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	<title>Trump Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Tucker Carlson doveva fare Hip Hop</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 May 2026 09:19:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tucker Carlson sarebbe stato un grande rapper. Sarebbe stato difficile non rispettarlo perché avrebbe goduto della cosiddetta street credibility. Non in senso stretto ovvio, ma anche quando si addentrava in battaglie che da una parte facevano storcere il naso ai dem e dall’altra facevano incetta dei rutti di consenso dei vari Jim, non si è mai venduto, nemmeno quando l’industria gliene ha dato i mezzi.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>L’ex anchorman di Fox News è in totale rottura con l’amministrazione Trump. I recenti asservimenti del Presidente nei confronti della politica estera israeliana non sono piaciuti a una fetta molto pesante del suo elettorato che comprende sia quelli a cui gli ebrei per qualche motivo non piacciono proprio, sia quelli che convinti che gli attuali interessi americani possano prescindere da quelli di Israele. Tucker Carlson è il portavoce e porta-pensiero di questa delusa frazione di MAGA, quella della classe media un tempo impiegata a frotte nelle fabbriche del Midwest o nelle imprese agricole del Sud, che si aspettava dall’amministrazione repubblicana sicuramente un’azione decisa da piedi sul tavolo che restituisse agli USA il prestigio e la trazione che gli spetterebbero, ma non che usasse davvero gli strumenti che resero grande l’America la prima volta: il genocidio, il petrolio e una propaganda tanto stratificata quanto martellante.</p>



<p>Carlson era a tutti gli effetti l’incarnazione del trumpismo, al punto da venir indicato come valido successore del Tycoon da David Duke, nientepopodimeno che l’ex gran maestro del Ku Klux Klan. Numerose le accuse di razzismo, misoginia e sessismo nel corso della sua carriera, tutte mostrate ai suoi seguaci come medaglie al valore o come ferite di guerra. Carlson era talmente Americano con la ‘A’ maiuscola che nel 2024 Putin scelse proprio lui come unico giornalista occidentale degno di intervistarlo dopo l’inizio dell’operazione speciale in Ucraina del 2022. Il portavoce del Cremlino Dimitrij Peskov disse che Tucker Carlson, a differenza della maggior parte dei suoi colleghi occidentali, non era da considerare né un filorusso né un filo ucraino, ma solamente un genuino conservatore americano, molto intelligente, ma altrettanto realista e perciò privo di interessi minacciosi per l’immagine di Putin. Quest’intervista ha impostato per un po’ di tempo la linea di pensiero MAGA sulla questione russa, Carlson in 2 ore di video mostra l’inaccessibile Zar in tutto il suo freddo splendore da imperatore orientale e lo candida di fronte all’opinione pubblica come un valido alleato di Trump contro la diffusione della cabala democratica.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="Interview to Tucker Carlson" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/hYfByTcY49k?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p>Rispetto ai repubblicani della campagna, i galli del mondo MAGA delle città, con la loro retorica a <em>La vita secondo Jim</em>, sono quelli che più hanno l’ambizione di impersonarsi in Carlson. Ne assumono la postura integra e affidabile e conducono la propria vita come se con il volgere delle generazioni avessero somatizzato le nefandezze colonialiste commesse dai padri fondatori, ma invece che ripudiarle, finanche all’auto-razzismo, preferiscono conservarle gelosamente in un angolo della propria personalità e giustificarle all’occasione richiamando tempi più difficili, o a volte Darwin. Grazie a questo asset genetico sono pervasi continuamente da quello stesso senso di magnanimità che ti accompagna quando ti trovi in un negozio che eri solito derubare da bambino. Ora che sei diventato grande, accetti di buon grado di rispettare i costumi, e paghi per i tuoi acquisti; ma è proprio in quel momento che ti sembra di emanare un calore particolare dovuto al controllo di quel talento che ti consentirebbe, in caso di reale bisogno, anche di tornare il ladro che eri e che in fondo non hai mai smesso di essere. Allo stesso modo il repubblicano da cappello rosso e gilet di jeans sente che il suo DNA-USA non lo tradirà di certo quando una minaccia esistenziale si farà viva.</p>



<p>Oggi allora salta fuori l’ipocrisia (o la sacrosanta ignoranza) dei MAGA che quando le difficoltà arrivano in pompa magna per risvegliare gli spiriti assopiti del popolo americano, ecco che tentennano. Se il loro americanismo latente con cui tanto si pavoneggiano fosse stato autentico, avrebbero immediatamente smesso di andare a pagare in cassa, ignorando spudoratamente qualsiasi politica moralista che finora, in tempi di pace, avevano sempre liquidato con il populismo, oppure esibendo lo stesso sorriso scocciato e autocompiacente che si rivolge al figliolo che si fa i capelli ossigenati. Ad oggi l’America è al tramonto, il dollaro è carta straccia e la povertà è ovunque: se non ora, quando? Me li sarei aspettati in prima linea, finalmente pronti per difendersi attivamente contro i virus orientali che subdolamente stavano contagiando quei mercati che loro avevano già contagiato per primi, pagando per altro un altissimo prezzo di sangue della migliore qualità. Insomma, credevo davvero che sarebbero stati felici di interrompere finalmente il giochino del diritto internazionale perché era giunto il momento per i grandi di mettere a posto il tavolo.</p>



<p>E invece eccoli pavidi, tremanti a denunciare violenze, bugie e tradimenti del proprio presidente. Si capisce quindi che Tucker Carlson sarebbe stato un grande rapper. Sarebbe stato difficile non rispettarlo perché avrebbe goduto della cosiddetta street credibility. Non in senso stretto ovvio, ma anche quando si addentrava in battaglie che da una parte facevano storcere il naso ai dem e dall’altra facevano incetta dei rutti di consenso dei vari Jim, non si è mai venduto, nemmeno quando l’industria gliene ha dato i mezzi. Nel 2020 usò i palchi della Fox per aizzare le folle contro i presunti brogli elettorali escogitati dal deepstate per favorire Biden e ora usa la sua influenza per denunciare anche chi, come Donald Trump e tutto il mondo America First, ha contribuito in maniera decisiva a dedicargli quella posizione così risonante, mantenendo negli occhi quello stesso luccichio di sempre. La sua libera parola non risparmia nessuno e non appartiene a nessuno se non a sé stesso e alla sua comunità; questo i fan del rap lo capiscono, lo rispettano e poi però si fermano lì. I fan di Tucker Carlson invece non sono così. 2 ore di episodio podcast, tenuti con quella faccia allo stesso tempo allarmata e dignitosa, stampata su quel massiccio cranio da chad caucasico, non sono come un album rap, perché i suoi ascoltatori modulano apertamente la propria forma mentis in base alla sua. Forse è per questo che oggi sembra che sia finito nelle liste nere della CIA, in quanto avrebbe avuto contatti con il regime Islamico di Teheran prima dell’inizio dei bombardamenti; nel frattempo lui ospita Joe Kent, l’ex direttore del National Counterterrorism Center dimessosi in seguito all’inizio degli attacchi accusando Israele di aver costretto Trump al conflitto.</p>



<p>Se tutte queste cose da&nbsp;<em>late noticer</em>&nbsp;le avesse dette in un disco, magari chiamato “CARLSON”, magari decorandolo con orpelli di stampo cattolico come va di moda ora, forse nel peggiore dei casi sarebbe sparito dalle radio mentre nel migliore dei casi sarebbe stato usato come collettore di voti in vista delle imminenti elezioni del prossimo neonazista di facciata. Invece, vista la sua efficacia dialettica, la paura che aleggia in America è quella di un nuovo caso Kirk, che possa restituire ai consumatori più distratti la figurina ricordo di Carlson nella sua forma miope e innocua di MAGA, che tanto rassicura gli zotici e poco stuzzica Israele. Ma resisti Tucker, finché non c’è il meme, forse c’è speranza.</p>



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		<title>Se questo è un monumento&#8230;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 May 2025 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cancer culture]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura Assoluta]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La scultura di Price, precipitata in Piazza della Signoria a Firenze, smaschera involontariamente alcune contraddizioni tipiche del progressismo che vorrebbe invece catalizzare.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Trump, sull’arte, ha ragione: <strong>lo stato dovrebbe garantire, nelle proprie città e in certi musei, un’arte di sana propaganda nazionalista (possibilmente non tendenziosa) storica e educativa</strong>. Come si è espresso l’aranciato presidente sulla questione? Attraverso due ordini esecutivi: il primo del 20 Gennaio scorso, giorno del suo insediamento e relativo all’architettura ufficiale, che dovrà tornare ad adeguarsi allo stile palladiano tipico delle origini istituzionali degli Stati Uniti; il secondo, poco modestamente chiamato “Restoring truth and sanity to american history”, è del 27 Marzo, ed è mirato a restaurare quanto creduto smantellato nei quattro anni di amministrazione precedenti.<sup data-fn="6041954d-095d-44cb-b0ac-04ca37528ba2" class="fn"><a id="6041954d-095d-44cb-b0ac-04ca37528ba2-link" href="#6041954d-095d-44cb-b0ac-04ca37528ba2">1</a></sup></p>



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<p><br>Non illudiamoci che Trump o Vance abbiano alcuna idea concreta su come alimentare un nuovo classicismo statunitense. Questi ordini <em>non</em> contribuiranno a soddisfare alcuna esigenza nel merito, <strong>in quanto redatti come risposta demagogica all’ideologia <em>woke </em>la quale, assumendo un ruolo di notevole peso nei discorsi del <em>mainstream</em> statunitense – e di conseguenza anche europeo – è diventata piuttosto invisa agli occidentali che, fra entrambi i continenti, non hanno mancato di punire il progressismo attraverso vari risultati elettorali</strong>. La questione apparentemente superficiale dell’arte pubblica è in realtà nevralgica per definire certi perché di questa sinistra debacle: in essa si consolidano potenti moti di identificazione sociale, mentre la sua rimozione, pratica catartica, è controproducente per la promulgazione di messaggi rivendicativi.</p>



<p>Intuitivamente, è facile capire come il senso di appartenenza a un’idea di cultura si giochi innanzitutto sull’immaginario simbolico che, storicamente condiviso, trova nelle sue incarnazioni monumentali un importante veicolo discorsivo. La cittadinanza vi si affeziona, e la conservazione di opere che strutturano questo lessico di appartenenza corrisponde alla preservazione non solo dell’<em>urbe</em>, ma della stessa identità di cui sono simulacro; ogni deliberata offesa ai loro danni susciterà invece indignazione e disprezzo per le cause mandanti di simili gesti. L’attivismo, eleggendo a proprio cavallo di battaglia dialettico la critica sistematica alla storia delle nazioni (origini dell’attuale ingiustizia), alle classi etniche da esse premiate (l’uomo bianco), financo al binarismo sessuale, trova nell’iconoclastia dei simboli di succitati concetti (l’arte detta ‘classica’) una forma di espressione prediletta, non curandosi che le non poche persone che dovessero identificarsi in quelle forme non sosterrebbero mai una compagine politica che defraudasse il loro sentire. Dagli impeti neo-identitari di BLM al più recente ecologismo thunbergiano, il dileggio dell’arte è divenuto costume di una sinistra percepita come un cancro di inciviltà da estirpare, più che come modello da seguire. L’intenzione di Trump è in aperta opposizione a simili istanze, nonché coerente col tatticismo tipico delle destre occidentali che, per quanto possa non piacere,<strong> hanno saputo mantenere ferrea coerenza su dei temi chiave per fidelizzare uno zoccolo trasversale di elettorato, e la difesa (più declamata che realmente perseguita) per tradizioni storiche come il monumentalismo è sicuramente tra questi.</strong></p>



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<p><br>Nel frattempo, la sinistra continua stolidamente ad affidarsi a ideologie che giustificano concettualmente il sensazionalismo dell’iconoclastia, per cui la distruzione dell’opera (giustificata dalla sua svalutazione teorica) coincide al momento di passaggio verso un mondo più giusto, sgravato innanzitutto dai simboli di un vecchio potere oppressivo. L’ultima manifestazione di questa teleologia è precipitata sul suolo italiano, in piazza della Signoria a Firenze. Un luogo che, pur non avendo bisogno di altri monumenti, viene abitualmente convertito a scenografia per operazioni culturalmente dubbie, <strong>l’ultima delle quali è <em>Time Unfolding, </em>di Thomas J. Price, classe 1981</strong>: una scultura dorata di una donna alta 3 m, rappresentata mentre scrolla incurante lo smartphone dando le spalle a Palazzo Vecchio.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="755" height="500" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/WhatsApp-Image-2025-03-14-at-17.37.481-e1742816093949.jpeg" alt="" class="wp-image-2180" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/WhatsApp-Image-2025-03-14-at-17.37.481-e1742816093949.jpeg 755w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/WhatsApp-Image-2025-03-14-at-17.37.481-e1742816093949-300x199.jpeg 300w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/WhatsApp-Image-2025-03-14-at-17.37.481-e1742816093949-600x397.jpeg 600w" sizes="(max-width: 755px) 100vw, 755px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Time Unfolding</em></figcaption></figure>
</div>


<p>L’opera si pone in aperta contrapposizione alla statuaria antica che la circonda. L’assenza del piedistallo fisico, che fa poggiare la statua direttamente al suolo, non basta per annullare l’imponenza di quello morale sul quale si issano i curatori dell’operazione per spiegarci di aver effettuato l’ennesimo “[…] significativo confronto con i canoni e i modelli estetici che per secoli hanno contraddistinto la storia dell’arte occidentale e che fino ad oggi sono stati ritenuti intramontabili e non negoziabili con le altre culture”.<sup data-fn="b5885621-e97c-4ed7-b26e-4114073f62e9" class="fn"><a id="b5885621-e97c-4ed7-b26e-4114073f62e9-link" href="#b5885621-e97c-4ed7-b26e-4114073f62e9">2</a></sup> <strong>La pretesa di risultare nuovi e significativi è un’ovvia forzatura, dato che l’intera storia dell’arte del Novecento nacque dal deliberato intento di emanciparsi dalle responsabilità dell’arte antica, sfidando ciò che, specialmente nell’alveo della cultura angloamericana, era ritenuto vetusto cascame di antichi regimi autocratici, dai quali distanziarsi anche eticamente</strong>: l’anti-monumentalismo da cui proviene l’estetica di Price afferisce a questo pensare, già alimentato dalle tendenze iconoclaste tipiche del puritanesimo che ha colonizzato l’Atlantico. Simili pose intellettuali vengono, all’atto pratico, performate nelle degenerazioni più popolari dell’attivismo, che sfoga una frustrazione allucinata contro le rimanenze di “[…] quel mondo immaginario, dominato da figure mitologiche e personaggi appartenenti alla narrazione biblica, dispositivi simbolici e persuasivi che dovevano rappresentare e celebrare il potere […]”.<sup data-fn="8f1e5351-53c9-489b-9448-1efc1bc29f88" class="fn"><a id="8f1e5351-53c9-489b-9448-1efc1bc29f88-link" href="#8f1e5351-53c9-489b-9448-1efc1bc29f88">3</a></sup><br><br>La scultura di Price è però interessante, in quanto <strong>smaschera involontariamente l’entità di alcune contraddizioni tipiche del progressismo che vorrebbe invece catalizzare.</strong></p>



<p>Iconograficamente, quella che viene spacciata come simbolo di affermazione femminile, etnica eccetera “[…] non è una figura sintonizzata nel passato o con mondi soprannaturali, piuttosto è connessa con il presente”: è in effetti una giovane di colore completamente assorbita dal cellulare, incurante dell’ambiente che la circonda. Questa gestualità rende<strong> <em>Time Unfolding</em> una manifestazione dell’incapacità di uscire dalle retoriche virtuali da social che caratterizzano i movimenti per il clima e per l’emancipazione di donne e minoranze</strong>. Addestrati a generare sensazionalismo da ricondivisione, questi movimenti, pur di diffondere idee all’origine giuste, le distorcono ideologicamente per massimizzarne il profitto mediatico, prendendo parte ad un mercimonio dell’attenzione che poco (o forse molto?) ha a che vedere con la supposta giustizia di cui si fanno portatori.<sup data-fn="fb3fb937-bf72-4d6c-85bb-51d2963cd286" class="fn"><a id="fb3fb937-bf72-4d6c-85bb-51d2963cd286-link" href="#fb3fb937-bf72-4d6c-85bb-51d2963cd286">4</a></sup> Si parla di statue antiche come di dispositivi celebrativi, ma è il <em>device</em> lo strumento contemporaneo più potente nelle mani del capitalismo: trappola che ostruisce la visione del mondo circostante, intacca la natura stessa della nostra percezione concentrandola in uno schermo adimensionale, entro cui si dipana uno scorrimento che non lascia alcuna opinione <em>unchecked.</em> </p>



<p>L’ammontare di dati donati nell’ansia di esprimersi e &#8220;partecipare&#8221; sono il prezzo del moralismo. La ragazza è rappresentata al cellulare probabilmente perché immersa in una parasocialità foriera di antagonismo neo-tribale: uno stile di vita costantemente <em>engaged, </em>ormai noto per favorire l’insorgenza di patologie narcisiste descritte, oltre che da filosofi, da seri specialisti.<sup data-fn="bec1b83b-1837-4008-a820-ee6f72f2c627" class="fn"><a id="bec1b83b-1837-4008-a820-ee6f72f2c627-link" href="#bec1b83b-1837-4008-a820-ee6f72f2c627">5</a></sup> Eppure, i critici compiacenti elogiano questo suo essere contemporanea. <strong>È al cellulare, dicono: com’è attuale. Nel tentativo di effigiare l’agognata autonomia, Price è finito per rappresentare plasticamente la forma più contemporanea della schiavitù che assoggetta gli occidentali, quale che sia il colore della loro pelle</strong>. Ogni tentativo di riflessione è neutralizzato sul nascere se sostituito dell’esigenza di commentare, di apparire virtualmente, il dovere di mostrarsi giusti, di far vedere cosa (non) si pensa di argomenti che non ci competono. Queste inneggiate lotte per l’emancipazione sono tutte essenzialmente anticapitaliste, fino a che non si combattono sull’irrinunciabile smartphone: però è questo che significa essere connessi oggi, essere <em>presenti</em>.</p>



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<p>La ragazza, pur essendo una statua, è tutt’altro che presente. Ciò che le interessa è l’ansia di volersi mostrare dalla parte giusta della storia, quindi contro di essa. Poco importa se il suo sforzo sarà ricordato solo come l’ennesima, superflua onta ad un luogo, Firenze, costantemente stuprato <em>in primis</em> da coloro che dovrebbero custodirlo.<sup data-fn="b957f065-4bce-4410-8299-5c335f772212" class="fn"><a id="b957f065-4bce-4410-8299-5c335f772212-link" href="#b957f065-4bce-4410-8299-5c335f772212">6</a></sup> Non ci vuole un genio per capire che non sarà una statua, peraltro temporanea, a cambiare alcun problema endemico come il razzismo<strong>. L’arte contemporanea, se si interessasse realmente al pubblico, dovrebbe rinunciare a palesare l’adesione a cause che, sapendo di non poter risolvere, utilizza come mero orpello estetico</strong>: attivismo rettificato nel commercio, terzomondismo come specchietto per le allodole con cui si mascherano transazioni le quali, più che del contrasto dialettico con la storia del potere bianco, si curano di ingrossare i propri profitti esponendosi in <em>location</em> prestigiose – la critica alle opere del passato, utile solo a svilirne il valore, è comunque illuminata dalla loro luce riflessa. Il popolo, non essendo stupido come piace credere, è stanco di farsi indottrinare, e capisce quando viene preso per i fondelli, comportandosi di conseguenza: ignorando, o perculando a sua volta.<sup data-fn="74b10ec7-d12f-47b3-b101-87ce9c96c2d8" class="fn"><a id="74b10ec7-d12f-47b3-b101-87ce9c96c2d8-link" href="#74b10ec7-d12f-47b3-b101-87ce9c96c2d8">7</a></sup><br><br></p>



<p>La politica è lingua, e ci si capisce se si parla la stessa. Le dottrine anti-monumentaliste risultano fallimentari e obsolete in quanto viste per ciò che sono: stupide e ipocrite.<strong> Di converso, gli ordini esecutivi di Trump serbano, paradossalmente, una peculiare costruttività</strong>. Sebbene siano un’indicazione di restaurazione retrograda, la riesumazione di uno stile formale coerente con criteri pre-avanguardisti potrebbe aprire uno spiraglio di rinascita per le capacità comunicative su larga scala dell’arte: un ritorno al monumentalismo di Stato sarebbe l’unica strada percorribile per garantire quella rappresentazione pubblica a coloro che se la sono vista negare dalla storia. L’unico modo per pareggiare i conti sul piano dell’immaginario collettivo è costruendo nuove opere fisse, stilisticamente equivalenti e in sinergia a quelle di un passato che, volenti o nolenti, ci definisce. L’enclave del contemporaneismo è immobilizzata in una sorta di sindrome di Stoccolma: per loro, l’arte e le tradizioni antiche sono finite, e bisogna rapportarcisi in modo necessariamente oppositivo. </p>



<p>Leggere articoli come quello di critica all’artista Jago, a firma di Helga Marsala, pubblicato su Artribune,<sup data-fn="ecf8819c-5b92-4d84-b5e1-e62babda7622" class="fn"><a href="#ecf8819c-5b92-4d84-b5e1-e62babda7622" id="ecf8819c-5b92-4d84-b5e1-e62babda7622-link">8</a></sup> è rivelatorio. In esso, l’autrice non mancando di apprezzare l’<em>operation</em> Price, non si spiega il motivo del successo dello scultore partenopeo: anzi, se ne duole lamentando la stereotipia dei gusti del pubblico. <strong>Ma è ovvio come la narrazione dell’artigianalità di un moderno Pigmalione, combinata con un continuo riferimento a una tradizione quantomeno rispettata, producano una forma di arte capace di interessare un vasto pubblico, che si riconosce in quella banalità</strong>. Se una forma di comunicazione si diffonde significa che funziona, e questo è un pregio che, da quasi un secolo oramai, all’arte ‘di sistema’ (per una precisa scelta di campo) non interessa più. Che l’equazione sia veramente troppo difficile? Forse sì. Per Marsala non è il sistema dell’arte ufficiale ad essere avulso, moralmente ipocrita e irrimediabilmente colluso a dinamiche che del pubblico se ne fregano: è Jago l’imbonitore, è lui che risulta fuori tempo rispetto alle “[…] radicali trasformazioni del gusto, dei significati, dei modi e dei linguaggi dell’arte […]”, così radicali da risultare ignorate, e pertanto completamente irrilevanti ai fini del discorso condiviso. Certi stupori, ormai, lasciano il tempo che trovano.<sup data-fn="d26d6ceb-e712-4ec5-9c65-b97768cd8be7" class="fn"><a id="d26d6ceb-e712-4ec5-9c65-b97768cd8be7-link" href="#d26d6ceb-e712-4ec5-9c65-b97768cd8be7">9</a></sup></p>



<p><br>Jago, in un certo senso, è un esempio embrionale di ciò che si potrebbe ottenere se si creasse un movimento che pretenda e realizzi della nuova arte monumentale secondo i modi del vituperato classicismo, rispondente al bisogno di riconoscimento che l’abitudine storica (e dunque collettiva) impone. Il valore dei monumenti si cela nella piena vista della loro tridimensionalità, nel chiaroscuro che garantisce una complessità di approccio mai univoco, ma sempre in evoluzione al mutare dei tempi che corrono: paradossalmente, il fianco che i monumenti offrono ai detrattori che li criticano e vandalizzano è comprova della loro rilevanza. <strong>Ma affinché questa polivocità si realizzi occorre che il monumento esista, e delegittimarne il valore, relegandolo al passato da cui proviene, concorre alla sua rimozione in favore di estetiche mobili, transeunti, svendibili. Ciò che vediamo è infatti un triste <em>virtue signaling </em>istituzionale<em>,</em> utile per mettersi la coscienza nominalmente a posto, salvo poi lasciare che tutto vada come al solito. <em>Time Unfolding, </em>arte come un meme: temporanea, eterodiretta, inutile; lo stadio più elementare, becero e volatile della costruzione dei significati collettivi, di cui il monumento è la forma più avanzata, matura e democratica che ci sia.</strong></p>



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<p>Nuove siffatte opere costringerebbero la società a guardare in faccia alla propria storia con cognizione, senza la retorica di facili slogan o insabbiamenti. A Milano, in piazzale Loreto (snodo che sarà, tra l’altro, presto riqualificato) un complesso monumentale dedicato a quell’atto così sterilmente evocato in battutine crudeli, lo scenografico linciaggio del Duce, contribuirebbe per esempio a esorcizzare l’Italia da un fascismo spettrale mai del tutto estirpato. Di tanto in tanto qualcuno installa lì un fantoccio, sentendosi sovversivo: sintomo di un vuoto colmato dalla creazione voodoo di un nemico inesistente, anche perché immateriale. Qui cascherebbe anche l’argomento pro-monumenti che le destre impugnano per opporsi ai sinistri: alla fine, a nessuno, al di là della retorica, importa dell’arte pubblica. Quante altre statue di eventi e personaggi storici (specialmente femminili) mancano, che non vengono chieste a gran voce? Abbiamo bisogno di ricordare visivamente e tattilmente ciò che siamo stati, liberandoci dell’inutile dialettica di contrapposizione tra bene – il futuro – e male – la storia, che può essere rappresentata con decenza anche nelle sue espressioni più gravi e problematiche. <strong>Per questo ogni ritorno all’ordine, per quanto paventato da politici discutibili, potrebbe favorire la probabilità che vengano eretti buoni monumenti, possibilmente patteggiando un nuovo compromesso per l’espressione pubblica: in città la storia, e l’obiettività di una figurazione senza dietrologie; nel privato di gallerie, fondazioni e musei, la sperimentazione speculativa, e i laboratori creativi</strong>.</p>



<p><br>Gli artisti ci sono. Giuseppe Bergomi, un grande scultore, realizza per Milano il ritratto di Caterina Trivulzio di Belgioioso, sito nell&#8217;omonima piazza: un buon esempio di dignità nel desolante panorama del monumentalismo contemporaneo. Guardando quest’opera, così come la produzione di numerosi artisti<sup data-fn="6ba44078-42e4-4c84-8df7-74088b5e88e1" class="fn"><a id="6ba44078-42e4-4c84-8df7-74088b5e88e1-link" href="#6ba44078-42e4-4c84-8df7-74088b5e88e1">10</a></sup> affini al sempre attuale antico, viene da chiedersi <strong>perché si continuino a imporre nel pubblico (e al pubblico) le ipocrisie promosse da curatori narcisi, per mano di artisti privi di coscienza:</strong> non certo per educare persone il cui linguaggio, unica via per entrarci in comunicazione, viene sistematicamente rigettato, quando non addirittura apertamente sfottuto.</p>



<p>p.s.<br><br>È opportuno notare come l’opera di un artista appaia diversamente in base al contesto entro cui viene calata: in effetti, il luogo di destinazione dovrebbe concorrere a determinare l’opera prima che avvenga il contrario, specialmente se parliamo di monumenti, che sono sempre stati <em>site specific</em> ben prima dell’esordio della locuzione anglofona. Tornando a noi, il 6 Maggio un’altra scultura di Price è stata installata in Times Square, a NY. Dalle foto si evince come, contrariamente all’esperimento fiorentino, il lavoro lì non risulti così tanto sgradevole o retorico. È tuttalpiù anonimo, essendo la gigantografia di una persona come se ne potrebbero vedere passare a centinaia per detta piazza ogni giorno: in qualche maniera, è più coerente con l’illusione del sogno americano, oggi indirizzato alla promozione della mediocrità affogata nella soverchiante luminescenza dei <em>billboard</em> pubblicitari, reale prototipo del monumentalismo made in US.</p>



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<ol class="wp-block-footnotes"><li id="6041954d-095d-44cb-b0ac-04ca37528ba2">L’ordine del 27 Marzo – <a href="https://www.whitehouse.gov/presidential-actions/2025/03/restoring-truth-and-sanity-to-american-history/">https://www.whitehouse.gov/presidential-actions/2025/03/restoring-truth-and-sanity-to-american-history/</a> – riguarda la restituzione dei monumenti (statue di generali sudisti, di Cristoforo Colombo e altre opere danneggiate e/o censurate) colpiti dalle ingerenze del movimento Black Lives Matter, e promulgherebbe un più stretto controllo sulle operazioni della Smithsonian Institution: il governo Biden, mai distanziatosi da certe posizioni, ha reso disponibili le sue sedi museali istituzionali per promuovere un multiculturalismo in teoria condivisibile, ma essenzialmente basato sui problematici criteri di cui si parlerà nell’articolo. Già si inneggia al revisionismo: <a href="https://www.ilgiornaledellarte.com/Articolo/La-lotta-di-Trump-allideologia-impropria-inizia-alla-Smithsonian-">https://www.ilgiornaledellarte.com/Articolo/La-lotta-di-Trump-allideologia-impropria-inizia-alla-Smithsonian-</a><br>Il patriottismo ‘non-divisivo’ di Trump potrebbe sicuramente corrispondere ad un’apologia di valori fortunatamente decaduti, ad un revisionismo volto a minimizzare l’importanza delle lotte per l’uguaglianza e così via, ma c’è da sottolineare una cosa: lo Smithsonian è noto per incorporare i pochissimi musei integralmente pubblici su tutto il suolo statunitense. Il resto degli altri, notoriamente privati non-profit, continueranno a fare quel che vogliono. Come al solito, si piangono le sorti della democrazia solo quando sono democraticamente eletti i capi nei quali non ci si rispecchia.<br> <a href="#6041954d-095d-44cb-b0ac-04ca37528ba2-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 1">↩︎</a></li><li id="b5885621-e97c-4ed7-b26e-4114073f62e9"><a href="https://www.museonovecento.it/thomas-j-price-in-florence-piazza-della-signoria/">https://www.museonovecento.it/thomas-j-price-in-florence-piazza-della-signoria/</a> <a href="#b5885621-e97c-4ed7-b26e-4114073f62e9-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 2">↩︎</a></li><li id="8f1e5351-53c9-489b-9448-1efc1bc29f88">Il già citato caos ideologico sui monumenti sollevato dal movimento BLM è replicato periodicamente: nell’ingenuità delle schizzate di vernice che gli attivisti di Ultima Generazione gettano sulle opere d’arte, e poco tempo fa, coi cortei LGBTQ+ che a Roma imbrattano la statua di Minerva (la più celebre tra le divinità femminili, un archetipo di indipendenza a cui l’odierno femminismo dovrebbe casomai ispirarsi) di Arturo Martini davanti alla Sapienza. <a href="#8f1e5351-53c9-489b-9448-1efc1bc29f88-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 3">↩︎</a></li><li id="fb3fb937-bf72-4d6c-85bb-51d2963cd286">Prive di attinenza ai dati reali, deformati per giustificare una retorica comunque catastrofista, le dinamiche imbastite da questi gruppi si limitano a sollecitare meccanismi di indignazione interni ai social, che aizzano continui attriti tra schieramenti che si contrappongono in un’arena virtuale fatta di commenti e <em>reaction</em> al vetriolo. Il tempo necessario per moltiplicare visualizzazioni e i soldi di chi orchestra il circo, e gli scontri si esauriscono nell’incapacità di prodursi in azioni realmente pragmatiche, se escludiamo la progettazione della successiva, inefficiente istanza del detto ‘purché se ne parli’. <a href="#fb3fb937-bf72-4d6c-85bb-51d2963cd286-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 4">↩︎</a></li><li id="bec1b83b-1837-4008-a820-ee6f72f2c627">A questo proposito: la nutrita (ma accessibile) produzione del filosofo Byung-Chul Han, tra cui <em>Psicopolitica. Il neoliberismo e le nuove tecniche di potere</em> (2014) e <em>La Scomparsa dei Riti</em> (2019). <em>L’era della Dopamina</em> (2022) di A. Lembke è un libro seminale per capire le dipendenze contemporanee, compresa quella da social. <a href="#bec1b83b-1837-4008-a820-ee6f72f2c627-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 5">↩︎</a></li><li id="b957f065-4bce-4410-8299-5c335f772212">D’altronde non si spendono mai parole al miele per le precedenti infiltrazioni di arte contemporanea in città – alcuni in ordine sparso: Fisher, Koons, Vezzoli – la cui unica costante è sempre stata la messa in ridicolo dell’antico prestigio del quale, però, ci si serve strumentalmente. <a href="#b957f065-4bce-4410-8299-5c335f772212-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 6">↩︎</a></li><li id="74b10ec7-d12f-47b3-b101-87ce9c96c2d8">Delle banane sono state appese alla statua, gesto puntualmente condannato qui dal Risaliti: <a href="https://www.ilgiornaledellarte.com/Articolo/Banane-in-Piazza-della-Signoria-qualcosa-di-osceno-e-violento-che-si-chiama-razzismo">https://www.ilgiornaledellarte.com/Articolo/Banane-in-Piazza-della-Signoria-qualcosa-di-osceno-e-violento-che-si-chiama-razzismo</a>: “È la punta di un iceberg che schizza fuori da una putrida melma culturale e sociale. È purtroppo un gesto che significa quello che è drammaticamente: qualcosa di osceno e violento che si chiama razzismo, frutto dell’ignoranza bestiale. Non si pensi che non sapessero quale limite stessero superando, sapevano bene che significato assumevano quelle banane sul corpo di una ragazza nera. Appendere banane alla scultura di Thomas J Price ci dice quanto ci sia ancora bisogno di combattere il razzismo e la discriminazione in tutte le sue forme.” Cosa che, immagino, contribuirà a fare questa mostra. <a href="#74b10ec7-d12f-47b3-b101-87ce9c96c2d8-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 7">↩︎</a></li><li id="ecf8819c-5b92-4d84-b5e1-e62babda7622"><a href="https://www.artribune.com/arti-visive/arte-contemporanea/2025/04/fenomenologia-jago/">https://www.artribune.com/arti-visive/arte-contemporanea/2025/04/fenomenologia-jago/</a> <a href="#ecf8819c-5b92-4d84-b5e1-e62babda7622-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 8">↩︎</a></li><li id="d26d6ceb-e712-4ec5-9c65-b97768cd8be7">Lungi da me dal difendere l’arte di Jago, che non reputo raffinata, anzi: in un certo senso, è intrisa dello stesso moralismo di quella di Price. Il punto è che la critica si permette di lanciare le proprie invettive solo contro chi è fuori dal sistema di conoscenze incrociate su cui si basa l’élite artistica: a Jago viene rimproverato il fatto di essere un abile pubblicitario, come se la galleria dietro Price (Hauser &amp; Wirth) non abbia un’analoga potenza di fuoco mediale tale da imporsi nel contesto di riferimento. Probabilmente, dell’arte di Price per ora interessa a pochi, se non a coloro che lo sostengono. Sull’argomento hanno scritto ottimamente Federico Giannini (<a href="https://www.finestresullarte.info/opinioni/firenze-perche-giannelli-non-va-bene-e-price-invece-si">https://www.finestresullarte.info/opinioni/firenze-perche-giannelli-non-va-bene-e-price-invece-si</a>) e Marco Tonelli (<a href="https://www.finestresullarte.info/opinioni/firenze-opera-thomas-j-price-banale-rimasticamento">https://www.finestresullarte.info/opinioni/firenze-opera-thomas-j-price-banale-rimasticamento</a>) le cui opinioni hanno anticipato alcune parti del presente articolo. <a href="#d26d6ceb-e712-4ec5-9c65-b97768cd8be7-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 9">↩︎</a></li><li id="6ba44078-42e4-4c84-8df7-74088b5e88e1">Non posso non menzionare Nicola Verlato, pittore e scultore da anni impegnato in una produzione incentrata sulla possibilità di un nuovo monumentalismo. <a href="#6ba44078-42e4-4c84-8df7-74088b5e88e1-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 10">↩︎</a></li></ol>


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<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/se-questo-e-un-monumento/">Se questo è un monumento&#8230;</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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		<title>Guida pratica per gestire i dazi e anzi uscirne interiormente arricchiti</title>
		<link>https://ilnemico.it/guida-pratica-per-gestire-i-dazi-e-anzi-uscirne-interiormente-arricchiti/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Apr 2025 10:08:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Tilt]]></category>
		<category><![CDATA[borsa]]></category>
		<category><![CDATA[Dazi]]></category>
		<category><![CDATA[Musk]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dazi al 50% su tutta la gamma di prodotti, solo per oggi ma a partire da domani.</p>
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<p>1.   “Dazi” ha la zeta sorda, per favore non storpiate in “da[dz]i” che poi ci avviliamo, rimanete nell’ortofonia oppure – se vi riesce – fate come Gianni Morandi, che ieri a cena ha snocciolato un dolcissimo “madonna con questi dassi mi viene voglia di riassaltare il Campidoglio” e ci ha fatto stare allegri tutta la serata.</p>



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<p>2.&nbsp;&nbsp; Dice che fra Musk e Trump ci sia maretta perché da quando è iniziata questa storia dei dazi il simpatico Elon tutte le volte che gli si passa davanti urla “un fiorino”. <strong>Nessuno ride</strong>.</p>



<p>3.&nbsp;&nbsp; Risatone invece tra gli economisti quando Trump ha proposto la sua formula per calcolare i dazi ma tutti zitti quando l’ha usata per fare i conti e capire quanto doveva rendere per l’AirBnb di Donoratico. <strong>Ipocritiiiii.</strong></p>



<p>4.&nbsp;&nbsp; Per esperienza personale, dire a qualcuno che ha perso più del 20% in borsa ed è costretto a cancellare i figli dalla scuola americana, non riscattare l’ultima rata del panfilo, restituire l’arricciacapelli Dyson, finire il corso di massaggio ayurvedico e reinventarsi a 45 anni “bene ti sta, avevi a prestarmeli quei cinquanta centesimi per il flipper pidocchio” non farà di voi persone felici. Il livore resta, resta comunque.</p>



<p>5.&nbsp;&nbsp; Tra tutti i paesi del mondo, l’unico che Trump voleva lasciare indenne era il Madagascar, perché Marty la Zebra è il suo personaggio preferito insieme a Cricchetto, ha anche il pupazzo di entrambi, ma poi è stato convinto per ragioni di <em>par condicio</em> diplomatica.</p>



<p>6.&nbsp;&nbsp; Ad essere sincero, io non ho capito quando scatteranno i dazi, né se varranno verso o dagli Stati Uniti, ma per sicurezza, come sempre quando il mondo sembra in pericolo, ho fatto una scorta di cerette per baffi perché assistere al declino economico dell’Occidente e sentirmi anche dire “bada sei sporco sopra il labbro ah no è peluria” francamente lo trovo insopportabile.</p>



<p>7.&nbsp;&nbsp; Chi di voi pensasse di manipolare un parente (metti una nonna) per impaurirlo (metti sintonizzando i suoi apparecchi acustici su Focus Economia del grande Seba Barisoni) al fine di incentivarlo al passaggio di proprietà di un bene mobile (metti un SH 125 nero opaco) verso un discendente cui ha giurato la cancellazione dall’asse ereditario (metti me) alludendo nel discorso a non precisati vantaggi fiscali alla luce dell’entrata in vigore dei dazi (metti “conviene nonna fidati conviene”), ecco non fatelo perché vi sembrerà impossibile ma questi anziani oggi hanno alle spalle dei pool legali, INCREDIBILE.</p>



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		<title>L&#8217;Ipnocrazia è la teoria della settimana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Apr 2025 15:11:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura Assoluta]]></category>
		<category><![CDATA[Dominio della Tecnica]]></category>
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		<category><![CDATA[Trump]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'ipnocrazia è l'ennesimo concetto con cui gli intellettuali democratici cercano di venire a capo dell'era Trump senza assumersi le proprie responsabilità</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Un misterioso filosofo di nome Jianwei Xun &#8211; che dopo poco si è scoperto essere un ibrido di intelligenza artificiale e organica, la parte organica essendo Andrea Colamedici, di professione tlonista &#8211; ha scritto il libro del momento per svegliarci dall&#8217;ipnosi di internet. <strong>A prima vista pare un prodotto eccezionale, ricco di frasi baudrillardiane </strong>con inversione del soggetto e del predicato per simulare una verità innovativa, tipo: “L’illusione non è mai stata così reale, e l’idea di realtà non è mai stata così illusoria” (p. 16).</p>



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<p>Secondo Xun, siamo nell’era dell’Ipnocrazia, nella quale realtà e finzione, verità e menzogna, si alternano in un vorticoso gioco di specchi, al termine del quale non prevale la narrazione del mondo più aderente ai fatti, ma quella che sa adattarsi meglio al chiasso informativo, al pullulare, al contempo anestetico e angosciante, di informazioni e versioni discordanti tra di loro. E quindi vincono Trump e Musk, che dominano il palcoscenico virtuale <strong>con le loro affermazioni contraddittorie e pungenti, che mandano in tilt i media seguendo il consiglio di Steve Bannon di “<em>inondare di merda</em>” i palinsesti</strong>, dare ai giornali più informazioni dirompenti e allarmanti di quante non riescano a coprire, portare al collasso il sistema giornalistico.<br><br>Ed è a tratti un profondo piacere leggere Xun, ci dà un brivido di compiacimento, per un attimo sembra che abbiamo capito qualcosa in più, che il trucco è svelato, che ora sappiamo orientarci meglio nel disorientamento.<strong> Il linguaggio che usa è suadente, ipnotico, quasi come la dinamica che cerca di raccontare</strong>. La sensazione è simile a quella che si prova quando si legge Byung-chul Han, ci sembra di aver capito cos’è che non va, dove sbagliano tutti quanti, tranne noi, quelli che pensano di essere liberi ma in realtà sono schiavi delle notifiche e dei meme, quelli che non spengono il cellulare almeno un’ora prima di andare a dormire, quelli che non leggono.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img decoding="async" width="710" height="1000" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/04/81-0GpNzWwL._UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-2099" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/04/81-0GpNzWwL._UF10001000_QL80_.jpg 710w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/04/81-0GpNzWwL._UF10001000_QL80_-213x300.jpg 213w" sizes="(max-width: 710px) 100vw, 710px" /><figcaption class="wp-element-caption">Copertina veramente da criminali</figcaption></figure>
</div>


<p><br><br>Attraverso una serie di innovativi neologismi che non resisteranno alla prova del tempo come “edging algoritmico”, “resistenza oscura”, Xun vuole illuminarci: Trump e Musk sono i nuovi sacerdoti della narrazione ipnotica.<strong> In verità, l’esigenza cui risponde il libro di Xun è tutta interna al mondo intellettuale. Risponde ai “perché?” o ai “come è possibile?” che l’intera classe “pensante” occidentale non smette di ripetersi davanti al secondo successo di Trump alle elezioni, ancora più schiacciante del primo</strong>. Cerca di arginare la confusione con cui gli intellettuali adagiatisi all’interno del sistema neoliberale assistono al crollo del loro mondo per mano della coppia Trump e Musk, supportata dalla maggioranza elettorale americana. Invece di confrontarsi con i propri fallimenti, invece di fare le domande giuste, un’intera classe di pensatori si è impegnata e si impegnerà per i prossimi 4 anni a cercare di dimostrare come Trump e Musk stiano raggirando il mondo intero, come la loro vittoria non sia da ascrivere in alcun modo a un rapporto fallimentare delle democrazie liberali con la verità, quanto piuttosto a una storpiatura ipnotica e crudele della realtà da parte dei tecnoutopisti e della far-right. &nbsp;</p>



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<p><br>Xun-Colamedici infatti non si chiede in alcun modo se possa aver influito sul successo della destra la pandemia, per esempio. Negli anni del Covid l’intero pubblico occidentale ha avuto l’occasione di verificare quanto i presupposti sani dei governi liberali, come la libertà individuale di iniziativa, di opinione e di stampa, potessero venire meno da un momento all’altro in favore delle esigenze dei governi. E quindi come un’ideologia tollerata con enormi sacrifici da parte dei meno abbienti si reggesse in realtà su presupposti propagandistici. Né si interroga Cola-Xun sulla frustrazione di un elettorato che negli anni si è visto difeso a parole da entrambi gli estremi dello spettro politico e si trova oggi a convivere con un sistema sociale disastrato e al collasso, sorretto ancora a fatica solo grazie a una privatizzazione scellerata di tutto ciò che un tempo costitutiva l’ossatura di uno Stato sociale. <strong>Anche questo è una forma di gioco che stravolge il concetto di verità, solo che a differenza di Trump e di Musk, il gioco è stato perseguito con la serietà di chi non concede la legittimità del dubbio.</strong><br><br>Non si interroga insomma sul presupposto fondamentale del successo di Trump e Musk, ossia della decadenza dell’ideologia e dell’agenda neoliberale, difesa strenuamente dalle forze democratiche come unica alternativa, anche a costo della verità, anche a costo di affondare Bernie Sanders per puntare sulla continuità della dinastia Clinton. <strong>L’agenda neoliberale è invece stata spazzata via non da sinistra, ma dalla nuova ondata conservatrice e isterica di protezionismo e aggressività internazionale, più attento ai timori, alle speranze, alle paranoie e all’individualismo dell’elettore medio</strong>. Trump e Musk insomma hanno saputo infilarsi nel vuoto di verità lasciato dai loro predecessori, sulla grande menzogna della libertà individuale difesa dal capitalismo, dello smantellamento dello Stato sociale in difesa degli interessi del cittadino. Hanno avuto buon gioco nella loro ipnosi collettiva, perché hanno trovato un soggetto già disilluso, pronto a cedere alla tentazione di qualsiasi verità alternativa e strampalata, che desse ragione delle contraddizioni della verità propagandata dagli organi ufficiali.  <br> <br>La risposta del filosofo cinese di ostiense è molto interessante, offre delle chiavi di lettura accattivanti su come Trump e Musk e le nuove destre giochino con una realtà accelerata e digitalizzata, come l’effetto della sovrainformazione possa abbassare le difese intellettuali dei cittadini, ipnotizzarli, renderli impassibili difronte a una complessità crescente che sembra scivolare inesorabilmente verso esiti poco augurabili. Anche l’esperimento in sé del libro è notevole. <strong>Usare un Ai suadente e ipnotizzante per parlarci dell’ipnotizzazione, creare un filosofo fittizio che spara sentenze instagrammabili per sovraccaricare ancora più l’universo dell’informazione e dell’interpretazione della realtà</strong>. Bisogna però chiedersi, come sempre,<em> a che pro?</em> A cosa servono queste chiavi interpretative?<br><br>Ciò che incuriosisce di più della nostra epoca intellettuale è il proliferare di teorie e di interpretazioni di una realtà sempre più incomprensibile e caotica. Da un certo punto di vista ha senso che più la realtà si fa complessa, più saranno disparati ed eterogenei i tentativi di rintracciarne i fili e metterla in ordine. Ma la sensazione che si ha è che ogni due tre mesi sorga una nuova parola che dovrebbe permetterci di dare un senso, finalmente, a una realtà fuori di sesto. <strong>Una grande balzo in avanti della teoria non corrisposto però dalla pratica, che rimane puntualmente indietro</strong>, incapace di produrre un agire condiviso o di assumere una postura forte che prescinda dal consenso maggioritario. Basta quindi, per stare al passo leggere il libro che recita in titolo la parola del momento, ogni due/tre mesi: <em>Tecnofeudalesimo, ipnocrazia, iperpolitica, surrealismo capitalista</em>. E aspettare che il mondo si complichi ulteriormente, quanto basta per screditarne la teoria di fondo, in attesa della prossima.</p>



<p>Ma verso la fine di ciascuno di questi libri si svela il trucco. Puntualmente gli autori, dopo aver descritto in modo convincente la realtà sotto la lente della loro nuova griglia interpretativa, danno qualche suggerimento vago, verso il finale, su come “uscire dal sistema”, “sabotare”, “liberare spazi” etc etc… Il tutto richiamandosi sempre a un vocabolario anarchicheggiante che trasforma l’impasse dell’indeterminatezza in un presupposto filosofico a cui non si può rinunciare. E spesso sta bene così. <strong><em>Ipnocrazia</em> però fa un passo in più che sa un po’ di ridicolo</strong>. Di fronte allo scempio della verità che sta trascinando il mondo in guerra, nella polarizzazione violenta e armata, il suggerimento di Colamedici (perché di lui a questo punto si tratta) è di continuare a studiare, a leggere la realtà, a cercare di non farsi ingannare, attraverso lo studio. La sua risposta perciò è una militarizzazione della passività, attendere che passi la tempesta guardandola dalla finestra e studiandone il moto angolare, con una copertina sulle ginocchia e un bel libro tra le mani, possibilmente di Tlon. </p>



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		<title>I cowboy della giustizia sociale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Mar 2025 10:58:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[cowboy]]></category>
		<category><![CDATA[John Dutton]]></category>
		<category><![CDATA[ranch]]></category>
		<category><![CDATA[serie tv]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
		<category><![CDATA[TV]]></category>
		<category><![CDATA[Yellowstone]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>"Yellowstone" è la serie che tutti guardano e di cui nessuno parla. Serie tv folk e reazionaria, tutta pistole e cowboy, in apparente conflitto sia con la cultura woke che con il tecno-feudalesimo conservatore dell'era Trump-Musk, analizziamola.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Joyce Carol Oates fa il solletico al Nobel e Chiara Valerio vuole portare gli occhiali come lei, solo che non ci riesce. Se Chiara Valerio potesse diventare la scrittrice che progetta di essere, probabilmente sarebbe Joyce Carol Oates. <strong>Oates ha 86 anni e 63 romanzi all’attivo</strong>; nel complesso qualche decina di migliaia di pagine che spaziano dalla vita di Marilyn Monroe alla chirurgia di asportazione del clitoride.</p>



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<p>Una certa qualità di pensiero la colloca spesso ai margini del dibattito pubblico contemporaneo. Non si spiegherebbe altrimenti il suo interesse per una serie come<strong> <em>Yellowstone</em>, lo spettacolo televisivo del conservatorismo americano.</strong></p>



<p>Oates è vedova di due mariti e ama impiegare il tempo libero sui social.</p>



<p>In un messaggio su X di qualche tempo fa, si è definita “<strong>l’unica persona che conosco a seguire <em>Yellowstone</em></strong>”, <strong>perché <strong><em>Yellowstone</em> è la serie che tutti guardano e di cui nessuno parla</strong></strong>, come pure è già stato scritto da autorevoli commentatori.</p>



<p>L’impostazione della trama è persino banale. Il proprietario di un immenso ranch del Montana di nome <em>Yellowstone</em> <strong>è disposto a tutto per proteggere il suo ranch</strong>.</p>



<p>Il patriarca si chiama John Dutton ed è interpretato da <strong>Kevin Costner </strong>col cappello da cowboy, gli stivali e il lazo. Mancherebbe la Colt di Ringo, ma all’occorrenza abbondano le armi automatiche.</p>



<p>Attorno all’interesse superiore di John Dutton e del suo ranch, si muove manco a dirlo una corte assetata di <strong>sangue, potere e soldi.</strong></p>



<p>Gli autori della serie non hanno scrupoli a servirsi degli espedienti classici della drammaturgia hollywoodiana. <strong>Sulla collina degli Oscar bisogna pur sempre ammazzarsi l’un l’altro per affermare il proprio esserci nel mondo</strong>. Al tempo stesso entra in scena una sperimentazione al rovescio della semantica egemone nel cinema commerciale di epoca <em>woke</em>.</p>



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<p>Quando si è trattato di costruire il personaggio di <strong>Beth Dutton</strong>, la figlia del patriarca, Joyce Carol Oates spiega come gli sceneggiatori abbiano lavorato contro le comuni aspettative femministe, <strong>costruendo un personaggio retrogrado e anti-progressista, che tende a risolvere i suoi problemi a coltellate, piuttosto che con psicanalisi e benzodiazepine</strong>. L’influenza “politica” e materiale di Beth sugli snodi della storia di <em>Yellowstone</em> è totale. A lei è domandato lo scioglimento decisivo dello sviluppo del racconto.</p>



<p>La visione semplificata della società americana, dunque dell’intero occidente, funziona così:<strong> la parte “rossa” </strong>(retrograda, filo-cristiana, filo-“bianco”, filo-“capitalista”, poco istruita, sospettosa nei confronti degli immigrati, anti-aborto, non così favorevole alla concessione dei diritti civili a tutti i cittadini) <strong>sta contro la parte “blu”</strong> (liberale se non effettivamente progressista, nel complesso ben istruita, incline al laicismo, alle tasse, ai programmi di assistenza sociale, ai benefici sanitari, all’istruzione, al diritto di aborto e soprattutto amichevole verso neri, immigrati, minoranze, gay/lesbiche/queer/trans).</p>



<p>Rispetto a questa geografia bio-politica,<strong> il Montana di <em>Yellowstone</em> è un’eterotopia</strong>, cioè uno spazio “reale” di contestazione del reale così come ci viene assegnato dall’autorità costituita.</p>



<p><strong>Il paesaggio, dunque la natura, dunque l’ambiente, stanno al centro del discorso</strong>. Il principale teorico del concetto di natura dentro la nostra angoscia ecologista è il marchese De Sade, così come importato in Italia dal malthusianesimo di Pasolini e dei suoi epigoni di campagna.</p>



<p>Nella dissertazione sull’omicidio che Sade mette in bocca al papa Pio VI, la natura odia la vita e il suo principale scopo è l’eliminazione del genere umano. <strong>Di qui l’adorabile marchese legittima l’infinita serie di torture e violenze da infliggere alle sue eroine della purezza</strong>. Nel quadro della morale di De Sade, il crimine è essenziale alla volontà di distruzione che “anima” la natura.</p>



<p>Se la conservazione e la riproduzione sono leggi alle quali gli uomini non possono sottrarsi, la contestazione della necessità della vita è la parola d’ordine del linguaggio sadiano. La vita, dunque l’esserci nella natura, è un diritto riservato, particolare, e comunque “in via d’estinzione”. È questa la sostanza di quella particolare esperienza che la dottrina definisce “<strong>apocalisse psicopatologica</strong>”.</p>



<p>Per capire in cosa consiste l’idea di natura di un immaginario cowboy del Montana di nome John Dutton, e in cosa differisce da quanto appena descritto, <strong>bisogna considerare <em>Yellowstone</em> un’opera d’arte. Al netto di ogni intrinseca qualità di eccellenza visiva e poetica, da Warhol in poi ogni opera d’arte è un genere di pubblicità</strong>.<strong> Le opere d’arte pubblicizzano l’identità degli artisti che le producono</strong>. Questa identità si divide adesso in tre categorie:<strong> l’artista <em>queer,</em> l’artista <em>outsider </em>e l’artista<em> folk</em>.</strong> A loro spetta il compito di esercitare la semantica eletta della marginalità, un codice di segni che si condensa di fatto in una specie d’ipomania dell’apocalisse.</p>



<p>Per Ernesto de Martino, di cui è stata recentemente rieditata la raccolta di scritti <em>La fine del mondo</em>, il campo della congiuntura culturale dell’occidente è dominato da un senso di «disperata catastrofe del mondano, del domestico, del significante e dell’operabile: una catastrofe che narra con meticolosa e ossessiva accuratezza <strong>il disfarsi del configurato, l’estraniarsi del domestico, il perder di senso del significante, l’inoperabilità dell’operabile</strong>»<em>.</em></p>



<p>Nel descrivere i sintomi di una neurastenia apocalittica, de Martino si riferisce tra gli altri all’episodio dello sradicamento di una quercia davanti alla casa di un contadino di Berna e al pastore dell’Appennino calabro che, durante un occasionale tragitto in auto, perde di vista il campanile del suo paese, Marcellinara. In entrambi i casi, si attivano il disagio e la schizofrenia di una sindrome da spaesamento. <strong>L’effetto di una condizione di spaesamento è, per il contadino di Berna e il pastore di Marcellinara, l’inizio di un «vissuto di fine del mondo»</strong>. Nella visione di de Martino, il contadino e il pastore, esauriti dalla perdita del proprio orizzonte domestico, sono i prodromi etnologici di Antoine Roquentin nella <em>Nausea</em> di Sartre.</p>



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<p>L’esemplificazione neo-western del cowboy di Kevin Costner è la nemesi di Roquentin. J<strong>ohn Dutton è “appaesato” a Yellowstone, nel senso del suo radicamento al paesaggio di una patria culturale</strong>.</p>



<p>Il nostro rapporto con il paesaggio è ambiguo. Siamo in grado di percepirlo in forma reificata, e reale, solo dopo averne acquisito una concreta possibilità di trasformazione. La fotografia, d’altra parte, funziona come appagamento simbolico di questo impulso. Eppure, nonostante una certa tendenza a infarcire le scene di <em>Yellowstone</em> della struggente bellezza delle praterie, nessun cowboy si sogna di tirar fuori il telefono per postare un selfie all’alba su instagram.</p>



<p>Per John Dutton vale il principio contrario alla trasformazione. Da questo punto di vista, il paesaggio del Montana è materia intangibile. <strong>L’idea di custodire una patria culturale “così come è” sta alla base dell’ambientalismo conservatore dei cowboy di <em>Yellowstone</em>, e ha poco da condividere con l’esaltazione nazionalista del partito della restaurazione MAGA</strong>.</p>



<p>L’ironia vuole che sia <strong>più facile trovare un’istanza di rivoluzione nel retrogradismo insolente di un allevatore di bovini piuttosto che in tanti proclami del più evoluto progressista</strong>. Depurato della sua pur lunga serie di grottesche pacchianate, <em>Yellowstone</em> va presa così, come il paradosso semiotico della conservazione, <strong>dove conservare è l’unica possibilità generativa di un <em>ethos</em> della salvezza</strong>.</p>



<p><strong>Donald Trump e John Dutton adottano modelli di affari incompatibili.</strong></p>



<p>L’impresa del ranch, che in Yellowstone per sineddoche diventa l’impresa del mondo, <strong>non deve per forza produrre utili. Basta stare in pari con le spese</strong>. Il conservatorismo dell’aristocrazia terriera americana, per quanto opposto alle istanze turbospeculative dell’immobiliarista di Gaza, ne costituisce tuttavia l’ineludibile piattaforma elettorale.</p>



<p><strong>L’innesto sul tecno-feudalesimo di Elon Musk sembra ancora più critico</strong>. Dutton è <em>anche </em>un cowboy, ma prima di tutto un proprietario terriero, un latifondista. Incarna i valori plastici di un proto-feudatario del nuovo millennio.</p>



<p>Ai signori della tecnologia elettrica interessa il dominio del tempo, da cui derivano l’azzeramento dello spazio e il suo astratto controllo. <strong>La natura del potere di John Dutton è invece tipicamente spaziale</strong>. Per un cowboy latifondista del Montana, il tempo consiste in un patto tra vivi, morti e chi deve ancora nascere. L’oggetto di questo contratto è la terra, per questo tutto il feudalesimo di <em>Yellowstone</em> si gioca intorno ai vincoli giuridici della successione ereditaria. Di qui discende una gerarchia di valori difficilmente condivisibile con i preziosi geni della Silicon Valley, pronti a trasferirsi su Marte in attesa dell’olocausto digitale.</p>



<p><strong>Il colpo di scena della scrittura di <em>Yellowstone </em>sta nel mettere insieme i due piani, tecno-feudalesimo e conservatorismo, nella prospettiva di una visione escatologica</strong>, cioè nel considerare la schizofrenia dell’America di Trump e Musk come una forma conclamata di apocalittismo psicopatologico, <strong>per offrire ai sintomi di questa sindrome l’occasione di un riscatto, di una palingenesi a cavallo, sotto le stelle del Montana</strong>.</p>



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		<title>Elon Musk e la disforia di genio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Jan 2025 09:55:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Accelerazionismo]]></category>
		<category><![CDATA[Dominio della Tecnica]]></category>
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		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
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		<category><![CDATA[Elon Musk]]></category>
		<category><![CDATA[Illuminismo Oscuro]]></category>
		<category><![CDATA[Mencius Moldbug]]></category>
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		<category><![CDATA[Pay Pal]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Elon Musk è un ispiratissimo, a tratti geniale, provocatore. Ha un alto tasso di genialità che oscilla tra intuizioni lungimiranti e ossessioni personali paranoidi. Guarda alle stelle ma spesso inciampa sui marciapiedi.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Curtis Yarvin, conosciuto anche come Mencius Moldbug, è un pensatore imperialista che propone un’idea di elitarismo tecnologico orientata verso una sorta di “neoreazionismo”. Yarvin immagina un mondo in cui leader illuminati, supportati dalla tecnologia e dal capitale rappresentato dei CEO-imperatori, possano guidare la società verso un futuro ordinato, eliminando le inefficienze del parlamentarismo e le contraddizioni della democrazia. <strong>Yarvin è uno dei &#8220;compagni di merende&#8221; della PayPal Mafia di Elon Musk</strong>. E chi meglio di Musk incarna questa visione?</p>



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<p>Eppure, a differenza di quello che viene raccontato, Musk non è l’anti-eroe distopico di una novella cyberpunk alla Star Wars o Dune. Non è l&#8217;Anticristo, né il salvatore libertario che condurrà lo Stato verso un&#8217;utopia antiburocratica. <strong>Elon Musk è un ispiratissimo, a tratti geniale, provocatore</strong>. Come spesso accade a figure di spicco dallo spettro autistico, ha un <strong>alto tasso di genialità che oscilla tra intuizioni lungimiranti e ossessioni personali paranoidi.</strong> La sua arma maggiore è la sfrontatezza: in un breve tour europeo, prima del famigerato gesto che ha fatto urlare allo scandalo la nostra intellighenzia che si è svegliata sovranista, ha letteralmente umiliato, nell’ordine: il tedesco Scholz, la magistratura italiana e l’élite inglese.</p>



<p>Musk è un uomo che <strong>guarda alle stelle ma spesso inciampa sui marciapiedi</strong>. È un sognatore allucinato, convinto che le droghe psicotrope possano migliorare il cervello umano, e forse anche il futuro. Musk è il Marinetti del 2000: nel bene e nel male, è lo Zeitgeist incarnato. Come Napoleone rappresentava il fervore rivoluzionario e l&#8217;ambizione imperiale del suo tempo, Musk <strong>incarna una civiltà occidentale divisa tra iper-tecnologismo e conflitti sociali</strong>, <strong>tra sogni di colonizzazione spaziale e trollate su Twitter </strong>(o X, come preferisce chiamarlo), distopie e balletti ai congressi.</p>



<p>Ma il successo di Musk non si basa solo sui risultati concreti: si fonda su una fede quasi mistica che ispira investitori di tutto il mondo. <strong>Tesla è più marketing che rivoluzione, Starlink è un monopolio folle e messianico, Neuralink una scommessa audace ma forse irrealizzabile. SpaceX? Una sinfonia di successi e rischi che potrebbe trasformarsi in un colossal epico o in un’opera incompiuta</strong>. Musk non è un dittatore tecnologico né un salvatore: <strong>è una nuova icona</strong>, un mix tra scienziato pazzo e predicatore/influencer, che incarna la polarizzazione e la crisi di un’epoca in trasformazione.</p>



<p>La sinistra è un’autorità materna, empatica e inclusiva; la destra, invece, rappresenta un’autorità paterna, severa e meritocratica. Sorprende come l’elettorato trumpiano sia composto da giovani appassionati di tecnologia e criptovalute, che nutrono un odio profondo verso i campus universitari woke dei privilegiati. È altrettanto significativo come Trump abbia guadagnato consensi nella comunità afroamericana grazie a un progetto, quasi &#8220;sinistrorso&#8221;, di rafforzamento delle università pubbliche.</p>



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<p>In mezzo a tutto questo c’è il sogno che Musk sta vendendo all’America: <strong>AI e robot come strumenti per scalare la società</strong>. La Silicon Valley diventa la nuova Hollywood, incarnazione del vecchio sogno americano del &#8220;farsi da sé&#8221;, ma con l’aiuto di algoritmi e intelligenze artificiali. Questo settore riflette lo spirito americano più profondo: ambizione, innovazione e una buona dose di rischio.</p>



<p>Nel frattempo, <strong>l’Europa sembra ingessata dalla burocrazia, con i suoi eccessi legislativi, incapace di reggere il passo di questo iper-accelerazionismo statunitense.</strong> Il crollo dello stato sociale e della sanità universale creerà voragini difficili da colmare, mentre le dispute tra woke e anti-woke distraggono dai problemi veri.</p>



<p>Musk è la sintesi di queste forze in lotta. <strong>È un catalizzatore di trasformazioni epocali, una figura che amplifica sogni e ansie collettive, ma non è un mago: manca l’equilibrio per rendere la sua alchimia qualcosa di realmente stabile.</strong> È un fenomeno complesso, un’esca per scemi per alcuni, ma anche il simbolo di un’umanità che oscilla tra il sogno di Marte e le crisi del presente.</p>



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<p>E mentre Hollywood cade, mentre l’America guarda oltre, Musk ci obbliga a confrontarci con il lato oscuro di un progresso che promette molto e rischia di dividere ancora di più. Non dobbiamo limitarci a giudicare Musk per i suoi tweet o per i suoi progetti: <strong>dobbiamo chiederci chi siamo noi, come società, e a cosa stiamo realmente assistendo.</strong> Perché Musk non è solo un uomo: è il simbolo di una nube tossica, buia, complessa, che rappresenta benissimo questo nostro tempo. Un <em>katechon</em> che potrebbe essere luciferino o angelico, ma che, in ogni caso, non possiamo ignorare, perché sta già dividendo l’Occidente, sta già mettendo in crisi le sue strutture simboliche, quelle di una destra che vuole conservare il pensiero magico-religioso delle tradizioni ma che vede nella tecnologia l’ultima spinta per risollevare un’economia al collasso, e quella di una sinistra che non sa più come gestire le molteplici crisi del capitalismo se non ricorrendo al capitalismo stesso. E così pure Musk contiene diverse disforie, lui che vuole colonizzare Marte eppure non esclude dalla sua visione il concetto di Dio come super intelligenza divina, <strong>che ha fatto della lotta all’establishment il suo cavallo di battaglia e che adesso si ritrova a farne parte</strong>. Siamo di fronte ad un grande riassestamento del sistema, siamo nel punto più creativo e mortifero, all’alba di un nuovo grande impero selvaggio, che inizia sempre con una caduta.&nbsp;&nbsp;</p>



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		<title>Benvenuti nell&#039;&#8221;Illuminismo Oscuro&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Jan 2025 11:40:15 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Dominio della Tecnica]]></category>
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		<category><![CDATA[Trump]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A dieci anni di distanza dalla pubblicazione suo "Illuminismo Oscuro", i pensieri di Nick Land sembrano ormai usciti allo scoperto, e invece di dirigere in modo solo sotterraneo l'agenda della destra reazionaria americana, sono ormai sempre più sovrapponibili all'attualità.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong><em>Una storia di codici incrociati</em></strong></p>



<p>(Capitolo estratto dal libro di Nick Land, &#8220;Illuminismo oscuro&#8221;, GOG Edizioni, 2019)</p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-f648c47d677af9afd98d1db573a68108"><br>La democrazia è l’opposto della libertà, pressoché innata al processo democratico è la tendenza a una minore libertà invece che a una maggiore, e la democrazia non è qualcosa da aggiustare. La democrazia è intrinsecamente guasta, come il socialismo. L’unico modo di ripararla è romperla. — Frank Karsten</p>



<p class="has-vivid-purple-color has-luminous-vivid-amber-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-f14fa872d436bca736b0c6dc0fe0ae06"><br>Lo storico della scienza Doug Fosnow ha invocato una secessione delle contee rosse degli USA da quelle blu, a formare una nuova federazione. La platea ha accolto l’idea con molto scetticismo, notando come la federazione rossa praticamente non avrebbe avuto sbocco sul mare. Doug pensava davvero che una simile secessione fosse possibile? No, ha ammesso allegramente, ma qualsiasi cosa sarebbe meglio di una guerra razziale che lui ritiene probabile, ed è dovere degli intellettuali inventarsi una qualche possibilità meno orribile. — John Derbyshire</p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-87ddc9dbc39c9fe386c89943be5601c7"><br>Quindi piuttosto che di una riforma dall’alto verso il basso, alle attuali condizioni la strategia deve essere quella di una rivoluzione dal basso verso l’alto. In prima istanza, la realizzazione di questa intuizione sembrerebbe rendere impossibile il compito di una rivoluzione sociale liberal-libertaria: non è forse implicito che bisogna persuadere la maggioranza del pubblico a votare per l’abolizione della democrazia e porre fine a tassazioni e legislazioni? E non è questa una pura fantasia, dato che le masse sono sempre ottuse e indolenti, e dato che la democrazia, come appena detto, promuove la degenerazione morale e intellettuale? Come si può pretendere che la maggioranza di un popolo sempre più degenerato e abituato al diritto di voto rinunci volontariamente all’opportunità di saccheggiare la proprietà altrui? Messa così, si deve ammettere che la prospettiva di una rivoluzione sociale deve essere considerata praticamente nulla. Piuttosto, è solo in seconda istanza, considerando la secessione come parte integrante di qualsiasi strategia dal basso verso l’alto, che il compito di una rivoluzione liberal-libertaria appare meno che impossibile, anche se rimane scoraggiante. — Hans-Hermann Hoppe</p>



<p><br>Concepita in via generale, la modernità è una condizione sociale definita da una tendenza di base, che possiamo riassumere nei tassi di crescita economica sostenuti che eccedono gli incrementi della popolazione, e segnano così una fuga dalla storia normale, ingabbiata nella trappola malthusiana. </p>



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<p>Quando, nell’interesse di una valutazione spassionata, l’analisi è limitata nei termini di questo modello quantitativo essenziale, essa sostiene la sottodivisione nelle componenti di crescita positive e negative della tendenza: <strong>da un lato, i contributi tecnico-industriali (scientifici e commerciali) all’accelerazione dello sviluppo, e, dall’altro, le contro-tendenze sociopolitiche verso l’acquisizione del prodotto economico per via di interessi speciali di rendita potenziati in via democratica (demosclerosi).</strong> Quel che il liberalismo classico dà (rivoluzione industriale), il liberalismo maturo lo toglie (per via del parassitario assistenzialismo di Stato). In termini di geometria astratta, descrive una curva a S autolimitante fuori controllo.</p>



<p><br>Concepita in via particolare, come singolarità, o cosa reale, la modernità ha delle <strong>caratteristiche etno-geografiche</strong> che complicano e qualificano la sua purezza matematica. Veniva da qualche altra parte, si è imposta con maggiore ampiezza e ha condotto i vari popoli del mondo entro una <strong>varietà straordinaria di nuove relazioni</strong>. Queste relazioni erano tipicamente moderne se comportavano uno straripamento dei precedenti limiti malthusiani, consentendo l’accumulazione di capitale e avviando nuove tendenze demografiche, ma mettevano insieme gruppi concreti piuttosto che funzioni economiche astratte. </p>



<p>Quantomeno in apparenza, quindi, la modernità era qualcosa <strong>fatta da gente di un certo tipo con (e non di rado a – o anche contro) altre persone, visibilmente diverse da loro</strong>. Nel momento in cui vacillava sul declivio della curva a S, a inizio Novecento, <strong>la resistenza ai suoi tratti generici (alienazione capitalistica) era diventata quasi del tutto indistinguibile dall’opposizione alla sua particolarità (imperialismo europeo e supremazia bianca)</strong>. Come conseguenza inevitabile, l’autoconsapevolezza modernista del nucleo etno-geografico del sistema è scivolata verso il panico razziale, in un processo che è stato arrestato solo dall’ascesa e dall’immolazione del Terzo Reich.</p>



<p><br>Data la<strong> tendenza intrinseca della modernità a degenerare o auto-cancellarsi</strong>, si aprono<strong> tre ampie prospettive.</strong> Che non sono strettamente esclusive, e quindi non si tratta di vere alternative, ma a scopi schematici è utile presentarle come tali.</p>



<p><br><strong>(1) Modernità 2.0.</strong> La modernizzazione globale è rinvigorita da un<strong> nuovo nucleo etno-geografico</strong>, liberato dalle strutture degenerate del suo predecessore eurocentrico, ma senza dubbio costretto a confrontarsi con tendenze di lunga durata di carattere altrettanto mortuario. Questo è di gran lunga lo scenario più incoraggiante e plausibile (da una prospettiva filomodernista) e se <strong>la Cina </strong>rimane anche solo approssimativamente sul suo sentiero attuale esso sarà di sicuro realizzato. (L’India, purtroppo, sembra essere andata troppo oltre nella sua versione autoctona della demosclerosi per poter competere sul serio).</p>



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<p><br><strong>(2) Postmodernità</strong>. Considerando essenzialmente una <strong>nuova era oscura</strong>, in cui i limiti malthusiani si impongono di nuovo e in maniera brutale, questo scenario presume che la Modernità 1.0 abbia globalizzato radicalmente la proprio morbilità e che<strong> l’intero futuro del mondo collasserà</strong> su questo punto. È quel che succederà<strong> nel caso vinca la Cattedrale</strong><sup data-fn="1901a3ff-3020-4d99-ae9f-498f0332904a" class="fn"><a id="1901a3ff-3020-4d99-ae9f-498f0332904a-link" href="#1901a3ff-3020-4d99-ae9f-498f0332904a">1</a></sup>.</p>



<p><br><strong>(3) Rinascimento dell’Occidente</strong>. Per rinascere è prima necessario morire, quindi più duro sarà il riavvio forzato e meglio sarà. Crisi e disintegrazione globali offrono le migliori probabilità (più realisticamente come sotto-tema all’opzione n. 1).</p>



<p><br>Siccome la concorrenza fa bene, <strong>un pizzico di Rinascimento dell’Occidente renderebbe il tutto più vivace</strong>, anche se – come è più probabile –<strong> l’autostrada principale per il futuro sarà la Modernità 2.0.</strong> Questo dipende dall’eventualità che l’Occidente riesca a fermare e rovesciare quasi tutto quel che è stato fatto nell’ultimo secolo, a parte le innovazioni scientifiche, tecnologiche e d’impresa. È consigliabile mantenere la disciplina retorica entro modalità strettamente ipotetiche, perché la possibilità di ognuna di queste cose è a tinte vivacemente incredibili:</p>



<p><br>(1) Sostituzione della democrazia rappresentativa con il <strong>repubblicanesimo costituzionale</strong> (o meccanismi governativi anti-politici ancora più estremi).</p>



<p><br>(2) <strong>Massiccio ridimensionamento del governo</strong> e suo rigoroso confinamento alle funzioni principali (al massimo).</p>



<p><br>(3) <strong>Ripristino della moneta forte</strong> (in metallo prezioso e certificati aurei) e <strong>abolizione delle banche centrali.</strong></p>



<p><br>(4) <strong>Smantellamento della discrezionalità monetaria e fiscale statale</strong>, quindi abolizione di fatto della macroeconomia e liberazione dell’economia autonoma (o catallattica) (questo punto è ridondante giacché segue rigorosamente dal 2 e dal 3, ma è il vero obiettivo quindi vale la pena sottolinearlo).<br>C’è di più – o meglio, c’è <strong>meno politica</strong> – ma è già assolutamente chiaro che nulla di tutto ciò si verificherà a meno di <strong>un esistenziale cataclisma di civiltà</strong>. Chiedere ai politici di limitare i propri poteri è inutile, ma non c’è niente che sta andando anche solo remotamente nella giusta direzione. Questo, comunque, non è nemmeno il più ampio o il più profondo dei problemi.</p>



<p><br>La democrazia potrebbe anche cominciare come meccanismo procedurale, difendibile per limitare il potere governativo, <strong>ma si sviluppa velocemente e inesorabilmente in qualcosa di abbastanza diverso: una cultura del furto sistematico</strong>. Non appena i politici hanno imparato a comprare il sostegno politico con i fondi pubblici e hanno spinto gli elettori ad abbracciare saccheggi e corruzione, il processo democratico si riduce alla formazione di quelle che Mancur Olson chiama coalizioni distributive – maggioranze elettorali <strong>messe assieme dal comune interesse per un modello di furto collettivamente vantaggioso</strong>. Ancor peggio, giacché la gente è in media poco brillante, la scala di predazione disponibile all’establishment politico eccede di gran lunga il folle saccheggio che si spalanca al controllo pubblico. Saccheggiare il futuro, attraverso l’indebolimento della valuta, l’accumulazione del debito, la distruzione della crescita e il ritardo tecnico-industriale è assai facile da occultare, e quindi <strong>affidabilmente popolare</strong>. La democrazia è essenzialmente tragica perché fornisce al popolino un’arma con cui distruggersi, un’arma che è sempre maneggiata e adoperata volentieri. Nessuno dice mai di no quando la roba è gratis. E quasi nessuno vede che non esiste roba gratis. La totale rovina culturale ne è la conclusione necessaria.</p>



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<p><br>Nella fase finale della Modernità 1.0, <strong>la storia americana diventa la narrazione maestra per il mondo</strong>. È lì che il grande vettore culturale abramitico culmina nel <strong>neo-puritanesimo secolarizzato della Cattedrale</strong>, in quanto fonda la Nuova Gerusalemme a Washington DC. L’apparato degli intenti messianico-rivoluzionari si consolida nello Stato evangelico, il quale è autorizzato con ogni mezzo necessario a instaurare un nuovo ordine mondiale di fraternità universale nel nome dell’eguaglianza, dei diritti umani, della giustizia sociale e – soprattutto – della democrazia. <strong>L’assoluta fiducia morale della Cattedrale</strong> <strong>sottoscrive la ricerca entusiasta di uno smodato potere centralizzato</strong>, ottimamente illimitato nella sua intensa penetrazione e nella sua vasta portata.</p>



<p><br>Con un’ironia ignota alla stessa progenie dei cacciatori di streghe, <strong>l’ascesa a vette precedentemente mai raggiunte di potere politico di questa coorte strabica di tetri fanatici moralisti coincide con la discesa della democrazia di massa a profondità di avida corruzione mai immaginate prima</strong>. Ogni cinque anni l’America ruba se stessa da se stessa, e si rinchiude da sola in cambio di sostegno politico. Questa cosa della democrazia è facile – voti soltanto il tipo che ti promette più cose. Qualsiasi idiota potrebbe riuscirsi. <strong>Gli idioti le piacciono veramente</strong>, li tratta con apparente gentilezza e fa di tutto per sfornarne di più.</p>



<p><br>L’inarrestabile tendenza della democrazia alla degenerazione presenta un motivo implicito di reazione. Dal momento che ogni soglia importante del progresso socio-politico ha condotto la civiltà occidentale verso la totale rovina, ricostruirne i passi suggerisce di <strong>tornare indietro da una società del saccheggio a un ordine più antico di fiducia in se stessi, industria e scambio onesti, apprendimento pre-propagandistico e auto-organizzazione civica</strong>. Le attrattive di questa visione reazionaria sono evidenziate dalla popolarità della moda, dei simboli e dei documenti costituzionali del Settecento tra la sostanziale minoranza (Tea Party) che vede chiaramente il corso disastroso della storia politica americana.</p>



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<ol class="wp-block-footnotes"><li id="1901a3ff-3020-4d99-ae9f-498f0332904a">La Cattedrale è un’espressione ricorrente nel lessico dei neoreazionari. Per loro è la sede del vero potere politico degli Stati Uniti, è una meta-istituzione, un complesso mediatico-accademico-giornalistico composto da Università come Harvard, alte scuole della Ivy League, stampa e media mainstream e occupato, secondo Moldbug, da una classe sociale di “bramini del politicamente corretto”, di cui il termine Cattedrale è quasi un sinonimo, che vive e lavora per predicare i valori democratici, universalisti e progressisti alle masse, per imporre le idee accettabili e detenere il monopolio della verità storica. Yarvin adotta il termine Cattedrale perché a suo dire il progressismo è una sorta di religione, gestita da un’élite culturale di sinistra, ma in parte anche repubblicana, che non consentirebbe ai neoreazionari di esprimere le loro opinioni e perciò di “uscire” dalla democrazia. <a href="#1901a3ff-3020-4d99-ae9f-498f0332904a-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 1">↩︎</a></li></ol><p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/benvenuti-nellilluminismo-oscuro/">Benvenuti nell&#039;&#8221;Illuminismo Oscuro&#8221;</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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		<title>Il woke è morto, viva il woke!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Jan 2025 09:30:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cancer culture]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Surrealismo Capitalista]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[cancel culture]]></category>
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		<category><![CDATA[Zuckerberg]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per compiacere Trump e le destre, i CEO delle grandi aziende stanno rinunciando alle politiche di inclusività verso le quali si erano spesi con fervore negli ultimi anni. Che sia la spinta di cui aveva bisogno il movimento woke, nato morto, per risorgere come eversivo? </p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Improvvisamente i social dicono addio ai filtri. Sia a quelli ideologici che a quelli di bellezza. Sotto opposte pressioni. Una da destra e una da sinistra.</strong>&nbsp;Che sia davvero un caso che Meta abbia, nello stesso momento, decretato il depotenziamento degli algoritmi di rimozione delle nostre idee e l&#8217;abolizione degli effetti di realtà aumentata che ritoccavano i nostri volti? A che pro? Perché questa smania di tornare alla realtà (o a una simulazione diversa di essa)? </p>



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<p>L&#8217;annuncio che sigla la fine dei programmi di fact-cheking lo firma Zuckerberg in prima persona, con un video dell&#8217;8 gennaio, in cui lo vediamo sempre più distante dall&#8217;immagine di lindo e innocuo informatico della Silicon Valley.&nbsp;<strong>Si presenta adesso con un taglio di capelli da Gen Z fuori tempo massimo, l&#8217;outfit tendente al gym-crypto-bro: maglietta nera oversized, vestibilità maschio alfa, capezza al collo che può accompagnare solo.&nbsp;</strong>Parla di ritorno alle radici e di libertà di espressione, ammettendo i molti errori commessi negli ultimi anni. Poi elenca i 5 punti del suo piano, che comprendono l&#8217;eliminazione dei fact-checker (insopportabili), la semplificazione delle policy, la fine delle restrizioni sui contenuti che riguardano i temi caldi dell&#8217;attualità (immigrazione, genere, discriminazioni), la riduzione della mole di errori, un ritorno dei temi politici che prima l&#8217;algoritmo penalizzava (per non stressare gli utenti), lo spostamento del suo Trust and Safety Content Moderation Teams dalla California nel non proprio democratico Texas, e la collaborazione con il governo Trump. </p>



<p>Per quanto si atteggino ad antagonisti, i Ceo delle grandi aziende hi-tech non possono fare a meno del loro cliente più importante: il governo federale degli Stati Uniti (il Pentagono sta investendo 10 miliardi di dollari per un progetto di&nbsp;<em>cloud computing&nbsp;</em>che vede coinvolti&nbsp;i signori del silicio). Se Musk ha corso il rischio di scommettere in anticipo su Trump, guadagnandosi il dipartimento senza portafoglio DOGE e l&#8217;annessa possibilità di farci credere che vivremo su Marte, Zuck sale sul carro del vincitore solo adesso e deve fare compromessi spiacevoli.&nbsp;<strong>Perciò addio alle odiose regole della community woke, a cui aveva ceduto, in passato, sotto pressione dell&#8217;amministrazione Biden a partire dal 2021, come ha ammesso lui stesso.</strong></p>



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<p><br>Nel frattempo però Meta annuncia che il 14 gennaio si chiudono i battenti della sezione Spark, la piattaforma dedicata alla creazione di beauty filter per Facebook, Instagram e Whatsapp, quelli che permettono come per magia di levigare la pelle, ingrandire artificialmente gli occhi e rimpolpare le labbra. «A partire da martedì 14 gennaio 2025 gli effetti di Realtà Aumentata (AR) realizzati da terze parti, inclusi i marchi e la nostra più ampia comunità di creatori AR, non saranno più disponibili», ha spiegato l&#8217;azienda in un comunicato. Addio Bold Glamour, e addio a tutte quelle finte fighe che ci assillavano sui social. <strong>Contentino alla sinistra woke? A quel femminismo e a quelle attiviste body positive che si battono da anni per decolonizzare la bellezza da un canone assurdo, che sta aumentando i casi di depressione, disturbi alimentari, ansia sociale? </strong>Non sembrerebbe, probabilmente la questione è economica, legata all&#8217;ottimizzazione della gestione del Cloud.</p>



<p>Cosa succederà adesso?&nbsp;<strong>La cultura woke non sembra godere di buona salute.</strong>&nbsp;Non solo per le ultime scelte di Zuck. La rielezione di Trump alla Casa Bianca ha spostato il baricentro degli investimenti in comunicazione e posizionamento di molte aziende, che possono fare a meno dei programmi DEI (diversity, equity and inclusion), e che stanno recedendo dai finanziamenti al mondo Lgbtq+. Sono almeno 12 le grandi compagnie che, nel giro di un mese, hanno rimosso o ridotto considerevolmente dalle loro agende gli impegni woke.&nbsp;<strong>Amazon, McDonald, Walmart, Toyota, Harley Davidson, non perseguiranno più &#8220;obbiettivi di rappresentanza ambiziosi&#8221;</strong>. </p>



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<p>Inoltre, sul tema ambientale, a poche settimane dall&#8217;esito del voto, si segnala l&#8217;uscita delle principali banche statunitensi (tra cui Jp Morgan) dalla NZBA, una rete volontaria di banche globali impegnate ad «allineare i portafogli di prestiti e investimenti con emissioni zero entro il 2050», che testimonia l&#8217;allontanamento delle istituzioni finanziare dagli obblighi legati al clima assunti dopo gli accordi di Parigi.&nbsp;<strong>Ecco che le banche smettono di fingersi schifiltose nei confronti delle energie fossili, e possono tornare a fare il lavoro sporco di sempre alla luce del sole.&nbsp;</strong>Possibile che tutte le pressioni esercitate dagli ambienti woke su grandi aziende, media, istituzioni e colossi finanziari,<strong>&nbsp;vengano cancellate con un colpo di spugna in così breve tempo?</strong>&nbsp;La verità è che non hanno mai attecchito davvero nei grandi consigli di amministrazione, ma molte rivendicazioni sono state alterate per essere digerite dai più tossici meccanismi capitalistici, e utilizzate solo in una chiave di spudorato marketing dell&#8217;inclusività, della tolleranza, della differenza – finché faceva comodo.&nbsp;</p>



<p><strong>Il woke non ha combattuto le discriminazioni reali, ha solo collocato in alcuni posti privilegiati esponenti di categorie oppresse, ha fatto del vittimismo una nota di merito, ha confuso le priorità delle minoranze con quelle della società, lottando contro gli stereotipi ha finito per creare nuovi tabù.</strong>&nbsp;E la stessa queerness, che di per sé dovrebbe rappresentare l&#8217;irrappresentabile, l&#8217;indicibile, è diventata uno degli&nbsp;spettacoli con cui i privilegiati illudono se stessi di non partecipare all&#8217;oppressione, a costo e a rischio zero. E adesso basta un click per cambiare canale. Recentemente il vicepresidente eletto JD Vance ha accennato di ispirarsi per il suo mandato alle idee di Curtis Yarvin, uno dei più influenti ideologi dell&#8217;Alt-Right, sodale di Nick Land e promotore di un&#8217;America monarchica, guidata dai Ceo della Silicon Valley, con l&#8217;obbiettivo di liberare con la forza le istituzioni americane dal cosiddetto wokeism. </p>



<p>Ma scoprirà che non c&#8217;è neanche bisogno della forza.&nbsp;<strong>Basterà riunire i soliti Ceo bianchi e invitarli a tagliare quattro o cinque uffici interni alle loro aziende, a buttare i power point con le linee guida del marketing inclusivo, a rifilare un po&#8217; la propria brand identity e il gioco è fatto.</strong>&nbsp;Del resto avevano soltanto ristrutturato un bagno, basterà rimettere due muri di cartongesso. E allora sì che adesso le battaglie woke diventano davvero interessanti, possono recuperare sul serio la loro carica eversiva e smascherare le storture di una società al collasso, alla quale solo un pazzo potrebbe davvero ambire ad esserne incluso.&nbsp;<strong>Il woke è morto, viva il woke!</strong></p>



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		<title>Sotto la pelle di Dario Fabbri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Dec 2024 11:26:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Geopolitik]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Ostilità]]></category>
		<category><![CDATA[Dario Fabbri]]></category>
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		<category><![CDATA[Sotto la pelle del mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Geopolitica Umana è un dispositivo di interpretazione e decodificazione della realtà, un metodo che si muove tra le scienze politiche e la linguistica, la psicologia collettiva e la letteratura, la teologia e la lirica, al crocevia di innumerevoli discipline da cui attinge simultaneamente: da qui il suo fascino oracolare. Abbiamo chiesto a Dario Fabbri di spiegarci come si studia lo spirito dei popoli. </p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><em><strong>Alla base della Geopolitica Umana ci sono delle costanti, dei concetti fondativi che ricorrono: uno di questi afferma che gli imperi non possono dimettersi da se stessi. Per impero, nel ventunesimo secolo, sembra legittimo pensare non solo al complesso militare in senso stretto (hard power), ma anche alla struttura ideologica e burocratica (soft power). Se è chiaro che la rielezione di Trump alla Casa Bianca non comporterà la dimissione degli Stati Uniti dalla sua egemonia militare, può portare invece a una dimissione ideologica da quell&#8217;ordine morale che hanno contribuito a costruire? Insomma possiamo continuare noi Stati satelliti a credere nell&#8217;universalismo, nelle Nazioni Unite e i suoi apparati, nella cultura woke, nella correttezza politica se il Presidente degli Stati Uniti d&#8217;America e le forze che rappresenta sono i primi a rimetterlo in discussione?</strong></em></p>



<p>DF: L&#8217;impero è un&#8217;inclinazione della collettività: è dunque <strong>sentimento, ferocia, seduzione, terrore</strong>. L&#8217;apparato militare o burocratico ne sono l&#8217;attuazione, come lo è la distillazione di una missione.<br>Trump e i suoi ci lasciano guardare dietro la tenda, nella cucina di casa, svelandoci una costruzione fatta anche di <strong>sofferenza, depressione, bestemmie</strong>. Era così pure per i romani o per i safavidi. Non dovremmo mai guardare nell&#8217;intimo del nostro&nbsp;<em>patron</em>. Gli americani commettono un errore nello svelarci la propria finitezza: le province devono credere nel bene, nella fine della storia, nell&#8217;economia. Ma anche gli statunitensi sono esseri umani e <strong>oggi assai stanchi</strong>. Non esistono percorsi netti. Nessuna paura comunque. Resteremo con Washington: siamo parte della sua sfera di influenza, siamo troppo anziani e può andarci peggio con un altro egemone.</p>



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<p><em><strong>Parliamo di te, dei tuoi libri e del metodo della Geopolitica Umana. In che senso è un metodo? lo possono replicare tutti? Ci sono delle variabili da esaminare, e sulla base delle quali si possono trarre delle conclusioni? Il concetto di metodo molto spesso è accompagnato dall&#8217;aggettivo scientifico, cioè contiene delle nozioni di oggettività, replicabilità, verificabilità. Eppure tu spesso hai rifiutato l&#8217;etichetta di scientificità della G. U. Ci spieghi bene dov&#8217;è il confine tra questi concetti?</strong></em></p>



<p>DF: La geopolitica umana è un metodo perché offre strumenti per guardare intorno a noi dal basso tramite<strong> psicologia collettiva, protolinguistica, storia/storie</strong>, con lo sguardo altrui. Anziché dall&#8217;alto: ovvero tramite <strong>governi, partiti, leader, politica economica o estera</strong> (la paratattica). Rifiuto l&#8217;aggettivo &#8220;scientifico&#8217; non solo perché viene attribuito alle nuove teorie soltanto a babbo morto, specie alla morte dell&#8217;ideatore – se mai succede. Soprattutto, una fervente scientificità uccide la vertigine, il guizzo, la contraddizione, l&#8217;eterodossia. Ossia, quanto produce conoscenza. <br>Ancora studente<strong> rifiutai lo studio accademico delle relazioni internazionali</strong> perché occidentalista, astorico, sovrastrutturale, privo di antropologia, di linguistica, centrato sulla rappresentazione della realtà, sull&#8217;egemonia americana come termine della storia, sugli individui (solo occidentali) e mai sui popoli. E in Italia è letteralmente impensabile che qualcuno possa rifiutare uno specifico studio perché lo considera difettoso. Come capitato in altre fasi storiche, vige l&#8217;incredibile convinzione che ciò che si insegna sia vero e corretto e dunque sia un errore respingerlo. Proprio per pretesa &#8220;scientificità&#8221;. Ma la storia è zeppa di insegnamenti scoperti erronei e poi superati. Anche tramite dinieghi. Figurarsi se potrei mai barattare la speculazione dialettica con la scientificità. </p>



<p><em><strong>Dai spesso per scontato che l&#8217;occidentalismo abbia imposto al mondo l&#8217;idea che tutti gli uomini siano uguali, desiderino le stesse cose, abbiano le stesse aspirazioni, tra tutte quella di fare come noi l&#8217;aperitivo e godere della libertà di guardare la propria serie Tv preferita. Mentre in realtà sarebbe vero il contrario, cioè che tutti i popoli desiderano cose diverse. Nell&#8217;èra di Tiktok e di Instagram, di una globalizzazione dei trend, così come di mille altri possibili esempi di apparente &#8220;convergenza&#8221; negli stili di vita, continui a escludere l&#8217;ipotesi che ci sia una somiglianza al fondo della specie umana? D&#8217;altronde abbiamo sicuramente in comune dei bisogni animali (mangiare, dormire, riprodurci, etc.) ma anche spirituali (quello di credere in qualcosa, che sia in un Dio o nell&#8217;oroscopo): dov&#8217;è che subentra la differenziazione?</strong></em></p>



<p>DF: Gli esseri umani sono ovviamente tutti uguali. Ma producono <strong>culture, ambizioni, impressioni diverse pure partendo dai medesimi bisogni e caratteristiche</strong>. E meno male. Altrimenti cadremmo nella commovente ingenuità dell&#8217;esperanto. Pure se adottassimo tutti la stessa lingua, comunque con il tempo svilupperemmo accenti, semantiche diversi, come inevitabile. Peraltro, instagram o tiktok non sono neutri, pertengono a imperi diversi e concorrenti.</p>



<p><em><strong>Se è un pregiudizio occidentale quello per cui i leader di alcuni popoli impediscono loro di vivere come vorrebbero (quindi come vorremmo vivere noi occidentali) quand&#8217;è che l&#8217;espressione di una rottura tra popolo e leader diventa legittima? Detto altrimenti: qualora un leader si appropriasse dei mezzi per reprimere il dissenso del popolo in modo capillare e onnipervasivo, e piegare quella che potrebbe essere una &#8220;volontà popolare&#8221; alle sue esigenze personali o di governo, in quale punto smetterebbe di essere legittimo il suo potere? Un dittatore è legittimo fino a che non gli si taglia la testa? E se il popolo volesse tagliargli la testa ma non ci riuscisse? Prendiamo il caso di Hong Kong, il fallimento delle proteste degli anni &#8217;10 come va letto, è una vittoria dell&#8217;apparato repressivo cinese o una dimostrazione del fatto che i cittadini di Hong Kong non vogliono veramente vivere all&#8217;occidentale?</strong></em></p>



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<p>DF: Questi sono punti cruciali perché al centro del nostro occidentalismo. Ci viene detto che se gli altri esseri umani non vivono come noi sono interdetti da un dittatore oppure non sanno &#8211; difficile stabilire quale affermazione sia più razzista o irreale. Anzitutto, nessuno detiene mai il potere da solo. Un autocrate è comunque espressione di un&#8217;oligarchia, di una stirpe o di una etnia. Nel medio periodo l&#8217;apparato di repressione funziona soltanto se la maggioranza della popolazione (del ceppo dominante in un impero) ritiene l&#8217;autocrate utile o aderente al proprio sentimento.<strong> I popoli fanno tutto ciò che vogliono, sempre</strong>. <strong>Anche quando non ci piace. E quando non vogliono una specifica dittatura la sostituiscono</strong>. A un popolo è interdetto scegliere soltanto se sottomesso da una potenza straniera. Su Hong Kong: in realtà, è ormai questione tra popoli diversi seppure entrambi di origine han. I cinesi &#8220;popolari&#8221;, grande maggioranza, hanno sottomesso gli hongkonghesi. Pure se presentata da Pechino come questione interna, non lo è più da tempo&nbsp;</p>



<p><em><strong>C&#8217;è qualcuno con cui ti confronti? Dei sistemi di idee da cui attingi, degli autori che leggi?</strong></em></p>



<p>DF: Mi confronto solitamente con chi si occupa di tutt&#8217;altro, oltre che con i miei collaboratori.<br>Ho un paio di maestri con cui discuto regolarmente, bontà loro, arrivando a conclusioni schizofreniche. Leggo le storie per come le raccontano gli altri popoli, i miti, i trattati dialettali. Tutto ciò che conta (o quasi). Ho il pregio e la dannazione d&#8217;avere una memoria peculiare per cui rimugino o cucio pezzi di ragionamento ascoltati o affrontati in altre stagioni.</p>



<p><em><strong>Guardando le tue apparizioni televisive sembra sempre che tu sia un po&#8217; estraneo al contesto. Ci sono i famosi &#8220;esperti&#8221; che parlano (politologi, accademici, analisti) che dibattono usando lo stesso lessico, e poi ci sei tu, che parli da una prospettiva radicalmente diversa. Gli altri parlano di punti di PIL, forniture di armi, investimenti in infrastrutture, e tu parli di spirito dei popoli. Dove sono i punti di contatto? Si può costruire un dialogo pur parlando lingue così diverse?</strong></em></p>



<p>DF: Punto di contatto è senz&#8217;altro la comune urgenza di interpretare il mondo. E il dialogo è sempre benedetto.</p>



<p><em><strong>Il tuo primo libro, densissimo, fondativo del tuo pensiero e spesso richiamato anche in questa nuova pubblicazione, </strong></em><strong>Sotto la pelle del mondo,</strong><em><strong> aveva un tono stentoreo ma impassibile, quasi placido. Lo stile linguistico era sempre molto personale, un po&#8217; ricercato ma fluente, letterario in alcuni passaggi. Viceversa, in questo secondo libro notiamo una radicalizzazione della lingua. Ancora più ricercata, con parole più astruse e costruzioni del periodo più ermetiche. Cosa c&#8217;è dietro questa scelta?</strong></em></p>



<p>DF: Non è una scelta a dire il vero. O almeno non una scelta cosciente. Ogni forma di conoscenza dispone di un linguaggio ed è necessario maneggiarlo per trovarsi nel ragionamento, per dedicarsi all&#8217;approfondimento. A patto che non diventi una barriera. Poi io sono incline all&#8217;ipotassi; ognuno ha le sue perversioni.</p>


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<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="510" height="800" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/12/9788807174520_quarta.jpg.800x800_q75.jpg" alt="" class="wp-image-1694" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/12/9788807174520_quarta.jpg.800x800_q75.jpg 510w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/12/9788807174520_quarta.jpg.800x800_q75-191x300.jpg 191w" sizes="auto, (max-width: 510px) 100vw, 510px" /><figcaption class="wp-element-caption">L&#8217;ultima uscita di Dario Fabbri.</figcaption></figure>
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<p> </p>



<p><em><strong>Si nota anche un certo dileggio, sempre sarcastico e sagace, nei riguardi della scienza politica. Si può ipotizzare una ragione di rabbia &#8220;politica&#8221;, una sorta di tentativo di riportare al centro quelle idee che pur trovando un buon riscontro sui media non vedono poi un&#8217;attuazione pratica da parte degli attori istituzionali, che continuano a guardare a fattori che tu reputi marginali?</strong></em></p>



<p>DF: Avessi apprezzato la scienza politica avrei continuato a studiarla. Piuttosto, <strong>credo sia naturale che la geopolitica umana non possa attuarsi nel nostro paese</strong>. Questa prevede riconoscere che la storia non è mai finita, che i popoli si sfidano e si sfideranno per l&#8217;egemonia, che le più feroci differenze producono le civiltà. Assunti inaccettabili per il più anziano popolo del mondo, il nostro, sicuro sia tutto finito, placidamente preso dallo scambiare i partiti per i sentimenti, per le culture. Va bene così. Si è sempre anacronistici in alcune parti del mondo e contemporanei in altre. In fondo, una forma di irrilevanza ci tinge di lirismo, ben oltre i nostri meriti.</p>



<p><em><strong>Una recente pubblicazione di Federico Rampini titola: </strong></em><strong>Grazie Occidente!</strong><em><strong> Si tratta di un panegirico sugli apporti positivi dell&#8217;Occidente nel resto del mondo, in ambito scientifico, sanitario, ingegneristico, economico. Se è vero che oggi un senso di colpa generale pervade il continente, di cui la cultura woke è la più alta, o più bassa, espressione, ed è vero anche che nessuna società produce così tanta auto-critica come la nostra, con esiti paralizzanti, anche l&#8217;eccezionalismo non ci ha mai portato bene, procurandoci molte ostilità presso altri popoli. Dove ci condurrà questa nuova polarizzazione? Il progressismo anti-occidentale e l&#8217;occidentalismo conservatore sono i nuovi contenitori in cui si travasano i concetti di sinistra e destra nel ventunesimo secolo? </strong></em></p>



<p>DF: Può darsi lo siano. Esistono diversi Occidenti e questi hanno molti meriti e anche molte colpe. Né più né meno di altre culture o civiltà. Avere senso di colpa per ciò che si è fatto o si è stati è tipico di società anziane e minimaliste. Non a caso l&#8217;unica porzione d&#8217;Occidente ancora massimalista è la cosiddetta America profonda che non conosce pentimenti.</p>



<p><em><strong>Punto in comune di entrambi sembra un certo apocalittismo, ecologico a sinistra, umano a destra. I primi con le eco-ansie, i secondi con le varie xenofobie. La politica sta sussumendo sempre più termini clinici. L&#8217;Apocalisse dell&#8217;Occidente è in fondo psicologica?&nbsp;</strong></em></p>



<p>DF: Ogni questione umana è (anche) psicologica, non solo le vicende occidentali. Per questo la radiografia di un popolo deve sempre partire dal suo umore, dal suo sentimento. Il resto conta molto meno.</p>



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		<title>Trump l&#8217;oeil</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Nov 2024 00:05:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Cancer culture]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Surrealismo Capitalista]]></category>
		<category><![CDATA[democratici]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni americane]]></category>
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		<category><![CDATA[sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Perché anche questa volta i sondaggi delle elezioni americane non sono serviti a niente? Potrebbe avere a che fare con il fallimento della strategia della sinistra, estremizzata negli USA, che con la sottrazione di dignità dei suoi avversari, li spinge all'autocensura pubblica e allo sfogo protetto dal segreto dell'urna. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Che i sondaggi siano lo strumento peggiore per capire le inclinazioni di voto di un Paese, quello che il politologo Alfonso Signorini chiama il <em>sentiment</em>, ormai si può dire. Ma perché gli analisti e i commentatori, i giornalisti e i giudici di XFactor li prendono ancora sul serio? Chi esultando prima del tempo, chi lanciandosi in sperticate sentenze, chi vendendo le sue cripto per poi mangiarsi le mani. <strong>Quando li ascoltiamo sembra che ci sia come una misconoscenza dell’antropologia di base, quell’infarinatura minima di consapevolezza delle meschinità umane</strong> su cui ci illuminano da bambini le favole, la Bibbia e Dragon Ball. </p>



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<p>Tra tutte, il fatto che <strong>le persone mentono</strong>. Un’ovvietà che gli analisti troppo spesso sottovalutano, loro che lavorano solo sui dati, quindi solo su ciò che la gente dice esplicitamente. <strong>Ma le parole non sono un dato, nascondono sottotesti, sottointesi, in base al contesto mutano di significato. </strong>Pensiamo a un ragazzo americano qualsiasi, chiamiamolo Benjamin, che esce dall’Università a braccetto con la sua ragazza, anzi la sua crush – sono ancora nella fase del corteggiamento e non c’è la confidenza sufficiente per confessare l’indicibile. Lei della Virginia, una progressista convinta, lui del Missouri e la notte di nascosto guarda i video di Logan Paul che intervista gente assurda. </p>



<p>Una sondaggista donna, ispanica, incazzata nera dopo aver litigato con il marito causa stress pre-elettorale, li intercetta, e chiede loro che candidato voteranno alle prossime presidenziali. Lui è intenzionato a votare Trump, e tuttavia non può ammetterlo di fronte alla sondaggista incazzata ma soprattutto a Sarah, farebbe una figuraccia, complicherebbe la relazione, salterebbe la scopata a cui aveva pensato durante tutta la lezione di Bioetica dove gli hanno spiegato che il binarismo è una mistificazione teocratica. <strong>Opterà quindi per il <em>virtue signalling</em></strong>, superficiale ma ostentata segnalazione di virtù: dirà di votare per Kamala Harris. È più facile, comporta meno rischi. Perché non accade il contrario? Perché non è Sarah a mentire, dichiarando che voterà Trump per compiacere il suo ragazzo? La risposta a questa domanda, probabilmente, <strong>contiene anche la risposta a un’altra incognita: perché la sinistra sta sulle palle a tutti?</strong> </p>



<p>È una variazione sulla teoria delle minoranze intolleranti di Nassim Taleb, formulata in seguito ad un barbecue tra amici, quando si accorge che tutte le bevande disponibili sono «kosher», dicitura con cui vengono qualificati i cibi adatti agli ebrei in ossequio alle loro tradizioni. «La popolazione kosher rappresenta meno del tre per cento dei residenti degli Stati Uniti, eppure pare che quasi tutte le bevande siano kosher. Perché così il produttore, il negoziante e il ristorante non devono distinguere tra kosher e non. Niente reparti o inventari speciali. La semplice regola che detta tutto è: “Chi mangia kosher non mangerà mai cibo non-kosher, mentre a chi mangia non-kosher non è proibito il kosher”». «Basta che un certo tipo di minoranza intransigente raggiunga un livello minimo, come il 3 o il 4 per cento, perché l’intera popolazione finisca per sottomettersi alle sue preferenze».</p>



<p>Ora qui non si tratta di demografia, di un rapporto tra maggioranza e minoranza in termini numerici, quello tra Sarah e il nostro giovane Benjamin, ma rimane comunque un fatto:<strong> Sarah non potrebbe tollerare la scelta di Ben, mentre Ben tollererà senza fare troppe storie la scelta di Sarah</strong> (il patriarcato tra i ventenni è finito da un pezzo). Sarah è in qualche modo una minoranza auto-percepita, in quanto donna, in quanto progressista, di sinistra, illuminata, buona, giusta, queerfriendly, a differenza del popolo reazionario, infame, pancia del paese, composto da quelle che Eco chiamava “legioni di imbecilli” che hanno trovato voce sui social, senza capire che imbecilli con un telefono in mano lo diventiamo un po’ tutti, <strong>anche Eco</strong>. Così Sarah si sente depositaria di una legittimità superiore a quella di Ben e può far valere la sua intolleranza, costringendolo a fare pippa. «Voto Kamala Harris! Claro que sì», dirà il nostro sorridendo in favore di foglio Excel e abbracciando ancora più forte a sé Sarah. </p>



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<p>Ecco che salta il banco, il sondaggio mente perché gli uomini mentono – per quieto vivere o per chissà quante altre ragioni. Quanto spazio di ripensamento corre tra ciò che diciamo, la nostra reale intenzione e l’azione concreta? <strong>Tutto questo spettro di incertezza non è contabilizzato nelle statistiche.</strong> Un vuoto in cui si muovono masse di elettori. È come pensare di vincere le elezioni sulla base dei «mi piace» ai propri post, strategia che in qualche modo la Harris ha utilizzato incentivando gli <em>endorsement</em> da parte di tutto lo Star System, da Taylor Swift a Bruce Springsteen. I social ci dicono che piacciono. Gli stadi pieni ci dicono che piacciono, certo. Ma a quanti altri stanno sulle palle e questa avversione non viene conteggiata? Su quanti, tra gli elettori afro e ispanici, ha prevalso una tendenza patriarcale che gli ha fatto preferire Trump a una donna, senza che ciò potesse essere previsto? </p>



<p><strong>Non c’è il tasto «non mi piace» sui social</strong>, non esistono gli indici di sgradimento, le minoranze non coincidono sempre con i pregiudizi statistici che abbiamo su di loro. La frustrazione o il rancore hanno questa differenza con le passioni positive, che spesso sono mute. Nessuno può ammettere di provare risentimento. Nessuno si alzerà e dirà di averne abbastanza di mangiare cibo Kosher, non davanti a tutti almeno. Nessuno dirà alla sua ragazza che è contrario all’aborto o che gli rode solo l&#8217;idea di avere uno stipendio inferiore a quello di una donna (è sbagliato questo rodimento? Però esiste e incide sul voto). Da qualche altra parte quel rancore, aggravato dalla sua inconfessabilità e divenuto umiliazione, sopraggiungerà ben oltre l’odio che vediamo sui social – la parte visibile di un’insofferenza molto più grande che è il vero ago della bilancia <strong>in un vecchio Occidente con un discreto tenore di vita dove la politica si gioca sempre più sulla manutenzione o la sostituzione dei simboli</strong> (che tanto sull’economia domina il realismo capitalista).</p>



<p>Ecco perché una strategia basata solo o principalmente sull’analisi dei dati è destinata a fallire. <strong>La politica è l’arte di interpretare il non detto, l’inconfessabile, tutto ciò che la gente omette – e dargli una voce, quindi una dignità.</strong> La destra ci sguazza in questa roba, originando mostri come Trump e affini. Mentre la sinistra si sforza di fare il contrario – il suo sembra un perenne esercizio di sottrazione di dignità alla maggioranza delle persone comuni, invitando all’autocensura, alla colpevolizzazione di sé. <strong>Possibile che non ci sia un’alternativa a queste due modalità di fare politica? Il disprezzo del basso da un lato e l’esaltazione della bassezza dall’altro?</strong> Deve esserci una via di uscita, e sicuramente non è quella di gridare che Trump ha ucciso la democrazia, sono arrivati quelli di Qanon al potere (anzi i veri complottisti sono proprio quanti credono che i complottisti abbiano portato Trump alla Casa Bianca). </p>



<p>È che l’America sembra proprio aver completato tutto l’arco delle possibilità democratiche, facendo il giro e portando all’estremo il paradosso che la democrazia contiene al suo interno, <strong>quello per cui si può pretendere la libertà di scegliere per l’illibertà</strong>. Anche perché dall’altra parte non si è proposta una vera libertà, ma un’illibertà uguale e contraria, con l&#8217;aggravante di dover sopportare una tipa come Sarah.</p>



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