class="wp-block-heading has-white-color has-black-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-44fcea14d5083c9b1a4673e46b1f5c26">Tavola VII<br>Schema fascista</h1>



<p><img decoding="async" src="https://www.quinterna.org/archivio/1945_1951/img/tav7.jpg" alt="Tavola VII" style="width: 700px;"></p>



<p>Tavola VII &#8211; Schema fascista</p>



<h1 class="wp-block-heading has-white-color has-black-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-89c5c938affa2152ffbec623e0f56a71">Commenti alle tavole III, IV, V, VI e VII</h1>



<p>Le Tavole III e IV (come pure le Tavole V, VI e VII) sono presentate insieme in quanto, pur nella loro diversità, si riconducono a comuni denominatori.</p>



<p>Per gli schemi trascendentalista e demoliberale, pur andando nell&#8217;uno il senso dell&#8217;autorità dallo Stato verso il singolo, mentre nell&#8217;altro il senso della libertà va dal singolo alla società e allo Stato, <strong>per entrambi è l&#8217;idea (nell&#8217;uno promanante dalla divinità, nell&#8217;altro diffusa in tutti i singoli componenti della collettività umana) che condiziona e determina le azioni umane.</strong> In entrambi si va logicamente dalla coscienza (intesa nel primo come fede, nel secondo come razionalità) alla volontà (per entrambi intesa come eticità), all&#8217;attività, economia e vita fisica.</p>



<p>Per gli schemi volontaristico-immediatista, staliniano e fascista le spinte fisiche ed economiche sono alla base della loro costruzione; ed in questo carattere comune si contrappongono ai due precedenti schemi idealistici. <strong>Ma hanno in comune con essi la precedenza e preminenza che la volontà ha sull&#8217;attività per quanto riguarda il singolo e la classe </strong>(<strong>per il fascismo il popolo o la nazione</strong>). Altro carattere comune a questi tre schemi volontaristici (quello condiviso da Proudhon, Sorel, Bernstein, Gramsci, ecc. anche individualistico; e in ciò è deteriore rispetto agli altri due):<strong> la successione parallela di spinte economiche, volontà, attività e coscienza</strong> che si riscontra tra il partito e lo Stato (l&#8217;organizzazione immediata) da una parte e il singolo e la classe (il popolo o la nazione per il fascismo) dall&#8217;altra, <strong>che comporta l&#8217;impossibilità per il partito di una teoria scientifica dei fenomeni sociali.</strong></p>



<p>Solo nello schema marxista <strong>la successione di attività volontà e coscienza del singolo e della classe trovasi completamente rovesciata nel partito, la cui conoscenza dei fatti sociali investe passato presente e futuro, elevandosi al livello di teoria scientifica</strong>, con possibilità quindi di esercitare una volontà ed un&#8217;azione, come è mostrato nella seguente Tavola VIII.</p>



<h1 class="wp-block-heading has-white-color has-black-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-8feb2f33aea396aef0e1070081d355e1">Tavola VIII<br>Schema marxista del capovolgimento della prassi</h1>



<p><img decoding="async" src="https://www.quinterna.org/archivio/1945_1951/img/tav8.jpg" alt="Tavola VIII" style="width: 700px;"></p>



<p>Tavola VIII &#8211; Schema marxista del capovolgimento della prassi</p>



<h1 class="wp-block-heading has-white-color has-black-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-cf17b9ec2f5e0cd2e0831dab2daf597c">Commento alla tavola VIII</h1>



<p>Lo scopo dello schema è soltanto di semplificare i concetti del determinismo economico. <strong>Nel singolo individuo (e quindi anche nel singolo proletario) non è la coscienza teorica a determinare la volontà di agire sull&#8217;ambiente esterno, ma avviene l&#8217;opposto</strong>, come mostra lo schema con frecce dirette dal basso verso l&#8217;alto: la spinta del bisogno fisico determina, attraverso l&#8217;interesse economico, un&#8217;azione non cosciente, e <strong>solo molto dopo l&#8217;azione ne avviene la critica e la teoria</strong> per intervento di altri fattori.</p>



<p>L&#8217;insieme dei singoli, posti nelle stesse condizioni economiche, si comporta analogamente (come mostra lo schema con frecce dirette dal basso verso l&#8217;alto), ma<strong> la concomitanza di stimoli e di reazioni crea la premessa per una più chiara volontà e poi coscienza</strong>. Queste si precisano soltanto nel partito di classe, che raccoglie una parte dei componenti di questa ma elabora, analizza e potenzia l&#8217;esperienza vastissima di tutte le spinte, stimoli e reazioni. <strong>È solo il partito che riesce a capovolgere il senso della prassi</strong>. Esso possiede una teoria ed ha quindi conoscenza dello sviluppo degli eventi: entro dati limiti, secondo le situazioni e i rapporti di forza, il partito può esercitare decisioni ed iniziative e influire sull&#8217;andamento della lotta (come mostra lo schema con frecce dirette dall&#8217;alto verso il basso).</p>



<p>Con frecce dirette da sinistra a destra si sono volute rappresentare le influenze dell&#8217;ordine tradizionale (forme di produzione); e con frecce dirette da destra a sinistra le influenze antagonistiche rivoluzionarie.</p>



<p>Il rapporto dialettico sta nel fatto che in tanto il partito rivoluzionario è un fattore cosciente e volontario degli eventi, in quanto è anche un risultato di essi e del conflitto che essi contengono fra antiche forme di produzione e nuove forze produttive. <strong>Tale funzione teorica ed attiva del partito cadrebbe però se si troncassero i suoi legami materiali con l&#8217;apporto dell&#8217;ambiente sociale, della primordiale, materiale e fisica lotta di classe.</strong></p>



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		<title>La banana a orologeria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Dec 2024 10:27:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura Assoluta]]></category>
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		<category><![CDATA[violenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'omicidio da parte di Luigi Mangione del CEO della compagnia assicurativa, è solo l'ennesimo prodotto dell'epoca in cui viviamo. Già sacralizzato a meme, il suo gesto "rivoluzionario" si traduce in un prodotto seriale da consumare rapidamente.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Luigi Mangione, il killer del CEO del colosso assicurativo sanitario americano, <strong>è l’ultimo eroe postmoderno capace di farci fare un sussulto tardoromantico del cuore accompagnato da un pizzico di orrore.</strong> Verrà presto derubricato come semplice assassino e ce lo rivedremo in una bella serie di Netflix. Si aggiungerà alla categoria dei “mostri” che tanto piacciono e che tanto rendono alla società americana. Finirà nello scaffale dell’intrattenimento, depauperato della sua carica rivoluzionaria. <strong>Ogni rivoluzione finisce sempre nello spettacolo di sé</strong>.</p>



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<p>Se non fosse per la società americana, di tali mostri non ne avremmo contezza. Ogni società ha i suoi, non v’è dubbio, ma l’America ha le sue peculiarità ben ascritte<strong>. Non c’è stato al mondo un proliferare di killer come negli Stati Uniti</strong>, una società che produce serializzazione come Guerre Stellari e infinite catene di fast food. Non a caso Luigi Mangione è stato trovato da McDonald’s. <strong>Tutto in America è seriale</strong> e il mostro non può che esprimersi secondo le stesse modalità con cui la società che l’ha generato si manifesta. Vittima del sistema, dei meccanismi disumani del potere, il killer appare come nuova creazione involontaria, scheggia impazzita di un mondo che tutto vorrebbe asservito a sé stesso.</p>



<p>L’assassino è anomalia del sistema prima che mentale. Infatti, benché non appartenga alla psichiatria, Mangione è mostro. È mostro nel senso esteso del termine, come extra-uomo-rivoluzionario. <strong>Uccidendo il CEO miliardario, Mangione, infatti, cessa di essere cittadino, membro sano della comunità e torna individuo. Si riappropria del proprio potere sovversivo che è spettacolare (l’omicidio), contro il subdolo potere economico</strong>. È l’elemento deflagrante. È colui che vuole, non tanto interrompere la serialità schiacciante e assassina di un sistema ambiguamente spietato &#8211; non potrebbe -, <strong>ma lasciare un segno, questo sì</strong>. Mangione uccidendo il miliardario si sgancia, non è più uomo-comunità ma uomo-individualità. <em>Ecce homo</em><strong>. Egli fa la rivoluzione per sé in primo luogo</strong>. Uccidendo un simbolo, sconvolge la tranquillità dell’esistenza soprattutto la propria.</p>



<p>L’atto di Mangione è controcultura. È come la banana di Cattelan che cessa di essere banana. <strong>Luigi Mangione era una banana a orologeria</strong>. Mentre la vittima cessa di esistere anch’egli muore ma rinasce in una nuova vita. In un assassinio muoiono sempre due persone, la vittima e colui che, fino al momento prima del gesto, omicida non era. Nonostante verrà, con molte probabilità, condannato, Mangione sarà finalmente libero interiormente. Vittima di un sistema sociale prima e di un sistema carcerario poi, tra le pareti della propria scelta troverà certezza di sé. Certezza di non aver scatenato la rivoluzione ma comunque di essere stato rivoluzionario. Per sé, per il suo mondo e la sua cultura. Non più banana.</p>



<p>Non è come Unabomber, di cui teneva il manifesto nello zaino quando è stato arrestato e su cui ha lasciato una lusinghiera recensione su <em>Goodreads</em>. <strong>Non ne ha il costrutto mentale-filosofico, non elabora una teoria, non articola la lotta al potere secondo un’auto-dottrina colta e ben costruita.</strong> Mangione ha, però, un retroterra di tutto rispetto, è ricco e in carriera ed è figlio dei nostri tempi. Il suo atto rivoluzionario è un privilegio da ricco. Ma è anche soprattutto un ricco privilegio. Una grande conquista. “All’uomo sono necessarie le sue cose peggiori per le migliori” scriveva Nietzsche.</p>



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<p>Dicevamo, è pienamente figlio di quest’era tecnologica. Uccide con una pistola creata con la stampante 3d. Non genera un manifesto ma usa il linguaggio di TikTok, incide dei tag sui proiettili <strong>“<em>Deny, defend, depose</em>”:</strong> nega, difendi, deponi. Tre parole che sono già infinita moltiplicazione su internet e che rappresentano il meccanismo del sistema assicurativo americano fatto solo per incassare e fottere i cittadini. “<em>Deny, defend, depose</em>” sono gli ingranaggi con cui la ruota spietata del capitalismo americano schiaccia il cittadino. Non più banana. Non più Luigi Mangione, giovane e bello studente modello, non più Luigi Mangione giovane omicida, <strong>ma Luigi Mangione eroe rivoluzionario del web</strong>. Ogni verità si specchia e si attua anche nel rovesciamento di sé. E le verità nel mondo in cui viviamo, nei meandri del cyberspazio, sono cosa assai debole, fugace e passeggera. Sono cripto-verità come quella di Mangione è sicuramente, a conti fatti, una cripto-rivoluzione.</p>



<p>Però una cosa dobbiamo sottolinearla. <strong>Mai come oggi il potere è innanzitutto assicurazione, cioè non più produzione ma meccanismo economico. Il potere è credito</strong>. Un credito che non si assolve mai. L’individuo non produce più beni ma, da asservito, vincolato, <strong>diviene generatore involontario di ricchezza.</strong> Nel campo assicurativo sanitario americano, ma ci stiamo arrivando anche noi, l’individuo malato è fonte di reddito. La malattia è denaro. Il cittadino deve stare male non per produrre in fabbrica ma per generare fatture. La malattia è il credito di questi anni. Sintomo di potere e di controllo. Attraverso la malattia/credito il potere si arricchisce, controlla e reprime. <strong>Nell’illusione di prendersi cura di te. Di preoccuparsi del tuo benessere</strong>. Però il potere non vuole essere disturbato nel suo operato. Demanda cieca ubbidienza alle regole. Ecco, quindi, che l’assassino diventa un elemento di disturbo soprattutto se viene rivolto contro il potere e non contro un suo simile<strong>. Benché ricco, Mangione non è simile al CEO, anzi è proprio il malato</strong>. È ricco ma è sotto scacco. E quando lo scacco è matto non resta che scusarsi per ogni conflitto e trauma e ammettere che tutto quanto “andava fatto”. Con la consapevolezza che di tutto questo tra qualche anno non resterà memoria ma giusto qualche “meme” e lo scotch con cui questa banana rivoluzionaria era stata attaccata al muro si scollerà per fare spazio a un altro oltraggio.</p>



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		<title>L&#8217;insurrezione contro il lavoro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Sep 2024 09:57:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA['900 in fiamme]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Propaganda]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Ozio]]></category>
		<category><![CDATA[Rensi]]></category>
		<category><![CDATA[Rivoluzione]]></category>
		<category><![CDATA[WOM Edizioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Estratti del libro "Contro il lavoro" di Giuseppe Rensi (WOM Edizioni). Per gentile concessione dell'editore.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>[&#8230;]</p>



<p>I nodi sono da ultimo venuti al pettine. L’indagine critica diffusa nelle moltitudini, i problemi politici e sociali dibattuti sempre più largamente in mezzo alle plebi, hanno condotto queste, non tanto, come pare e si dice, a scorgere l’assurdo d’un determinato ordinamento del lavoro, quanto a intravvedere, in modo ancora non esplicitamente confessato a parole, ma attestato dai fatti, <strong>l’assurdo del <em>lavoro in sé</em>.</strong> Per questo è che, in realtà, non si vuol più lavorare. Siamo in un momento simile a quello di Roma al tempo di Cesare. «Al campo si vedeva il comandante sotto la sua tenda con in mano il lubrico romanzo greco, in senato l’uomo politico con un trattato di filosofia. Nello Stato romano andavano quindi le cose come andarono e andranno in qualsiasi altro Stato, in cui i cittadini null’altro fanno che leggere dalla mattina alla sera». </p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="668" height="1024" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/09/copertina_rensi_contrro_il_lavoro_pa-1-668x1024.png" alt="" class="wp-image-1337" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/09/copertina_rensi_contrro_il_lavoro_pa-1-668x1024.png 668w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/09/copertina_rensi_contrro_il_lavoro_pa-1-196x300.png 196w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/09/copertina_rensi_contrro_il_lavoro_pa-1-768x1177.png 768w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/09/copertina_rensi_contrro_il_lavoro_pa-1.png 816w" sizes="(max-width: 668px) 100vw, 668px" /><figcaption class="wp-element-caption"><a href="https://womedizioni.it/catalogo/giuseppe-rensi-contro-il-lavoro/">Contro il lavoro &#8211; Giuseppe Rensi</a></figcaption></figure>
</div>


<p>Un efficace moralista pratico moderno, noto e apprezzato soprattutto nel campo protestante, il giurista svizzero Hilty – il quale, sebbene sostenga essere il lavoro necessario alla felicità e alla pace, riconosce, conformemente alla tesi dianzi svolta, che<strong> a ciò non può soddisfare l’odierno lavoro svolgentesi collettivamente sulle macchine</strong>, il quale non dà al lavoratore la soddisfazione di determinare e vedere l’esito della sua opera, e perciò «urta contro il concetto naturale di dignità umana», <strong>mentre solo è appagante il lavoro degli artigiani, degli artisti, dei dotti </strong>– Carl Hilty prevedeva che, essendo la mania dell’utilizzazione del tempo nel lavoro andata all’eccesso, essendo diventata un idolo, al nostro secolo di lavoro accanito seguirà un secolo di grande pigrizia. I fatti accennano a dar ragione allo Hilty; la sua previsione comincia ad avverarsi.</p>



<p> Non si vuol più lavorare. Che questa sia la mèta dell’odierno moto sociale, mèta necessariamente scaturente dallo spuntare della coscienza, per quanto ancora crepuscolare, dell’assurdo del lavoro, lo si scorge dal fatto che <strong>non si vuol più lavorare soprattutto là dove le masse sono diventate in sostanza padrone e hanno foggiato un ambiente di dominio «proletario»</strong>, dove cioè esse vivono pressoché come potrebbero vivere in regime socialista o comunista; là dove: </p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Perciò le cose eran ridotte all’estremo della turbolenza e del disordine, <br>mentre ognuno per sé ricercava il potere e il primato.</p>
</blockquote>



<p>Nei comuni socialisti, impiegati, funzionari, operai delle aziende comunali sfruttano la loro dittatura lavorando con la massima possibile negligenza, <strong>non lavorando quanto più possono</strong>. A provarlo basterà ricordare che quegli impiegati od operai il cui contratto di lavoro è retto da un organico che assicura il pagamento per un certo numero di giorni all’anno anche in caso di malattia, si ammalano regolarmente tutti per quel dato numero di giorni, «non vogliono regalare al comune nemmeno una giornata» come suona la frase che corre in privato; e ciò tanto più certamente quanto più sono socialisti o comunisti evoluti e coscienti. </p>



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<p>Questo è «l’entusiasmo per la produzione» su cui, secondo il farneticamento di Sorel, si può certamente far conto in una società a base di dittatura proletaria. Non si vuol più lavorare. E, <em>razionalmente</em>, è giusto. Si ha <em>ragione</em>. Perché il lavoro (propriamente detto: quello a cui lo sviluppo civile ci costringe) <strong>è antispirituale, antitetico all’essenza e alla destinazione dell’uomo, urtante (come dice Hilty) contro la dignità umana, cancellatore dell’umana autonomia, di carattere schiavista</strong>. </p>



<p>Tale è il lavoro (propriamente detto) <em>in sé e sempre</em>. Perché devo essere <em>io </em>condannato – ognuno legittimamente si chiede – al lavoro bruto di muovere un maglio o far andare una macchina, sia pure per poche ore al giorno e per un lauto salario? Se lo fossimo<em> noi </em>(io ed il lettore) tosto si capirebbe che quelli che lo sono, a lavorare meno che possono, più trascuratamente che possono, <strong>a non voler lavorare, <em>hanno ragione</em></strong>; si capirebbe che il pensiero «a ciò lavorino gli altri» è inevitabile e giustificato. – Ma poiché qualcuno <em>a ciò</em> deve lavorare affinché gli uni o gli altri possano essere liberi dal lavorare<em> a ciò</em>, ecco un’altra volta lo spettro della necessità della schiavitù balenarci dinanzi.</p>



<p><br>Vero è che la letteratura politica demagogica affaccia qui, come soluzione, il suo trito luogo comune consistente nel dire: nella società futura tutti lavoreranno, e, poiché lavoreranno <em>davvero</em> tutti, così ognuno potrà lavorare solo moderatissimamente; giacché, insomma, il lavoro<em> vero e proprio</em> è una schiavitù, e nessuno la vuole e ognuno ha uguale diritto ad esserne liberato, così ciascuno la assuma per la sua parte, con che essa si ridurrà ai minimi termini per tutti. Ma si tratta, come al solito, di parole vuote ed assurde che la realtà disperderà e già disperde.<strong> Sempre e necessariamente, alcuni, una classe (magari la classe che ha fin ieri lavorato) tenderà a scaricare su altri il lavoro <em>propriamente detto</em> e vorrà emergere dalla sfera di questo in quella dell’ozio e del giuoco</strong> (della scienza, dell’arte, dello studio, della direzione politica, intellettuale, morale della società). </p>



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<p>Già oggi vediamo i capi dei lavoratori abbandonare il loro lavoro <em>propriamente detto </em>(per esempio di metallurgici, di postelegrafonici, ecc.) e passare al <em>giuoco</em> dell’«organizzare», del «propagandare», dell’«agitare»; vale a dire, a ciò che è stato sempre la loro passione, a quel che hanno sempre fatto per inclinazione e per piacere, al loro giuoco. E così vediamo i capi della repubblica «proletaria» russa, ben lungi dall’assumere <em>pro parte virili </em>una porzione della schiavitù del lavoro nelle fabbriche, nelle ferrovie, nelle miniere, onde questa schiavitù non gravi tutta sulle spalle d’alcuni, <strong>dedicarsi esclusivamente a ciò che han sempre fatto per gusto, a ciò a cui si sono sentiti fin dalla prima giovinezza attratti da una passione irresistibile, cioè all’attività politica rivoluzionaria, al <em>loro giuoco</em>. </strong></p>



<p>Si obbietterà che anche secondo la sociologia rivoluzionaria, l’attività spesa per la direzione politica e culturale della società, essendo necessaria ai fini di questa, è un lavoro vero e proprio. Ma se è così, se il presiedere un comizio, il fare il deputato o il membro del congresso operaio, l’essere ministro o commissario del popolo, se tutto ciò è lavoro vero e proprio; se lo è lo scrivere dei romanzi o dei versi o il comporre uno spartito musicale; allora, nemmeno nella società attuale c’è alcuno che non lavori, o, tutt’al più, il numero di coloro che non lavorano (se per <em>lavoro</em> s’intende anche uno di quei <em>lavori</em>) è così esiguo, che il fatto che costoro venissero costretti a lavorare non contribuirebbe punto a diminuire la misura del lavoro di quelli che lavorano già, <strong>ossia non servirebbe per nulla a far sì che (come, secondo la sociologia rivoluzionaria, avverrà, <em>quando tutti lavoreranno</em>) la schiavitù del lavoro, una volta assunta del pari da tutti, sia per tutti del pari ridotta a termini minimi. </strong></p>



<p>Perché questa tesi reggesse, bisognerebbe, se mai, che nella società futura tutti davvero, politici, statisti, artisti, scienziati, scrittori, contribuissero a quello che in queste pagine è chiamato lavoro vero e proprio, <strong>a quello cioè che si fa non perché la propensione spontanea e il godimento che troviamo in esso vi ci portano, ma con sforzo e vittoria sulla nostra naturale tendenza;</strong> e specie al lavoro manuale. Ma questa cosa – che è, del resto, impossibile per la ragione accennata che con ciò sarebbe tolto a tutti quell’agio, quel tempo, quell’<em>otium</em>, quella possibilità di lunga inerte meditazione e ruminazione che solo eccita il pensiero e ne effettua lo slancio e lo sviluppo e dalla quale soltanto germogliano quindi le elaborazioni scientifiche e i prodotti artistici – questa cosa, non è voluta nemmeno dagli annunciatori della nuova era, <strong>tanto è vero che essi si guardano bene dal praticarla là dove sono al potere. </strong></p>



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<p>Di conseguenza, la società futura sarà, ancora una volta, <strong>esattamente come la presente, divisa in due classi</strong>: da un lato, coloro cui incombe il lavoro vero e proprio, che si compie non perché ci si trovi gusto, bensì per un fine che sta fuori dell’attività immediata in esso svolta, ossia per coazione d’una o d’altra specie (coloro che <em>lavorano</em>); d’altro lato, coloro che si riservano il lavoro che si fa unicamente per la gioia di farlo, geniale e divertente, per cui hanno gusto e passione (coloro che <em>giuocano</em>). Come la presente, dico, perché anche nella società presente l’unica distinzione non è tra chi lavora e chi non lavora in qualsiasi senso (tanto pochi sono questi), ma tra quelle due specie di occupazione, il lavoro-lavoro e il lavoro-giuoco.</p>



<p><br>Non si vuol più lavorare. <strong>Sembra che si sia in un momento di insurrezione contro un sistema di lavoro</strong>. <strong>Ma ciò non è che apparenza. Chi guarda in fondo scorge che si è in un momento di insurrezione contro l’assurdo</strong>, venuto a galla, del lavoro in generale – insurrezione razionalmente giusta appunto perché il lavoro è un fatto irrazionale. Anche nel caso del lavoro avviene quello che il Simmel ha così profondamente constatato in ogni altra sfera, che cioè la vita vuol esistere nella sua immediatezza, liberata da ogni forma, mentre pure non può esistere che in forme, e si impiglia così in un’irresolubile contraddizione la quale si manifesta in ciò che ogni problema e ogni conflitto è tolto solo per essere sostituito con un altro. – <strong>È dunque insurrezione contro il fato</strong>. È insurrezione della razionalità umana contro il destino, la natura, i decreti della divinità, cioè contro una realtà (comunque si voglia denominarla) per la ragione umana cieca ed impervia – ma insopprimibile. In questa insurrezione, lo spirito umano dà di cozzo nelle sue barriere estreme; come nella leggenda biblica della torre di Babele, l’uomo vuole scalare il cielo, ossia per usare il concetto di Schiller, <strong>liberare la propria fronte, al pari di quella degli dèi, dall’atmosfera del lavoro, vivere nella beata condizione divina di giuoco, ozio, contemplazione</strong>; vale a dire vuol diventar Dio. Scalare il cielo; ma una nuova volta, con immane iattura, ne sarà ributtato.</p>



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		<title>La struttura oligarchica dell&#8217;edificio democratico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Aug 2024 09:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA['900 in fiamme]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Impolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Elite]]></category>
		<category><![CDATA[Masse]]></category>
		<category><![CDATA[Michels]]></category>
		<category><![CDATA[Partiti]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[Rivoluzione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Perché tutte le rivoluzioni, alla lunga, si corrompono? La maggior parte dei movimenti, ottenuto il monopolio della violenza, si trasformano in regimi. I rivoluzionari in dittatori. Gli attivisti in funzionari. Lo studioso della sociologia dei partiti Robert Michels risponde partendo da un assunto fondamentale: in ogni società, una minoranza organizzata si impone su una maggioranza disorganizzata.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>La tendenza burocratica ed oligarchica assunta dall’organizzazione dei partiti anche democratici è da considerarsi senza dubbio quale <strong>frutto fatale d’una necessità tecnica e pratica</strong>. Essa è il prodotto inevitabile del principio stesso dell’organizzazione.</p>



<p>Ma vi è ancora un altro coefficiente, che contribuisce non poco a produrre il medesimo effetto. Il moderno partito politico è altresì un’organizzazione di guerra. Come tale, esso deve piegarsi alle leggi della tattica. <strong>Ora, la legge fondamentale della tattica è la prontezza alla battaglia, la indefessa preparazione alla lotta</strong>. <strong>Senonché, democrazia e prontezza sono concetti assolutamente inconciliabili</strong>. Ciò venne riconosciuto già da Ferdinando Lassalle, il grande capo-partito socialista-rivoluzionario, quand’egli propugnò l’idea che la dittatura personale, esistente di fatto nella sua associazione, dovesse venir dichiarata giustificata dalla teoria e proclamata indispensabile in pratica. Egli stabilì esplicitamente che i soci dovevano lasciarsi guidare passivamente dal loro duce e che l’associazione doveva esser simile ad un martello nella mano del suo presidente. Questo era un precetto di necessità politica, specie poi in quei primordi del movimento operaio, ancora puerilmente maldestro; ed era anche l’unico modo per assicurarsi potenza e stima di fronte ai partiti della borghesia. La rapidità delle decisioni restava garantita dal centralismo.</p>



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<p>Restava, e resta. Una grande organizzazione è già in sé un ingranaggio di molta pesantezza. Le grandi distanze, e la perdita di tempo che deriverebbe, se si volesse spiegare alle masse i singoli problemi quotidiani che richiedono decisioni rapide, sia pur solo affinché esse acquistino una capacità relativa a farsi un giudizio, <strong>comportano l’impossibilità d’un regime democratico nella sua schietta forma originaria, giacché con questo non si potrebbe fare se non una politica di ritardi e di buone occasioni mancate</strong>; né in tale modo il partito politico riuscirebbe comunque a conservare la sua attitudine a stringere alleanze politiche e la necessaria duttilità tattica. In altri termini, il regime democratico non è affatto confacente ai bisogni primordiali del partito politico. <strong>Al partito che conduca una guerra – ed anche solo una guerriglia – occorre una armatura gerarchica</strong>. Senza di che, esso potrebbe paragonarsi alle sterminate orde amorfe e selvagge degli africani, la cui arte guerresca naufraga nella mischia con un qualsiasi battaglione ben disciplinato di soldati addestrati all’europea.</p>



<p>Così adunque – per motivi d’indole tecnico-amministrativa e di tattica –<strong> si forma un corpo direttivo di professione, il quale, sulla base di procure, accudisce da padrone agli affari della massa.</strong> Le masse delegano un piccolo numero di singoli individui che le rappresenta permanentemente. <strong>Ora l’inizio della formazione d’un corpo direttivo di professione denota il principio della fine della democrazia</strong>. E ciò in prima linea per la logica impossibilità dello stesso sistema di rappresentanza.</p>



<p>Rousseau ed i socialisti francesi della prima metà del secolo XIX hanno enunciato una profonda verità quando sostenevano che una massa che deleghi la propria sovranità, ossia la conferisca ad un esiguo numero di individui, abdica alla sovranità. <strong>Egli è che la volontà di un popolo non è conferibile, e nemmeno quella d’un singolo individuo. </strong>Ciò vale in grado ancor maggiore per un’epoca, ove la vita politica assume forme di giorno in giorno più complesse, e quindi ogni giorno più insensato diventa il voler “rappresentare” una massa in tutte le miriadi dei più svariatissimi problemi della vita politica ed economica. <strong>Rappresentare, significa spacciare la volontà di un singolo per volontà d’una massa</strong>. In casi particolari ed in questioni ben delineate e semplici, l&#8217;identificazione sarà anche conforme a verità. Ma una rappresentanza prolungata significa senz’altro il dominio dei rappresentanti fondato su un equivoco.</p>



<p>Il formarsi d’un gruppo direttivo di professione <strong>conduce altresì ad un aumento considerevole della disparità di cultura che intercede tra i condottieri e i condotti</strong>. Una lunga esperienza, basata sulla storia, insegna che gli elementi del dominio esercitato dalla minoranza sulla maggioranza vengono formati sopra ogni altra cosa, oltre che dal fattore del denaro e del capitale – superiorità economica – e dal fattore della tradizione e della educazione – superiorità storica – dal fattore della cultura – superiorità intellettuale. Ora, nei partiti del proletariato ci colpisce al primo sguardo il fenomeno che, in fatto di cultura, i duci sono di gran lunga superiori all’esercito.</p>



<p>Questa superiorità è in prima linea d’ordine puramente formale. In Paesi ove lo sviluppo politico ed una spiccata predisposizione psicologica di quella sotto-classe della borghesia, che diremmo intellettuale, fanno affluire al partito dei lavoratori un gran numero di avvocati, di medici e di professori universitari, come in Italia, tale superiorità si constata facilmente. <strong>Non ad onta, anzi, appunto a causa della superiore cultura formale da essi acquistata nel campo nemico, e che portano con sé nella loro diserzione nel campo dei proletari, i fuoriusciti della borghesia diventano i capi del proletariato organizzato.</strong></p>



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<p>In altri Paesi gli strati della borghesia incalzano contro i rivoluzionari con un’intransigenza così accanita da additare i propri elementi, passati al partito operaio, al completo boicottaggio sociale e politico; e le classi lavoratrici, in virtù della meravigliosa organizzazione dello Stato, e sotto la pressione della grande industria, che esige dai propri addetti un certo grado d’intelligenza, si trovano in possesso d’una cultura scolastica, sia pure elementare, che esse spesso procurano d’estendere e di completare con diligenti studi privati. <strong>In questi ultimi Paesi rintracciasi, alla testa dei lavoratori, accanto a un piccolo numero di intellettuali, una immensa maggioranza di ex operai.</strong></p>



<p>Epperò anche questi ex operai non si trovano più al medesimo livello di cultura dei loro antichi compagni. <strong>Il meccanismo del partito, col suo gran numero d’impieghi e di cariche onorifiche, offre agli operai la possibilità di far carriera; e spiegando in tal guisa una forza d’attrazione non comune, tende alla trasformazione, intesa in senso sociale, di una schiera di proletari, più o meno intelligenti, innalzandoli alla qualità d’impiegati fissi del partito e mettendoli quindi nelle condizioni di esistenza della piccola borghesia</strong>; e ciò col procurare loro, a proprie spese, agio e opportunità di acquistarsi una cultura superiore ed una certa cognizione delle cose della vita pubblica. In tal tirocinio gli ex operai acquistano una routine, che li rende sempre più superiori ai loro mandanti, e <strong>fa sì che finiscano col perdere il sentimento della propria comunanza colla classe da cui ebbero origine</strong>. Fra i capi proletari e l’esercito proletario sorge una vera differenza di classe sociale. In questo modo i lavoratori, colle loro proprie forze, si creano dei nuovi padroni i quali possono contare, nell’arsenale degli strumenti di dominio, come su una delle loro armi più potenti, soprattutto sull’incremento della propria cultura dovuta agli oboli dei loro compagni nelle fabbriche.</p>



<p>Prescindendo dagli anarchici – che in politica esercitano scarsa influenza, e inoltre in parte si oppongono a qualsiasi organizzazione, oppure sono organizzati in organizzazioni così rilassate ed elastiche da non poter esser propriamente considerate come formanti un partito – <strong>tutti i partiti hanno un obiettivo parlamentare. La via su cui essi muovono è la via legalitaria ed elettorale; loro scopo immediato è il conseguire influenza in parlamento; loro ultima finalità è la cosiddetta conquista del potere politico</strong>. In tale guisa resta spiegato perché anche i rappresentanti dei partiti rivoluzionari entrino a far parte della assemblea legislativa. Ma il lavoro parlamentare che essi vi compiono, dapprima controvoglia, poi con crescente compiacimento ed interesse, li trasporta ancor sempre più lontano dai loro elettori. Le questioni che lor si presentano e che esigono di venir da essi seriamente studiate, hanno per effetto di allargare e di approfondire le loro cognizioni e di aumentare quindi sempre di più il divario tra loro e i compagni rappresentati.</p>



<p>Non è, adunque, soltanto un divario puramente iniziale tra i rappresentanti dei partiti detti rivoluzionari e i loro compagni, che l’attività parlamentare ingrandisce. Addestrandosi nei dettagli della vita politica, nei particolari della legislazione, delle questioni tributarie, delle questioni daziarie e nei problemi della politica estera,<strong> i capi acquistano un valore che – almeno finché la massa si attiene alla tattica parlamentare, ma forse anche se vi rinunzia – li rende indispensabili al partito</strong>; e ciò per il fatto ch’essi ormai non potrebbero più venir sostituiti senz’altro da altri elementi del partito non facenti parte del meccanismo burocratico perché accudiscono invece alle loro quotidiane occupazioni, che li assorbono completamente.</p>



<p>E così dalle cognizioni di causa vien virtualmente creata, anche in questo campo, <strong>una inamovibilità che è in contraddizione coi princìpi fondamentali della democrazia</strong>. Le cognizioni di fatto che innalzano definitivamente i capi al di sopra della massa rendendosela schiava, acquistano una base ancor più salda per i bei modi e pel <em>savoir faire</em> in società, che i deputati imparano nei parlamenti, come pure per lo specializzarsi, frutto in particolar modo del lavoro compiuto nella camera oscura delle commissioni.  Com&#8217;è naturale, essi applicano poi gli stratagemmi, ivi appresi, anche nei loro rapporti col partito. <strong>Con ciò riescono facilmente a vincere eventuali correnti loro contrarie: </strong>nell’arte di dirigere le adunanze, di applicare ed interpretare il regolamento e il programma, di presentare opportuni ordini del giorno in momenti opportuni, in breve, negli artifici atti a toglier di mezzo dalla discussione i punti importanti ma loro ostici od anche ad indurre una maggioranza mal disposta a votare in loro favore o, nel caso più sfavorevole, a farla ammutolire, essi sono maestri. Quali relatori e competenti che conoscono persino i più reconditi penetrali del tema che han da trattare, e che a forza di raggiri, parafrasi ed abilità terminologica, san trasformare anche le questioni più semplici e più naturali del mondo in tenebrosi misteri, dei quali essi soli possiedono la chiave, essi sono, in linea intellettuale, del tutto inaccessibili e, in linea tecnica, del tutto incontrollabili da parte delle grandi masse, di cui ognuno di essi si atteggia ad essere “l’esponente teorico”.</p>



<p>Essi sono i padroni della situazione. In questa posizione essi vengono vieppiù fortificati dalla fama che si vanno acquistando, sia come oratori, sia come studiosi o conoscitori di determinate materie, sia anche con le attrattive della loro personalità – intellettuale oppure soltanto fisica – nella stessa sfera dei loro avversari politici e, per tal modo, anche nell’opinione pubblica. <strong>Se le masse organizzate congedassero uno dei loro <em>leader</em>, generalmente riconosciuto e stimato, il partito dovrebbe subirne la conseguenza con un discredito di non poco momento agli occhi della gente.</strong></p>



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<p>Se adunque le masse del partito spingessero le divergenze fra loro ed i duci ch’esse medesime si sono eletti fino al punto della rottura completa, esse rimarrebbero “senza capo” nel doppio senso della parola, anche perché da una simile situazione deriverebbe loro un danno politico incommensurabile. E ciò non soltanto perché esse non dispongono, così senz’altro, di sufficiente qualità e quantità di forze nuove, tali da poter sostituire le forze vecchie che, grazie ad una pratica di decenni, conoscono a fondo la materia politica, ma anche perché alla personale influenza ed alla salda autorità parlamentare dei capi, esse devono buona parte dei loro successi nel campo della legislazione sociale e nella sanzione di princìpi generali di libertà politica. <strong>Le masse democratiche si trovano perciò in una posizione senza uscita, dovendo concedere sotto pena di suicidio politico ai loro <em>gros bonnets</em> un potere che, a lungo andare, elimina il caposaldo medesimo della democrazia.</strong></p>



<p>Il più forte diritto dei duci consiste nel fatto che essi sono indispensabili.</p>



<p>Così dunque al primo passo è seguito il secondo. La creazione di un ente direttivo di professione non fu che il preludio del formarsi di una direzione stabile ed inamovibile. Tale sviluppo viene ancora accelerato da certe qualità che son comuni a tutto il genere umano. Ciò che fu iniziato da necessità d’organizzazione, d’amministrazione e di strategia, verrà ultimato da necessità psicologiche. La coscienza della propria forza suole destare la smania di dominio, latente in ogni cuore umano. E&#8217; questa una nozione elementare di psicologia. <strong>Di regola, chi giunge ad impadronirsi di un qualsiasi potere, sarà poi sempre intento a rafforzarlo e a consolidarlo, a circondare di nuovi baluardi la posizione acquisita, ed a sottrarsi al dominio e al controllo delle masse.</strong></p>



<p>La naturale sete di comando dei capi viene assecondata dal naturale bisogno della folla di venir guidata, nonché dalla sua indifferenza. Nelle masse vi è proprio un profondo impulso a venerare chi sta in alto. <strong>Nel loro primitivo idealismo, esse han bisogno di divinità terrestri, alle quali si attaccano di affetto tanto più cieco, quanto più aspramente la durezza della vita le afferra</strong>.</p>



<p>Sovente questo bisogno di adorare è l’unico <em>rocher de bronze</em> che sopravviva alla metamorfosi delle loro convinzioni. Negli ultimi anni, gli operai delle fabbriche della Sassonia son divenuti, da pii protestanti che erano, socialisti-democratici. Può ben darsi che tale evoluzione abbia provocato in essi l’inversione di tutti i valori.</p>



<p>Ma dalla parete del modesto abituro essi non tolsero l’obbligatorio ritratto di Lutero che per sostituirlo con quello di Bebel, appunto come nell’Emilia, ove avendo i lavoratori della terra subito la medesima evoluzione, l’immagine della Madonna non cedette il posto che a quella dell’onorevole Prampolini, o a quella di Enrico Ferri, il “flagellatore della camorra”. Sotto le macerie del loro modo di pensare nel passato, la colonna trionfale del bisogno di adorare rimase in piedi ed intatta. Dalla delegazione, prende le mosse e si sviluppa il diritto morale alla delegazione. <strong>Chi sia stato delegato una volta, facilmente resta in carica, in quanto non glielo impediscano delle disposizioni statutarie, senza interruzione</strong>. L’elezione ad uno scopo determinato si muta in impiego a vita. La consuetudine diventa diritto. Il capo, che per un certo periodo di tempo sia stato successivamente delegato, finisce coll’aspirare alla continuazione della delegazione come a un suo buon diritto. Caso mai gli si negasse di continuare questo diritto, egli minaccia subito rappresaglie, tra le quali il dare le dimissioni è ancora la più innocua; e crea in tal modo gravi imbarazzi ai compagni del suo partito. Ma tali incidenti finiscono quasi sempre – e vedremo in seguito per quali motivi – colla vittoria del capo.</p>



<p>La composizione dei congressi del partito va diventando sempre più stabile. In altre parole: <strong>le masse tornano a rieleggere ogni volta i medesimi rappresentanti</strong>. Sicché i congressi, più che congressi di un dato partito, sembrano talvolta congressi di impiegati.</p>



<p>Anche i fortunati possessori delle posizioni più eminenti nel partito, che d’altronde vengono distribuite mediante elezioni indirette e che sono di loro natura cariche democratiche sottoposte a continuo mutamento, tentano di prolungare vita natural durante il termine della “procura generale” loro affidata. Lì pure l’incarico diventa un ufficio, e l’ufficio si tramuta in impiego fisso.</p>



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<p><strong>Nel regime dei partiti democratici, i capi diventano più inamovibili e più inviolabili di qualsiasi corporazione aristocratica</strong>. La durata media del loro ufficio sorpassa di gran lunga la durata media dell’ufficio di ministro negli Stati monarchici. Si è calcolata la durata media dell’ufficio di ministro in Germania a quattro anni ed un terzo. Invece, nella direzione del partito socialista tedesco, vediamo per oltre quarant’anni i medesimi uomini rivestire come capi le cariche ministeriali del partito stesso. La loro riconferma, richiesta dalle disposizioni statutarie dopo un periodo di tempo più o meno lungo, diventa una pura formalità, una cosa che va da sé.</p>



<p>Per capire questo fenomeno, bisogna spiegarlo prendendo in considerazione, più di ogni altra cosa, <strong>il gran fattore della tradizione</strong>, con la quale le masse rivoluzionarie si sono immedesimate non meno delle consorterie conservatrici. L’attenersi logico ai princìpi fondamentali della democrazia richiederebbe il non aver riguardo alcuno a tradizioni personali ed a sentimentalismi, ed esigerebbe anzi che la suprema direzione venisse cambiata ogni qual volta fosse necessario, in seguito al cambiamento della maggioranza nel seno del partito diviso in diverse correnti o tendenze.</p>



<p>In tali condizioni le forze vecchie tra i capi dovrebbero ceder il posto alle forze nuove, agli ultimi conquistatori del potere nel partito. D’altronde anche prescindendo da ciò, una massa, imbevuta di princìpi veramente democratici, <strong>dovrebbe forzatamente mirare a non lasciare troppo a lungo le stesse persone in una posizione di autorità e di impedire ch’essi si arrugginiscano</strong> acquistando la convinzione di non poter essere che loro gli eletti del popolo.</p>



<p>Invece, il misoneismo della tradizione insieme all’istintivo bisogno di una politica stabile, son causa del fenomeno che il corpo direttivo dei partiti democratici sia, quasi sempre, <strong>più l’espressione del passato che del presente.</strong> La direzione del partito – come avviene, a mo&#8217; d’esempio, da oltre trenta anni nel partito socialista tedesco – viene riconfermata non già perché rappresenti, nel momento della riconferma, la risultante delle forze del partito, bensì pel semplice fatto che esiste. <strong>E&#8217; la legge d’inerzia o, per servirsi di un termine eufemistico, la legge della stabilità</strong>, che prolunga ai capi il mandato sino alla loro morte.</p>



<p>Senonché un altro momento ancora, eticamente più attraente, coopera alla formazione di tale fenomeno: <strong>la gratitudine delle masse verso delle persone la cui opera, in fondo, è stata per esse di non poca utilità e che spesso, per amore della comune “idea”, han dovuto subire persecuzioni, esilio e carcere</strong>. E&#8217; opinione assai diffusa nelle masse che sarebbero “ingrate” se non riconfermassero sempre di nuovo un duce “benemerito” nelle sue funzioni.</p>



<p>La mentalità speciale che, in tali condizioni, si va formando nei duci, è uguale in tutti i partiti. La differenza di cultura e di competenza, realmente esistente tra i membri del partito, spicca anche nella distribuzione degli incarichi.<strong> Forte della propria superiorità <em>routinière</em> i capi impongono alle masse obbedienza, in nome di quella.</strong> Sembra loro cosa rivoltante, che l’esercito degli organizzati agisca in senso contrario alle loro proposte, o non si pieghi alle loro ammonizioni. Di fonte a siffatte disobbedienze, essi non possono trattenersi dall’assumere un tono di vera indignazione. Essi riguardano come grande e deplorevole mancanza di tatto e di educazione da parte delle masse, il fatto che esse non tengano conto dei consigli dei rappresentanti, peccato tanto più grave in quantoché le masse, eleggendoli spontaneamente a capi, li hanno rivestiti, come essi credono, della stessa invulnerabile sovranità popolare.</p>



<p>I capi insistono sull’incapacità della folla a giudicare, per tenerla lontana dagli affari. <strong>Essi si convincono che al partito non può convenire che la minoranza dei compagni, avvezzi a seguire e ponderare le questioni politiche, venga sopraffatta dalla maggioranza, composta di coloro che non sono capaci di formarsi un giudizio in casi determinati</strong>; e perciò si dichiarano contro il referendum o, almeno, nella vita vissuta del partito, non ne fanno uso.</p>



<p>Per scegliere il momento propizio all’azione, occorre una perspicacia che soltanto pochi dei singoli componenti una massa possiedono, mentre la maggior parte di essi segue le impressioni e gli impulsi del momento. <strong>Un gruppo ristretto di impiegati e di fiduciari, che deliberino a porte chiuse, sottratti così all’influsso delle relazioni colorate e svisate della stampa</strong>, e dove ciascuno può parlare senza aver da temere che le sue parole vengano riportate nel campo avversario, <strong>ha maggiori probabilità di emettere come corpo deliberante un giudizio oggettivo</strong>.</p>



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<p>Per sostituire, per quanto è possibile, l’elezione diretta con l’indiretta, si mette in campo, oltre ai motivi politici, la struttura complessa dell’organizzazione del partito; mentre per l’organizzazione dello Stato, che pure è tanto più complicata, si propugna, tra gli stessi capisaldi del programma, la legislazione diretta, chiedendo che si dia a ogni singolo cittadino il diritto di proporre leggi o di proporne l’eliminazione.</p>



<p>Quest’antinomia invade tutta la vita del partito. <strong>Ogni nuova corrente d’opposizione in seno al partito viene biasimata come se fosse nient’altro che un espediente di demagogia</strong>; l’appello diretto alla massa da parte degli elementi non soddisfatti dei dirigenti del partito, per quanto possano esser nobili i motivi che lo provocano, e sebbene esso sia da considerarsi senza dubbio quale diritto fondamentale d’ogni democrazia, viene respinto come scorrettezza o, addirittura, bollato col marchio d’infamia, quale maligno tentativo fatto unicamente per distruggere la disciplina del partito, e dietro istigazione di volgari sobillatori.</p>



<p>Oggetto di particolare zelo è il far sì che le masse, non foss’altro che per motivi tattici, a garanzia della necessaria coesione di fronte al nemico, <strong>non abbiano in alcun caso a perdere la fede nei dirigenti che si sono dati</strong>. Questo è il criterio, in base al quale ogni severa critica sull’oggettiva manchevolezza del movimento vien tacciata di attentato contro il partito stesso, e gli uomini che fanno capo all’opposizione vengono messi alla gogna come detrattori e nemici del partito e delle masse.</p>



<p><strong>Non v&#8217;è chi non veda come la tattica e la pratica del partito rivoluzionario non si allontanino granché dalla tattica e dalla pratica del governo borghese.</strong> Persino la terminologia nella lotta del governo contro i sovversivi e delle lotte del socialismo ufficiale contro i “miserabili” è – <em>riservatis riservandis</em> – identica. I medesimi rimproveri contro i ribelli; i medesimi argomenti a difesa dello status quo; lì, conservazione dello Stato, qui, conservazione del partito nella sua forma attuale; la medesima confusione di idee nello stabilire il rapporto tra cosa e persona, tra individuo e collettività.</p>



<p>Non v’è quasi capo-partito importante, che non pensi e non agisca e – se è uomo risoluto e di carattere onesto – non dica apertamente: <em>Le parti c’est moi!</em>, parafrasando il motto attribuito al Re Sole.</p>



<p>L’identificazione del burocrate con tutto il partito, e degli interessi dell’uno con gli interessi dell’altro, ben spesso non potrebbe esser più completa. Se il capo viene aggredito, la prima cosa che egli fa è di riferire l’attacco al partito; e ciò non soltanto per considerazioni di opportunità, ossia per assicurarsi in tal modo l’appoggio di tutto l’ente a scopo di atterrare l’aggressore col peso e colla preponderanza della massa, <strong>ma altresì per ingenua confusione tra la particella e il tutto</strong>.</p>



<p>I duci stessi, se rimproverati di contegno antidemocratico, se ne appellano alla volontà delle masse che li tollerano, e quindi alla loro qualità di rappresentanti ed eletti. Fintanto che le masse – essi dicono – ci eleggono e ci rieleggono, noi siamo la legittima manifestazione della volontà delle masse e coincidiamo con essa. La nostra azione è dunque, <em>eo ipso</em>, azione della massa. In teoria, questa difesa è piana e chiara e non ammette contraddizioni di sorta. <strong>Ma in pratica, le elezioni dei capi da parte delle masse si compiono con tali metodi, e sotto così forti suggestioni e altre costrizioni morali delle masse stesse, che la loro libertà di decisione appare in sommo grado limitata</strong>. E se ciò non appare sempre dalle elezioni, è però un fatto costante nelle rielezioni.</p>



<p>Il sistema democratico nel partito si riduce, in fondo, senza alcun dubbio, al diritto delle masse di scegliersi da sé, in determinati momenti, quei padroni, ai quali esse nel frattempo<strong> debbono assoluta obbedienza</strong>; al sistema, cioè, che nella storia degli Stati abbiamo imparato a conoscere sotto il nome del sistema plebiscitario o bonapartistico.</p>



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<p><strong>L’onnipotenza della burocrazia, liberata del tutto, nella pratica, dall’obbligo di una resa di conti, finisce per innalzarsi a dittatura</strong>, poiché essa nella sua qualità di amministratrice del patrimonio del partito, dispone anche di mezzi di natura economica e politica (come la stampa, le casse, la facoltà di pubblicare e diffondere, o meno, gli scritti degli aderenti al partito, di assumere oratori stipendiali, ecc.); mezzi ch’essa può sempre precludere, e difatti preclude a concorrenti male accetti e agli elementi irrequieti della massa.</p>



<p><strong>In forza di un’evoluzione nel medesimo senso, oggigiorno vediamo anche i capi dei partiti democratici e socialisti rivoluzionari, muniti di ampi poteri, far una politica di propria testa, del tutto indipendente dalla collettività.</strong> La generale abitudine di non rispettare le decisioni in questioni di tattica, affidate loro come inviolabili dalla sfera direttiva più vasta (ossia dalle riunioni del partito, dai congressi e così via); di non prendere risoluzioni importanti se non <em>en petit comité</em>, sottoponendo poi alla collettività il fatto compiuto (per es. col fissare i congressi dopo le elezioni, in modo che i capi siano gli unici a decidere sul programma elettorale); gli accordi segreti dei capi tra di loro (come in Germania la segreta, anzi clandestina intesa sulle questioni del primo maggio e dello sciopero generale da parte della direzione del partito socialista con la Confederazione generale del lavoro); gli impegni e le convenzioni prese alla chetichella, col governo; l’imposizione del silenzio attorno a certe deliberazioni ed accordi presi, considerata come scorretta soltanto nel caso che sia stata applicata dal basso all’alto ossia alla direzione, e non però dall’alto al basso (ossia di fronte alle masse del partito): <strong>ecco i frutti giornalieri e naturali del sistema oligarchico, in vigore anche nei partiti della democrazia.</strong></p>



<p>I capi tendono a rinchiudersi tra di loro, formando una specie di lega o se vogliamo, un <em>trust</em>, circondandosi così d’una alta muraglia, oltre la quale essi non lasciano passare che gli elementi loro accetti e loro soggetti.<strong> Invece di lasciare questo compito alle elezioni delle masse, essi talvolta cercano di scegliere i loro successori da sé, e di completarsi, in via diretta o indiretta, per mezzo di un opzione autocratica</strong>. Già oggi possiamo rintracciare i rudimenti di questa evoluzione in tutte le corporazioni socialiste-democratiche ben organizzate tanto che chi predilige il paradosso potrebbe ben sentirsi tentato di valutare questo processo come primo sintomo del passaggio dal sistema del bonapartismo plebiscitario al sistema della monarchia per diritto ereditario.</p>



<p>Tutte le parole usuali per esprimere il dominio della massa o della maggioranza, come sarebbero Stato, cittadinanza, rappresentanza popolare, partito ecc., indicano soltanto un principio legale, soltanto un ideale, uno scopo ma non un fatto reale ed esistente. <strong>Alle masse tale differenza sostanziale è ancora del tutto ignota</strong>. Il proletario d’oggi subendo l’influenza delle costanti forze di un’arte oratoria instancabile, esercitata da elementi eletti dal proletariato stesso, ma a lui superiori per grado di cultura, ha concepito l’idea fissa che gli basti creare un posto nuovo nella burocrazia operaia per un nuovo impiegato o gettare una scheda nell’urna, vale a dire affidare la sua causa economico-sociale ad un avvocato politico, per divenir così egli stesso compartecipe del potere.</p>



<p><strong>La scienza ha il dovere di strappar questa benda dagli occhi delle masse.</strong> E ciò per diversi motivi. Per amor delle masse; per amore dell’avvenire della democrazia – posto che la democrazia abbia un avvenire –; ma soprattutto per amor di sé stessa, proseguendo una indagine gnoseologica.</p>



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<p>Riassumendo quanto abbiamo detto finora, il risultato finale della nostra analisi è il seguente:</p>



<p><strong>La formazione di regimi oligarchici nel seno dei regimi democratici moderni è organica</strong>. In altri termini, essa è da considerarsi quale tendenza, alla quale deve soggiacere ogni organizzazione, persino la socialistica, persino la libertaria. Questa tendenza si spiega in parte con la psicologia, cioè coi cambiamenti psichici che le singole personalità subiscono nel corso del loro moto evolutivo nel partito; in parte invece anche, ed anzi in primo luogo, con ciò che si potrebbe chiamare la psicologia dell’organizzazione stessa, vale a dire colle necessità di natura tattica e tecnica, che derivano dal consolidarsi dell’aggregato in ragione diretta del suo procedere disciplinatamente sulla via della politica.</p>



<p><strong>Se vi è una legge sociologica, a cui sottostanno i partiti politici</strong> – e prendiamo qui la parola politica nel suo senso più lato – questa legge, ridotta alla sua formula più concisa,<strong> non può suonare che all’incirca così: l’organizzazione è la madre della signoria degli eletti sugli elettori.</strong></p>



<p>L’organizzazione di ogni partito rappresenta una potente oligarchia su piede democratico. Dovunque, in essa, si rintracciano elettori ed eletti, ma, pure dovunque, dominio quasi illimitato dei capi eletti sulle masse elettrici. <strong>Sulla base democratica s’innalza, nascondendola, la struttura oligarchica dell’edificio.</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/la-struttura-oligarchica-delledificio-democratico/">La struttura oligarchica dell&#8217;edificio democratico</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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		<title>Massima tolleranza vuol dire massima indifferenza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jul 2024 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Situazionismo]]></category>
		<category><![CDATA[Controcultura]]></category>
		<category><![CDATA[Détournement]]></category>
		<category><![CDATA[Media]]></category>
		<category><![CDATA[Perniola]]></category>
		<category><![CDATA[Rivoluzione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non c'è nulla che tira più, nelle librerie o nei cinema, della rivoluzione. Le migliori menti del nostro secolo sono state sedotte e cooptate dalla società dello spettacolo, hanno svenduto il proprio pensiero, introducendolo nella macchina del successo, depotenziandolo, offrendolo in sacrificio a editori e produttori pronti a devolverlo al potere dominante e alla società dei consumi.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>L’industria culturale, che nell’era della piccola-borghesia-planetaria vive principalmente di cinema ed editoria, è insieme (e paradossalmente) <strong>sia l’arma più potente per la rivoluzione sia il mezzo più efficiente per la riproduzione di sé del potere costituito</strong>. Questo paradosso si fa lampante nei libri o nei film che sembrano criticare il mondo in cui ci è toccato esistere, che promuovono atteggiamenti <strong>apparentemente controculturali</strong>, ma ricevono poi il successo al botteghino, e i posti in vetrina nelle librerie. Per ogni biglietto strappato, per ogni copia venduta viene meno la loro carica eversiva, il messaggio promosso perde di consistenza rivoluzionaria e finisce integrato nel disilluso discorso dominante. Perché il mezzo tramite il quale si affida al mondo un messaggio non è mai esso stesso privo di contenuto, ma promuove e accoglie tutto l’apparato che gli permette di esistere. </p>



<p>È quel paradosso che qui abbiamo più volte sottolineato dei sedicenti editori indipendenti che sopravvivono grazie ai sussidi statali, al PNRR, a Resto al Sud. Un messaggio finirà sempre per essere svilito dal proprio mezzo e dall’insieme di circostanze che ne permettono la diffusione. <strong>Ed è per questo che il potere, oggi, ha imparato a promuovere le proprie critiche, a premiare i propri detrattori.</strong></p>



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<p>Così è successo a <em>Fight Club</em>, libro e film, presto integrati nella cultura di massa e <em>memizzati</em>, ridotti ad artefatti nostalgici di un mondo fuori dal capitalismo che questi stessi prodotti hanno reso ancora più lontano e inaccessibile. Ma anche a <em>V per Vendetta</em>, <em>Matrix</em>, <em>Triangle of Sadness</em> (e tutti quel filone di black humor scandinavo) e chi più ne ha più ne metta.</p>



<p>Ma allora come mantenere e la carica eversiva di un messaggio e la possibilità della sua diffusione? Ci limitiamo a riportare le parole di Mario Perniola nel suo ultimo-primo libro, <em>Regola il tuo passo su quello delle tempeste</em>:</p>



<p>&#8220;La scrittura e la stampa sono state le armi di battaglia della borghesia nella sua lotta contro l’<em>ancien</em> <em>régime </em>e non possono essere adoperate impunemente per altre battaglie. Ogni tentativo di rivolgerle <em>ingenuamente </em>contro il potere borghese è destinato a fallire. <strong>Lo scritto rivoluzionario oscilla tra l’impotenza e il successo editoriale; la sua diffusione non è per nulla garanzia di efficacia, ma paradossalmente la migliore repressione, lo svilimento, l’eliminazione di ogni pericolosità</strong>. Il <em>medium </em>di cui si vale, la forma merce che riveste, il prestigio sociale dello scrittore come «uomo positivo», prevalgono sul suo contenuto che diventa un mero pretesto, un fattore di moda culturale e di competizione mondana. <strong>Il ruolo di rivoluzionario libresco e la carriera di impiegato statale non sono per nulla inconciliabili, anzi vanno nello stesso senso</strong>.</p>



<p>La censura, l’intolleranza teorica, le persecuzioni «ideologiche» sono avanzi feudali che la borghesia ha ereditato dall’<em>ancien régime</em>: in piena età borghese a nessuno più importa di cosa il singolo scriva. Le fantasie sul carattere corruttore e maledetto dei libri sono un residuo del passato pre-borghese: non per nulla oggi sono coltivate soltanto dalle vecchie zie di provincia, dai magistrati nevrotici e dai surrealisti. <strong>Massima tolleranza vuol dire massima indifferenza e massima sicurezza</strong>.</p>



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<p>Che cosa resta al rivoluzionario antiborghese, stretto tra l’inesistenza dell’insurrezione e l’impotenza della scrittura, del cinema e degli altri media tradizionali? <strong>Non gli resta che il<em> détournement</em>, ossia l’uso rovesciato e stravolto dei media, delle forme, delle istituzioni irrimediabilmente compromessi</strong>: «le due leggi fondamentali del <em>détournement </em>– scrive Debord – sono la perdita di importanza, che va fino alla perdita del suo senso primitivo, di ogni singolo elemento <em>détourné</em>; e nello stesso tempo, <strong>l’organizzazione di un altro insieme significante</strong> che conferisce ad ogni elemento la sua nuova portata». Se per la cultura borghese la storia si svolge secondo una legge di cronico ritardo per cui il contenuto apparente di un <em>medium </em>è il <em>medium </em>precedente, per il rivoluzionario è vero il contrario: <strong>egli agisce in una situazione di anticipo, per cui il contenuto della sua opera appartiene al futuro e porta in sé la critica della propria formulazione e del <em>medium</em> a cui si affida.</strong> Mentre la mediazione borghese è vittima inconsapevole del ritardo, la mediazione rivoluzionaria si fonda sulla più lucida coscienza dell’anticipo e non può mai prescindere da essa, pena il decadere nell’apologia dell’esistente.</p>



<p>La considerazione rivoluzionaria del <em>medium </em>in se stesso non lo eternizza affatto, ma anzi lo<em> </em>storicizza, storicizzando nel contempo se stessa,<em> </em>senza perciò restare paralizzata dal dato di fatto.<em> </em>Tuttavia il <em>détournement </em>non è una soluzione<em> </em>stabile e definitiva; è uno sforzo continuo, una<em> </em>tensione, una lotta destinata a protrarsi indefinitamente;<em> </em><strong>è il movimento stesso della creazione</strong><strong><em> </em></strong><strong>che non può mai offrire il prodotto all’altrui contemplazione</strong><strong><em> </em></strong><strong>passiva, ma deve sempre ritornare</strong><strong><em> </em></strong><strong>su di esso, sui significati, sulle interpretazioni,</strong><strong><em> </em></strong><strong>sui fraintendimenti che esso genera per evitare</strong><strong><em> </em></strong><strong>che la società borghese lo recuperi e ne stravolga</strong><strong><em> </em></strong><strong>il senso a proprio vantaggio</strong>. L’essenziale dell’opera<em> </em>si svolge così al di fuori dell’opera e la sua<em> </em>divulgazione è soltanto l’inizio del processo che<em> </em>la conduce alla sua <em>realizzazione pratica</em>.<em></em></p>
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		<title>La Rivoluzione è un passatempo da cadaveri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Jun 2024 09:58:48 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Propaganda]]></category>
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		<category><![CDATA[Situazionismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'amore per la morte accomuna il potere capitalista e la sua opposizione politica, il riformismo, la critica, le varie forma di compromesso che lottano coscientemente la proletarizzazione, proletarizzandosi inconsciamente. La vita non ha bisogno di ragioni, non è uno scopo, non ha dei pro e dei contro. Essa è la gratuita esplosione della gioia e del godimento, un mondo puramente in divenire.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/la-rivoluzione-e-un-passatempo-da-cadaveri/">La Rivoluzione è un passatempo da cadaveri</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Al centro dei piaceri mercantili non c’è che l’impossibilità di godere. Con la coscienza della sua crescente astenia, la vita contempla la storia del suo disseccamento e si scopre all’incrocio di una scelta immediata: <strong>o la consolazione della morte, o il rovesciamento globale del mondo alla rovescia</strong>. E’ finito il tempo di quando la consolazione sosteneva l’illusione del mondo, quando la corsa allo sterminio si dava l’alibi del bene pubblico e della felicità.</p>



<p>Quando considero con quale perseveranza la razza umana ha messo in opera per annientarsi così notevoli mezzi, come le guerre, la schiavitù, la tortura, il disprezzo, i massacri, le epidemie, i soldi, il potere, il lavoro, <strong>quello che non è ancora morto oggi mi appare come il fremito dell’irriducibile</strong>. <strong>Su quest’ultimo sprazzo di vita, che niente più riesce a dissimulare e che tutto può estinguere, voglio fondare una società radicalmente nuova</strong>. Non c’è mistica della vita, non c’è mistica che in sua assenza. Non ci sono ragioni per la vita, ma solo la ragione dell’imperialismo mercantile che la circonda e che ne precisa a ogni incontro il carattere irriducibile. La parola «vita» perde in effetti, la sua ambiguità quando traspare la struttura mercantile dei presunti rapporti umani. La sua realtà non si accorda con questi amori, dai quali acquistate la libertà al dettaglio, e che vanno in fabbrica come andavano ieri al bordello, al peccato, al convento, alla famiglia. Essa non si nutre di questi desideri che il rilancio concorrenziale rode fino all’osso della produttività e del rendimento. Non si lascia ridurre a non so quale spasmo della vagina, del fallo, dell’ano, dello stomaco, della cervice o della clitoride. Non ha niente a che vedere con una economia sessuale, gastronomica, politica, sociale, intellettuale, linguistica o rivoluzionaria, perché essa sfugge a ogni regola di produzione. <strong>Non rimpiazza i vecchi divieti con la necessità di trasgredirli.</strong> <strong>Non ha scopo, né finalità. Essa è ciò che sfugge all’economia e la distrugge della sua gratuità</strong>. Con la sua intrusione nella storia, con lo scaturire alla confluenza di una società moribonda e di una autonomia nascente negli individui, la vita è nella sua stessa estraneità, una realtà nuova. Che importa se la sua scoperta la espone alla fragilità, ai vagabondaggi della coscienza individuale, alla scelta lacerata dalle confusioni delle sue apatie e dei suoi rifiuti.<strong> I brancolamenti dell’emancipazione portano in sé meraviglie che la civiltà mercantile non ha mai sognato fra terra e cielo</strong>.</p>



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<p><strong>I pensieri di morte sono i pensieri del mondo dominante.</strong> Più la vita deperisce e più il mercato, puntando sulla penuria dei godimenti, moltiplica l’offerta <strong>dei piaceri della sopravvivenza</strong>, la cui vendita e acquisto si rovesciano subito in costrizione e lavoro. E neanche il loro rifiuto fa a meno di rientrare di rientrare nella bilancia dei pagamenti. Con quale faccia denunciate la classe burocratico-borghese, i mangiatori di carogne della conquista mercantile, l’apparato funebre di una società che si distrugge nella corsa al profitto e al potere! <strong>Riconoscete almeno, a questi signori, la sincerità del loro deperimento</strong>. Essi si eccitano al prezzo delle cose, accettano la loro miseria come una fatalità del denaro, <strong>rivendicano la loro bassezza, il loro odio per quello che vive, la loro giustizia, la loro polizia, la loro libertà di uccidere, la loro civilizzazione. </strong><br><br><strong>Ma voi che vi pensate del campo opposto, voi che puntate sulla sconfitta della merce, sulla fine dello Stato, sull’avvento di una società senza classi, voi che intonate, fra un boccone e l’altro, i canti di vendetta nei quali si sente già il rumore degli stivali, in cosa sareste diversi dai vostri nemici, in cosa fareste sentire meno il puzzo della morte? </strong>Non raccontatemi che state esultando in anticipo degli ultimi giorni del vecchio mondo. Attendere con pazienza o con impazienza l’ultimo sussulto di una società che ci ghermisce e ci trascina nel turbine della sua agonia,<strong> è un passatempo da cadaveri</strong>. Vi siete tanto promessi la festa di cui morite dalla voglia, che non vi resta che la voglia di morire. Passate a profetizzare l’apocalisse nello stesso tempo che un burocrate impiega a programmare le sue future promozioni. Come lui,<strong> il mercato della noia è riuscito a interessarvi</strong>. Disprezzatori e laudatori del vecchio mondo, le vostre parole variano, ma l’aria resta la stessa. <strong>Le vostre chiese politiche, le vostre riunioni di famiglia, i vostri tavoli d’osteria, risuonano di un unico coro, eroico e imbecille, l’inno dei suicidi. </strong></p>



<p><strong>Il campo della rivoluzione ufficiale è la corte dei miracoli della burocrazia</strong>. I Teologi della Grande Sera vi separano sottilmente il territorio degli angeli e dei demoni, gli sciancati dell’insurrezione a venire sciolgono la matassa delle linee da seguire, i puritani finalmente decisi ad approfittare della vita, poiché non ci sono che i piaceri che costano, si frequentano con i procuratori inchinandosi alle virtù della trasgressione, predicando i doveri del rifiuto, <strong>assegnando etichette di radicalità e denunciando la miseria dell’ambiente</strong>. Ai giudici replicano gli avvocati del quotidiano e, il disprezzo si aggiunge al disprezzo, mentre <strong>sale da queste comuni assemblee un odore che assomiglia a quello dei comitati centrali, degli stati maggiori e dei servizi di polizia.</strong> <strong>Da qui escono i rassegnati gloriosi della miseria e i falliti dell’alba terrorista</strong>. Perché il colpo di dadi col quale si rischia la pelle pagandosi quella di un magistrato o di qualche altro che dà fastidio <strong>non è che il segno premonitore della grande svalutazione finale quando la morte sarà per niente.</strong> La più miserabile delle sopravvivenze trae dalla falsa gratuità del niente e dal suo semplice spettacolo un aumento inatteso del suo prezzo. Tutte le morti sono pagate in anticipo al tasso di usura.</p>



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<p><strong>Nessuno rovescerà il mondo alla rovescia con la parte d’inversione che si porta dentro.</strong> Abbiamo troppo combattuto l’economia con un <strong>comportamento economicista</strong> dove il rifiuto ci serviva da alibi. <strong>Non si lotta coscientemente la proletarizzazione, proletarizzandosi inconsciamente</strong>. I progressi dell’intellettualità, inerenti all’avanzata della merce, impegnano volentieri ciascuno a proiettare sulla critica del vecchio mondo la lucidità che egli<strong> trascura di applicare al proprio destino individuale.</strong> Tale è l’ironia del mondo alla rovescia che i migliori cani da guardia della teoria rivoluzionaria diventano, senza cessare di abbaiare sullo stesso tono,<strong> i migliori cani da guardia del Potere</strong>. Siamo vissuti nel divenire della merce, in una  dialettica della morte che non è altro che la storia dell’economia che si nutre di materia umana, la storia di un impero che cresce e deperisce simultaneamente, nella misura in cui gli uomini che ne producono e ne subiscono il potere si riducono poco a poco a puro valore di scambio. </p>



<p></p>



<p>Eccoci, allo stadio del suo estremo e ultimo sviluppo, prendere posto sui gradini per assistere alla sua fine, ma condannati a morire con esso, perlomeno se restiamo intrappolati dal riflesso mercantile, se lasciamo scappare la possibilità, oggi evidente, di fondare una dialettica della vita, una evoluzione dove l’umano sfugge totalmente all’economia.<strong> La morte tira così di netto le linee di prospettiva del potere che il sentimento di una prospettiva radicalmente altra comincia ad appassionare chiunque non abbia rinunciato a vivere.</strong> Essa parte da individui particolari, dalla irriducibile soggettività, da questo vissuto sul quale s’infrangono l’incitamento al lavoro e alla sottomissione. Da queste fisse e ridicole pedine che noi siamo in punti diversi sulla scacchiera del potere e del profitto, la vita emerge a colpi. Qui si radica il rovesciamento del mondo all’incontrario: <strong>la creazione di una società fondata sul godimento individuale e la distruzione di ciò che lo impedisce</strong>. Qui si abbozza il regno della gratuità con l’annientamento della merce, nel nostro presente immediato. Esso non appartiene alle fantasie della creatura oppressa. Non annuncia nessuna età dell’oro, né alcun paradiso perduto. E’ un mondo in divenire, dove ogni elemento è presto o tardi il suo contrario, muore e rinasce. <strong>Ma questo divenire non vuole avere niente in comune con la civiltà della merce</strong>. Che una volta per tutte sia chiaro come gli esseri e le cose non si trasformano, allo stesso modo, in una società che riduce la vita a una produzione di cose morte, e in una società dove la storia è l’emanazione della volontà di vivere individuale.</p>



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